Quasi indifferente al sorriso e al corruccio del cielo

Recensione di “L’agente segreto” di Joseph Conrad

Joseph Conrad, L’agente segreto, Mondadori

“Credo che le origini del romanzo L’agente segreto […] si possano far risalire a un periodo di reazione emotiva e mentale. La verità è che d’impulso io detti inizio a questo libro e lo scrissi senza alcuna interruzione […]. Ovviamente io non avevo alcun bisogno di scrivere questo romanzo […]. Nulla mi costringeva a trattare un simile soggetto […]. Ma l’idea di elaborare soltanto delle brutture, per giungere a scandalizzare o anche soltanto a sbalordire il lettore con un improvviso voltafaccia, non mi è mai venuta in mente […]. L’agente segreto fu iniziato subito dopo un periodo di due anni durante il quale ero stato intensamente assorbito dal compito di scrivere quel remoto romanzo che si intitola Nostromo con la sua atmosfera d’America Latina, e Lo specchio del mare, così profondamente personale […]. Non saprei dire se io provassi allora veramente il bisogno di un cambiamento […]. Poi, quando ancora non avevo, per così dire, ripreso la parola, e non pensavo affatto ad uscire dalla mia strada alla ricerca di qualcosa di brutto, il soggetto […] del racconto […] mi venne incontro attraverso poche parole che erano state pronunciate casualmente da un amico a proposito degli anarchici, anzi delle attività anarchiche: non rammento oggi da che cosa fosse originata la conversazione. Ricordo, tuttavia, le nostre osservazioni sulla futilità criminale di tutto l’insieme: dottrina, azione, mentalità; e sullo spregevole aspetto di quella posa pazzesca, la posa dell’impudente truffatore che sfrutta le miserie dolorose e la credulità appassionata di una umanità sempre così tragicamente avida di autodistruggersi. Questo era il motivo che rendeva imperdonabili ai miei occhi i pretesti filosofici della posa in questione. Passammo, poi, a esempi particolari e rievocammo la storia ormai vecchia, dell’attentato destinato a far saltare in aria l’Osservatorio di Greenwich: assurdità sanguinosa e talmente inutile nel suo genere che non avreste potuto scandagliarne le origini in base ad alcun processo razionale e neppure irrazionale. Infatti, anche l’irrazionalità perversa ha una sua logica; ma un simile attentato era assolutamente inconcepibile. Tanto che si finiva per trovarsi davanti a questo fatto: un uomo che saltava in aria e si riduceva a pezzi per qualcosa che neppure lontanissimamente, poteva somigliare a un’idea, anarchica o di qualunque altro genere. Per quel che riguarda l’Osservatorio, le sue mura esterne non presentarono la più piccola screpolatura. Su tutto questo richiamai l’attenzione del mio amico. Egli rimase un po’ in silenzio, poi con la sua maniera caratteristica, fortuita ed onnisciente, osservò: «Oh, ma quello era un mezzo idiota. Sua sorella dopo quel fatto si suicidò» […]. Non ci può esser dubbio sul fatto che quella informazione fu per me illuminante”. Continua a leggere Quasi indifferente al sorriso e al corruccio del cielo

Belfast, la colpevole

Recensione di “Ripley Bogle” di Robert McLiam Wilson

Robert McLiam Wilson, Ripley Bogle, Fazi

Può esistere un destino già segnato? Si può davvero nascere “sotto una buona stella” e, in conseguenza di ciò, avere la fortuna come propria alleata, godere di un qualche salvacondotto che consenta di uscire indenni dai problemi, anzi di non incontrarli neppure? E se cose di questo genere possono accadere, è possibile anche che si verifichi l’opposto? È pensabile che un “destino avverso” prenda forma nel momento stesso in cui si viene al mondo? “Certo”, risponde senza esitazione Ripley Bogle, il giovanissimo senzatetto protagonista dell’omonimo romanzo d’esordio di Robert McLiam Wilson, “basta vedere la luce a Belfast”, crocevia di odi religiosi tra protestanti e cattolici, devastata terra di tutti e di nessuno dove a dominare sono povertà, ignoranza, alcolismo e soprattutto violenza, una violenza brutale, cieca, ignobile, animalesca, esercitata in ogni possibile forma. Una violenza che è esatta misura di quanto l’uomo sia distante da se stesso. “Non è stata colpa mia, è stata colpa di Belfast”, confessa Bogle, ridotto all’ombra di se stesso a poco più di vent’anni, schiacciato dalle durezze della vita di strada, distrutto dal gelo di Londra, dalla morsa implacabile di quel suo clima così particolare, che appartiene solo e soltanto alla città, alle sue strade e alle sue piazze invase dai turisti e che non conosce tregua, non conosce estate – “[…] un lento, inesorabile brivido freddo sta risalendo dal mio coccige al fegato e sono bagnato, bavoso e fradicio […]. Giugno. Amabile, gelido giugno. È piuttosto curioso quanti inglesi siano convinti che il mese di giugno si trovi in estate […]. Assolutamente no! Solo noi, i poveri, i senzatetto, i vagabondi, conosciamo la verità siberiana di un giugno inglese. Siamo i suoi alleati e i suoi confidenti. Ci diamo del tu con il suo laccio gelato e i suoi morsi di brina” – in fuga dalla propria vita e malgrado ciò costretto a ripercorrerla, a ricordarla, a tornare ancora e ancora sulle scelte del passato dal dilatarsi del tempo, dai giorni lunghissimi, interminabili nel cui soffocante abbraccio i barboni lentamente muoiono, dalle ore di luce, desolatamente vuote come le stanze di case abbandonate, cui seguono quelle, terribili, della notte, dove l’ossessivo pensiero di sé e della propria abiezione si ritrae come marea per lasciare il posto all’elaborazione di strategie di sopravvivenza. Continua a leggere Belfast, la colpevole

Una stoffa liscia e compatta

Recensione di “Golden Hill” di Francis Spufford

Francis Spufford, Golden Hill, Bollati Boringhieri

“Be’, i romanzi li detesto ancora. Continuano a sembrarmi dei tessuti composti da esagerazioni, semplificazioni, una dolcezza che falsifica; e adesso questa verità la conosco, per così dire, dall’interno, avendone scritto uno anch’io e verificato quali trucchi ed espedienti sono richiesti per tirare fuori un punto di vista parzialissimo, un panno sbrindellato più buchi che fili, e trasformarlo in quella che sembra una stoffa liscia e compatta”. Giunto quasi al termine del suo trascinante Golden Hill, lo studioso, il saggista prestato alla “finzione letteraria” Francis Spufford (autore, tra gli altri, dello splendido L’ultima favola russa, recensito qui), lascia che a parlare del suo lavoro sia uno dei personaggi cui ha dato vita, il quale, nel farlo, non solo si confessa autore del libro, ma, nel momento in cui decide di rivelare il suo segreto, critica con la massima asprezza, di più, rinnega la propria scelta. E così, ciò che fino a un momento prima, nelle mani del lettore, altro non era se non un complicatissimo puzzle, un enigma, un sottilissimo gioco di specchi, un paradosso, una spassosa commedia che a ogni passo rischiava di scivolare nella più terribile delle tragedie, e all’opposto un dramma dalle fosche tinte che celava se stesso dietro un insistito sberleffo, che di continuo si sottraeva alla vista mascherandosi da scherzo tanto crudele quanto ben congegnato, ecco che si compone in un disegno unitario, in un insieme che, come un pensiero filosofico giunto a piena maturazione, risolve ogni contraddizione trasformandola in dimostrazione. Continua a leggere Una stoffa liscia e compatta

Zenone a Londra

Recensione di “Oliver Twist” di Charles Dickens

Charles Dickens, Oliver Twist, Newton Compton

Un paradosso non dissimile da quello zenoniano di Achille e la tartaruga, che vede il grande eroe incapace di raggiungere la lentissima testuggine, a patto che l’animale parta con un leggero vantaggio e che il percorso da compiere sia infinitamente divisibile, si applica a Charles Dickens e alla sua opera. Impareggiabile creatore di personaggi (non v’è infatti chi non conosca gli eroi dei suoi romanzi, a partire dal cinico Ebenezer Scrooge salvato dallo spirito del Natale, ma l’elenco è davvero molto lungo), lo scrittore è tanto noto e apprezzato per questa sua capacità, quanto trascurato per il resto del suo lavoro, dal momento che di molti dei suoi romanzi non si conosce se non un abbozzo di trama, il più delle volte ridotta all’insieme delle vicissitudini che capitano al protagonista. Chi, per esempio, può dire di non aver mai sentito nominare Oliver Twist? Nessuno, naturalmente, perché il povero Oliver Twist personaggio è talmente famoso da essere diventato, e non da oggi, sinonimo di una ben precisa figura, quella dell’orfano dal cuore puro bersagliato dalla sfortuna ma capace di non arrendersi mai, malgrado la frequenza dei rovesci che i suoi giovani anni sono costretti a sopportare. Continua a leggere Zenone a Londra

Il cinema e la svastica

Recensione de “La violetta del Prater” di Christopher Isherwood

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi

Isherwood è «leggero», con le sue mani stilistiche incredibilmente affusolate non stringe, non maneggia, non tocca, al più sfiora, allude, si mostra costantemente distratto, dimentico, e tuttavia è attento, crudelmente, minutamente attento alle rapide apparizioni che attraversano la sua arguta distrazione. Trascrittore di voci, Isherwood ama i dialoghi veloci e insensati, le conversazioni un po’ sciocche, ma dense di allusioni frivole e inquietanti: comiche tragedie. La violetta del Prater si apre con una serie di incantevoli conversazioni, in primo luogo telefoniche; nelle quali il telefono collabora con il suo gusto perverso per l’equivoco, le battute vuote, le stizze irragionevoli; ciarle che corteggiano il nonsense, forse inutili, forse colme di una drammatica intensità, forse non succederà niente, forse da quelle battute mal giustapposte nascerà una storia, una esile trama […]. La violetta del Prater è il titolo di un film, di cui, in modo discontinuo, apprenderemo la trama; si potrebbe dire che il romanzo è il racconto del farsi del film, ma sarebbe una definizione troppo didascalica; diciamo che il racconto è ambientato negli studi di una società cinematografica inglese, e che è in corso la lavorazione di un film di quel titolo sotto la regia di un «Socrate ebreo», il tedesco Bergmann. L’insieme degli studi, dal punto di vista del narratore, potrebbe definirsi «apparato tecnico inteso alla produzione di allucinazioni di durata limitata e acquistabili a prezzo ragionevole»”. Continua a leggere Il cinema e la svastica

Delitto senza fili

Erik Larson, Guglielmo Marconi e l'omicidio di Cora Crippen, Neri Pozza
Erik Larson, Guglielmo Marconi e l’omicidio di Cora Crippen, Neri Pozza

1910. A poco più di vent’anni dai delitti di Jack lo Squartatore Londra torna a essere teatro di un atroce fatto di sangue. Nella cantina di una casa di Hilldrop Crescent la polizia rinviene i resti, frutto di un meticoloso lavoro di dissezione, di Cora Crippen, donna di prorompente bellezza e di grande esuberanza di carattere, frustrata nelle proprie ambizioni artistiche da un’assoluta mancanza di talento e tuttavia così testarda nell’inseguire i suoi sogni da riuscire a ritagliarsi qualche parte minore, conquistare una piccola schiera di appassionati e divenire membro (rispettato e ascoltato) di un’associazione femminile di sostegno agli spettacoli d’intrattenimento, la Società delle Signore del Music Hall. Sposata al mite e remissivo Hawley Harvey Crippen, medico omeopata con una zoppicante specializzazione in oftalmologia in qualche misura compensata da un’approfondita conoscenza delle proprietà curative degli oppiacei e di una gran varietà di veleni quali l’aconito, l’atropina e il bromuro di ioscina, Cora vive una vita in apparenza  felice e appagante. Viziata dal consorte, che più per quieto vivere che per amore le permette tutto, è libera di dedicarsi ai suoi interessi e alle sue passioni e di non preoccuparsi troppo per gli scarsi risultati ottenuti; spronata dalla riservatezza eccessiva dell’uomo, dai suoi silenzi e dalla costante arrendevolezza, si permette qualsiasi genere di capriccio; conquistata dalla vertigine che quell’arbitrio pressoché assoluto le procura si ritiene in diritto di trascurare Crippen per dedicarsi ad altri ammiratori. In una parola, è completamente padrona di sé, ma per nulla soddisfatta, perché il marito diviene ben presto un peso per lei e lei, in misura se possibile ancora maggiore, diventa un peso per Crippen, che al riparo della propria timidezza aspetta solo l’occasione propizia per cambiare quello stato di cose e volgere la situazione a suo favore. Finché l’occasione tanto attesa si presenta; Crippen lo capisce immediatamente, non appena incontra la giovane Ethel Clara Le Neve, che in breve tempo diventerà la sua assistente, poi la sua amante e infine la complice involontaria di un piano diabolico e quasi perfetto.

1910. La comunità scientifica internazionale è in subbuglio. L’italiano Guglielmo Marconi, padre della telegrafia senza fili e premio Nobel per la fisica nel 1909, convinto che sia possibile inviare e ricevere messaggi attraverso l’oceano, sfida lo scetticismo e l’aperta ostilità delle migliori menti dell’epoca, mentre le grandi potenze, Germania in testa, consci delle grandi potenzialità di questa nuova forma di comunicazione si impegnano in una vera e propria guerra di brevetti, scoperte e invenzioni, tragica anticipazione del conflitto mondiale che scoppierà soltanto cinque anni più tardi. A raccontare nascita, primi contrastati passi e definitiva consacrazione della telegrafia, e insieme ripercorrere le tappe di uno dei casi di cronaca più seguiti del Novecento è il giornalista e scrittore americano Erik Larson, virtuoso dei romanzi di non-fiction, opere letterarie sorrette da una minuziosa ricerca documentale. Nel suo splendido e coinvolgente Guglielmo Marconi e l’omicidio di Cora Crippen, proprio come nell’intenso Il giardino delle bestie (già citato in questo blog) la bussola narrativa di Larson è la ricostruzione storica; identificato un determinato periodo e scelta una o più vicende che lo caratterizzano, l’autore mette in pagina soltanto ciò che le testimonianze scritte e orali certificano senza ombra di dubbio; l’apporto creativo, limitato ad alcuni accorgimenti stilistici, all’uso attento degli aggettivi e a pochi tocchi descrittivi, crea la cornice all’interno della quale il racconto, che non è altro che un’ordinata successione di fatti comprovati, si dipana. Così, quel che il lettore si trova di fronte è un tassello di storia perfettamente ripercorribile a livello cronologico (è sufficiente seguire le indicazioni del ricco apparato bibliografico) e nello stesso tempo un romanzo autentico, impeccabile nella gestione dei tempi, elegante nella prosa, talmente ben strutturato da rendere indistinguibili finzione (marginale ma essenziale nel respiro complessivo dellopera) e realtà (sostanza del libro felicemente emendata da ogni aridità e da inutili ripetizioni). Un tassello che nell’alternato intrecciarsi dei capitoli (alcuni dedicati al medico assassino altri a Marconi) svela l’intimo legame che unisce l’efferato omicidio di Cora Crippen al progressivo svilupparsi dell’invenzione di Marconi e all’utilizzo, sempre più massiccio, degli apparecchi per comunicare a distanza, che cominciavano a venire installate su tutte le navi, mettendo finalmente fine a un isolamento che si pensava dovesse durare per sempre. Un legame così forte da fare del dottor Crippen il primo criminale catturato grazie all’uso del telegrafo senza fili.

Gugliemo Marconi e l’omicidio di Cora Crippen è un romanzo appassionante e bellissimo, una magistrale prova d’autore.

Eccovi, invece dell’incipit, la prefazione dell’autore. La traduzione, per Neri Pozza, è di Marco Lunari. Buona lettura.
Ai lettori. Questo libro racconta di un omicidio, il secondo più famoso delitto della storia inglese, eppure quello che ho scritto non è un semplice giallo […]. Raccontando le vicende parallele di un assassino e di un inventore volevo tracciare un vivo ritratto degli anni tra il 1900 e il 1910, quando la mano paffuta e macchiata di tabacco di Edoardo VII governava l’impero inglese mostrando ai suoi sudditi che il dovere era importante, ma lo era anche divertirsi […]. Questo non è un libro di fiction. Tutte le frasi riportate tra virgolette sono estratte da lettere, diari o altri documenti del tempo. Ho largamente attinto dai documenti investigativi di Scotland Yard, la maggior parte dei quali, per quel che ne so, non sono mai stati pubblicati prima d’ora. Chiedo ai lettori di perdonare la mia passione per le digressioni. Scusatemi fin d’ora se a un certo punto imparerete anche più di quel che vorreste su un certo pezzo di carne. Ma, sappiatelo, le mie scuse non sono del tutto sincere!

Un fremito tra le scapole

 

Charles Dickens, Casa desolata, Einaudi
Charles Dickens, Casa desolata, Einaudi

“Ciò che dobbiamo fare, leggendo Casa desolata (Bleak House), è rilassarci e lasciare che sia la spina dorsale a prendere il sopravvento. Benché si legga con la mente, la sede del piacere artistico è tra le scapole. Quel piccolo brivido che sentiamo lì dietro è certamente la forma più alta di emozione che l’umanità abbia raggiunto sviluppando la pura arte e la pura scienza. Veneriamo dunque la spina dorsale e i suoi fremiti. Siamo fieri di essere dei vertebrati, perché siamo dei vertebrati muniti nella testa di una fiamma divina. Il cervello è solo una continuazione della spina dorsale; lo stoppino corre in realtà per tutta la lunghezza della candela. Se non siamo capaci di godere di questo brivido, se non sappiamo godere della letteratura, rinunciamo a tutto questo e concentriamoci sui fumetti, sulla Tv, sui libri-della-settimana. Ma io penso che Dickens si rivelerà più forte”. È interamente racchiuso in questa raffinata, puntuale considerazione di Vladimir Nabokov il senso dell’esperienza estetico-cognitiva offerto da Casa desolata di Charles Dickens, non certo uno dei romanzi più celebri del grande autore inglese ma per molti aspetti un’opera di estremo interesse, e di indiscutibile fascino. Puntuta satira sociale, impareggiabile studio di caratteri (basti pensare allo sterile attivismo filantropico di Mrs Jellyby, talmente impegnata a “salvare” ed “educare” gli indigeni del villaggio africano di Borrioboola-Gha da trascurare qualsiasi altra cosa, in primo luogo i suoi doveri di madre), commedia nera e perfino detective story, Casa desolata è un mosaico narrativo complesso ed elettrizzante, un labirinto di storie che dietro ogni angolo cela sorprese e colpi di scena, uno spettacolo di fuochi d’artificio che esplode in una moltitudine di figure e colori che pare inesauribile e insieme un riflettere caldo, paziente e implacabile sulla natura umana e sulla sua condizione.  

“Pretesto” e filo conduttore della vicenda è una causa legale (Jarndyce contro Jarndyce) che si trascina da moltissimo tempo e sembra ancora assai lontana dalla conclusione – memorabile l’incipit del romanzo, con la vivida descrizione di una Londra novembrina appassita e morente, affondata nel fango e assediata dalla nebbia, nel cui cuore, così fitto da essere impenetrabile, “tiene udienza il Lord Cancelliere. Mai la nebbia sarà tanto fitta, né il fango e la mota così alti da poter eguagliare lo stato di brancolamento e di confusione in cui si trova oggi al cospetto del cielo e della terra la Corte di Giustizia del Lord Cancelliere, scelleratissima e decrepita peccatrice” – gigantesca tela di ragno che avviluppa, seppur con differenti gradi di coinvolgimento, tutti i personaggi del libro, ne domina i destini come il peggiore dei tiranni e, con l’efficacia del più potente dei veleni, ne corrompe gli animi. E sono naturalmente legati alla causa i segreti (come quello che nasconde lady Honoria Deadlock),  le bramosie (dell’avvocato Tulkinghorn e del giovane Richard Carstone, che finisce per farsi ossessionare dalla causa e dal desiderio di vincerla, per sé e per la donna che ama), che come fiumi carsici attraversano la storia, come anche le innocenti, pure resistenze a queste derive (rappresentate soprattutto da Esther, vera eroina della storia); come d’abitudine, Dickens racconta ogni cosa con torrenziale ricchezza d’accenti, lasciando spazio sia alla contagiosa leggerezza della commedia sia alla vivida cupezza del dramma; egli prima conquista il lettore con la suggestiva, rapinosa affabulazione del consumato cantastorie, poi lo “imprigiona” nella rete della sua maestria descrittiva, nell’eccezionale acume psicologico dei suoi ritratti, nel garbo deciso delle sue denunce, nello smascheramento (ironico, ma non per questo meno incisivo) delle ipocrisie, costringendolo a una riflessione che sia specchio, per intensità e profondità, di quella dell’autore, e a una ben definita presa di posizione. Così si chiude il cerchio perfetto dell’“esperienza Dickens” splendidamente riassunto da Nabokov; un viaggio della ragione e dell’emozione, dell’intelletto e del cuore nel mondo di un grande scrittore, “una democrazia magica dove anche certi personaggi assolutamente secondari, anche il più marginale […] hanno il diritto di vivere e di generare”. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Einaudi, è di Angela Negro). Buona lettura.
Londra. Sessione autunnale da poco conclusa e il Lord Cancelliere tiene udienza a Lincoln’s Inn Hall. Implacabile clima di novembre. Tanto fango nelle vie che pare che le acque si siano da poco ritirate dalla superficie della terra e non stupirebbe incontrare un megalosauro, di quaranta piedi circa, che guazza come una lucertola gigantesca lungo Holborn Hill. Fumo che scende dai comignoli come una soffice acquerugiola nera con fiocchi di fuliggine grandi come fiocchi di neve vestiti a lutto, si potrebbe immaginare, per la morte del sole. Cani che si distinguono appena nella mota. Cavalli, infangati fino ai paraocchi, in condizioni di poco migliori. Pedoni, quasi tutti affetti da irascibilità, che si urtano a vicenda con gli ombrelli e perdono l’equilibrio agli angoli delle strade, dove fin dall’alba (ammesso che ci sia stata un’alba oggi) sono già scivolati migliaia di altri pedoni, aggiungendo nuovi depositi alla crosta formatasi sopra lo strato di fango, restando in quei punti tenacemente sul marciapiede e accumulando melma a interesse composto.

Nel labirinto torbido e oscuro di una Londra indimenticabile

Charles Dickens, Il nostro comune amico, Einaudi
Charles Dickens, Il nostro comune amico, Einaudi

Sono pagine di una concretezza impressionante, quasi fisica, quelle che aprono Il nostro comune amico di Charles Dickens, ultimo romanzo compiuto dello scrittore inglese, pubblicato da Chapman e Hall in 19 fascicoli mensili dal maggio del 1864 al novembre dell’anno successivo; pagine di impareggiabile qualità letteraria e nel medesimo tempo cariche di una realtà che non sembra avere nulla di artistico (e forse proprio per questa ragione è arte allo stato puro) né richiamarsi ad alcuna creativa artificiosità; una realtà ben più incisiva di qualsivoglia realismo, che porta il lettore a respirare i miasmi della Londra ottocentesca, a farsi lambire dalle fangose acque del Tamigi, a muoversi circospetto lungo e strade e vicoli di una città ostile, torbida e sudicia, e a toccar con mano la raggelante, inevitabile verità della morte. È in quest’atmosfera buia e opprimente che prende avvio un romanzo di amplissimo respiro, una storia complessa e incredibilmente vivace, che Dickens, con consumata maestria, dilata per oltre un migliaio di pagine raccontando le vicissitudini di uomini di ogni sorta, e incardinando ogni destino nella più ampia prospettiva di un quadro sociale cui l’autore guarda con un misto di ironico disincanto e sincero sdegno. L’amico che dà il titolo all’opera è John Harmon, erede di un’immensa fortuna, che tuttavia potrà godere solo se accetterà di sposare una donna che non ha mai conosciuto. Erroneamente creduto morto – il cadavere ripescato nel Tamigi al principio del libro viene infatti identificato come quello di Harmon – l’uomo ha modo di osservare indisturbato la sua futura sposa e molto altro ancora (compreso se stesso); parallelamente Dickens, grazie al racconto delle sue avventure, coglie l’ennesima opportunità di disegnare indimenticabili ritratti delle passioni umane, ma soprattutto di guardare in faccia il proprio tempo e giudicarlo. Come ben spiega Carlo Pagetti nella prefazione all’opera edita da Einaudi, “la messa in discussione del realismo didascalico, con i suoi valori nitidi e univoci, consente a Dickens di muoversi nel labirinto della città moderna, trasformata e stravolta in un universo fatto di leggi autonome, di esistenze notturne, di luoghi tra di loro inconciliabili eppure contigui, di avvenimenti sorprendenti eppure riconducibili alla storia e alla politica contemporanea. Come un fantasma l’autore di Our Mutual Friendguida i suoi lettori nell’inferno della condizione metropolitana, dove ciò che è familiare si rovescia nel perturbante, e il «nostro comune amico», il misterioso John Harmon che torna dopo 14 anni di esilio a reclamare ciò che gli è dovuto, è costretto prima di tutto a cercare la sua identità smarrita, perduta tra le acque torbide del Tamigi, ridotto alla condizione di uno straniero che osserva inosservato il pulviscolo degli eventi in cui si trova coinvolto, ma, nello stesso tempo, non è da nessuno riconosciuto […], è un uomo invisibile, marginalizzato e insignificante. Un morto vivente”.

Nel felice scioglimento della vicenda, Dickens, che per l’intero romanzo non si è mai allontanato da un registro narrativo crepuscolare, da una prosa greve di preoccupazione e timore, segnata da profondi solchi drammatici – “ogni nuovo passaggio, scrive ancora Pagetti, “mostra il segno di un logoramento, di uno scivolamento verso le regioni delle tenebre, dove regna il silenzio e si avvicina il momento della morte – celebra e abbraccia i valori positivi dell’amicizia, dell’amore, della lealtà e dell’onestà; nella rassicurante scelta del lieto fine, accompagnata dall’equa ripartizione di meriti e castighi a ciascuno dei personaggi che compaiono nell’opera (dai candidi coniugi Boffin, divenuti eredi del patrimonio destinato ad Harmon all’indomani dell’annuncio della sua morte, al cialtronesco e infido Silas Wegg, millantatore di sapere e cultura così spudorato da divenir caricatura di se stesso nel ruolo di “precettore” del signor Boffin, cui legge il celebre lavoro dello storico Edward Gibbon, Storia del declino e della caduta dell’Impero Romano da lui trasformato in Storia della decadenza e scaduta dell’Impero Romano; dagli innamorati Eugene e Lizzy allo stesso Harmon), egli offre al lettore un’ombra di sorriso e un alito di speranza; mai come ne Il nostro comune amico, tuttavia, il provvidenziale intervento di una giustizia distributiva immanente ai fatti suona fragile, precario, prossimo a sfaldarsi completamente. È di nuovo Pagetti a illustrare, come meglio non si potrebbe, questo punto fondamentale, a mio avviso la pietra angolare del romanzo; a lui dunque lascio l’ultima parola: “La «lettura» dell’esistenza nella molteplicità e nella diversità dei testi che la (s)compongono (ad esempio dei cadaveri che emergono dalle acque del Tamigi) sottolinea che il libro-mondo dickensiano non è più regolato da una forza provvidenziale, ma è piuttosto dominato dalle forze del caso più imprevedibile e del caos, a cui vanno ascritte le passioni e le cupidigie di quegli «uccelli da preda» che sono gli esseri umani, come se Dickens avesse già assorbito molte delle implicazioni terrificanti del nuovo sapere scientifico darwiniano”.
Ora eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Ai giorni nostri, ma è inutile precisare l’anno, una sera d’autunno, sull’imbrunire, una barca infangata e dall’aspetto equivoco navigava sul Tamigi fra il ponte di Southwark, che è in ferro, e quello di Lontra, che è in pietra, con due persone a bordo. Le due persone erano un individuo robusto dalla grigia chioma arruffata e dal volto abbronzato dal sole e una fanciulla bruna di diciannove o vent’anni, che gli rassomigliava talmente da farla riconoscere come sua figlia, La ragazza remava, maneggiando con grande destrezza i due remi, e l’uomo, con le mani appoggiate alla cintura, stringeva le funicelle allentate del timone e si guardava attorno ansioso. Non aveva con sé né reti né amo né canna: non poteva quindi essere un pescatore. Non poteva essere un barcaiolo, perché la sua barca non era dipinta, non aveva alcuna scritta e neppure un cuscinetto sopra il sedile, non conteneva altro che un rotolo di funi e una gaffa arrugginita. E infine non poteva essere uno scaricatore e neppure uno spedizioniere fluviale, poiché la sua imbarcazione era troppo piccola per servire al trasporto di merci. Nulla in lui indicava cosa stesse cercando, ma qualcosa cercava con quello sguardo attento e indagatore. La marea, che da un’ora circa era mutata, stava calando, e l’uomo osservava le minime increspature che si producevano sulla vasta distesa, mentre la barca presentava al riflusso ora la prua ora la poppa, a seconda delle direzioni che l’uomo indicava alla figlia con un cenno del capo. Questa scrutava il volto del padre con la medesima attenzione con cui lui scrutava il fiume, ma nel suo sguardo ansioso vi erano orrore e paura.