Au bout de l’homme

Recensione di “Viaggio al termine della notte” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, Corbaccio

È un viaggio nel cuore dell’uomo, di ogni uomo, e nelle tragedie del suo tempo (la catastrofe immane della Grande Guerra, l’America post bellica, già sedotta e consumata dal cancro della massificazione produttiva e consumistica, i soprusi e gli orrori delle politiche coloniali e l’abiezione dei loro alfieri e fantocci, il degrado e la miseria morale dell’egoismo dei poveri, degli ultimi, che ciechi e sordi alla pietà guardano alla finzione del buon nome, al miraggio della rispettabilità sociale come al più prezioso dei tesori, sacrificando a questa chimera finanche la loro ultima scintilla di umanità) quello che Louis-Ferdinand Céline compie nel suo lavoro letterario più noto, quel Viaggio al termine della notte che lo impose all’attenzione del pubblico e della critica come lo scrittore più talentuoso e dirompente del Novecento. Creato da Dio per dare scandalo (così ebbe a definirlo Bernanos), Céline è più l’ecce homo che lo scandalo lo indica, lo addita, lo rivela; la sua voce unica, stridula e calda a un tempo, mescola l’enfasi eccitata dello strillone che invoca l’attenzione della strada alla lucida verità profetica di Cassandra, la cui forza travolgente non è tuttavia sufficiente ad abbattere il muro di insensibilità, ignoranza, paura e menzogna del prossimo; e ancora ha le deliranti tinte d’incubo dell’insulto, del ribaltamento grottesco di tutte le prospettive, del rovesciamento violento del buon senso, che è impietoso smascheramento del vero, di quell’indicibile che è la sostanza ultima del vivere; e di nuovo la voce si muta in altro, cresce di un’ottava nell’infinita scala musicale dell’espressività, nella conflagrazione del dire senza riserve, del confessare, del rivelare e si fa disperazione cinica, diviene quel particolarissimo, estenuato odio che è la devastazione dell’assenza d’amore, si scoglie in un pianto dirotto che è resa all’imbarbarimento del mondo, alla sua fine che si compie ogni giorno. Solitaria e irraggiungibile, la voce di Céline nel Voyage è quella del suo alter ego Bardamu, la cui odissea è la vita stessa del suo autore, spesa in una lotta impari, in una donchisciottesca tenzone che nulla ha della morbidezza del sogno e della purezza della poesia, con l’artificio retorico, forma perfetta della menzogna, dell’inganno perpetrato dall’uomo verso l’uomo. Continua a leggere Au bout de l’homme

Destouches, medico dei poveri

Recensione di “Morte a credito” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito, Tea

Lacerante come solo la sincerità priva di compromessi sa essere. Louis-Ferdinand Céline è un romanziere che non permette equidistanza, indifferenza. La sua prosa ti trascina con sé, irresistibile come il mugghiare di acque prossime a rovesciarsi in una cascata, e ti porta ad amare incondizionatamente l’autore oppure a odiarlo senza pietà. È forse lo scrittore cui devo di più. Guardare la vita con gli occhi di Céline, misurarla con il suo metro, è un atto di coraggio, trascende la comune esperienza estetica per farsi carne e sangue. Il tormento che scatena può far pensare alla sofferenza procurata dai riti di passaggio che in contesti tribali segnano l’ingresso nell’età adulta. Se siete pronti alla maturità, cominciate pure a leggere. Ogni romanzo è storia a sé, ma se desiderate seguire un ordine cronologico allora partite da Morte a credito (mirabilmente tradotto da Giorgio Caproni). È forse l’immagine del medico della Antologia di Spoon River, reietto e disprezzato dai colleghi perché disposto a curare i poveri (coloro che, non potendo pagare la sapienza libresca, non hanno diritto di goderne i benefici), così magistralmente tratteggiata tratteggiata da Edgar Lee Masters nella sua opera e ripresa con non comune sensibilità artistica e umana da Fabrizio De André nell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo (E allora capii/fui costretto a capire/che fare il dottore è soltanto un mestiere/che la scienza non puoi/regalarla alla gente/se non vuoi ammalarti dell’identico male/se non vuoi che il sistema ti pigli per fame) quella che meglio si attaglia alla figura di Céline, scrittore viscerale, apocalittico e abissale, così lucidamente realista da apparire visionario, insuperato per potenza espressiva. Continua a leggere Destouches, medico dei poveri

L’uomo condannato

Recensione di “Normance” di Louis-Ferdinand Céline

Louis Ferdinand Céline, Normance, Einaudi

Il tempo dilatato dal ricordo, il passato, cicatrice della memoria, l’ossessivo ripresentarsi di quel che è accaduto trasfigurato di volta in volta dalla rabbia, dal delirio, dal desiderio, dalla paura, dalla volontà caparbia di non arrendersi, di non tradire se stessi. Più di qualsiasi altro scrittore, Céline ha reso letteratura la propria vita, ha donato al suo spirito indomito e malato il miracolo irripetibile di un linguaggio multiforme, fiammeggiante e tragico, capace di affacciarsi al sublime e di tossire roco come una bestemmia masticata a mezza voce, talmente coraggioso da riuscire a smascherare la verità (anche la più atroce, anche la più meschina) e nello stesso tempo così intossicato da se stesso, dalla propria delirante grandezza, da sprofondare in incubi grotteschi. Normance, un assoluto capolavoro di scrittura, pubblicato da Gallimard nel 1954, segna una tappa importante nel percorso artistico ed esistenziale del grande scrittore francese. Più di Viaggio al termine della notte e di Morte a credito (le sue opere più note), infatti, questo romanzo mette al centro l’uomo Céline e insieme lo smembra, riducendolo ad attore tra gli altri (o meglio a spettatore) di un evento esterno: la guerra. Continua a leggere L’uomo condannato

Gli uomini mentono troppo

Recensione di “Pantomima per un’altra volta” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Pantomima per un’altra volta, Einaudi

L’attesa nervosa e il precipitarsi della fuga, l’esilio e la cattura, il carcere e la degradazione, e infine il ritorno in patria, il cerchio che finalmente si chiude e che proprio nel momento in cui si chiude viene scardinato dalla memoria, dal risentimento, dalla vendetta, dall’allucinazione, dal bisogno insopprimibile, dalla vitale necessità di scrivere storie per riscrivere la storia. «Nel fondo di questa miseria si forma un libro nonostante tutto […]. La ricamatura del Tempo è musica […]. Io sono ai ricordi…»; l’oscurità dell’oggi è una linea d’ombra, un passaggio quasi invisibile, inavvertito al mondo, dal quale erompono i fuochi d’artificio di un passato brandito con selvaggio orgoglio, come fosse lo scalpo di un nemico vinto – “Ferro per ferro! Alé! Guardia! e tutta la lama, e a fondo! pettorale! dove che eravate all’agosto ’14?… ridomando!… no nelle Fiandre?… né Charloroi?…» – e assieme a esso il fiammeggiare osceno, lo scandalo violento di una condizione vissuta come suprema ingiustizia e denunciata a piena voce, urlata, esposta nuda agli occhi di tutti come il vile accanimento del trionfatore nei confronti del vinto: «Oh ma mica solo che la pellagra al ciuffo del culo! L’Articolo 75 e la Sbarra! quattro mandati annullati, rimessi su! […]. Voi mi fare cagare con Brasillach! Ha manco avuto il tempo di raffreddarsi, l’hanno fucilato a caldo! Me, è l’imputridimento di anni qua in questo buco con le otarie a destra, sinistra, di fronte, che io tollero no! I sorveglianti coi fischietti neppure! Più l’Hortensia e i suoi lazzi! Anche così decaduto qua come sono è mica sopportabile, raccontabile! A meno di ridere, beninteso!». Continua a leggere Gli uomini mentono troppo

Prolèt libero, Popòl prende tutto

Recensione di “Mea Culpa” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda
Louis-Ferdinand Céline, Mea culpa, Guanda

1936. Di ritorno da un viaggio a Mosca e Leningrado, di ritorno dalla terra dell’uomo nuovo, dall’utopia finalmente realizzata, dalla sola dittatura non solo desiderata e desiderabile, ma finalmente compiuta, quella del proletariato, Louis-Ferdinand Céline scrive Mea Culpa, poco più di una ventina di pagine che, lungi dal limitarsi a narrare quel che ha visto (e soprattutto compreso) della Russia post-rivoluzionaria, del “paradiso socialista”, offrono un ben preciso orizzonte geografico (nient’altro che un pretesto, in realtà, un’occasione come un’altra per continuare a dedicarsi alla scrittura) al tema cardine di tutta la sua produzione letteraria: la denuncia, tanto più sardonica quanto più autentica, di quell’oscena menzogna, di quell’avvilente spettacolo di vile ignoranza, disgustosa crudeltà e ripugnante opportunismo che ha l’altisonante nome di umanità.

Quell’umanità, che, scrive Céline, sa essere umana, “pressappoco quanto la gallina sa volare” (cioè solo se le si assesta un ben calibrato calcio in culo, salvo poi, esaurita la spinta, ecco l’animale ripiombare subito nella melma, tornare obbediente alla propria natura, ai propri bassi istinti), e dunque riesce a stillare qualche goccia di nobiltà da sé solo “sotto il colpo di una catastrofe” – e anche, se non in special modo per questa ragione, aggiunge il grande scrittore francese, è saggio attendere almeno vent’anni per giudicare una rivoluzione, quale essa sia – è scandalosamente identica a se stessa a ogni latitudine, tanto nelle ormai libere e felici lande dell’Est riverniciate d’uguaglianza, quanto nei più cupi abissi dello sfruttamento capitalista.

Ma è in Russia, e solo per un accidente cronologico (che tuttavia ha la sua importanza nella vita di un autore) che quella misera, pietosa finzione chiamata uomo, quel grumo informe di animaleschi bisogni primari, vanità e corruzione che sempre si affanna più a procurare mali ad altri che a provvedere alla propria felicità, scintilla; è qui, nell’epicentro di quel ridicolo sisma di parole vuote buone per tutte le stagioni che le teste d’uovo di ogni oligarchia al potere chiamano propaganda, che la grande presa in giro del rinnovamento, della gioia, della giustizia, dell’Eden non più riconquistato ma ricostruito (e addirittura migliore dell’originale!), che il luccicante teatro dell’idiozia offre  il suo spettacolo migliore.

C’è, nella tragedia comunista, osserva perfidamente Céline, una sorta di incosciente innocenza che la rende, rispetto a tutto quanto l’ha preceduta, ancora più ripugnante; l’inganno perpetrato ai danni dell’uomo, e cui l’uomo stesso ancora una volta così volentieri si sottomette perché è nel suo interesse o perché solo in questo modo riesce a sopravvivere, in attesa di altri tempi, che prima o poi verranno a sparigliare tutte le carte per rimetterle, un istante dopo, nello stesso ordine in cui erano – “Ma i Soviet cadono nel vizio, loro, negli artifici ballistici. Conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercano di farcire la merda, di servirla al caramello. È questa l’infezione del sistema. Ah! l’hanno ben sostituito, il padrone! Le sue violenze, le sue scempiaggini, le sue furbizie, tutte le sue puttanerie pubblicitarie! La sanno vender bene la loro roba! C’è mica voluto tanto! I nuovi sfruttatori son già lì sul podio!… Guardateli, i nuovi apostoli!… Tutti pancia e a cantare!… Bella Rivolta! Magnifica Battaglia! Misero Bottino!” – è nello stesso tempo così ben architettato e così scoperto, così trasparente, così nudo, da muovere sia al riso sia all’indignazione, da far piangere di rabbia e ghignare fino alle lacrime.

Così è fin troppo facile per Céline e per quelle sue violentissime, immaginifiche (ma sempre esatte, perfette) iperboli che così bene definiscono quel che siamo, ci mostrano la nostra natura, sbeffeggiare il “popolo sovrano del Soviet” battezzandolo con i nomi (tanto orgogliosamente russi!) di Popòl, Prolèt e Prolevic, e non importa che questo suo “russificare” il proprio odio (che non ha nulla di geografico ma è squisitamente metafisico, filosofico, e abbraccia ogni angolo di pianeta, abitato, e perciò stesso distrutto, dall’essere umano) fornisca, ai severi custodi della “Rivoluzione del buono e del giusto” (in Russia come altrove) il destro per cancellarlo dalla coscienza del popolo, per bollare Mea culpa come un ingeneroso cumulo di sciocchezze vomitate con furore (e perché no, anche con invidia!) da un perverso filo-nazista, perché quel che conta, la sola cosa che davvero ha importanza è dire, raccontare, svelare, dare una possibilità al vero di non morire soffocato dal suo opposto, di non essere assassinato dalle convenienze, da ciò che serve, di non finire sgozzato dall’affilatissimo rasoio dell’utile.

Distorce, Céline, la realtà che descrive? Non più di quanto ognuno di noi avveleni, inquini l’oggettività di tutto quel che accade (ammesso che questa oggettività sia in qualche modo individuabile) semplicemente vivendolo, lasciando la propria impronta sul suolo neutro delle cose e del mondo. Un difetto inevitabile, dunque, sempre che di difetto si possa parlare, un difetto mille volte preferibile alle soavi ma letali promesse senza sosta cantate dalle sirene d’Ulisse della politica e dell’umanesimo a buon mercato.

Eccovi l’incipit dell’opera. La traduzione, per Guanda, è di Giovanni Raboni, autore anche di una bella introduzione. Buona lettura.

Quel che seduce nel Comunismo, il supervantaggio per dirla tutta, è che un giorno di questi ci smaschera l’Uomo, finalmente! Gli toglie di dosso le «scuse». Sono secoli che ce la dà a bere, lui: gli istinti, le sofferenze, le intenzioni mirifiche!

L’era della malafede

Amélie Nothomb, L'igiene dell'assassino, Guanda
Amélie Nothomb, Igiene dell’assassino, Guanda

Non si odia quando si smette di amare, si odia (sgomenti, atterriti e in buona misura increduli) quando si comprende, senza possibilità d’errore, che non esistono ragioni per amare coloro che con tutte le nostre forze desidereremmo amare. L’odio, dunque, non è il passo conclusivo di un traumatico cortocircuito emotivo dapprima inghiottito nel silenzioso, impotente cono d’ombra della delusione e poi consumato nell’impetuosa irrazionalità della frustrazione e della rabbia; è il prodotto – esatto, gelido, implacabile – di un ferreo ragionare, il risultato incontestabile di unequazione; è la nuda presa d’atto di una verità evidente, la negazione netta di ogni possibile meccanismo di negazione, di qualsiasi giustificazione si possa concepire. Si odia per la semplice, terribile ragione che non esiste alcuna ragione per amare. Fu Louis-Ferdinand Céline a comprenderlo prima e meglio di tutti, e a fare di questo amore impossibile, di questo “gratuito sporgersi” verso il prossimo cancellato alla radice dal prossimo stesso, la pietra angolare dei suoi splendidi e laceranti romanzi, ed è a Céline, e al suo atroce disvelamento dell’“enigma uomo” (la cui sconfinata miseria spirituale non ha purtroppo nulla di enigmatico), che guarda, con cinica simpatia e perfida arguzia, l’autrice belga Amélie Nothomb nel suo folgorante e delizioso romanzo d’esordio: Igiene dell’assassino. Céline, infatti, in più di un’occasione evocato e incensato (a sproposito, come si scoprirà a lettura ultimata), è il modello, letterario, etico ed esistenziale, del protagonista del romanzo della Nothomb, il misantropo, crudele, talentuosissimo scrittore, premio Nobel per la Letteratura, Prétextat Tach. Programmaticamente disgustoso nel fisico (obeso, imberbe, simile in tutto e per tutto, eccezion fatta per la voce, a un eunuco), che nelle intenzioni della Nothomb vuole essere specchio fedele della sua distorta moralità, Tach, alla bella età di ottantatré anni, si scopre affetto dalla rarissima “sindrome di Elzenveiverplatz”, una forma di cancro delle cartilagini che lascia all’uomo non più di due mesi di vita. Così, in vista della fine, il grande scrittore decide di abbandonare l’isolamento nel quale è vissuto fino a quel momento e di concedersi alla stampa per una serie di interviste, cinque in tutto. Ed è con i malcapitati professionisti dellinformazione che si presentano alla sua porta che il moribondo Prétextat Tach ha modo di esibire, sulle ali di un’eloquenza tanto squisita quanto tagliente, il suo disprezzo per il mondo. I suoi faccia a faccia con i giornalisti, che l’autrice conduce con indubbia maestria, sono vere e proprie battaglie dalle quali, invariabilmente, Tach, lo scrittore in punto di morte, talmente grasso da potersi muovere solo in sedia a rotelle, esce trionfante, tra le mani i resti sanguinolenti delle certezze dei suoi interlocutori. E sempre l’ombra di Céline (come Tach, uno degli scrittori meno letti in assoluto) fa capolino a benedire e giustificare l’odio di Prétextat Tach, il suo furibondo scagliarsi contro l’umanità intera, contro la gente: «Ci sono mille ragioni per detestare la gente. La più importante, per me, è la sua malafede, assolutamente granitica. Questa malafede non è mai stata tanto in auge come oggi. Ho conosciuto molte epoche, cosa crede: posso tuttavia affermare di non avere mai detestato tanto un’epoca quanto questa. L’era della malafede nel suo massimo rigoglio. La malafede è molto peggiore della slealtà, della doppiezza, della perfidia. Essere in malafede è mentire innanzi tutto a se stessi, non per eventuali problemi di coscienza, ma per la propria sciropposa autosoddisfazione, usando paroline come ‘pudore’ o ‘dignità’. E poi mentire agli altri, ma non con menzogne oneste e cattive, non per fare casino, no: menzogne ipocrite, menzogne light, che ti rifilano con un sospiro come se dovessero far piacere».

Quattro giornalisti, uno dopo l’altro, cadono sotto i colpi di Tach, crollano, travolti dalla slavina della sua idiosincrasia, finché, al momento dell’incontro tra Prétextat Tach e la quinta e ultima giornalista (l’unica donna del gruppo), le cose cambiano. Di fronte a un’avversaria finalmente degna di lui, il grande scrittore perde il controllo della situazione; lo scambio di battute non è più il divertente e maligno gioco del gatto con il topo che è stato fino a poco prima e comincia a somigliare sempre più a un interrogatorio, un interrogatorio che si fa via via più stringente, più assillante, e che porta Tach fino ai confini di qualcosa che somiglia a una confessione. Costretto ad abbandonare Céline, a non nascondersi più dietro allo scrittore e all’uomo che forse ha letto ma non ha mai davvero conosciuto e soprattutto capito (e del cui odio disperato e autentico non sa nulla di nulla) – «Mi parli di un individuo che lei ha conosciuto». «Be’, Céline, per esempio». «Ah, no, non Céline». «Come? Non è abbastanza interessante per la signorina?». «Mi parli di un individuo che ha conosciuto in carne e ossa, con cui ha vissuto, parlato, ecc.». «L’infermiera?» – Prétextat Tach finisce per ammettere di aver vissuto gran parte della sua vita prigioniero proprio di quella malafede che con così ispirati accenti ha dileggiato, soffocato da una spirale di menzogne create ad arte per nascondere un atroce segreto, un segreto che secondo lui ha che fare con l’amore ma che in realtà si rivela essere null’altro che unodiosa forma di tirannia, il più patente e vergognoso tradimento dell’amore. 

Tambureggiante nel ritmo, stilisticamente vivacissimo, ispirato e intelligente nella sua ironia metaletteraria, Igiene dell’assassino è senza dubbio un lavoro riuscito, un romanzo che seduce, conquista e sa farsi ricordare.

Eccovi l’incipit. La traduzione per Guanda, è di Biancamaria Bruno. Buona lettura.

Quando fu di dominio pubblico che l’immane scrittore Prétextat Tach sarebbe morto due mesi dopo, i giornalisti di tutto il mondo sollecitarono interviste private con l’ottuagenario. Il vegliardo godeva, certo, di un prestigio considerevole; fu comunque grande lo stupore di veder accorrere al capezzale del romanziere francofono rappresentanti di quotidiani del calibro (ci siamo permessi di tradurre) della «Voce di Nanchino» e del «Bangladesh Observer». Così, due mesi prima della morte, il signor Tach poté farsi un’idea dell’ampiezza della propria fama.

Una stazione della via della croce

Recensione di “Bagatelle per un massacro” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Bagatelle per un massacro, Guanda

È difficile accostarsi all’opera controversa di un maestro. Arduo scoprire nella genialità espressiva, nell’estetica disperata della forma (che perfettamente coincide con la sostanza), nella verità rivelata con la sincerità piena e irresponsabile del vinto, di chi, messa definitivamente da parte la speranza non ha più ragione di temere nulla e anzi si espone quasi con voluttà al perbenismo ferino del mondo, la corruzione di un odio che, spinto oltre se stesso, deraglia, rompe ogni argine e, come un veleno per il quale non esiste antidoto, sembra intossicare tutto ciò che sfiora. Impressiona aggirarsi nel rigoglio letterario di una prosa tumultuosa e infaticabile, che ha l’impazienza frenetica dello sfogo e l’ardore allucinato del risentimento, della rabbia, e nello stesso tempo venir costretti alla contemplazione dolorosa di un deserto d’emozioni spazzato unicamente da cieche folate di crudeltà.

In una parola, lascia senza fiato leggere Bagatelle per un massacro di Louis-Ferdinand Céline, libro maledetto condannato dalla storia come ignobile, vergognoso pamphlet antisemita, opera-scandalo che al suo apparire in Francia (venne pubblicata nel 1937) trovò favorevolissima accoglienza tra il pubblico (contribuendo così suo malgrado a smascherare il diffuso sentire antiebraico del Paese) e che è insieme così simile e così opposta ai capolavori Morte a credito e Viaggio al termine della notte che avevano visto la luce soltanto pochi anni prima.

Simile nell’ineguagliabile splendore narrativo e nella denuncia preziosa della sostanziale ipocrisia del vivere (o per dir meglio dell’esser vivi), e diverso fino ad apparire mostruoso nella scelta del bersaglio polemico (gli ebrei, anzi, l’ebreo, archetipo di tutti i mali, cuore oscuro dei peggiori complotti, segreto reggitore del mondo e causa prima e ultima delle sue disgrazie) e nell’accanimento posto a distruggerlo. E le parole sembrano mancare, di fronte a questo libro, perché Céline è scrittore troppo grande e uomo troppo onesto nelle sue gigantesche imperfezioni per subire la mortificazione di giustificazioni, o peggio di banalità spacciate per ragioni, per spiegazioni. Come ben spiega Ugo Leonzio nella prefazione all’edizione italiana di Bagatelle per un massacro pubblicata da Guanda, “Ogni metodo usato per situare o circoscrivere questo disumano atto d’accusa e di autoaccusa rischia di apparire funesto o ridicolo: ridicole le motivazioni patologiche («un momento di follia») e quelle estetiche («l’antisemitismo è solo una metafora dell’odio per il mondo»); funeste quelle psicologistiche («Céline vuole fare scandalo perché in una fase di impotenza creativa») e quelle enigmatiche («Bagatelles è un pamphlet antisemita ma noi non sappiamo cosa siano gli ebrei per Céline»)”.

Come affrontare, dunque, le Bagatelle céliniane? Non certo, a mio giudizio, accusando l’autore di aver tradito se stesso scrivendo questo livoroso libello; un po’ perché non è certo il livore a mancare nella produzione letteraria di Céline considerata nel suo insieme (in questo blog trovate diverse recensioni dei suoi romanzi), ma soprattutto perché il grande francese è sempre stato lucido nel suo delirio umano e letterario, e ha deliziato, provocato, insultato, esaltato e deluso lettori, amici e nemici con studiata indignazione, vivendo interamente in ogni parola scritta, respirando in ogni frase, urlando in ogni pagina.

Non c’è ombra di pentimento nei suoi romanzi, proprio come non c’è ammissione di colpa; Céline, esperto d’uomini come nessun altro, non spreca tempo a interrogare se stesso, non si balocca con l’autocoscienza e la confessione. Quel che ci racconta è sì la sua vita, ma riflessa in quella degli altri; egli è testimone del folle e tragico spettacolo del mondo e quando l’insensato girotondo della vita lo prende con sé per scaraventarlo tra gli altri, semplicemente gli usa violenza, lo costringe a sporcarsi le mani, a misurarsi di nuovo con il più grande dei dolori, quello del tradimento.

E il tradimento di cui Céline è vittima, quello che lui, medico dei poveri prima che scrittore, dichiara senza sosta di aver patito e di patire, è quello dell’amore negato. L’uomo, ci dice Céline, non merita il sacrificio dell’amore, e gli accenti di profonda disperazione che colorano questa sua ammissione spalancano le porte alla distorta rivalsa dell’odio, che nella sua furia non spreca tempo a far distinzioni. Così, l’ansia di giustizia, priva di freni, diviene condanna di tutte le ingiustizie, delle reali come delle immaginate, e l’opposizione al potere e alle sue prevaricazioni rifiuto di ogni meccanismo del potere (compresi quelli indispensabili), ripulsa di ogni incarnazione, anche in questo caso delle reali come delle immaginate (il borghese, l’ebreo, il massone… chiunque si possa agevolmente vestire con i panni del nemico per eccellenza, buoni per ogni stagione).

Bagatelle allora? Bagatelle è tutto tranne un infortunio, un passo falso; è invece una tappa della discesa agli inferi di Céline, una stazione della sua via della croce. Con ogni probabilità, una delle più dolorose. “È curioso”, scrive ancora Leonzio, “come […] io veda accostarsi a Céline la figura prepotente di Karl Kraus, dell’ebreo Kraus. Per questi scrittori-attori, la corruzione non è solo un’irresistibile seduzione ma la testimonianza di un’irriducibile fedeltà alla vita […]. Io non credo che l’odio sia la tragedia dell’istinto ma la forma più perversa del dolore umano, dolore che si manifesta in un solo modo nel mondo e negli spazi infiniti: come privazione d’amore. L’odio è la forma più profonda e incomunicabile dell’amore”.

Tralascio, perché mai come in questo caso è cosa superflua, la trama dell’opera e vi lascio all’incipit di Bagatelle per un massacro. La traduzione è di Giancarlo Pontiggia. Buona lettura.
Il mondo è pieno di gente che si dice raffinata e che poi non è, ve l’assicuro, raffinata neanche tanto così. Io, servitor vostro, credo davvero di esserlo, un raffinato! Sputato! Autenticamente raffinato. Fino a poco tempo fa, facevo fatica ad ammetterlo… Resistevo… E poi un giorno mi sono arreso… Al diavolo!… Però sono un po’ infastidito dalla mia raffinatezza… Cosa si finirà per dire? Pretendere?… Insinuare?… Un vero raffinato, raffinato per diritto, per costume, garantito, di solito deve scrivere almeno come il sig. Gide, il sig. Vanderem, il sig. Benda, il sig. Duhamel, la signora Colette, la signora Femina, la signora Valéry, i “Théatres Français”… sdilinquirsi nella sfumatura… Mallarmé, Bergson, Alain… spompinarsi l’aggettivo… goncourtizzare… cristo! Inculare le mosche, frenetizzare l’Insignificante, cinguettare in pompa magna, pavoneggiarsi, chicchirichire ai microfoni… Rivelare i miei “dischi preferiti”… i miei progetti di conferenze….

La carta è stanca

Louis-Ferdinand Céline, Rigodon, Einaudi
Louis-Ferdinand Céline, Rigodon, Einaudi

Sono pagine furenti e spossate, livide e febbrili, schiumanti di impotente indignazione e profetici deliri quelle che compongono Rigodon, romanzo che conclude la Trilogia del Nord di Louis-Ferdinand Céline e insieme ultimo lavoro del grande scrittore francese. Più di ogni altro, Céline ha legato, o per dir più esattamente sovrapposto, il proprio destino personale alla convulsa genialità della sua prosa, trasformato la sincerità in verità, reso l’odio la forma più pura di confessione e l’ossessione nient’altro che la legittima espressione del dolore. Confitti nel tempo, germogliati nella storia, i suoi romanzi vivono in realtà in una dimensione sospesa, che annulla ogni distanza tra passato e presente; le macerie dell’oggi, che l’autore descrive con allucinata precisione – “Vedo bene che Pulet mi tiene il muso… Poulet Robert, condannato a morte… parla mica più di me nelle sue rubriche – sono un pretesto narrativo per agganciarsi a ciò che è accaduto, alle vicende narcisisticamente tragiche di una vita spesa in solitudine, in fuga, alla disperata ricerca di un senso, di un istante di quiete – “Eccoci qui!… omaggio al lettore!… inchino!… ci ritroviamo allo stesso punto… Harras è partito… agire adesso o mai più!… abbiamo l’essenziale, il permesso firmato, timbrato Reichsbevoll…”. Testimone allo stesso tempo lucido e folle del suo tempo, ma soprattutto grande conoscitore della natura umana, Louis-Ferdinand Céline si spinge fino a reinventare il passato (in special modo la guerra e i suoi orrori), affidandogli la responsabilità della memoria, costringendolo alla condivisione del ricordo e infine concedendogli il dono più prezioso, quello della libertà creatrice dell’immaginazione. A tal proposito scrive Henri Godard nella prefazione alla Trilogia del Nord pubblicata da Einaudi-Gallimard (Biblioteca della Pléiade): “… le peripezie della narrazione hanno quasi tutte qualche fondamento «reale», ma […] nessuna è trascritta tale e quale: non c’è nessun aspetto di questo reale che non possa essere modificato […]. Non c’è niente, in questi tre volumi di sedicenti ricordi, che non porti il marchio sia di questo momento da incubo della Storia che, come si suol dire, sorpassa l’immaginazione, sia al tempo stesso dell’immaginazione che se n’è per l’appunto appropriata. Fra i ricordi, senza dubbio numerosi, di quegli otto o nove mesi passati in Germania, l’immaginazione non conserva che quelli sui quali può esercitare la propria azione, e li rimodella secondo delle leggi ch’erano già state le sue in tutti i romanzi precedenti”. Proviamo dunque a considerare Rigodon da questa prospettiva, leggiamolo come un’autobiografia illegittima, in una certa misura perfino apocrifa; lasciamoci guidare dalla continuità tematica e temporale con gli altri due capitoli della Trilogia (gli splendidi Da un castello all’altro e Nord, di cui ho già scritto), scopriamo quel che succede all’autore, alla sua famiglia e ai suoi amici, in cerca di un modo per lasciare la Germania invasa dagli Alleati e prossima al collasso e alla resa definitiva, tuffiamoci in quel “mondo alla rovescia” che Céline dipinge, con maestria impareggiabile, come il peggiore degli incubi senza tuttavia mai smettere di ripeterci che si tratta del mondo vero, dell’unico mondo possibile, quello in cui tutti siamo condannati a vivere, ma non dimentichiamo che questo suo piccolo capolavoro, così estenuato in alcuni passaggi (quasi che l’autore sentisse incombere su di sé la fine; Céline morì poche ore dopo aver comunicato all’editore di aver terminato il libro) ha la medesima, dirompente energia del Viaggio al termine della notte e di Morte a credito, ed è attraversato dalla stessa stravolta, fiammeggiante ironia. “Dal Viaggio alla Trilogia”, scrive ancora Godard, “nonostante il lungo intervallo e la frattura apparente provocata dagli scritti polemici, non c’è rottura. Essendo al contrario, considerata nel suo insieme, il racconto di un’erranza appena interrotta da tappe sempre provvisorie, la Trilogia ritrova forse meglio dei romanzi intermedi quello schema narrativo proprio del Viaggio, in particolar modo nella sua prima metà”.

Colui che più di ogni altro ha fatto coincidere vita e scrittura si consegna, luci e ombre, nei suoi romanzi. Nel primo come nell’ultimo.

P.S. Il titolo del post è un omaggio a Guido Ceronetti, autore di un bellissimo volume, pubblicato da Adelphi (in prima edizione nel 1976) e intitolato appunto La carta è stanca. Nel libro si parla anche di Céline.

Eccovi, invece dell’incipit, uno dei momenti a mio parere più belli del romanzo. L’arrivo del treno che dovrebbe condurre Céline alla salvezza. La traduzione è di Giuseppe Guglielmi. Buona lettura.
Sente qualcosa… è vero! sciutt! sciutt! un treno… ansimante… lontano ancora e pieno di fumo… sciut!… questo deve essere il Berlino-Rostock… da otto giorni che è annunziato… ma i biglietti? chiedo intorno… c’è più biglietti, più sportelli, si sale su così… si pagherà più tardi, che dicono… ma si sale in che modo? qua adesso lo si vede sto accelerato… è tutto di legno… cinque… sei vagoni… così irti direste da tutto quello che spunta dai finestrini… dei bruchi sono a questo modo, ispidi, irti… qua vedete tutto quello che spunta… cento braccia, cento gambe… e delle teste!… e dei fucili!… conosco dei metrò da scoppiare, dei treni così strapieni che ci introdurresti manco un dito, ma qua sto verme di accelerato è così imbottito, così irto di gambe, di braccia, di teste, che sei forzato a ridere.. tutto quello che gli spunta dai vetri… si avvicina… psciutt! psciutt! ma è mica tutto lì!… subito appresso la locomotiva, un pianale, un cannone e degli artiglieri….

L’accanito vivere di un “cronista della natura umana”

 

Louis Ferdinand Céline, Nord
Louis Ferdinand Céline, Nord

“Non vedendo altra speranza se non in una direzione della rosa dei venti, quel Nord che dà il titolo al volume centrale della trilogia, la bussola costantemente in mano – ultima guida possibile in un simile mondo al tempo stesso ingannevole e fuori orbita – Céline zigzaga attraverso la Germania del 1944 come Bardamu attraverso le Fiandre e le Ardenne nel 1914. Dappertutto la morte lo minaccia, e sotto mille forme – pallottole e bombe, trucchi, trappole, complotti, carestia. Va di rifugio precario in rifugio precario, dorme solo a metà, acconsente a tutto per salvare la sua vita e quella di coloro di cui è responsabile. Non è più altro se non questo accanimento a vivere, pallina saltellante al di sopra del getto d’acqua in un tirassegno da fiera, immagine stessa dell’uomo minacciato. Ma lui stesso non è esente dall’aver desiderato, o persino ricercato, questa situazione. Bardamu, come si ricorderà, si era lui stesso arruolato. Analogamente nel 1944, non è un caso se, fra tutte le diverse possibilità che aveva per fuggire, Céline sceglie quella che lo obbliga ad attraversare il paese destinato chiaramente a diventare l’ultimo campo di battaglia. «Mi ci trovavo dentro per curiosità», confessa nel 1960”. Così Henri Godard riassume Nord, secondo capitolo della Trilogia del Nord di Louis Ferdinand Céline (del primo volume dell’opera, Da un castello all’altro, ho già scritto in questo blog), viaggio allucinato nel cuore di un Germania devastata, destatasi d’improvviso dal sogno folle del Reich millenario e alle prese con la propria agonia. Il grande scrittore francese vive in prima persona il doloroso risveglio tedesco; la disfatta, con tutto quel che porta con sé (in primo luogo il ritorno dell’uomo al suo naturale stato di ferinità, all’arbitrio incontrollabile dell’istinto di sopravvivenza personale, cui tutto è sacrificabile) è materiale preziosissimo per chi, come lui, ha dedicato la vita al negletto mestiere di “cronista della natura umana”. Testimone oculare della vita, dei suoi rari eroismi, dei suoi abissi e delle sue infinite miserie, Céline veste di sacrificio la propria odissea e racconta la deriva di un mondo intero aggrappandosi a una guerra perduta, e a tutte le tragedie che porta con sé, come se non si trattasse d’altro che di un semplice espediente narrativo, di una storia “a portata di mano”. La forte unità tematica riscontrabile nella Trilogia del Nord non è un’eccezione nella produzione di questo eccelso romanziere (a mio avviso uno degli autori più significativi del Novecento), ma la continuazione di un discorso, o meglio di un tema, che costituisce l’ossatura, il fondamento, della sua magistrale fatica letteraria. Céline, infatti, medico di professione, è uno studioso d’uomini; la sua penna arriva dove i ferri del mestiere non possono giungere, all’anima, ai sentimenti, alla volontà, in una parola a quella vita dello spirito che dovrebbe caratterizzarci come esseri umani e che l’autore, invece, non riesce a non vedere per ciò che realmente è: una teoria di miserie, uno spettacolo di desolazione e morte, in nulla dissimile da quello offerto dalla Germania prossima alla capitolazione. E così Céline, quasi inevitabilmente, si trova a vestire i panni del giudice, e attraverso la sua scrittura ruvida, tagliente, diretta come lo sono gli insulti, feroce come lo è la rabbia, sincera come lo è il pianto di colui cui non sono rimaste altro che le lacrime, egli svela i nostri segreti più inconfessabili esponendoli alla cruda luce della parola, di una parola spogliata di ogni letterarietà e ridotta all’essenziale. “Per dormire ci vuole dell’ottimismo, oltre a un certo comodo…”, confessa, per poi concludere, in una sorta di supina accettazione della sostanziale infelicità e ingiustizia del mondo, “per me e la gente della mia condizione i treni smetteranno mai di fischiare!”.    

Nord è un romanzo potente, appassionato e stanco. Il respiro della scrittura segue quello affannato del suo autore e lo sfinimento dell’uomo riverbera nella sua prosa, che s’incendia con più vigore proprio nei momenti in cui Céline accarezza la resa ultima e definitiva: “Non abbiamo ragione di sorprenderci… lui non vuole vederci, e allora?… gli altri neppure! Montmartre, Bezons, Sartrouville, Londra, Tegucigalpa, stessi sentimenti! disprezzati ovunque! tutt’al più, ostaggi! e porco d’un cane se lo siamo ancora!… e se domani ti epurano ancora?… la piega è fatta! sarà mica altri, saremo noi! che siano in un conflitto della madonna, si strappino tutte le budella a chi avrà torto o ragione, si sbafino cruda la cortina di ferro, rabbie, razze, religioni, sette, colori, universo tutti d’accordo, che siamo noi i colpevoli! non altri! che siamo noi tutti i crimini!”.

Eccovi l’incipit (la traduzione, splendida, è di Giuseppe Guglielmi nell’edizione Einaudi-Gallimard). Buona lettura.
Oh, sì, mi dico, fra poco sarà tutto finito… auf!… abbiamo visto abbastanza… a sessantacinque anni e passa davvero che ti può fregare della più peggio arcibomba H?…Z?…Y?… aria fritta!… briciole!… solo orribile il sentimento di aver perduto così tutto il proprio tempo e che megatoni di sforzi per sta dannata mostruosa orda di alcolosi checche lacchè… vacca miseria, signora!… «venda i suoi rancori e stia zitto»!… caspita, ci sto!… mi piacerebbe, ma a chi?… i compratori mi fanno il grugno, pare… gli piacciono e comprano solo che gli autori fatti quasi come loro, con giusto in più il piccolo bordo a colore… caporuffiano, caponettaculo, leccacoso, evasioni, acquasantiere, pali, bidè, ghigliottine, imballi… che il lettore ci si ritrovi, si senta simile, fratello, molto comprensivo, pronto a tutto… «La pianti!… in galera c’era già il dieci per cento di “volontari”, lei è del mucchio!».

Spettatore dell’incendio della propria casa

 

Louis-Ferdinand Céline, Da un castello all'altro, Einaudi
Louis-Ferdinand Céline, Da un castello all’altro, Einaudi

Nel cerchio perfetto della prosa di Louis-Ferdinand Céline la realtà così come noi la conosciamo (o per dir più esattamente crediamo di conoscere) finisce per aderire pienamente all’immagine che ne dà l’autore, per riflettersi in tutto e per tutto nel suo scrivere veemente, in quel rozzo, rabbioso e commosso “poetare in mezzo al fango” che è la più limpida espressione del suo infinito talento letterario, nel suo tratteggio ruvido come un graffio sul muro e nel medesimo tempo sublime, irraggiungibile, nell’adamantino scintillio di ogni parola, di ogni singolo momento del suo torrenziale narrare. È come se l’iperbole, il mascheramento grottesco, l’irrompere continuo dell’assurdo (ossatura dell’opera céliniana) non fossero espedienti romanzeschi ma un fedele “lavoro di traduzione”; in una parola, sembra che quel che il grande francese racconta sia soltanto il frutto di un’accurata e fedele testimonianza, un resoconto, una cronaca. Eppure per definire Céline e i suoi libri (tutti, senza eccezione, dei capolavori) gran parte della critica ha, a ragione, parlato di “delirio”, e non si può negare che nelle sue pagine abbondino descrizioni e ritratti, di persone come di cose, dominati da tinte d’incubo, da un’irrazionalità contagiosa, dalla violenza, da abissi di colpa e di miseria, e da un’istintualità primitiva e il più delle volte malvagia. Dove sta dunque la “verità” di Céline? In che senso egli può essere qualificato, e soprattutto letto, come uno scrittore realista? Come molti autori, Céline racconta quel che vive, ma lo fa reinventando completamente l’autobiografia, rifondandola. La sua rivoluzione, che non è soltanto stilistica e non si esaurisce in una ricchezza linguistica senza pari, in un utilizzo geniale del parlato, nella rivendicazione della sprezzante vivacità del motteggio popolare, nell’interruzione forzata (attraverso i puntini di sospensione) di un discorso che in realtà si snoda libero e ininterrotto come un flusso di coscienza, si compie nel momento in cui tutto questo magnifico rigoglio espressivo si mette al servizio di una personale confessione. Céline, medico e scrittore, è prima di ogni altra cosa uno psicologo acutissimo, un “collezionista” di verità; del vero quest’uomo non ha paura, non teme di guardare negli occhi il suo prossimo e di indovinarne i luoghi oscuri, né si ritrae dinanzi alle leggi non scritte che governano il mondo e i rapporti tra gli uomini. Vanità da blandire, ossequi da dispensare al potente di turno, tradimenti da perpetrare per ottenere vantaggi, meschinità nelle quali rotolarsi, come maiali nella mota, per una vita intera, coscienze talmente anestetizzate da accettare mute qualsiasi genere di orrore: il campionario di delitti che Louis-Ferdinand Céline offre a se stesso e ai suoi lettori non manca di nulla, e lui lo espone come merce al mercato, gridando a piena voce per attirare quanti più clienti possibile.

Delle altrui miserie Céline non sente responsabilità alcuna, per questo le esibisce, se non con fierezza, con una sorta di rassegnato compiacimento; per l’umanità lo scrittore francese non sente fratellanza, né è spinto a una compassione di facciata; il suo amore (comunque mutilato da una sofferenza viva e da unintelligenza spietata) lo riserva agli animali (il gatto Bébert), alla moglie, a pochissimi amici; il resto non è che distruzione, apocalisse, vendetta (dell’uomo sull’uomo, naturalmente, di Dio non vale neppure la pena di parlare), e macerie per i sopravvissuti. Ed è proprio tra le macerie (quelle terribili della Germania tra il 1944 e il 1945) che Céline ambienta una delle sue opere migliori, Da un castello all’altro, primo capitolo della Trilogia del Nord (che comprende anche Norde Rigodondi cui scriverò in altre occasioni), una peregrinazione dolorosa e disperata in un Paese stremato, vinto, nel quale la mancanza di tutto spinge gli uomini alle peggiori turpitudini. All’inferno in terra Céline assiste come si assiste allo spettacolo terribile della propria casa in fiamme, a volte imprecando, maledicendo, a volte sussurrando, in attesa che la pioggia, o forse soltanto lo scorrere del tempo, spenga il fuoco.
Viaggio indimenticabile nel cuore dell’uomo, Da un castello all’altro è un romanzo impossibile da dimenticare. Non c’è innocenza nelle sue pagine (del resto, come scrive Guido Ceronetti proprio a proposito di Céline, “scrivere non è un mestiere innocente”), ma è proprio con questa purezza perduta che dobbiamo fare i conti; è un compito cui non possiamo sottrarci.
Eccovi l’inizio (la traduzione, nella bellissima edizione Einaudi-Gallimard che mi permetto di consigliarvi, è di Giuseppe Guglielmi).

Per parlare con franchezza, qui fra noi, finisco ancora peggio di come ho cominciato… Oh, non ho cominciato molto bene… sono nato, lo ripeto, a Courbevoie, Senna… lo ripeto per la millesima volta… dopo tanti va e veni termino veramente al peggio… c’è l’età, mi direte… c’è l’età!… si capisce!… a 63 anni e passa, diventa estremamente duro rifarsi una posizione… rilanciarsi a clientela… qui oppure là!… Vi dimenticavo!… io sono medico… la clientela medica, in confidenza, fra voi e me, è mica soltanto questione di scienza e di coscienza… ma innanzitutto, e soprattutto, di fascino personale… il fascino personale passati 60 anni?… puoi fare ancora il manichino, porcellana al museo… forse?… interessare qualche maniaco, cercatore di enigmi?… ma le signore? il vecchione tutto a lustro, profumato, pitturato, laccato?… spaventarmeli! clientela, no clientela, medicina, no medicina, ti rivolta lo stomaco!… se è tutto imbottito d’oro?… ancora!… tollerato? hmm! hmm!… ma la canizie povera?… a cuccia! Ascoltate un po’ le clienti, seguendo i marciapiedi, i negozi… si parla di un giovane collega… «oh, sa, signora!… signora!… che occhi, questo dottore!… ha capito immediatamente il mio caso!… mi ha dato certe gocce da prendere! mezzogiorno e sera!… che gocce!… questo giovane dottore è una meraviglia…». Ma aspetta un po’ per te… che si ragioni di te!… «Scorbutico, sdentato, ignorante, scaracchioso, gobbo…» il tuo conto è chiuso!… la parlativa delle donne è sovrana!… gli uomini rigirano le leggi, le donne si occupano solo di ciò che è serio: l’Opinione!