Un unico intervallo

Recensione di “Accabadora” di Michela Murgia

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

La forza del sangue contrapposta alla capacità di persuasione dell’esempio, il silenzio complice della carne opposto all’ineludibile concretezza della presenza, alla piena verità dell’esserci. In questa dicotomia, in questo oscuro gravitare di antipodi attorno all’orbita della vita si consuma la quieta violenza (o forse la pura misericordia) dei “figli dell’anima”, bambini nati due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E figlia dell’anima è la giovanissima Maria, protagonista del delicato e commovente romanzo di Michela Murgia Accabadora, vincitore nel 2010 del premio Campiello. “Acabar, in spagnolo, significa finire”, recita l’incipit della quarta di copertina del libro, edito da Einaudi, e con la fine, della vita, ma prima ancora del tempo delle illusioni e delle speranze, di quella giovinezza irripetibile e luminosa che svanisce in un soffio di fiato, si consuma nel desiderio di un bacio, nell’attesa di una carezza o di uno sguardo, sfiorisce nel miraggio di una felicità impossibile e, come pelle carica d’anni, raggrinzisce nel ricordo di tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, si misura l’altra figura centrale dell’opera, la sarta Bonaria Urrai, madre adottiva di Maria. Continua a leggere Un unico intervallo

Orbite eccentriche in una genealogia di mostri

Edward St Aubyn, Lieto fine, Neri Pozza
Edward St Aubyn, Lieto fine, Neri Pozza

“Bisogna ‘celebrare la vita’: ricchi premi e cotillon! Tutte quelle chiacchiere del tipo: ha lottato fino all’ultimo, ma io so quanto gli è costato… Insomma, raccontare il percorso di un’esistenza e metterlo in prospettiva. Bada bene, non dico che non sia commovente. In questi ultimi giorni ho notato un effetto quasi sinfonico. E orrore in quantità industriali, naturalmente. Nei miei giri quotidiani da un letto d’ospedale a una commemorazione e ritorno, mi vengono spesso in mente quelle navi cisterna che andavano a sfracellarsi su una scogliera una settimana sì e una no, e gli stormi di uccelli moribondi arenati sulle spiagge, con le ali incollate una all’altra e gli occhi gialli che sbattono, frastornati”. Come un naufrago esausto, affoga, nel narcisismo declamatorio di un vecchio aristocratico spietato e nostalgico, ogni illusione d’esistenza, ogni anelito alla dignità del vivere, ogni richiamo al rispetto di sé, fondamento del rispetto per l’altro da sé, e quel che resta, nella simbologia trasparente della morte, è una teoria di miserie morali, un cratere d’abiezioni spalancato dinanzi al palazzo di Creso. Lungo fantastiche geometrie d’intuizioni commerciali, all’ombra di vertiginosi colpi di mano, nella lealtà polverosa e severa allo stile, all’etichetta, all’educazione, a tutto quanto serva ad assicurare unicità, originalità e soprattutto distinzione, colossali fortune si accumulano moltiplicandosi quasi per magia, o per generazione spontanea, poi svanendo d’improvviso in buchi neri d’ingiustizia, o di miopia, o di calcolata malvagità, di nuovo riconsolidandosi nell’interesse a lunga scadenza messo a cassa da antenati previdenti, e in questo loro fluido, incessante mutare disegnano i destini di generazioni , e partoriscono uomini e donne soli, fragili anime di cristallo che corrono in orbite eccentriche lungo la gibbosa circonferenza di una genealogia di mostri. Giunto all’ultimo libro della sua splendida e dolorosissima saga familiare (I Melrose, già recensito in questo blog), Edward St Aubyn, nei panni del tormentato Patrick Melrose, chiude i conti con il proprio tragico passato (le violenze di ogni tipo, non ultima quella sessuale, subite bambino dal padre sadico, l’assenza intollerabile della madre, alcolizzata e allo stesso tempo terrorizzata e oscuramente attratta dalla cupa malvagità del marito) raccontando il funerale della madre Eleanor, spentasi dopo anni d’agonia nel corso dei quali, spinta da una sorta di furibonda febbre universalistico-umanitaria, ha dilapidato il proprio patrimonio dapprima finanziando ogni sorta di progetto a favore dei più deboli e in ultimo rovesciando la propria torrenziale generosità sul peggiore dei candidati possibili: l’improbabile sciamano di una “fondazione transpersonale” dedita all’autentica scoperta del sé (“Negli ultimi giorni della sua vita Eleanor era stata costretta a immergersi in uno spietato corso accelerato di autocoscienza, armata solo di uno spirito animale in una mano e di un sonaglio nell’altra. Si era dovuta confrontare con la pratica più difficile di tutte: niente parole o movimenti, niente sesso, niente droga, niente viaggi, niente soldi da spendere, quasi niente cibo. Solo la solitudine, vissuta in silenziosa contemplazione dei propri pensieri. Sempre che contemplazione fosse il termine giusto. Forse in realtà aveva sentito che erano i suoi pensieri a contemplare lei, come predatori affamati”).

La morte, resa se possibile ancora più definitiva dalla scelta della cremazione, il lutto da celebrare e il ricordo di chi non c’è più da onorare che chiamano a raccolta amici, parenti e rappresentanti scelti dell’esercito di beneficati dalla deforme munificenza di Eleanor, nella prosa scintillante, beffarda, raffinata e scandalosamente sofferente di St Aubyn si fanno densa materia narrativa di un fiammeggiante j’accuse, punti cardinali di un ritratto sociale al vetriolo. Di fronte a quel che resta di un mondo in disfacimento, tra memorie ormai quasi disincarnate di fasti talmente preziosi e irrinunciabili da trasformare in festa, in occasione mondana, qualsiasi avvenimento, funerali compresi (a rendere indimenticabili i quali provvedeva il blasone dei partecipanti, l’incorrotto sangue blu che impetuoso scorreva nelle vene di ogni singolo testimone), nell’urlare d’Erinni della pazzia continuamente sfiorata da Patrick, della sua vita squassata dai traumi (proprio come un corpo lo è dalla febbre altissima, anticamera del delirio), dei suoi bisogni urgenti e contraddittori, della sua sete d’amore tragicamente insoddisfatta e del suo desiderio d’amare terrorizzato e scalpitante, si compie (per una volta felicemente) la parabola di un essere umano perduto e ritrovato, si conclude la devastante odissea di una vita strappata a se stessa e a sé restituita.

Come nella precedente quadrilogia, St Aubyn si mette a nudo con una sincerità che lascia sbalorditi e commossi; trascina il lettore negli abissi più cupi del cuore umano, poi, con angelica leggerezza, con compassione autentica, lo conduce nella quieta regione degli antipodi, dove ogni cosa sembra avere un senso, perfino il male patito e la capacità di comprenderlo, disarmandolo: “Forse, nella sua nuova realtà libera dai genitori, sarebbe riuscito a ridurre i condizionamenti che aveva subito a semplici dati di fatto, senza interessarsi ancora alla loro genealogia; non perché la prospettiva storica fosse priva di valore, ma perché aveva ormai rinunciato a coltivarla. Altri avrebbero potuto approdare a quello stesso tipo di tregua prima che i loro genitori morissero, ma suo padre e sua madre erano stati ostacoli così giganteschi che aveva dovuto liberarsene nel senso più letterale del termine prima di poter immaginare che la sua personalità diventasse un filtro perfettamente trasparente, come aveva sempre desiderato. L’idea di un’esistenza spontanea gli era sempre parsa a dir poco stravagante. Tutto era condizionato da quanto accaduto in precedenza; perfino il suo fanatico desiderio di un certo margine di libertà era condizionato dalla drastica assenza di libertà dei suoi primi anni di vita. Forse era possibile solo una sorta di libertà imbastardita: l’accettazione dell’inevitabile inanellarsi di cause ed effetti garantiva se non altro la libertà da ogni illusione”.

Eccovi l’inizio del romanzo che, va da sé, va letto dopo la splendida tetralogia I Melrose. La traduzione, per Neri Pozza, è di Luca Briasco. Buona lettura.

«Sorpreso di vedermi?» disse Nicholas Pratt, puntando il suo bastone da passeggio sulla moquette del forno crematorio e fissando Patrick con una vaga espressione di sfida: un’abitudine che non aveva più ragion d’essere ma che era troppo tardi per modificare. «Ormai non mi lascio più sfuggire nessuna commemorazione. Alla mia età non si può fare altrimenti. Non ha senso restarsene seduti a casa a ridere dei giornalisti alle prime armi e dei loro errori puerili nei necrologi, o cedere al piacere vagamente monotono che deriva dal contare quanti coetanei muoiano ogni giorni. No!».

La cognizione del tempo, dell’uomo e del dolore

Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti
Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti

A un tempo mezzo e fine, la scrittura esplora e conosce se stessa nel suo farsi, saggia potenzialità espressive e limiti intrinseci (tematici e formali) nel momento esatto in cui comincia a costruire l’edificio narrativo all’interno del quale vivrà, si mette alla prova nell’obbedienza o nella trasgressione alle regole di genere, muta (o prova a farlo) nell’originalità delle scelte e nell’acquisizione di nuovi punti di vista, rinasce nella voglia e nel coraggio di sperimentare, nel desiderio di dar forma a un racconto mai prima raccontato. Al tempo stesso mezzo e fine, la scrittura è dunque un eterno ritorno a sé, un continuo vestirsi e rivestirsi d’accenti e sfumature, un improvviso scintillare di luce che abbraccia l’orizzonte e una liquida pozza d’ombra gonfia d’ogni paura e satura di tutte le speranze. In pari momento mezzo e fine, la scrittura è gioco lieve, e invenzione ironicamente crudele, e metaforico mascheramento del vero, e dramma tramutato in commedia nell’esplosivo romanzo incompiuto La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, beffardo e funambolico apologo politico che inestricabilmente si intreccia a una dolorosa vicenda personale (il travagliato rapporto tra una madre e un figlio, specchio dei difficili vissuti familiari dell’autore). Aspro avversario del regime mussoliniano, Gadda lo mette magistralmente in burla (con maggiore e più efficace raffinatezza rispetto a quanto fatto nel suo capolavoro, Quer pasticiaccio brutto de via Merulana, già recensito in questo blog, dove bersaglio dei suoi strali era di preferenza la persona del Duce) ricreandolo geograficamente in un Sudamerica di fantasia dilaniato da un guerra (da poco conclusa ma sempre sul punto di riprendere) tra due stati confinanti: il Maradagál, teatro in cui l’azione si svolge, e il Parapagál. È qui, nel buffo e improbabile Maradagál, dove opera, a beneficio della sicurezza degli abitanti, il Nistitúo provincial de vigilancia para la noche (altro trasparente e beffardo richiamo alla retorica fascista su legge, ordine e disciplina), che il lettore fa conoscenza con Gonzalo Pirobutirro, protagonista del romanzo, notabile rispettato e temuto (in buona parte per il suo pessimo carattere) che vive solo con l’anziana madre. Con l’entrata in scena di Pirobutirro, attraverso il suo interagire con gli altri personaggi del romanzo (in primo luogo il dottor Felipe Higueróa), nel parziale disvelamento del suo legame con la madre (che egli sembra trattare in modo estremamente violento, costringendo la povera donna a vivere in un perenne stato di terrore), il romanzo trova il proprio punto d’equilibrio; attraverso le sue ossessioni, nel cauto resoconto dei suoi giorni e delle sue notti, la prosa di Carlo Emilio Gadda, vivacissima, sorprendente, sarcastica, amara, prepotente, viscerale, rabbiosa, spensierata, universale nella sua magistrale capacità di annullare qualsiasi stilistica contraddizione, si muove armoniosa e fluida dall’individualità alla molteplicità, dalla privata dimensione del singolo allo spazio pubblico della società (richiamato dalle numerose e feroci invettive del protagonista, che sono altrettanti j’accuse lanciati dall’autore all’indirizzo dell’Italia fascista).

In quest’assenza di confini, in questa negazione quasi brutale di uno spazio intimo, riservato, inviolabile, divampano, nello splendore di artifici linguistici e fascinosi azzardi grammaticali che si rinnovano quasi a ogni pagina, tanto l’articolato e sofferto mondo interiore del grande scrittore milanese (che forse in nessun’altra delle sue opere si è così generosamente messo a nudo) quanto la sua decisa presa di posizione politica, la sua critica radicale all’ordinamento sociale, il suo assoluto rifiuto della dittatura, la cui idea di potere si fonda proprio sull’annullamento del singolo a favore di un’indistinta, acefala e mansueta moltitudine controllata senza difficoltà. Uomo solo e insieme (e suo malgrado) parte di un tutto di cui non si sente affatto parte, Gonzalo Pirobutirro sfoga la propria rabbia scagliandosi contro un’idea di stato, di patria, che non ha nulla di umano, che può esistere e prosperare solo a patto di sacrificare spirito, idee, anima e pensiero sullo scintillante altare dell’obbedienza meccanica e della felicità indotta, propagandata, insegnata e diligentemente mandata a memoria. E sulle macerie del cittadino Pirobutirro, sui brandelli dell’“uomo sociale” Pirobutirro, Gadda disegna le inquietudini di un cuore ferito e l’atroce strazio di un uomo strappato a se stesso dal militaresco incedere di un tempo ingiusto.

Eccovi l’incipit. Buona lettura a tutti.

In quegli anni, tra il 1925 e il 1933, le leggi del Maradagál, che è un paese di non molte risorse, davano facoltà ai proprietari di campagna di aderire o non aderire alle associazioni provinciali di vigilanza per la notte.

La ferita aperta di ogni giorno

Elizabeth Strout, Amy e Isabelle, Fazi Editore
Elizabeth Strout, Amy e Isabelle, Fazi Editore

Passaggi di tempo che il dolore, il rimorso e il rimpianto fanno sembrare eterni. Stagioni rapprese, congelate nell’identico, infinito ripresentarsi di un unico giorno. Piccole, incessanti onde di marea di dubbi, segreti, desideri e angosce, di frustrazioni e ansie, di sogni a occhi aperti di anime febbricitanti e corpi insonni che si rovesciano sulla terra arida e incolore di un tempo percepito come condanna, affronto, offesa, di un esistere indecifrabile e labirintico che non concede tregue e non conosce pietà. Passaggi di tempo che una madre e una figlia, allo stesso tempo unite e distanti come le generazioni che incarnano, bisognose l’una dell’altra eppure nemiche, più simili, nella carne e nello spirito, di quanto riescano a immaginare e nonostante ciò velenosamente estranee, paiono sopportare più che vivere, subire più che accettare. Passaggi di tempo estenuati e lenti, che fiaccano le membra e annebbiano il pensiero, che velano lo sguardo e pesano su ogni cosa come colpe; polvere d’ore e di settimane che si posa dappertutto, invade ogni cosa trasfigurandola, insinuandocisi come fosse una malattia, una maledizione, o forse una follia. Passaggi di tempo a Shirley Falls, una cittadina della provincia uguale a tante altre, tagliata in due da un fiume inquinato e arrogante, “una cosa piatta stesa lì, al centro della città, come un serpente marrone morto, con la schiuma giallastra a raccogliersi sulle sponde” e gonfia della disperazione silenziosa dei suoi abitanti. Una manciata di case e negozi, la scuola e una fabbrica dalla quale dipende la gran parte della popolazione, Shirley Falls, sonnolenta e inquieta, fa da sfondo alle vicende narrate in Amy e Isabelle, delicato e commovente romanzo d’esordio della scrittrice statunitense Elizabeth Strout, storia di una madre e di una figlia, storia d’amore e di odio, d’innocenza perduta e felicità ritrovata, storia di passaggi di tempo che sono indimenticabili istantanee di vita e scintillanti, purissimi momenti di bellezza e verità. Il tempo, la personale percezione del tempo, è la chiave interpretativa di quest’opera di non comune intensità emotiva, raccontata nei toni discreti e insieme urgenti della confessione; il tempo giovane, adolescente, immaturo e travolgente d’aspettative e di mistero della sedicenne Amy e della sua migliore amica Stacy, figlia adottiva e ribelle di una coppia benestante che non appena scopre il sesso rimane incinta, e il tempo, parallelo e opposto, di Isabelle, madre single di Amy, donna ombrosa e chiusa in se stessa, le cui impeccabili maniere, fragile e approssimativo scudo contro i mali del mondo, le si ritorcono contro costringendola alla solitudine e all’emarginazione. E questo tempo individuale sovraccarico di sofferenza e d’attese fluisce docile negli slittamenti tra passato e presente che danno respiro al romanzo; in un continuo alternarsi di sorprese, di drammi e tragedie che esplodono d’improvviso, e dei loro perché, delle loro cause che poco alla volta emergono dalla scrittura potente, evocativa, limpida della Strout quasi fossero la traduzione di una lingua segreta, innominabile (la lingua della realtà, della vita quotidiana, che non possiamo comprendere ma solo accostare, sforzandoci di fare nient’altro che il nostro meglio), prende forma un mosaico di patimenti e meschinità nel quale i carnefici sono le prime vittime, dove a trionfare sono debolezze e paure ma che nonostante tutto riesce a conservare una propria generosa umanità, un desiderio d’affetto, condivisione e appartenenza che profuma di dignità e riscatto. Ed è in questo slancio sincero, ingenuo e goffo che Amy, smarritasi nell’infatuazione per il proprio insegnante di matematica, riuscirà a ritrovare l’affetto per la propria madre e a riscoprire il significato profondo del loro stare insieme, mentre dal canto suo Isabelle, nel corso di una lunghissima, irripetibile notte, confesserà a due colleghe, delle quali quasi senza rendersene conto era divenuta amica, i suoi segreti più intimi, mostrando loro, per la prima volta dopo molti, molti anni, la parte più autentica di sé, quella che più di ogni altra la rende madre, e sorella (nelle tribolazioni, nei sogni, negli errori, nella responsabilità delle scelte), di Amy: “Una volta aprì gli occhi ed era chiaro, la luce del primo mattino cominciava a entrare nella stanza. Amy, sdraiata su un fianco, di faccia a lei, la guardava con occhi grandi e lucidi e un’espressione impossibile da decifrare. Proprio come quando era piccola e Isabelle si stendeva sul letto con lei per il sonnellino pomeridiano, cercando di farla addormentare. Ma ora il suo corpo era più lungo di quello della madre, aveva qualche punto nero negli interstizi del naso e del mento e un brufolo dispettoso le era spuntato in cima a una guancia. Eppure, aveva negli occhi lo stesso sguardo enigmatico che Isabelle ci vedeva quando aveva meno di due anni. «Amy», avrebbe voluto dirle Isabelle, «Amy, chi sei davvero? ». Invece, le disse piano: «Dormi». E la ragazza obbedì. Chiudendo gli occhi, aprendo appena le labbra, si riaddormentò”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Fazi Editore, è di Silvia Castoldi. Buona lettura.

Faceva un caldo terribile l’estate che il professor Robertson lasciò la città e per molto tempo il fiume fu soltanto una cosa piatta stesa lì, al centro della città, come un serpente marrone morto, con la schiuma giallastra a raccogliersi sulle sponde. Gli automobilisti di passaggio sull’autostrada, nel sentire quell’odore soffocante di zolfo, tiravano su i finestrini e si chiedevano come si potesse vivere con quella razza di fetore che esalava dal fiume e dallo stabilimento. Ma gli abitanti di Shirley Falls ci erano abituati, e anche in quel caldo terribile ci facevano caso solo appena svegli; no, a loro l’odore non dava particolarmente fastidio. Quello che dava fastidio alla gente, quell’estate, era che il cielo non era mai azzurro e sembrava invece che la città fosse stata avvolta in una garza sudicia, una benda che ricacciava indietro qualunque raggio di sole tentasse di penetrarla, impediva il passaggio a qualunque cosa fosse quella che dava agli oggetti i loro colori e lasciava una vaga piattezza sospesa a mezz’aria: era questo che dava sui nervi alla gente, quell’estate, che la rese inquieta, dopo un po’.

L’universo puro e feroce del mito

Sofocle, Edipo re, Garzanti
Sofocle, Edipo re, Garzanti

Di fronte agli inappellabili decreti del fato, la libertà dell’uomo non è che un fardello, il disperato piangere del neonato che con tutte le sue forze chiede di essere nutrito, rivendica il suo diritto a esistere, ma che può vivere solo per volontà altrui. L’oscurità e l’ignoto, materia dei suoi giorni, condannano all’impotenza, alla sterilità la sua volontà, le sue deliberazioni, ogni suo sforzo. E il suo futuro, ignorato, assume i contorni tragici e ineluttabili della punizione, della vendetta, nel momento in cui l’uomo, ribellandosi alla propria cecità, rifiutandosi di arrendersi al non sapere, armato soltanto di sospetti, dubbi e paure, sfida i propri limiti e prova a farsi tessitore del suo destino vestendosi d’onniscienza, ammantandosi di divinità. Non importa che questo suo affannarsi abbia il bene, o il tentativo di scongiurare il male, a proprio fine; non importa che a spingerlo siano la pietà, l’amore per la verità, l’eroismo, perché all’uomo non è consentito varcare i propri confini, procedere al di là di se stesso, disfarsi della propria mortalità, della propria imperfezione. Perché, come scrive Umberto Albini, “le cose divine […] non si possono scoprire, per quanti sforzi uno faccia”. Nel confronto tra umanità e divinità e nella sottomissione brutale, ingiusta, terribile della prima alla seconda, in un severo e trascendentale codice etico, che è legge ferrea dettata agli uomini e non docile strumento modellato dalle loro scelte, si raccoglie uno dei temi cardine dell’opera di Sofocle, e il grande autore greco lo approfondisce fino ad arrivare alle più estreme conseguenze nellEdipo re, primo capitolo del “trittico tebano” (che comprende anche Edipo a Colono e Antigone), unanimemente considerato il suo capolavoro. Edipo, eroe solo, come soli sono tutti i protagonisti delle tragedie sofoclee – ed è ancora Albini, nella ricca prefazione all’edizione Garzanti della trilogia, a definirne i caratteri essenziali con queste parole: “Sofocle […] crea una serie di figure monolitiche nella grandezza. Sono degli individui isolati, fuori del tempo, intransigenti, che procedono diritti per la loro strada: sono apparentati dalla caparbietà, dall’orgoglio, dalla rigidezza della linea di condotta. Vivono in un assoluto che rifiuta il compromesso […], sono al servizio di un’unica idea -, deve fronteggiare, da amato sovrano di Tebe, un’epidemia di peste. E sarà proprio la sua determinazione, sarà il prepotente desiderio di liberare i suoi sudditi da quel flagello, a condurlo alla rovina. Edipo, infatti, scopre, grazie al cognato Creonte, inviato a Delfi a interrogare Apollo sulle cause del morbo, che Tebe è stata colpita da quella maledizione a causa dell’omicidio del precedente re della città, Laio, ucciso lungo una strada, a un incrocio, per mano di alcuni briganti che non sono ancora stati catturati e puniti. Ma indovini e profeti, proprio quando sembrano offrire a Edipo una facile soluzione ai suoi travagli, gli spalancano dinanzi l’abisso. A compiere il primo passo è Tiresia, che, convocato dal sovrano affinché lo aiuti nella sua caccia ai colpevoli, dapprima rifiuta di rispondere alle domande che gli vengono poste, poi, incalzato dalla determinazione e dall’ira del suo signore, che giunge ad accusarlo di ordire un complotto ai suoi danni, gli rivela la verità che fino a quel momento ha custodito: è lui, Edipo l’assassino di Laio.

A questo punto, il macigno che impediva alla montagna di franare è stato smosso e nulla più può arrestare il compiersi del destino scritto dagli dei. Anzi, ogni azione tentata in questo senso si risolve nel suo contrario, a sottolineare sempre più l’inutilità, addirittura la follia del procedere dell’uomo quando ha l’ardire di respingere la propria sorte. Così, alla moglie Giocasta, che gli dice di non preoccuparsi troppo delle profezie, perché proprio una profezia aveva predetto a Laio che sarebbe morto per mano del figlio (che per questo lui ha fatto uccidere), mentre invece a finirlo sono stati dei briganti a un incrocio, Edipo non replica nulla, ma nella sua anima si addensano le perplessità e i timori perché egli, in fuga da quelli che credeva i suoi genitori naturali (re di Corinto), dopo che un oracolo gli aveva predetto che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, proprio a un incrocio aveva incontrato e ucciso un uomo, che potrebbe essere Laio. E in realtà proprio così sono andate le cose; Edipo, che per intervento di un messo giunto ad annunciargli la morte di Polibo, re di Corinto, scopre di essere figlio adottivo (salvato dalla pietà di un pastore, cui il suo vero padre, Laio, lo aveva affidato affinché lo uccidesse), deve affrontare la verità: pur avendo fatto ogni sforzo per sfuggire al proprio fato, egli ha adempiuto la profezia; ha ucciso il padre Laio e sposato la madre Giocasta, allo stesso tempo sua consorte e sua madre, e con lei ha generato quattro figli, che gli sono anche fratelli. Di fronte all’abominio, causato dalla pietà semplice di un uomo incapace di uccidere un neonato, Giocasta si uccide, mentre Edipo si acceca, condannandosi all’esilio.

Incolpevole eppure in qualche modo responsabile della propria terribile sorte, Edipo paga la sua sete di verità, la volontà di conoscere quel che soltanto agli dei è dato sapere, e in pari tempo sconta, nel modo più amaro, la sua mancata accettazione del decreto divino, la sua sterile fuga da se stesso. La nobiltà del parricidio mancato si muta del peggiore dei peccati (lassassinio del padre, il matrimonio e la congiunzione carnale con la madre) perché espressione di una tensione alla libertà che l’uomo non può pretendere per sé. Nell’universo puro e feroce del mito, nel suo splendore privo di innocenza, non si rinuncia a quel che si è, alla propria umanità, se non per brama di elevarsi al divino. Ed è, questo, un desiderio che non ha diritto ad alcun perdono, che non  merita pietà.

Eccovi l’inizio. La traduzione, per Garzanti, è di Ezio Savino. Buona lettura.

(Edipo). Creature, carne in cui Cadmo antico vive! Che è questo posarvi, inerti, qui da me, nel cerchio delle fronde, simbolo implorante? Tebe è carica di fumi, impasto di preghiere, di singhiozzi. Io sono retto: non da diverse labbra udrò le cose, creature. Vengo io. Eccomi. Edipo leggendario, polo di voi tutti. (Al Sacerdote di Zeus). Vecchio, chiarisci – sei tu la loro lingua, bravo interprete – che v’inchioda in questa posa: ansia, struggimento? Sta’ certo, mi protendo a tutto io, per impulso mio. Sarei ottuso con la sofferenza, a non curvarmi palpitando sulla vostra inerzia.