Dove è lo scrittore è l’uomo

Recensione di “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi

Leonardo Sciascia è uno scrittore unico. Non solo nell’ambito letterario italiano ma anche in quello continentale. A renderlo tale non è tanto la sua splendida prosa, né la perfezione dei suoi romanzi, né la rilevanza degli argomenti che tratta, o la capacità di analisi di cui si dimostra capace, o l’esattezza delle sue argomentazioni, o ancora la logica inattaccabile delle sue conclusioni. Ciò che fa di Sciascia uno dei più grandi e importanti autori della storia della letteratura, un imprescindibile punto di riferimento per tutti coloro che sono venuti dopo lui (e che in massima parte, purtroppo, non sono stati in grado né di comprenderne la lezione né di valorizzarlo come avrebbe meritato, specie in Italia), è la franchezza, l’onestà piena, rigorosa e inflessibile dei suoi lavori, in ognuno dei quali si riflette per intero l’uomo Sciascia, il suo universo etico, il suo convincimento politico. L’autore di assoluti capolavori come Le parrocchie di Regalpetra (recensito qui), Il Consiglio d’Egitto (recensito qui), A ciascuno il suo(recensito qui), coincide con l’uomo, in tutto e per tutto. Leggere Sciascia, dunque significa incontrarlo, parlargli, e imparare da lui fortificati dalla certezza che quel che direbbe se ancora fosse vivo è esattamente quel che ha scritto. Continua a leggere Dove è lo scrittore è l’uomo

“Non voglio dirtelo”

James Ellroy, Il sangue è randagio, Mondadori
James Ellroy, Il sangue è randagio, Mondadori

Tutto ha inizio con una rapina, chirurgica e sanguinosa. L’assalto a un furgone blindato carico di smeraldi e dollari che lascia sul campo poliziotti e malviventi (questi ultimi bruciati con un ritrovato chimico per impedirne l’identificazione) e vede fuggire un solo, misterioso uomo. Tutto ha inizio con un colpo audace e spietato che sembra dettato esclusivamente dall’avidità, dalla brama di ricchezza, ma che in realtà nasconde ben altro. Tutto ha inizio a Los Angeles nel febbraio del 1964. Eppure questa storia così oscura e impenetrabile non è che un tassello di un mosaico ben più grande, il singolo passaggio di un vastissimo complotto, una tra le innumerevoli battaglie che compongono una guerra. Teatro degli scontri è l’America degli anni sessanta e sessanta, il Paese delle opportunità e della morte, degli scontri tra bianchi e neri, dell’odio di classe e di razza sparso a piene mani, dello strapotere dell’Fbi di Hoover, delle macchinazioni della mafia, delle promesse kennediane, del sogno di Martin Luther King e dei tragici risvegli di Dallas e Memphis, della questione cubana e della lotta interna al comunismo condotta con ogni mezzo, senza scrupoli; un’America raccontata in una prosa furente e meravigliosamente generosa da James Ellroy nella sua celebre trilogia americana, che dopo i magistrali romanzi American Tabloid e Sei pezzi da mille (entrambi già recensiti in questo blog) si conclude con lo splendido Il sangue è randagio. Se a prevalere, nei primi due capitoli di questo indimenticabile affresco, è stata una sostanziale aderenza alla realtà dei fatti; se a emergere, pur in una ben definita dimensione estetico-letteraria e nel tumultuoso incalzare di una scrittura secca e straordinariamente incisiva, spietata come un’esecuzione e di ipnotica meraviglia nella sua violenza volutamente priva di mediazione, è stata una precisa volontà di documentare il passato, di testimoniarlo e attraverso la testimonianza giudicarlo – “L’America non è mai stata innocente” recita l’incipit di American Tabloid, un incipit che non ammette repliche – ne Il sangue è randagio a prendere decisamente il sopravvento è una dimensione onirica, allucinata. La verità, in questo travolgente romanzo-fiume di Ellroy, è irraggiungibile: multiforme, liquida, inafferrabile, ha i contorni indefiniti e grotteschi del delirio, la morbida inconsistenza del sogno, l’ingannevole disponibilità del desiderio. E i personaggi che nella macabra danza orchestrata dallo scrittore americano le girano attorno (la gran parte dei quali era già presente negli altri due libri, che andrebbero letti prima di abbandonarsi a questo, a eccezione del giovane e tormentato investigatore privato Donald Crutchfield e delle tre donne attorno alle quali ruota l’intera vicenda, Joan Rosen Klein, attivista comunista, Karen Sifakis, pacifista di sinistra amante dell’agente dell’Fbi Dwight Holly, uomo di fiducia di Hoover e poi del neoeletto presidente Nixon, e infine la sfuggente rivoluzionaria Celia Reyes) sono ostaggi di un’ossessione, prigionieri di un’idea fissa, ottenebrati dal ricorso continuo alle droghe, segnati da esistenze impossibili da vivere; ognuno di loro, sempre a un passo dalla follia, cerca la verità nello stesso modo in cui l’insonne cerca la quiete, nello scientifico stordimento di tranquillanti e pastiglie o nell’evocativa alchimia delle pozioni “magiche” (a più riprese Ellroy si sofferma sui riti voodoo di Haiti e sui segreti procedimenti di zombificazione custoditi da sacerdoti e bokor), e tutto quel che trova si riduce a sospetto, a ipotesi, a fantasia, a immaginazione febbrile. Consumata dalle menzogne e dai doppi giochi, corrosa dal cortocircuito del pensiero logico indotto dagli stupefacenti, brutalmente negata da un silenzio ostinato, geloso, quasi che aprirsi, concedere fiducia al prossimo, chiunque egli sia, amico, amante, compagno, equivalga a perdere irrimediabilmente se stessi e dunque condannarsi a un destino mille volte peggiore della morte – “Non voglio dirtelo”, si sussurrano l’un altro, non appena giungono a sfiorare l’intimità di cuori e menti, i diversi personaggi del romanzo – la verità naufraga, ignorata, sacrificata in nome di qualcosa di più grande, di una causa cui donarsi anima e corpo, oppure venduta, contrabbandata per salvarsi la vita.

La geografia di questo mondo che non conosce giustizia ed è incapace di distinguere il bene dal male, è allo stesso tempo quella politico-affaristica degli Stati Uniti che, persa Cuba, feudo dei “bravi ragazzi” italoamericani, cerca un altro angolo di mondo, preferibilmente retto da un dittatore sanguinario e avido, da depredare, e quella violentemente idealistica dei gruppi clandestini d’opposizione che combattono la tirannia con la disperazione di una belva stretta d’assedio dai cacciatori; è quella patetica di uomini ridotti a pedine “sulla scacchiera di Dio” (o del caso) e quella fragilissima del domani, di un futuro condannato ad avanzare malfermo su arti amputati.

Sontuoso labirinto letterario, Il sangue è randagio è un romanzo di rara potenza; stilisticamente impeccabile (al pari dei precedenti capitoli), procede, tra colpi di scena, bestiale ferocia e momenti di intenso intimismo, al ritmo galoppante di una malattia; in un inarrestabile crescendo che è manifestazione di un purissimo genio letterario.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Giuseppe Costigliola. Buona lettura.

A UN TRATTO: il camioncino del latte svoltò bruscamente a destra e urtò il marciapiede. Il conducente perse il controllo del veicolo e colto dal panico inchiodò, sbandando di coda. Un furgone blindato della Wells Fargo finì con il muso contro la fiancata del camioncino. Ora seguitemi: 7.16 del mattino, South Los Angeles, tra l’Ottantaquattresima e la Budlong. Un quartiere di neri. Merdosi tuguri con i cortili lerci. I motori di entrambi i veicoli si spensero per l’urto. Il conducente del camioncino del latte andò a sbattere sul cruscotto. La portiera del guidatore si spalancò e l’uomo scese dal marciapiede. Era un negro sulla quarantina.

Il vile patto d’affari tra mafia e politica

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi
Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi

Elemento cardine di ogni intreccio giallo, la morte, nei romanzi di Leonardo Sciascia, proprio nel momento in cui compare cessa di essere un semplice (ancorché fondamentale) espediente letterario per assumere la ben più significativa valenza di simbolo, di trasparente metafora, di strumento di denuncia. Per il grande scrittore siciliano, infatti, l’omicidio è l’ultimo atto di un dramma che ha origini lontane, il precario epilogo di una storia innominabile e sordida, tragica e grottesca che in qualche modo riguarda un intero Paese, il suo impianto etico, politico e sociale. Nella circolarità d’intreccio cui il fatto di sangue, suo malgrado, dà inizio (l’assassinio, commesso nel tentativo di nascondere una volta per tutte una verità scomoda, innesca un’indagine il cui scopo è fare luce sul perché del delitto, e dunque scoprire proprio quella verità che si è cercato di occultare) la vicenda ha modo di svilupparsi, complicandosi all’inizio per poi, poco alla volta, indizio dopo indizio, chiarirsi del tutto; in ciascuno di questi passaggi, nelle varie fasi dell’investigazione, Sciascia lavora su un doppio binario; la sua prosa squisitamente nitida, di rara eleganza ed eccezionale spessore, riesce nel medesimo tempo a dare pieno risalto all’architettura narrativa e alle conturbanti atmosfere del mystery e a radicare il racconto nella buia realtà di un’Italia malata, il cui ulcerato corpo sociale, prigioniero nelle sabbie mobili di un eterno presente, soffoca nel malaffare, nella corruzione, nel vile patto d’affari stretto tra politica e criminalità organizzata. I gialli di Leonardo Sciascia non sono soltanto gioielli letterari, libri di assoluta perfezione stilistica e di notevolissima profondità; sono testimonianze, j’accuse puntuali e ineludibili. Lo è il suo riconosciuto capolavoro, Il giorno della civetta (di cui ho già scritto in questo blog), che resta ancora oggi il più illuminante romanzo sulla mafia (sulla cultura mafiosa e sulla sua stupefacente, e allarmante, capacità di penetrazione) mai scritto in Italia, così come lo è il bellissimo A ciascuno il suo, anche se in questo caso l’attenzione dell’autore si sposta maggiormente sul versante della politica. Tutto parte da un duplice omicidio: in un paesino della Sicilia il farmacista Manno e il medico, il dottor Roscio, vengono uccisi al termine di una giornata che i due hanno trascorso cacciando. Il caso si rivela fin dal principio difficile, e anche imbarazzante, spinoso, considerata l’importanza sociale delle vittime; un movente tuttavia sembra esserci; il farmacista, infatti, poco prima di morire aveva ricevuto una minacciosa lettera anonima: “Questa lettera è la tua condanna a morte”, era scritto, “per quello che hai fatto morirai”.

Ad avere la giusta intuizione, però, non è la polizia, ma un docente, Paolo Laurana, insegnante di italiano e storia nel liceo classico del capoluogo; egli ricostruisce l’intera vicenda partendo da un dettaglio (una parola latina, unicuique, presente sul rovescio del foglio contenente la lettera minatoria) e comprende che l’assassinio di Manno è stato un astuto depistaggio, che non era lui il bersaglio ma l’amico Roscio; partendo da questa nuova prospettiva concentra i suoi sospetti su una persona, l’avvocato Rosello, cugino della moglie di Roscio e soprattutto figura politica di spicco, un notabile “che corrompe, che intrallazza, che ruba”. È nel personaggio di Rosello, nel disegno del suo carattere, nel ritratto amaro, grottesco ma autentico (e tragicamente attuale) che Sciascia mette in bocca al parroco del paese che il romanzo tocca il suo punto più alto; perché è per proteggere gli innominabili affari di quest’uomo (gestiti insieme a potenti amici romani) che in un anonimo borgo della Sicilia – terra lontana eppure vicinissima al corrotto potere capitolino – è stato versato sangue innocente.
“Lei ha un’idea precisa”, chiede il parroco a Laurana, “di quel che Rosello è? Dico nei suoi intrallazzi, nei suoi redditi, nella sua pubblica e occulta potenza?” E all’ingenua ignoranza del professore, così replica: “Rosello fa parte del consiglio di amministrazione della Furaris, cinquecentomila lire al mese, e consulente tecnico della stessa Furaris, un paio di milioni all’anno; consigliere della banca Trinacria, un altro paio di milioni; membro del comitato esecutivo della Vesceris, cinquecentomila al mese; presidente di una società per l’estrazione di marmi pregiati, finanziata dalla Furaris e dalla Trinacria, che opera, come tutti sanno, in una zona dove un pezzo di marmo pregiato non si troverebbe nemmeno se ce lo portassero apposta, perché subito scomparirebbe nella sabbia; consigliere provinciale, e questa è una carica che assolve, dal lato finanziario, in pura perdita, i gettoni di presenza bastandogli appena per le mance agli uscieri; ma dal lato del prestigio… Lei sa che è stato lui, in consiglio provinciale, a spostare i consiglieri del suo partito dall’alleanza coi fascisti a quella coi socialisti: una delle prima operazioni che in questo senso siano state fatte in Italia… Gode perciò della stima dei socialisti; ed avrà anche quella dei comunisti se, profilandosi un altro spostamento a sinistra del suo partito, riuscirà anche stavolta ad anticipare i tempi… Posso dirle, anzi, che i comunisti della provincia già occhieggiano verso di lui con timida speranza… E veniamo ora ai suoi affari privati, che io conosco solo in parte: aree edificabili, nel capoluogo e, si dice, anche a Palermo; un paio di società edilizie in mano; una tipografia che costantemente lavora per uffici ed enti pubblici; una società di trasporti… Poi ci sono più oscuri affari: e qui è pericoloso, anche per pura e disinteressata curiosità, tentare di annusare… Le dico soltanto questo: se mi confidassero che passa dalle sue mani anche la tratta delle bianche, ci crederei senza che me lo giurassero”.
Nei raffinati toni di un giallo che a tratti cerca rifugio dalla propria disperazione in un umorismo sottile e tanto arguto quanto amaro, Sciascia racconta la miseria materiale e l’inferno etico del nostro Paese; e la sua analisi è lucida, spietata, inconfutabile.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.
“Questa lettera non mi piace” disse il postino.
Il farmacista levò gli occhi dal giornale, si tolse gli occhiali; domandò “Che c’è?” seccato e incuriosito.
“Dico che questa lettera non mi piace.” Sul marmo del banco la spinse con l’indice, lentamente, verso il farmacista. Senza toccarla il farmacista si chinò a guardarla; poi si sollevò, si rimise gli occhiali, tornò a guardarla.
“Perché non ti piace?”
“È stata impostata qui, stanotte o stamattina presto; e l’indirizzo è ritagliato da un foglio intestato della farmacia.”
“Già” constatò il farmacista: e fissò il postino, imbarazzato e inquieto, come aspettando una spiegazione o una decisione.
“È una lettera anonima” disse il postino.
“Una lettera anonima fece eco il farmacista. Non l’aveva ancora toccata, ma già la lettera squarciava la sua vita domestica, calava come un lampo ad incenerire una donna non bella, un po’ sfiorita, un po’ sciatta, che in cucina stava preparando il capretto da mettere in forno per la cena.

1963-1968: un arcobaleno di orrori

 

James Ellroy, Sei pezzi da mille, Mondadori
James Ellroy, Sei pezzi da mille, Mondadori

Seimila dollari, “sei pezzi da mille”, pagati a Wayne Tedrow Junior, poliziotto di Las Vegas, per uccidere il delinquente nero Wendell Durfee, giocatore d’azzardo, lenone, criminale comune con una particolare passione per la violenza sessuale e gli sventramenti. Parte da qui, da un fatto quasi insignificante, Sei pezzi da mille, il secondo, magistrale capitolo della trilogia americana di James Ellroy. Una storia minima, periferica; una sordida, anonima pagina di cronaca che immediatamente incontra la storia (a Dallas lo sbirro Tedrow giunge il giorno dell’omicidio Kennedy) e precipita in una angosciosa spirale di complotti, doppi giochi e tradimenti nella quale tutti gli apparati di potere degli Stati Uniti risultano coinvolti. È un folle giro di giostra il romanzo di Ellroy (che prende le mosse dalla conclusione del precedente lavoro, lo splendido American Tabloid, già trattato in questo blog), un viaggio allucinante in una terra d’incubo dove ogni confine tra legalità e illegalità è annullato, dove non sembra esserci nessuna differenza tra il comitato d’affari della mafia e una riunione di ufficiali in una stazione di polizia, e dove uomini e donne vivono, amano e odiano in un unico modo: senza mai avere scrupoli, senza permettersi un solo rimorso. Rispetto ad American Tabloid lo scrittore americano perfeziona ulteriormente il proprio stile asciutto, diretto, incisivo, fatto di frasi brevissime e di eccezionale densità che inchiodano il lettore all’attimo, a quel che accade e alle inevitabili conseguenze che produce. E i suoi protagonisti, come fossero vittime di una incancellabile maledizione, anche in queste pagine pagine continuano a essere oscuri burattini del tempo, fragili comparse di un dramma collettivo che nella sua irrefrenabile corsa verso la distruzione travolge viltà, eroismi, sacrifici, violenze, morbosi idealismi e finisce per lasciare dietro di sé soltanto macerie, materiali e spirituali. Figure storiche e personaggi creati ad arte, ampie ricerche d’archivio, ricostruzioni precise fino al dettaglio e finzioni indistinguibili dal vero: Ellroy racconta mescolando gli opposti, manipolando la realtà fino a renderla qualcosa di fluido, di permeabile all’invenzione, e così facendo costruisce vertiginosi scenari a strapiombo sul possibile. Dalle macchinazioni del miliardario Howard Hughes ai giochi sporchi della Cia, in affari con il crimine organizzato nel redditizio traffico internazionale di droga; dal sacrificio della pedina Oswald (l’assassino di Kennedy secondo la versione ufficiale stabilita dalla Commissione Warren) allo scoppio della “sporca guerra” in Vietnam, che costa la rielezione al presidente Lyndon Johnson; dalle macchinazioni di Hoover, numero uno dell’Fbi, alla nascita per il movimento dei diritti civili dei neri guidato da Martin Luther King e alle violente reazioni dei teorici della supremazia bianca riuniti nella spregevole milizia del Ku Klux Klan, tutto si intreccia nella tela di ragno di questo impareggiabile narratore, ed egli ne è al medesimo momento spettatore, cronista e testimone. Descrive i fatti e immediatamente dopo li analizza, e ancora deduce, come fosse un investigatore, senza sosta ipotizza, colleziona indizi e trae deduzioni, e capitolo dopo capitolo riporta i mille rivoli della sua storia al loro unico fondamento: i nemici dell’America sono tutti coloro che si oppongono ai suoi giganteschi giri d’affari, alle maleodoranti metastasi del dollaro; gli avversari dell’America sono tuti coloro che contrabbandano gli ideali ingenui dell’antimilitarismo, della guerra al crimine dei colletti bianchi, dell’egualitarismo; la rovina prossima ventura dell’America sono Martin Luther King e Robert Kennedy, due uomini, due capipopolo, due simboli, due bersagli.

Sei pezzi da mille è un romanzo sconvolgente, è un lunghissimo, nervoso racconto che lascia senza fiato, come la confessione del più orribile dei peccati, è uno scintillante arcobaleno di orrori e di miserie che unisce due catastrofi ineluttabili e identiche, la condanna a morte di John Kennedy e quella di suo fratello Robert. Ellroy racconta, instancabile come una voce registrata su nastro; Ellroy documenta con la meticolosa precisione di un fascicolo secretato; Ellroy confessa, torrenziale come una coscienza che chiede soltanto di potersi svuotare, e il suo spettacolo è meraviglia, è pietà, è scandalo, e pianto, grido, lotta. Una lotta feroce, primitiva, insopportabile e soprattutto tragicamente inutile.
Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione è di Stefano Bortolussi). Buona lettura.
L’avevano spedito a Dallas ad ammazzare un pappone negro di nome Wendell Durfee. Non era sicuro di farcela. Il Consiglio dei gestori di casinò gli aveva offerto il viaggio. In prima classe. Avevano attinto dai loro fondi neri. L’avevano pagato. Gli avevano dato sei pezzi da mille.

Nessuno l’aveva detto:
Ammazza quel negro. Fa’ un bel lavoro. Prendi i nostri soldi.
Il volo filava liscio. Una hostess servì da bere. Vide la sua pistola. Lo adulò. Gli fece domande idiote.
Lui rispose che lavorava al Dipartimento di polizia di Vegas.
Dirigeva la squadra informazioni. Raccoglieva fascicoli e registrava soffiate.
Lei impazzì. Lei andò in brodo di giuggiole.
«Dolcezza, cosa ci fai a Dallas?».
Lui glielo disse.
Un nero aveva pugnalato un mazziere di ventuno. Il mazziere aveva perso un occhio. Il nero era partito per la Big D. lei impazzì. Lei gli servì whisky e soda. Lui omise i dettagli.
Il mazziere aveva provocato l’aggressione. Il Consiglio aveva emesso una condanna a morte: morte per aggressione a mano armata.
Il fervorino prima del volo: il tenente Buddy Fritsch:
«Non ti devo dire cosa ci aspettiamo, figliolo. E non devo aggiungere che se l’aspetta anche tuo padre».
La hostess fece la geisha. Gli portò le noccioline. Scosse l’acconciatura.
«Come ti chiami?».
«Wayne Tedrow.».