Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore

Recensione di “Proust per bagnanti” di Emanuele Pettener

Emanuele Pettener, Proust per bagnanti, Meligrana

C’è solo un essere più onnipotente di Dio: la madre. Madre che ci genera, impone la vita. E poi determina anche cosa sarà di noi, cosa “saremo”noi. Perché il come saremo dipende sostanzialmente dalla misura dell’amore che lei riuscirà a darci. Sarà quell’amore primitivo e originario che stabilirà che tipo di persone emotive saremo. Sempre e solo quell’amore. E tutti gli altri rapporti affettivi che si svilupperanno nel corso dell’esistenza saranno improntati al suo abbraccio, alle sue carezze e ai suoi sorrisi. E più ne avremo, più l’amore inietterà radici profonde dentro di noi, che ci salveranno da tutto. Quell’amore cieco e gratuito ci farà da scudo contro gli assalti della vita: garantirà immunità dalle cadute, suturerà cicatrici, riempirà voragini, ci guarirà dai dolori e dagli abbandoni che seguiranno. Ma quando quell’abbraccio manca, la nostra natura di esseri sentimentali si aggroviglia attorno a un’idea di amore estraneo, lontano e malato. E quelle domande sulla natura del non “amore” rimarranno sospese sulla nostra anima per sempre, investendo tutto, perfino la capacità dell’annullamento sensuale nei confronti dei nostri stessi figli. Oppure l’essere sentimentale si lancerà alla ricerca disperata di quell’amore perduto. E quella ricerca diventerà il nodo – spesso scorsoio – della sua esistenza. È una “recherche” per l’appunto proustiana, Proust per bagnanti, delizioso, piccolo romanzo di Emanuele Pettener nel quale cercare “il tempo perduto” corrisponde a immergersi nel ricordo – sempre attuale e bruciante nella vita dei protagonisti – del generatore eterno del bene e del male: la madre. Continua a leggere Il tempo perduto (e ritrovato) del gratuito amore

Il tempo dell’amore e dell’egoismo

Recensione di “La prigioniera” di Marcel Proust

Marcel Proust, La prigioniera, Mondadori

Il tempo, o per dir con più esattezza la differente misura del suo scorrere, il suo liquido, lentissimo allungarsi nelle ore della giornata, l’attimo presente che di continuo si scompone cristallizzandosi, invece di dissolversi, nelle vertiginose architetture della memoria, nei labirinti colmi d’emozione, saturi di sofferenza, del ricordo rivisitato senza sosta, modellato come cera, distrutto, ricostruito e nuovamente abbattuto, il momento che ancora ha da venire immaginato con desiderio febbrile, vestito di speranza, agghindato dal sogno, deturpato dalla paura, dal sospetto, dalla malvagità; è il tempo, con i suoi moti di rotazione e rivoluzione, a dare sostanza narrativa a La prigioniera, quinto volume della monumentale opera proustiana Alla ricerca del tempo perduto (Mondadori editore, traduzione di Giovanni Raboni, per le recensioni ai precedenti volumi potete cliccare qui), cupo e claustrofobico dramma amoroso che vede, come unici protagonisti della storia, in una Parigi quasi immaginata (a descriverla sono solo episodi passati, passeggiate sempre interrotte, scorci di strade e d’umanità osservate, più spesso addirittura spiate, dalle finestre di una camera da letto), l’autore narratore e la fidanzata Albertine, “fanciulla in fiore” dai molti segreti, sospettata di avere inclinazioni omosessuali, che Marcel, tormentato dalla gelosia al punto da invitare la ragazza a vivere a casa sua così da poterla controllare da vicino, da esercitare su di lei un dominio quasi assoluto, e soprattutto da celarla al resto del mondo e alle sue innumerevoli tentazioni, vorrebbe e allo stesso tempo non vorrebbe sposare. Continua a leggere Il tempo dell’amore e dell’egoismo

Dove tutti i colori valgono il grigio

Don DeLillo, Americana, Einaudi
Don DeLillo, Americana, Einaudi

Una prova generale. Non nel senso in cui il proustiano Jean Santeuil lo è di Alla ricerca del tempo perduto – e perciò senza una trasparente continuità tematica, senza quel formicolante disordine espressivo che sempre qualifica un lavoro preparatorio, senza quella forma abbozzata, precaria ma potenzialmente ricchissima che è propria dell’appunto, dello schema di lavoro, in una parola senza consapevolezza (e con ogni probabilità anche senza intenzione) – eppure, in qualche misura, il primo passo di un progetto destinato a compiersi anni dopo; così si può interpretare Americana (pubblicato nel 1971 e rivisto nel 1989), romanzo d’esordio di Don DeLillo, viaggio d’incubo in una modernità che sembra non avere più nulla di umano, vertiginoso e disturbante affresco di una società contagiata, moribonda, aggrappata alla finzione e alla menzogna come un corpo esausto alle macchine che lo tengono artificialmente in vita, come una sorta di introduzione al monumentale Underworld (di cui ho già scritto nel blog), riconosciuto capolavoro dello scrittore americano. Lette una dopo l’altra, infatti, queste due opere, pur nel netto risaltare delle differenze sembrano compenetrarsi nelle atmosfere che evocano, in quel generale senso di malessere che in Americana è sottile e insinuante come un sospetto, un dubbio, e infastidisce, tormenta come un rovello cui si sfugge ottundendo i sensi, stordendo il pensiero – “Tutte le sere si sentiva parlare della guerra in televisione, ma noi preferivamo andare al cinema. Ben presto i film erano cominciati a sembrarci tutti uguali, e così avevamo traslocato in massa in camerette immerse nella penombra dove ci riunivamo a eccitarci o ammosciarci, oppure a guardare gli altri che si eccitavano o ammosciavano, o a bruciare bastoncini d’incenso e ascoltare cassette praticamente mute” – mentre in Underworld esplode nell’ossessione dell’olocausto nucleare (“Moriremo tutti!” urla DeLillo attraverso la maschera grottescamente geniale e mostruosa del controverso comico Lenny Bruce). E ancora gli scritti si incontrano, fino a fondersi, nella ricerca su linguaggio e significato, nella denuncia della tragica illusorietà delle nuove forme di comunicazione (David Bell, il protagonista di Americana, manager di un network televisivo, così parla di sé e del mondo di cui fa parte: “Sul lavoro mi vestivo come comandava l’establishment, pur senza farmi mancare, a onor del vero, un tocco di colore, avendo l’establishment compreso da tempo che qualsiasi colore valeva sostanzialmente come il grigio, purché lo portassero tutti […]. Avevo imparato il significato di una porta chiusa, che l’amicizia era una moneta fuori corso e che era importante mentire anche quando non ce n’era bisogno. Parole e significati erano sempre in contrasto. Le parole non dicevano mai quello che dicevano, e neppure il contrario. Avevo imparato una lingua nuova, e ben presto ne dominai le regole più essenziali”) e nel tentativo di reazione affidato all’avanguardia artistica (il Bell regista di cortometraggi dell’ultima parte del romanzo, inghiottito dai paesaggi che inquadra con la sua telecamera, è l’ombra dell’artista concettuale Klara Sax di Underworld, impegnata negli spazi immensi del deserto a dipingere fusoliere d’aerei).

Colpisce, nell’esordio letterario di DeLillo, lo sguardo severo gettato su una realtà che senza esitazione egli giudica estranea a sé e che pure analizza in profondità e si sforza di comprendere; come un medico che cerchi di aver ragione di una malattia divenuta tutt’uno con i tessuti colpiti smascherandola, individuandone l’essenza, così lo scrittore statunitense con questo romanzo getta sul mondo una prima occhiata che, pur essendo ancora opaca, fuori fuoco, non solo si indirizza verso una precisa direzione ma riesce a inquadrare con una certa sicurezza i propri bersagli: così, nel mirino della tagliente prosa di DeLillo finiscono il progressivo sfilacciarsi di tutto ciò che si percepisce come vero, lo svanire dei confini, degli approdi, delle sicurezze, lo smembrarsi di ogni significato in rivoli di bugie, in impalpabili frammenti di parole perdute: “Io stracciai gli appunti che avevo preso durante la riunione. Dal cassetto centrale tirai fuori una scatola di graffette e cominciai a infilarle una dentro l’altra a catena. Nel giro di una decina di minuti, avevo collegato un centinaio di graffette. Poi unii i due estremi. Stesi il cerchio di graffette sul piano della scrivania. All’interno sistemai nove matite, disposte in tre triangoli di tre matite ciascuno. All’interno di ciascun triangolo misi una gomma da cancellare. Poi presi i brandelli degli appunti, li buttai in un portacenere, accesi un fiammifero e diedi fuoco”. Ed è sulle fondamenta di Americana che DeLillo erigerà l’indimenticabile città di macerie di Underworld.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Pensante. Buona lettura.

E così arrivammo alla fine di un altro stupido e lurido anno. Le luminarie sormontavano scintillanti le porte dei negozi. I venditori di caldarroste spingevano i carretti fumanti. Di sera, la folla in strada era immensa e il fragore del traffico saliva a trasformarsi in un’ondata di piena. I Babbi Natale della Quinta Avenue scampanellavano con una delicatezza strana e quasi dolente, come a spargere sale su un taglio di carne guasta. In tutti i negozi risuonavano musichette, canti e osanna natalizi, e le trombe dell’Esercito della Salvezza diffondevano i lamenti marziali di antiche legioni cristiane.

Essere. Per qualcun altro

Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Mondadori
Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Mondadori

“Razza su cui pesa una maledizione, costretta a vivere nella menzogna e nello spergiuro perché sa che il suo desiderio – ciò che costituisce per ogni creatura la suprema dolcezza del vivere – è considerato punibile e vergognoso, inconfessabile; costretta e rinnegare il proprio Dio, giacché, se anche siano cristiani, quando compaiono in veste d’imputati alla sbarra del tribunale, devono, davanti al Cristo e al suo nome, difendersi come da una calunnia da ciò che è la loro stessa vita; figli senza madre, cui sono obbligati a mentire persino al momento di chiuderle gli occhi; amici senza amicizie, malgrado tutte quelle che il loro fascino sovente riconosciuto può far nascere e che il loro cuore, non di rado buono, saprebbe provare; ma è lecito chiamare amicizie le relazioni che vegetano solo col favore d’una menzogna e dalle quali il primo slancio di confidenza e di sincerità cui fossero tentati d’abbandonarsi li farebbe respingere con disgusto, a meno che non avessero a che fare con uno spirito imparziale, se non addirittura simpatetico, che in tal caso, tuttavia, fuorviato nei loro confronti da una psicologia convenzionale, attribuirebbe al vizio confessato anche l’affetto che gli è più estraneo, allo stesso modo che certi giudici suppongono e giustificano più facilmente l’assassinio negli invertiti e il tradimento negli ebrei, per ragioni tratte dal peccato originale e dalla fatalità della razza?”. È l’amore, in particolar modo l’amore omosessuale, considerato nel medesimo tempo con cruda razionalità e tormentata passione, il cuore narrativo e tematico di Sodoma e Gomorra, quarto volume della Recherche di Marcel Proust. Il grande scrittore francese lo racconta (anzi, non è eccessivo affermare, laddove si ponga la giusta attenzione alla sofferta sincerità della sua prosa, che lo confessi) attraverso i suoi personaggi; il nobile, fiero, eppure vinto e perduto signor di Charlus, e lui stesso, voce narrante del romanzo, innamorato di Albertine, che cerca il proprio appagamento in un amore totale, privo di barriere e restrizioni, capace di guardare, con identico interesse, agli uomini e alle donne. L’amore, l’amore naturale e nonostante ciò proibito, l’amore che sorge spontaneo e che tuttavia la società considera malato, immorale, vizioso più di certi vizi “come il furto, la crudeltà, la malafede, che però l’uomo comune, comprendendoli meglio, è più propenso a scusare”, si fa, nel mezzo del cammino etico, estetico ed esistenziale proustiano, simbolo della vita stessa, della sua invincibile irrazionalità, delle sue contraddizioni, delle sue ingiustizie. Per questo Proust alla vita l’accosta, o per dir meglio lo sovrappone, e nel descriverlo, nel disegnare con impressionante minuzia i contorni di un sentimento circondato dalla paura (di venire alla luce) e dall’esecrazione (cui inevitabilmente va incontro una volta divenuto di pubblico dominio), moltiplica i paragoni e gli esempi: la natura, la storia, l’arte, la religione, il mito, la politica, ogni umana manifestazione del genio, ogni atto sociale, ogni inclinazione è un possibile specchio di quel sentimento che a prezzo di enormi sacrifici e di una tragica condanna all’infelicità si sforza in ogni modo di celar se stesso pur ingegnandosi a trovar sfogo, soddisfazione.

Ma se ogni aspetto della vita, cui non fa eccezione neppure la morte (quella della nonna di Marcel, che proprio nel legame con Albertine troverà conforto al suo dolore), torna, come alla propria sorgente, all’amore, se nella circolarità di questa equivalenza il tempo degli uomini scorre ordinato nel suo incessante alternarsi di luce e ombra, ecco che oltre le allegorie e le similitudini trova il proprio spazio e la propria dimensione la perfetta coincidenza del vivere e dell’amare, della vita cercata, inseguita, sprecata e dell’amore cercato, inseguito, precariamente goduto e per questa ragione con sempre maggior determinazione preteso. Facce di un’identica medaglia, Marcel e il signor di Charlus donano interamente all’amore le loro esistenze; officianti e vittime, celebrano il sacrificio dell’essere: la restituzione a sé, che sola riposa nell’essere per qualcun altro.

Eccovi l’incipit. La traduzione per Mondadori, è di Giovanni Raboni. Buona lettura.

Come già sappiamo, quel giorno (il giorno in cui doveva aver luogo il ricevimento della principessa di Guermantes), prima di fare al duca e alla duchessa la visita che ho appena descritta, avevo spiato il loro ritorno e compiuto, durante il mio appostamento, una scoperta concernente, in particolare, il signor di Charlus, ma così importante, di per se stessa, che ho preferito rinviarne il racconto sinché non avessi, come ho ora, la possibilità di assegnargli il posto e lo spazio necessari.

Al principio di un nuovo viaggio

 

Marcel Proust, I Guermantes, Einaudi
Marcel Proust, I Guermantes, Einaudi

Morbida, sinuosa, fluida, declinata senza un ordine apparente, in una libertà piena e sorprendente che sembra rendere superfluo qualsiasi punto di riferimento, la memoria, l’inesauribile tesoro narrativo di Marcel Proust, nutrita dalla sovrabbondante ricchezza della prosa dell’autore francese, senza sosta si rinnova, quasi partecipasse in prima persona alle esperienze e ai vissuti di cui dovrebbe essere semplicemente il contenuto, lo scrigno, e diviene stupore, riscoperta, attualità. Nell’intensità emotiva di una scrittura a tal punto trasparente e sincera da sfiorare la nudità della confessione, il ricordo abbandona ogni sovrastruttura, ogni giudizio precostituito e si affaccia al mondo con curiosità virginale, di fanciullo, allo stesso modo godendo dell’ebrezza dei suoi splendori e patendo l’abisso delle sue miserie. Narrata come fosse l’oggi, la stagione di vita dell’autore che costituisce la trama de I Guermantes, terzo libro della Recherche (dei primi due ho già scritto in questo blog), esplora il mistero dell’uomo e dei suoi affetti; nei salotti raffinatissimi dell’aristocrazia di sangue, dove tutto, persino il reciproco sorridersi, o l’ammiccare improvviso, obbedisce a rigide regole di etichetta, Proust, voce narrante e personaggio, osserva come se non conoscesse nulla, come se a quell’ambiente fosse del tutto estraneo. Non c’è, naturalmente (né avrebbe senso che ci fosse), ombra di critica sociale nel letterario spaesamento dello scrittore (rampollo dell’alta società borghese), quanto piuttosto il riflesso di un cauto procedere, l’eco di una ricerca che ha la natura umana (e il suo carattere multiforme, sfuggente, imprevedibile) come proprio oggetto. Nel guardare agli uomini, a ciò che fanno, pensano, a quel che mostrano e soprattutto alle cose che nascondono, che si preoccupano di celare, nel raccontare l’eterno ritorno del loro esistere (che è l’esistere di ciascuno di noi), Proust annulla ogni distanza tra passato e presente; certo, le descrizioni perfette della vita di società riportano il lettore a un mondo scomparso, tuttavia non c’è nulla di davvero essenziale nel richiamo al passato; mai come in questo romanzo (e nel successivo Sodoma e Gomorra), l’ambientazione, pur magnifica per cura del dettaglio, è ridotta a sfondo, a macchia di colore dalla quale emerge, con i suoi tratti marcati, inconfondibili, l’essere umano. E con lui il suo mondo interiore, che Proust indaga con rispettoso pudore e insieme vorace curiosità, lasciandosi sedurre dai suoi chiaroscuri, e affascinare e terrorizzare dalla sua complessità, fino al momento in cui la sua sete di conoscere, il suo bisogno di scoprire, lo conducono oltre l’ultima delle soglie, dove non è più possibile occultare nulla. È allora che al lettore e al narratore insieme (come fossero una stessa persona) si rivela l’omosessualità del barone di Charlus, uno dei protagonisti del romanzo, verità scomoda e sconvolgente per il severo indirizzo morale del tempo cui tuttavia Proust non rifiuta di accostarsi. Con timore, ritrosia, ma anche con pietà.

Nel disegno complessivo della Recherche, I Guermantes si può considerare una specie di romanzo sui generis, un lavoro capace di rispettare il respiro narrativo dei libri che l’hanno preceduto e insieme un’opera che segna una svolta, che introduce una dimensione nuova della memoria e in essa trascina lettore e personaggi. In questa tappa del grand tour proustiano, dunque, un nuovo viaggio ha inizio; ignoti sono i lidi cui può condurre, ma ad essi, e ben più profondamente di quanto riusciamo a immaginare, apparteniamo. 

Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Mondadori, collana I Meridiani, è di Giovanni Raboni). Buona lettura.
Il pigolio mattutino degli uccelli sembrava insipido a Françoise. La minima parola pronunciata dalle donne la faceva sussultare; disturbata da ogni loro passo, se ne chiedeva il perché: avevamo traslocato. Non  che, al sesto piano della nostra abitazione, i domestici si muovessero meno; ma quelli li conosceva; i loro andirivieni se li era fatti amici. Adesso, persino al silenzio prestava un’attenzione dolorosa. E poiché il nostro nuovo quartiere pareva tanto calmo quant’era rumoroso il boulevard sul quale davano prima le nostre finestre, il canto d’un passante (nitido anche quando, da lontano, giunge fievole come un motivo d’orchestra) faceva venire le lacrime agli occhi a Françoise in esilio.

È la nostra vita la sola possibile misura del tempo

 

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori
Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori

“Ma altre volte […] la mia vita effettiva […] mi appariva come una parte di realtà che non era fatta per me, contro la quale non c’era possibilità di ricorso, in seno alla quale non avevo alleati, e dietro la quale non si nascondeva niente. Mi sembrava, in quei momenti, di esistere nello stesso modo degli altri uomini, che sarei invecchiato, che sarei morto come loro, e che in mezzo al mucchio sarei stato semplicemente uno dei tanti”. Probabilmente, nessuno più di Marcel Proust ha compreso che il senso del tempo non è qualcosa di astratto ma coincide con quello della nostra esistenza e che il futuro, che specie in giovane età immaginiamo, abita là dove prende forma quel che desideriamo, dove coltiviamo le gioie più segrete in attesa di dar loro espressione, verità, vita. In questo senso, Il deserto dei Tartari, il romanzo più noto di Dino Buzzati, pubblicato nel 1940, è un’opera squisitamente proustiana, fin dal suo concepimento, originato, per ammissione dell’autore, “dalla monotona routine redazionale notturna che facevo a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario nelle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva”. L’universale tema del sogno e della ricerca della sua realizzazione che dapprima si fa dubbio, poi paura di fallire e infine, di fronte all’incolmabile abisso che separa quel che è da ciò che vorremmo (e che per un tratto di strada crediamo perfino di aver diritto di ottenere), muta in aperta disillusione, in disperata afflizione, si raccoglie in Proust nell’intimità sconfinata del ricordo personale, mentre Buzzati lo affida all’invenzione creatrice della fantasia, alla sua suggestiva potenza creatrice. Così, l’io proustiano che apertamente confessa se stesso, ne Il deserto dei Tartari lascia spazio al personaggio del sottotenente Giovanni Drogo, pallido alter ego dello scrittore bellunese, e la vita quotidiana del giovane Marcel cede il passo al destino militaresco di Drogo, inviato a prestare servizio nella lontana e isolata Fortezza Bastiani, avamposto costruito agli estremi confini settentrionali di un regno uguale e nel medesimo tempo diverso da qualsiasi altro regno, un tempo presidio strategico ma ora poco più che superflua memoria di un passato glorioso. Tra i camminamenti, le sale e i cortili della Fortezza, Drogo consuma la sua intera vita nella vana attesa di un attacco nemico, lentamente sprofondando nell’uniformità di giorni, mesi e anni tutti uguali, nelle sabbie mobili di una promessa il cui mantenimento è costantemente differito. Proust e il suo destino letterario inseguito fino alla morte tra caparbietà e frustrazione, e Drogo-Buzzati, alla ricerca di sé nell’orizzonte vuoto e immobile che circonda la fortezza (nel medesimo tempo sua casa e sua prigione), si incontrano nell’attimo, sospeso e dilatato a dismisura, che precede la consapevolezza del naufragio, in quello spazio, personale, intimo eppure condiviso da tutti, che trasforma la nostra ansia nella più dolorosa delle certezze.  

Intrisa di rassegnazione, di una sofferenza sussurrata e inevitabile, la prosa di Buzzati racconta con commossa partecipazione l’infelice eredità dell’essere al mondo; l’inutile ribellione di Drogo alla fortezza, cui non può rinunciare perché farlo significherebbe voltare le spalle alla sua stessa vita, si spegne da sé, quasi senza alcun sussulto degno di nota, nello stesso modo in cui il sonno sopraggiunge a concludere le nostre affannate ore di veglia: “[…] ma Giovanni capiva pure di non poter restare tutta la vita tra le mura della Fortezza. Presto o tardi qualche cosa bisognava decidere. Poi le abitudini lo riprendevano nel solito ritmo e Drogo non pensava più agli altri, ai compagni che erano fuggiti in tempo, ai vecchi amici che diventavano ricchi e famosi, egli si consolava alla vista degli ufficiali che vivevano come lui nel medesimo esilio, senza pensare che essi potevano essere i deboli o i vinti, l’ultimo esempio da seguire”. 

Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa cera un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

La prosa sublime di un cuore in tumulto

 

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore
Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore

Si veste d’amore la memoria di Marcel Proust, narratore e protagonista di All’ombra delle fanciulle in fiore, secondo capitolo del suo capolavoro, Alla ricerca del tempo perduto. L’evocazione del passato, pur senza perdere nulla del suo libero fluire, del suo scorrere in modo quasi indipendente dalla volontà del narratore, ha in questo romanzo un ben preciso polo d’attrazione, un punto di caduta, un “luogo naturale” verso cui dirigersi. Così, quel muoversi composto della prosa proustiana, che ricorda il leggero incresparsi di uno specchio d’acqua, che tanto somiglia all’impercettibile soffio di voce di un sussurro, finisce per perdersi e ritrovarsi senza sosta nel turbinio di emozioni scatenato da un sentimento universale eppure sconosciuto, e proprio per questo sconvolgente. Proust infatuato di Gilberte (la figlia di Swann e di sua moglie Odette) e poi conquistato dalla “fanciulla in fiore” Albertine è il perfetto parallelo (letterario e umano) di quello conosciuto in Dalla parte di Swann (di cui ho già scritto) al momento del risveglio dei suoi ricordi, quando un’intera vita rompe gli argini del passato e si riversa nell’oggi ridisegnandone forma e senso. In entrambi i romanzi, il lettore si immerge poco alla volta nella tranquillità quasi ipnotica della trama, nel disegno ordinato dei quadri d’ambiente, nella cortese, formale presentazione dei personaggi (introdotti nella storia come fossero invitati a una festa), ma d’improvviso quel che si trova di fronte è uno spettacolo completamente diverso, una scrittura nervosa, impaziente, che si affanna a tradurre il tumulto irrefrenabile di un cuore adolescente, a trovare per i suoi entusiasmi e i suoi tormenti le più limpide forme d’espressione: “Soffiava un vento umido e dolce. Era un tempo che conoscevo; ebbi la sensazione e il presentimento che il giorno di capodanno non fosse un giorno diverso dagli altri, che non fosse il primo d’un mondo nuovo nel quale avrei potuto, con possibilità ancora intatte, rifare la conoscenza di Gilberte come ai tempi della Creazione, come se ancora non esistesse alcun passato, come se fossero state abolite, con i relativi presagi per il futuro, le delusioni che di tanto in tanto mi aveva inflitte: un nuovo mondo nel quale niente di vecchio sarebbe sopravvissuto… niente, tranne una cosa: il mio desiderio che Gilberte mi amasse”.  

Ancora una volta (come già accaduto per Dalla parte di Swann) lascio l’ultima parola su All’ombra delle fanciulle in fiore, o per dir meglio sull’intera opera di Proust, a Carlo Bo, che per l’edizione completa di Alla ricerca del tempo perduto pubblicata da Mondadori nella collana I Meridiani e tradotta da Giovanni Raboni, ha scritto una splendida, ricchissima introduzione. “Non c’è stato dopo Proust un altro romanziere che abbia creduto in questa funzione del romanziere, e cioè del disvelatore e dell’interprete dei sentimenti. Lo stesso Kafka, che pure conduce un’impresa analoga alla sua, trasforma l’indagine in una serie di immagini e prefigura un tempo storico fondato sui fatti del mistero ma ci lascia con un forte sentimento di tragedia insuperabile. Proust non rinuncia, non ha paura: chiuso nella sua stanza, è deciso ad andare a fondo, a intravvedere dei segni e, di più, a dare un senso all’esistenza. C’è – lo ripetiamo – un’umiltà che chi è venuto dopo non avrà più”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Quando si trattò di invitare a pranzo per la prima volta il signor di Norpois, poiché mia madre si rammaricava che il professor Cottard fosse in viaggio e che Swann non facesse più parte dell’ambiente che lei frequentava, convinta com’era che l’uno e l’altro sarebbero parsi interessanti all’ex-ambasciatore, mio padre replicò che un commensale eminente, uno scienziato illustre come Cottard non poteva mai sfigurare a un pranzo, ma che Swann, con il suo esibizionismo, con la sua abitudine a gridare ai quattro venti anche la più trascurabile delle sue relazioni, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe certamente giudicato, secondo il suo modo di esprimersi “pestilenziale”. Questa affermazione di mio padre richiede qualche parola di spiegazione, dal momento che qualcuno ricorderà forse un Cottard decisamente mediocre e uno Swann capace di portare sino al massimo della delicatezza, in fatto di mondanità, discrezione e modestia.
 

Swann, il principio di un infinito narrare

Recensione di “Dalla parte di Swann” di Marcel Proust

 

Marcel proust, Dalla parte di Swann, Mondadori
Marcel Proust, Dalla parte di Swann, Mondadori

Forse nessuna definizione più di quella di romanzo riesce a evocare l’universalità, la totale assenza di confini, l’aristotelica potenzialità di divenir qualsiasi cosa, la bellezza quasi inesprimibile di un raccontare che abbraccia tempo e spazio e non conosce soste né limiti. Eppure, la parola romanzo sembra perdere tutta la propria forza, la propria spinta vitale, e ridursi a una specie di insufficiente categoria, di più, a una semplicistica etichetta, nel momento in cui la si accosta al monumentale lavoro letterario di Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto. Non v’è dubbio, tuttavia, che i diversi volumi che compongono la sua opera (a partire dal primo, Dalla parte di Swann, di cui intendo trattare) siano romanzo, che la loro struttura narrativa rispetti le regole di questo tipo di lavoro, e che dunque sia ben presente la materialità di una storia e vengano offerte al lettore tanto la bussola (geografica e psicologica) di una particolareggiata descrizione d’ambiente quanto il confronto (intellettuale ed emotivo) con i personaggi.

Ma tutto questo, a ben guardare, non è che dettaglio; non riposano qui, infatti, né la ragione né il senso dell’inesausto scrivere dell’autore francese. Laddove il romanzo, qualsiasi romanzo, si fonda, e giustifica la propria esistenza, nella scelta del tema trattato, nella sua declinazione, nella decisione dello scrittore di celare o dichiarare apertamente le proprie intenzioni, di concentrarsi sull’analisi di un particolare o di illuminare un intero scenario, e ancora nell’azzardo stilistico, nella densità della prosa o al contrario nel suo rarefarsi, nella Ricerca proustiana tutti questi elementi costitutivi vengono derubricati a questioni di secondaria importanza e finiscono per rendere impossibile, o per dir con più esattezza del tutto inutile, guardare ad essa partendo da questi punti di vista. Così, eccoci di fronte a un vero e proprio paradosso, che ci costringe ad ammettere che giudicare Proust secondo criteri squisitamente romanzeschi equivarrebbe a decidere della sostanza religiosa della Bibbia concentrandosi soltanto sulla correttezza della punteggiatura. Che fare, dunque? Come affrontare questo capolavoro affascinante e terribile come un mare in tempesta? Con ogni probabilità, la sola risposta possibile è questa: accettandolo. Immergendocisi. Viaggiandoci insieme e dimenticando, immediatamente dopo essere partiti, di avere una meta, perché il proustiano atto di scrivere è, essenzialmente, ricerca, un continuo peregrinar per sentimenti, ricordi, passioni che non ha lo scopo di recuperare qualcosa di definito, ma l’intenzione, ben più ardita, ben più folle e fino a oggi mai più eguagliata, di ritrovare altri sentimenti, altri ricordi, altre passioni, altri pensieri, che come nuovi punti d’arrivo, in una continua circolarità nutrita dal sostegno fedele della parola, innescano nuove ricerche.

Scrive Carlo Bo nella prefazione all’opera completa edita da Mondadori (collana I Meridiani) e tradotta da Giovanni Raboni: “Questo Proust così letterario, così permeato di intenzioni letterarie, non ha nessuna fiducia nei poteri primi della letteratura; o, per essere più precisi, a un certo punto della sua speculazione si è accorto che sotto un regime di dissoluzione non esistono categorie resistenti oltre l’illusione e che la funzione dell’arte è proprio questa di convincere l’uomo della sua sostanziale miseria e del suo navigare in un mare imperscrutabile. Si ha l’impressione che spinga sempre la sua barca verso il mare aperto epperò quando sta per toccare la terra – sia pure una terra immaginaria – ricomincia da capo. Se fosse vissuto, non avrebbe potuto far altro che continuare a scrivere la Recherche”.
L’affresco, l’inestricabile eppure chiarissimo intreccio di memorie e sensazioni, di attimi che sembrano prendere vita dal sogno per poi ritrovarsi catapultati nel reale e il momento successivo sgranarsi come immagini colte nel dormiveglia per recuperare tutta insieme la propria sostanza nello slancio di un ricordo improvviso o nella spontaneità di una riflessione innescata dal caso, ha, in Dalla parte di Swann, i colori tenui della fanciullezza dell’autore e il quieto respiro della vita di provincia (nel villaggio di Combray), e nello stesso tempo una nervosa tensione verso il futuro, l’angosciosa preoccupazione nei confronti dell’ignoto rappresentata dalla figura di Swann, attraverso il quale il raccontare di Proust si allarga a macchia d’olio, toccando il quadro familiare, il ritratto sociale, la parentesi onirica per poi sempre tornare, con fedeltà d’innamorato, al suo nucleo originario, alla scintilla di memoria, all’occasione di ricordo, a tutto ciò che offre all’uomo l’eternità del pensiero e il miracolo della sua espressione.
Eccovi l’incipit di Dalla parte di Swann. Buona lettura.

A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: «Mi addormento». E, mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso un piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V. Questa convinzione sopravviveva per qualche secondo al mio risveglio; non scombussolava la mia ragione, ma premeva come un guscio sopra i miei occhi impedendogli di rendersi conto che la candela non era più accesa. Poi cominciava a diventarmi incomprensibile, come i pensieri di un’esistenza anteriore dopo la metempsicosi; l’argomento del libro si staccava da me, ero libero di pensarci o non pensarci; immediatamente recuperavo la vista e mi sbalordiva trovarmi circondato da un’oscurità che era dolce e riposante per i miei occhi ma più ancora, forse, per la mia mente, alla quale essa appariva come una cosa immotivata, inspiegabile, come qualcosa di veramente oscuro.