Destouches, medico dei poveri

Recensione di “Morte a credito” di Louis-Ferdinand Céline

Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito, Tea

Lacerante come solo la sincerità priva di compromessi sa essere. Louis-Ferdinand Céline è un romanziere che non permette equidistanza, indifferenza. La sua prosa ti trascina con sé, irresistibile come il mugghiare di acque prossime a rovesciarsi in una cascata, e ti porta ad amare incondizionatamente l’autore oppure a odiarlo senza pietà. È forse lo scrittore cui devo di più. Guardare la vita con gli occhi di Céline, misurarla con il suo metro, è un atto di coraggio, trascende la comune esperienza estetica per farsi carne e sangue. Il tormento che scatena può far pensare alla sofferenza procurata dai riti di passaggio che in contesti tribali segnano l’ingresso nell’età adulta. Se siete pronti alla maturità, cominciate pure a leggere. Ogni romanzo è storia a sé, ma se desiderate seguire un ordine cronologico allora partite da Morte a credito (mirabilmente tradotto da Giorgio Caproni). È forse l’immagine del medico della Antologia di Spoon River, reietto e disprezzato dai colleghi perché disposto a curare i poveri (coloro che, non potendo pagare la sapienza libresca, non hanno diritto di goderne i benefici), così magistralmente tratteggiata tratteggiata da Edgar Lee Masters nella sua opera e ripresa con non comune sensibilità artistica e umana da Fabrizio De André nell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo (E allora capii/fui costretto a capire/che fare il dottore è soltanto un mestiere/che la scienza non puoi/regalarla alla gente/se non vuoi ammalarti dell’identico male/se non vuoi che il sistema ti pigli per fame) quella che meglio si attaglia alla figura di Céline, scrittore viscerale, apocalittico e abissale, così lucidamente realista da apparire visionario, insuperato per potenza espressiva. Continua a leggere Destouches, medico dei poveri

L’innocenza perduta su un’isola

Recensione di “Il signore delle mosche” di William Golding

William Golding, Il signore delle mosche, Mondadori

È il pensiero a darsi battaglia ne Il signore delle mosche, l’opera più celebre del romanziere britannico William Golding, Nobel per la Letteratura nel 1983. Quel che a prima vista sembra essere semplicemente un romanzo d’avventura, infatti, cela, tra le pieghe della trama, ben altra profondità. Golding immagina un conflitto planetario, ma lascia sullo sfondo la tragedia di questo scontro e se ne serve, almeno inizialmente, solo come artificio narrativo (l’agghiacciante significato simbolico della guerra, nella cui realtà il lettore precipita quasi senza accorgersene, perché il romanzo la presenta come un dato di fatto, emerge poco alla volta, pagina dopo pagina, nel progressivo crescere dell’intensità drammatica della storia). È in questo scenario caotico e violento che un gruppo di ragazzi, a causa di un incidente aereo, finisce, abbandonato a se stesso, su un’isola tropicale. Sono tutti giovanissimi, alcuni di loro addirittura poco più che bambini, e anche in questo caso, come già per la guerra, metafora e simbologia non potrebbero essere più evidenti. I bambini, per antonomasia, rappresentano l’innocenza e la purezza, e lo stesso può dirsi, almeno per una ben precisa corrente di pensiero, che ha in Rousseau uno dei suoi esponenti più noti, per la natura che li circonda. Il romanzo, dunque, al principio ci introduce a una situazione che potenzialmente è idilliaca. C’è la guerra, è vero, ma, isolati dal conflitto, ci sono dei bambini circondati dalla natura amica; loro possono dimostrare al mondo “civile” e tecnologico che sta distruggendo se stesso, al mondo degli adulti, che un’altra realtà è possibile, che l’uomo nasce buono, non corrotto, che la natura è madre e non matrigna, e che ogni devianza è figlia dell’educazione, del vivere sociale, del progresso (è ancora Rousseau che parla; è l’ingenuo eppur nobile ottimismo del mito del buon selvaggio che rivendica le proprie ragioni). Continua a leggere L’innocenza perduta su un’isola

Sii ciò che sei

Recensione di “Ogni cosa è illuminata” di Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda
Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda

L’idea che siano commedia, riso e umorismo la più genuina e fedele interpretazione del dramma, che nella contagiosa leggerezza del loro codice espressivo abiti la comprensione del male, e un viaggio a ritroso nel passato compiuto con piena coscienza di tutto quel che è accaduto da allora a oggi, vestito della limpida consapevolezza dei fatti, gravato dal peso delle decisioni prese (e delle conseguenze che da quelle decisioni sono scaturite), dei rimorsi accumulati, dei rimpianti rimasti ad appassire lungo la strada e a tratti risvegliati, come tormenti, dall’ingovernabile sussulto dei ricordi. E il lento divenire di tutte le cose, il respiro di ciò che è vivo che muta le quotidiane esistenze, che incessantemente conduce il noto verso l’ignoto, che apre le porte all’inaspettato. Così, il legame tra ciò che è stato e ciò che è non è un correre lungo i binari di una strada definita, non è semplicemente ricostruire l’immutabile, illuminare la morta eternità delle cose trascorse, bensì uno zigzagare del pensiero e della fantasia; è l’incedere ubriaco dei sentimenti, l’anarchico vagabondare di un frammento di memoria che nel suo effimero splendore ne illumina un altro, il quale a sua volta ammicca a un terzo, che ancora svela il successivo, finché quest’abbozzato filo d’Arianna non diviene percorso, e il percorso trama del labirinto. Continua a leggere Sii ciò che sei

L’uomo, il capitano e l’altro da sé

Recensione di “Il compagno segreto” di Joseph Conrad

Joseph Conrad, Il compagno segreto, Rizzoli
Joseph Conrad, Il compagno segreto, Rizzoli

Un racconto di formazione che ha l’angosciosa cupezza dell’incubo e il ritmo trascinante dell’avventura. Un’esplorazione, nel medesimo tempo, simbolica e reale, del sé attraverso il confronto con l’altro. Un viaggio metaforico, terribile e denso d’incognite, preludio di una traversata che consacrerà definitivamente uomo e capitano colui che la responsabilità di condurla a buon fine. Un rapporto indefinito, mai del tutto accessibile, mai completamente cristallino, tra l’interiorità del singolo e tutto ciò che le sta di fronte, tra l’uomo e gli altri uomini, tra l’uomo e il mondo; un rapporto che è causa di tutto, dal quale ogni cosa dipende, che si ha l’urgenza di comprendere, di svelare nello stesso modo in cui si svela un mistero, e che tuttavia non si può fare altro che vivere. L’uomo, la sua enigmatica natura, e il legame che egli intreccia con i suoi simili e con quella possente, invincibile divinità che è la natura, sono al centro del travolgente racconto di Joseph Conrad intitolato Il compagno segreto, a proposito del quale Andrea Zanzotto, nella bella introduzione all’edizione dell’opera pubblicata da Rizzoli (con testo inglese a fronte e traduzione di Pietro De Logu), scrive: “Un componimento come Il compagno segreto sembrerebbe costruito a bella posta per offrire lo spunto ai più diversi ricami della critica, anzi delle più diverse metodologie critiche, e nello stesso tempo si presenta come freschezza che riesce a bilanciare il proprio impeto spontaneo entro una forma perfettamente conclusa e armonizzata. Continua a leggere L’uomo, il capitano e l’altro da sé

L’uomo, il capitano e l’altro da sé

Recensione di “Rayuela” di Julio Cortázar

Julio Cortazár, Rayuela – Il gioco del mondo, Einaudi

“A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina dove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo”. Al principio del suo romanzo più noto e discusso, Rayuela – Il gioco del mondo, Julio Cortázar offre al lettore qualcosa di simile a una bussola, uno strumento utile a orientarsi nel labirinto delle sue pagine, suggerendogli nel medesimo tempo di ignorare entrambe le alternative proposte e di procedere secondo un estro personalissimo, lasciandosi trascinare da un’intuizione, per esempio, oppure abbandonandosi al caso, a una lettura che abbia come unico criterio il più assoluto disordine, che sia essenzialmente arbitrio. Soltanto in questo modo, infatti, Rayuela, che “è molti libri, ma soprattutto è due libri”, può essere letto (ed esplorato, scoperto, reinventato persino); soltanto in questo modo, con Rayuela – che nel suo essere romanzo, nel suo narrare, nel suo avanzare sinuoso e ipnotico continuamente si sporge oltre il linguaggio, oltre sé, continuamente insegue quella realtà che riposa dentro il reale e che del reale è l’ombra, il sogno, il senso ultimo, o forse solo un senso, un possibile senso che aiuti a comprendere l’assenza di senso di ogni giorno, di ogni veglia, di ogni fatto, di tutto ciò che si può considerare oggetto di conoscenza – è possibile immedesimarsi, rivedersi nei suoi personaggi, sentire, nelle loro parole, la nostra voce. Continua a leggere L’uomo, il capitano e l’altro da sé

Il mondo attraverso un uomo

Edgar Allan Poe, Le avventure di Gordon Pym, Newton Compton
Edgar Allan Poe, Le avventure di Gordon Pym, Newton Compton

Un romanzo d’avventura venato di mistero e d’orrore. Una storia di formazione che poco alla volta, inesorabilmente, si colora d’incubo, si fa tragedia, e sprofonda cupa in quell’indicibile perversione della realtà cui diamo il nome di soprannaturale. Un diario di viaggio, un racconto di mare, un travolgente mutar di prospettive che serra la luminosa immensità dell’orizzonte nell’angusta penombra del rifugio di un clandestino. Il mondo capovolto disegnato da Edgar Allan Poe ne Le avventure di Gordon Pym, l’opera di maggior ampiezza della sua produzione, è un crescente respiro d’angoscia, un magistrale sovvertimento dei canoni letterari, un tumultuare di avvenimenti inaspettati e tragici che trasforma l’epica eroica (e a tratti scanzonata) dell’esplorazione, della corsa verso l’ignoto, in un gorgo d’inquietudine e di smarrimento personale. Nel narrare l’odissea del giovane Arthur Gordon Pym, che per pura fame d’emozioni si imbarca clandestinamente a bordo del brigantino Grampus, agli ordini del capitano Barnard, un caro amico del padre del ragazzo, lo scrittore americano conduce il lettore lungo sentieri poco battuti, senza mai offrire punti di riferimento ma anzi confondendo di continuo le tracce. Proprio come l’orizzonte verso il quale i personaggi del suo lavoro si dirigono senza mai raggiungerlo (ma soprattutto senza mai comprenderlo, e che ovunque incombe come una presenza maligna, come una terribile maledizione sul punto di essere scagliata), le feroci, implacabili pagine del Gordon Pym ignorano ogni canone consueto; lo splendore delle albe e dei tramonti, l’immensità dell’oceano, tutto ciò che dovrebbe far da sfondo (e in qualche misura anche da filo conduttore) a quanto viene svelato è quasi immediatamente spazzato via; la misura della parola, il suo spazio vitale, non è più la natura bellissima e spietata, ma la condizione del singolo prigioniero nello spazio finito di una nave circondata da qualcosa che somiglia al nulla (e all’interno della nave nel soffocante perimetro di un nascondiglio in tutto simile a una tana); ed è a questo punto che il vero viaggio – che è della mente prima che del corpo, e della volontà, dell’umanità presa d’assalto dalla follia, dell’imperio della sopravvivenza che si fa sanguinario delirio di vita – ha inizio.

Così le avventure del titolo diventano il drammatico vissuto del protagonista, di Arthur Gordon Pym, e attraverso lui vivono, divengono reali. Dapprima l’ammutinamento della nave che ospita Gordon, poi, a rivolta sedata (non senza gran spargimento di sangue), l’arrivo di una tempesta, che danneggia irreparabilmente la nave, e il conseguente naufragio. Colma di terrore e di disperazione, tagliente, talmente evocativa e ricca di suggestioni da lasciare senza fiato, la prosa di Poe, che ogni cosa registra attraverso gli occhi e il cuore palpitante del suo primo attore, conduce il lettore fino in fondo all’abisso che dimora in ogni persona: la speranza degli uomini alla deriva, privi di cibo e acqua e prossimi alla morte per consunzione, risvegliata dall’arrivo di una nave, si muta in atroce scoramento alla scoperta della morte dell’intero equipaggio, ma la discesa agli inferi di quel manipolo di derelitti è lungi dall’essere conclusa; le condizioni estreme in cui si trovano, infatti, li costringono al cannibalismo. In un ultimo barlume di umana pietà che l’autore descrive con indimenticabili accenti di cruda amarezza, il nome di colui che sarà sacrificato affinché gli altri possano avere ancora una speranza di vita viene estratto a sorte, poi c’è spazio solo per l’esecuzione della sentenza. E ancora una volta, quando anche l’ultimo confine è superato e sembra ormai impossibile tornare indietro, Poe spariglia le carte, e per un momento Le avventure di Gordon Pym torna a vestire gli abiti classici del romanzo d’avventura. Un’altra nave giunge a salvare i sopravvissuti, ed ecco che subito tutto torna a confondersi. La rotta seguita porta a una terra sconosciuta, abitata da selvaggi che non esitano ad attaccare i nuovi arrivati; l’azione, trascinante, è però sempre mediata dai pensieri e dalle scelte di Gordon, dal suo interiore tormento, che in parte è specchio di quel che gli succede e in parte rivela l’essenziale indecifrabilità dell’uomo. Nella trasparente allegoria di terra, acqua e cielo, custodi immortali di innominabili segreti, Poe dunque racconta e rivela un essere umano e l’umanità tutta, i suoi dilemmi, il bisogno di certezze che contribuisce a renderlo la più debole tra le creature, e il suo universo etico, così definito e allo stesso tempo così precario e impalpabile, come l’ultima sottile lama di luce che si arrende all’incedere della sera.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Newton Compton, è di Enzo Giachino. Buona lettura e buon Ferragosto a tutti.

Mi chiamo Arthur Gordon Pym. Mio padre era un rispettabile commerciante in articoli marittimi a Nantucket, dove io nacqui. Il mio nonno materno faceva il notaio e aveva una buona clientela. Fortunato in tutto, aveva speculato con profitto sui fondi di quella che era un tempo chiamata la Edgarton New Bank. Con questi e altri mezzi era riuscito a metter da parte un discreto capitale. Era attaccato a me, credo, più che a qualsiasi altra persona al mondo, tanto che tutto faceva pensare che alla sua morte io avrei ereditato buona parte della sua sostanza.

La balena, confine invalicabile di ogni ambizione

 

Herman Melville, Moby Dick, Mondadori
Herman Melville, Moby Dick, Mondadori

Nella staticità forzata di un viaggio per mare, nella presenza opprimente dell’infinità che da ogni lato circonda i naviganti, negli spazi chiusi, saturi e claustrofobici di una nave, che per l’equipaggio è al medesimo tempo casa e prigione, nel ribollire incessantemente minaccioso dell’ignoto, nel paziente ricamo di un ineluttabile destino di tragedia. È in questo essenziale quadro di caducità e dolore, di fragilità e di testarda opposizione ad essa che l’odissea narrata da Herman Melville in Moby Dick si compie. Scarno fin quasi ad apparire elementare nella trama (che si può riassumere nel resoconto del viaggio di una baleniera a caccia di cetacei, di uno in particolare, una balena enorme e bianca), il più celebre romanzo dello scrittore statunitense rivoluziona i canoni dell’avventura letteraria; il tempo immobile dei giorni che si susseguono uguali a se stessi, l’obiettivo della spedizione (la cattura e l’uccisione di Moby Dick, la balena bianca), chimerico come un desiderio, febbricitante come l’ossessione che consuma Achab, il capitano della nave, riverberano nell’ipnotico andamento di una prosa arcaica e sovrabbondante, estenuata di rimandi, spiegazioni, dettagli, digressioni, tecnicismi. L’horror vacui del discorrere continuo di Melville è l’eco dell’interminabile orizzonte verso il quale puntano i suoi personaggi e lo specchio della vanità delle ambizioni umane, quale che sia il sentire che le alimenta; nelle sue pagine, colme come forzieri carichi di monete d’oro, si trova qualunque cosa, ma non le risposte ai dubbi degli uomini imbarcati sulla baleniera Pequod, non rassicurazioni per le loro paure, non un balsamo che dia requie alla rabbia impotente di Achab, cui Moby Dick ha strappato una gamba. E l’esplodere, il fiammeggiare improvviso di un’azione, la concitazione di un particolare momento, il barlume di verità, di gioia, persino di sognante abbandono che sembra profilarsi nella sincerità ruvida di una conversazione, non rappresentano altro che il momentaneo riacutizzarsi di un pungolo, il riaccendersi flebile di una volontà comunque condannata alla sconfitta, all’oblio, e proprio come ciò di cui sono specchio, queste parentesi di scrittura brillano per un’istante e immediatamente vengono inghiottite dal cono d’ombra di un racconto che non sa saziarsi di se stesso. “Ma sì, ma sì”, confessa Achab ai suoi uomini, urlando loro in faccia, insieme alla propria umiliazione, tutta la sua voglia di riscatto, di rivincita, “è stata quella maledetta balena bianca che mi ha smantellato e mi ha ridotto per sempre un povero buono a niente! […] E io l’andrò a scovare  dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per fargli sfiatare sangue nero, per buttarla a pinne in aria”, ma il suo grido somiglia al disperato lamento del naufrago, al suo fiato inghiottito dal vento, bagnato dal respiro del mare, incomprensibile alla natura, partorito già morto.

Allegoria (del vero, del bene, del male, della vita, della morte e di molto altro ancora), enciclopedico saggio travestito da romanzo, opera di tale vastità e profondità da sfuggire a qualsiasi classificazione, Moby Dick è senza alcun dubbio un unicum nel panorama letterario mondiale. Sa evocare, affascinare e conquistare nello stesso modo in cui sa precipitare il lettore nel più buio e profondo degli inferi: è un libro-montagna, un romanzo-abisso, un cammino impervio, faticoso e straziante come un processo di autocoscienza. Nel viaggio di Achab e del Pequod, nella cronaca che ne fa Ismaele (io narrante della vicenda e alter ego dell’autore), Melville ha cercato di raccontare la realtà, il proprio tempo, se stesso, e più di tutto quel ritornare costante, in ogni epoca della storia, delle medesime cose; gli uomini innanzitutto, ostaggi della propria imperfezione, poi tutto ciò che da loro prende vita, e che per questa sola ragione fatalmente si corrompe. È il presente che si coglie in ogni tempo la misura del nostro peccato originale ed è nel viaggio (tanto nell’esteriore quanto in quello interiore), nella sua particolare dimensione, che si manifesta con tragica, intollerabile chiarezza, con la forza irresistibile della verità confessata.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quando esattamente – avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare, e vedere la parte equorea del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell’anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l’ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m’imbarco. E non c’è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l’oceano.