Vite spezzate su un’isola selvaggia

Recensione di “L’isola dei cacciatori di uccelli” di Peter May

Peter May, L’isola dei cacciatori di uccelli, Einaudi

Isola di Lewis, al largo delle coste scozzesi. Roccia scura, inospitale, spazzata dai gelidi venti atlantici e sferzata dal respiro rabbioso e infaticabile dell’oceano. Pochi villaggi, nei quali il tempo sembra aver smesso di scorrere. La vita degli abitanti è allo stesso tempo durissima e monotona; è sopravvivenza, scandita dalla violenza primordiale di tempeste e mareggiate e dalla soffocante intransigenza fondamentalista delle congregazioni religiose protestanti, dalle infuocate, immaginifiche prediche sull’ira di Dio rovesciate dai pulpiti e dalla severissima vigilanza della domenica, quando ogni strada è deserta, ogni locale chiuso e perfino le altalene nei parchi gioco sono serrate con i lucchetti affinché nulla e nessuno, neppure l’innocenza dei bimbi, possa profanare la santità del giorno del Signore. È qui che suo malgrado è costretto a tornare l’ispettore Fin McLeod della polizia di Glasgow; qui, al villaggio di Crobost, dove è nato, cresciuto e dal quale, non appena ne ha avuto la possibilità, è fuggito. Continua a leggere Vite spezzate su un’isola selvaggia

L’edera folta dei rimpianti e dei rimorsi

Peter May, L'uomo degli scacchi. Einaudi
Peter May, L’uomo degli scacchi. Einaudi

Il cerchio si chiude e il dolore trova un perché, la flebile luce di una spiegazione che non ha il potere di colmare un vuoto né la forza di offrire conforto e tuttavia racconta una storia, unisce un principio a una conclusione, rimette al loro posto tutte le tessere di un tragico puzzle. Il cerchio si chiude, una stagione tramonta, e la vita, al di là degli anni irrimediabilmente perduti, folti d’edera di rimpianti e rimorsi, torna in folate di vento a reclamare il proprio indispensabile nutrimento di desiderio, speranza, felicità, a sognare seconde occasioni, a immaginare altre scelte, altre strade, possibilità mancate per un soffio. Il cerchio si chiude nell’eterna, silenziosa testimonianza di una natura splendida e indomabile, primordiale e incomprensibile, le cui tempeste furiose si schiantano su valli e contrafforti rocciosi vecchi di millenni plasmandoli secondo un cieco, sovrumano istinto di bellezza, e la cui voce è il cavernoso risucchio dell’oceano che ribolle nell’oscurità di immense caverne di roccia nera e l’urlo folle di colonne d’acqua che cingono d’assedio scogliere e strapiombi e il sibilo incessante di maree che si rovesciano su coste e spiagge come corpi esausti. Il cerchio si chiude – fiammeggiando d’atrocità e compassione, inabissandosi nella spirale del tempo trascorso e infine riemergendo a un presente talmente carico d’incognite e paure da sembrare l’immagine di un sogno – nello stesso luogo in cui tutto ha avuto inizio (con lo splendido e trascinante noir L’isola dei cacciatori di uccelli, già recensito nel blog assieme al seguito, L’uomo di Lewis): sull’isola di Lewis e Harris, la più settentrionale delle Ebridi. È infatti di nuovo in questa terra aspra, custode di inconfessabili segreti, che lo scrittore e giornalista scozzese Peter May ambienta L’uomo degli scacchi, ultimo capitolo della sua indimenticabile trilogia. Ancora una volta, tutto ruota attorno alla figura del protagonista della saga, l’ex ispettore di polizia Fin McLeod, alle spalle un matrimonio fallito e un figlio piccolo tragicamente ucciso da un pirata della strada mai identificato, che sull’isola è nato e cresciuto e ha lasciato la parte più autentica di sé: l’amore assoluto e purissimo per Marsaili, conosciuta bambina sui banchi di scuola e perduta nel tempo generoso e stupido della giovinezza; il ricordo amaro dei genitori morti prematuramente mescolato alla confusa gratitudine nei confronti della zia con la quale è cresciuto, nell’umidità povera ma dignitosa di una casa affacciata sull’immensità dell’orizzonte; le amicizie ruvide con coetanei che l’isola ha stretto a sé e in qualche misterioso modo spezzato durante il lungo, faticoso cammino verso la maturità.

Più ancora che nei romanzi precedenti, è l’isola, cupa e severa come lo guardo di Dio, a dominare l’intreccio. Nell’implacabilità dei suoi inverni, come nel risveglio dolcissimo e fuggevole delle sue estati dorate, quell’impasto di terra e torba partorito dal tempo come una creatura leggendaria, sembra voler finalmente confessare le tante, terribili verità che gli uomini le hanno affidato nel corso di decine e decine d’anni. E come Fin avrà modo di scoprire, ognuna di esse, a partire dal naufragio della nave Iolaire, che nel 1919 stava riportando i casa i soldati scampati alla follia del primo conflitto mondiale, fino al ritrovamento, all’indomani di una tempesta talmente forte da aver sconvolto la geografia di una vallata prosciugando il lago che la impreziosiva, del relitto perfettamente conservato di un piccolo aereo (un velivolo scomparso una ventina di anni prima, di proprietà di un amico di Fin, che viene rinvenuto cadavere nell’abitacolo), è intimamente legata alla storia personale di Fin e dei ragazzi e delle ragazze assieme ai quali è cresciuto. Così, la sua indagine informale su quel che è davvero successo all’aereo e al suo pilota diventa, nella prosa vigorosa e partecipata di May, scrupoloso nel seguire le regole narrative del giallo e impeccabile nel disegnare il complesso e spesso controverso universo emotivo dei suoi personaggi, ciascuno alle prese con colpe da farsi perdonare o errori di cui pentirsi, un viaggio nella memoria, una via della croce di ricordi che sono altrettanti indizi, indispensabili per far luce sul mistero di una morte insopportabilmente ingiusta che, accolta come disgrazia, si rivela essere un omicidio. Il costante oscillare tra ieri e oggi, che è stata una delle costanti narrative dell’intera saga, in questo capitolo conclusivo si fonde con il respiro romanzesco, ne colora le atmosfere, scandisce colpi di scena e sorprese e in un travolgente ribaltamento di prospettiva fa del passato, di ciò che è stato, e non del futuro, il cuore di ogni aspettativa, la promessa della felicità. May guarda ai suoi protagonisti – Fin e il suo fraterno amico Whistler dal carattere indomabile, la fiera Marsaili, capace d’amore come nessun altro, Donald, che ha scelto di espiare anni di sfrenatezza facendosi soldato di Dio – con benevolenza e pietà; e nel raccontarne sbagli e cadute ce li rende fratelli.

Con L’uomo degli scacchi, che suggerisco di leggere dopo aver letto i primi due romanzi per coglierne fino in fondo la ricchezza, si conclude una trilogia di rara bellezza stilistica e di straordinaria intensità emotiva; un magnifico affresco letterario.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Chiara Ujka. Buona lettura.

Quando Fin aprì gli occhi, l’interno del vecchio rifugio in pietra che aveva dato loro riparo dalla tempesta era soffuso di una strana luce rosata. Salendo dal fuoco ormai quasi spento, del fumo vagava pigro nell’aria immobile. Whistler se n’era andato. Si sollevò sui gomiti e notò che la pietra che chiudeva l’accesso al rifugio era stata spostata. Al di là riusciva a vedere la foschia dell’alba tinta di rosa che faceva da cappello alle montagne. La tempesta era passata, aveva scaricato la sua pioggia e lasciato dietro di sé un silenzio innaturale.

Sull’isola di Lewis, tra sofferenza e amore

Peter May, L'uomo di Lewis, Einaudi
Peter May, L’uomo di Lewis, Einaudi

La muta testimonianza della terra, e dell’oceano che la circonda e incessante ne frusta il volto di roccia e sabbia, non si cura dello scorrere del tempo. Immortale e irraggiungibile, la natura assiste all’affannarsi continuo dell’uomo, seppellendone nello sgretolarsi dei secoli ambizioni e amori, sacrifici e delitti, eroismi ed egoismi. Finché, dimentica come un dio distratto di tutto ciò che le profondità del suo cuore hanno stretto in un eterno abbraccio d’oscurità e morte, non restituisce a un presente ignaro e nudo e debole brandelli di memoria di dolore e sangue. Così, vite un tempo spezzate tornano, spettrali come nebbia, con il loro carico di innominabili segreti e patetiche fragilità, a sconvolgere altre vite, incatenandole a un destino spietato come una sentenza che non prevede appello e alla quale è impossibile sfuggire. Siamo di nuovo sull’isola di Lewis – teatro dello splendido romanzo giallo di Peter May L’isola dei cacciatori di uccelli (di cui ho già scritto in questo blog), primo capitolo di una trilogia – e la seconda opera dell’autore scozzese, ambientata in questo selvaggio lembo di terra e intitolata L’uomo di Lewis, ha i contorni, laceranti e indimenticabili, di un viaggio dolce, struggente e violentissimo nell’anima di un uomo, nei suoi anni di gioventù sottratti alla coscienza, all’affetto e al rimorso dall’incedere quasi militaresco della malattia; un viaggio che coinvolge, ben più di quanto ciascuno di loro desidererebbe, i protagonisti del primo romanzo: l’ormai ex poliziotto Fin McLeod, che ha deciso di lasciare il proprio lavoro e di tornare a vivere a Lewis, dove è nato e cresciuto, Marsaili, il più grande rimpianto di Fin, la donna che ha amato più di ogni altra (e dalla quale è stato riamato con intensità ancora maggiore) ma che nonostante questo non è stato capace di tenere accanto a sé, e il figlio di lei, che è figlio anche di Fin, anche se l’uomo non gli ha mai fatto da padre. Il personaggio principale della storia, infatti, è il padre di Marsaili, affetto da demenza senile e ricoverato in un centro per anziani, coinvolto suo malgrado, e praticamente a sua insaputa visto lo stato in cui si trova, in un’indagine aperta in seguito al ritrovamento di un cadavere perfettamente conservato. Al principio le autorità credono che i resti siano vecchi di centinaia d’anni, e che a mantenerli intatti sia stata la torba in cui erano sepolti, ma l’autopsia rivela la presenza di un tatuaggio su un braccio, un tatuaggio dedicato a Elvis Presley, che permette di stabilire con precisione il tempo in cui il corpo è rimasto celato: non più di cinquant’anni. Anche altre cose rivela l’autopsia; che il cadavere è stato oggetto di sevizie, che non si è trattato di morte accidentale né naturale ma di omicidio, e che il suo dna ha una forte compatibilità con quello di Tormod McLeod, il padre di Marsaili.

Nel tentativo di aiutare la donna che non ha mai smesso di amare, Fin, che sta anche cercando di dare un senso alla propria vita, naufragata dopo la morte del figlio (ucciso da un pirata della strada mai arrestato) e il divorzio dalla moglie, cerca di scoprire chi sia il cadavere ritrovato sulla spiaggia, e soprattutto cosa abbia a che fare con il vecchio Tormod. E la verità che poco alla volta riesce a recuperare, il lettore la scopre in parallelo assieme al papà di Marsaili, che, incapace di mettere ordine nell’inestricabile intrico emotivo del proprio mondo interiore e di raccontarlo agli altri, e prima di tutto alla figlia, rivive la sua giovinezza di amore, dolore, speranza e vendetta in lunghe, silenziose riflessioni che l’autore narra con commossa partecipazione, gettando una preziosa luce di sincerità e onestà intellettuale su brutalità e ingiustizie che soltanto qualche decennio fa erano all’ordine del giorno e che, all’ombra della parola di Dio masticata (e manipolata) dai suoi ministri, venivano contrabbandate per assistenza e beneficienza. Come nel primo romanzo (anche se, rispetto a quel lavoro, la descrizione d’ambiente, lì ricchissima, vorticosa, evocativa e terribile nel suo splendore, nelle pagine de L’uomo di Lewis risulta più sfumata, come fosse un sussurrato controcanto di tutto quel che accade), la prosa di Peter May è potente, fascinosa, carica di struggimento; genuina e vibrante come l’ardore della giovinezza e insieme stanca, disillusa e nonostante ciò non doma, come il bilancio di una vita attraversata da dolori e rimpianti eppure vissuta, con caparbietà, ostinazione, forza di volontà. E difesa, contro tutto e tutti.

Chi ha letto e amato L’isola dei cacciatori di uccelli di certo verrà conquistato anche da L’uomo di Lewis, romanzo di squisita fattura il cui unico difetto è in realtà qualcosa che somiglia a un pregio. Il libro, infatti, rende al meglio se letto non da solo ma dopo il primo, con il quale ha un evidente rapporto di dipendenza tematica. In attesa del terzo e ultimo atto.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Chiara Ujka. Buona lettura.
Su questisola sferzata dalle tempeste, a tre ore di distanza dalla costa nord-occidentale della Scozia, il poco terreno esistente, rubato alla roccia, concede alla gente cibo e calore. Ma ne accoglie dentro di sé anche i morti. E molto di rado, come oggi, ne restituisce uno. Il taglio della torba è unattività importante, che coinvolge lintera comunità. Famiglie, vicini, bimbi, tutti insieme si riversano nella brughiera mentre un dolce vento che soffia da sud-est asciuga i pascoli e tiene a bada i moscerini. Annag ha solo cinque anni. È il suo primo taglio della torba, quello che ricorderà per il resto della vita.