Alle cose stesse

In ricordo di Massimo Bordin

Massimo Bordin, Una passione unica, Il Foglio

Si parla sempre di se stessi. Il più delle volte proprio quando si fa ogni sforzo per cercare di evitarlo. Io per esempio qui parlo di me tutte le volte in cui scrivo di un libro, e lo faccio non perché voglia o per chissà quale narcisismo patologico non ancora diagnosticato ma per il semplice fatto che provare a raccontare alcune pagine è dire anche perché mi sono piaciute così tanto e perché vorrei che altri le leggessero. Non dovrei dunque scusarmi del fatto che anche questa volta parlerò di me, eppure sento di doverlo farle, perché oggi dirò qualcosa di nuovo. Di nuovo e intimo. Oggi infatti voglio parlare di una radio cui devo per intero la mia coscienza civile (che valga qualcosa o nulla non è aspetto che conti perciò posso tralasciarlo senza particolari patemi); l’emittente in questione si chiama Radio Radicale e la ascolto tutti i giorni da circa trent’anni. La conobbi per puro caso, su segnalazione di un amico. Allora, io non lo sapevo perché per la politica non nutrivo alcun interesse (non mi interessavo di nulla, in realtà; amavo leggere, il resto era come se non esistesse), la radio aveva aperto i suoi microfoni al Paese; tutti potevano chiamare, dire quel che passava loro per la testa e le segreterie telefoniche, in funzione ventiquattr’ore su ventiquattro, registravano ogni cosa per poi trasmetterla. Senza alcun intervento. Senza nessuna censura. Ascoltai per settimane un diluvio di sconcezze e le registrai su cassetta perché nulla poteva essere più spassoso per un ragazzo che sentire gente che senza sosta, da un capo all’altro d’Italia, ne insultava dell’altra e veniva a propria volta insultata in un folle gioco di rimandi dove a trionfare, ovviamente, erano espliciti richiami sessuali e scatologia. Una meraviglia. Qualcosa di ipnotico. Poi quell’esperienza, che passò in archivio con l’appellativo di “radio parolaccia” (mai titolo fu più azzeccato e puntuale), terminò e io cominciai a scoprire la radio. E la radio iniziò a spiegarmi il Paese in cui vivevo, a partire proprio dalla parentesi sociale di “radio parolaccia”; e assieme al Paese, a un’Italia di cui ero quasi del tutto inconsapevole ma che non avevo mai amato (e con la quale ancora oggi intrattengo pessimi rapporti), e che, complice gli interessati insegnamenti di mia madre, vedevo solo in frantumi di specchio nelle parole e nelle azioni dei suoi miti ed eroi – il teatro di Dario Fo, Franca Rame e Giorgio Gaber, le canzoni di Enzo Jannacci e Fabrizio De Andrè – me stesso. Lo fece soprattutto con gli interminabili soliloqui pannelliani, con i quali mi addormentavo la sera e mi risvegliavo al mattino e che scolpirono in me il senso di un agire autenticamente politico – bisogna avere il coraggio di essere impopolari per non essere antipopolari, un coraggio, lasciatemelo dire, che il nostro Paese non ha mai conosciuto, e che purtroppo i Radicali non hanno mai avuto il consenso elettorale necessario a trasformare in azione, pur facendo, con il loro pugno di voti, autentici miracoli – e poi, da un giorno con l’altro, con la rassegna stampa del mattino; “Stampa e regime” si chiamava (e ancora si chiama così), altro titolo perfetto per questo Paese così imperfetto e sbagliato, e a condurla era Massimo Bordin. Bordin i giornali non si limitava a leggerli, le notizie non era semplicemente lì a darle; Massimo Bordin le cose le spiegava, riusciva a vedere oltre le parole, che spesso erano muri, o cortine fumogene, o inciampi d’azzeccagarbugli impreziositi d’aggettivi o di qualche desueto termine d’effetto, e arrivare alle cose; fosse stato un filosofo (ed era anche quello, Bordin, è stato anche quello) sarebbe stato il padre della fenomenologia, Edmund Husserl
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