Cronaca, romanzo, atto d’amore

Recensione di “Il Messico insorge” di John Reed

John Reed, Il Messico insorge, Einaudi

“Francisco I. Madero rovesciò la dittatura del generale Porfirio Díaz senza troppa fatica, dopo una tempestosa campagna elettorale e un breve movimento armato, tra il novembre 1910 e il maggio 1911 […]. Madero, figlio di ricchi proprietari terrieri, era un uomo buono e generoso, ma gli mancava la capacità di cogliere gli immensi problemi politici e sociali creati dalla lunga dittatura di Díaz. Giunto alla presidenza grazie a un voto popolare plebiscitario entusiasta, la sua prima mossa fu di abbandonare quelle stesse masse che gli avevano dato il potere […]. Il 27 novembre 1911 il leader contadino Emiliano Zapata insorse contro il governo Madero […]. Pochi mesi dopo, gli allevatori e i latifondisti reazionari dello stato settentrionale del Chihuahua finanziavano uno dei più prestigiosi ‘capi della rivoluzione’, Pascual Orozco. Questi raccolse un esercito e marciò verso sud, verso la capitale, con l’intenzione di restaurare al potere il governo reazionario; ma lungo la strada fu fermato e sconfitto da Victoriano Huerta, un ex generale porfirista […]. All’alba del 9 febbraio 1913 una comune ribellione militare […] si propagò a diverse guarnigioni […]. A schiacciare la rivolta il presidente Madero inviò il generale Huerta […]. Improvvisamente, il 19, Huerta prese aperta posizione contro il governo Madero, e in una drammatica scena al Palazzo Nazionale arrestò Madero e lo costrinse a dimettersi. Il 22 […] Huerta fece assassinare Madero […]. Un mese dopo l’assassinio del presidente Madero, comparvero, sulle strade di campagna, forti gruppi a cavallo di quegli stessi guerriglieri che avevano portato al potere Madero, e che egli aveva miopemente congedato e disciolto. Uno di essi , Francisco Villa – che rimarrà per sempre nella storia col nome di Pancho Villa – era stato smobilitato da Madero, e poi incarcerato per gli intrighi del generale Huerta […]. Con l’aiuto di Carlos Jaúregui, un giovane impiegato del tribunale militare, Villa evase dal carcere di Santiago Tlatelolco, e il 26 dicembre 1912 giunse negli Stati Uniti. Jaúregui, oggi settantenne colonnello in pensione ricorda: ‘Eravamo al El Paso, nel Texas, e ci preparavamo a tornare in Messico dopo aver saputo dell’assassinio di Madero. Era il 6 marzo 1913, poco dopo le dieci di una notte buia […]. Attraversammo il fiume a cavallo, e ben presto fummo accolti dalla prima salva di proiettili. Erravamo in otto, guidati da Villa’. Quegli otto uomini, capeggiati da Villa, furono la scintilla e l’origine della famosa Divisione del Nord […]. Pochi mesi dopo, nel gennaio 1914, Villa trasferì il suo quartier generale nella città di Chihuahua, capitale dello stato. Fu in quei giorni che vidi, nell’ufficio telegrafico dove lavoravo, un giovane giornalista yankee. Ci venne cinque o sei volte, a Ciudad Juárez o a Chihuahua. Era alto, magro, biondo, col naso all’insù”. Datate settembre 1968, queste brevi memorie di Renato Leduc fanno da introduzione a Il Messico insorge, cronaca della vittoriosa rivoluzione costituzionalista condotta da Villa scritta con intensa partecipazione, dichiarata partigianeria (verso i ribelli) e incontestabile rigore dal giornalista John Reed, che divenne celebre narrando gli eventi della Rivoluzione d’Ottobre nel volume Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Continua a leggere Cronaca, romanzo, atto d’amore

Il coraggioso umanesimo di Augie

Recensione di “Le avventure di Augie March” di Saul Bellow

Saul Bellow, Le avventure di Augie March, Mondadori

Un romanzo di formazione, un protagonista affascinante, contraddittorio, che scatena emozioni, commuove, diverte e fa riflettere, un affollato palcoscenico di caratteri, ciascuno descritto con minuziosa precisione, una ricostruzione d’ambiente (in primis quello della Chicago del primo Novecento, ma anche la vasta desolazione del Messico, dove muoiono i sogni di libertà e d’amore del protagonista) di impressionante efficacia, e una scrittura intensa, vitale, scintillante, in perfetto equilibrio tra asciutta rievocazione di esperienze personali e sorprendente slancio inventivo. Le avventure di Augie March, con ogni probabilità l’opera più conosciuta (anche se, a mio avviso, non la più significativa) di Saul Bellow è uno splendido viaggio – lungo oltre 700 pagine, che si leggono d’un fiato – nel cuore e nell’anima di un uomo e insieme la rappresentazione, delicata e struggente, di un mondo infantile, immaturo nel bene come nel male, spietato e misericordioso insieme. Interamente narrato in prima persona, il libro di Bellow, pur senza spiccare per originalità – la storia che racconta non è certo nuova: Augie March, giovane di umili origini, cerca in tutti i modi di migliorarsi, di trasformare in vita i suoi quotidiani sforzi per sopravvivere – muta prospettiva di continuo e lascia il lettore privo di punti di riferimento; in questo modo instilla in lui il prepotente desiderio di sapere quel che accadrà, fin dove Augie riuscirà ad arrivare, cos’altro potrà mai capitare. Ed ecco che in quel che sembra soltanto un talentuoso gioco letterario (e invece è il più grande tesoro del romanzo: un’inesauribile ricchezza contenutistica ed espressiva) l’autore dimostra tutta la propria maestria e, grazie a un linguaggio meravigliosamente fluido, abbandona sullo sfondo i quadri d’insieme che dovrebbero ancorare alla “realtà” le vicende del suo eroe (la saga famigliare, la movimentata cerchia delle amicizie, gli esaltanti incontri amorosi) per dare risalto alla persona singola, filosoficamente considerata “misura di tutte le cose”, al suo universo etico, alle sue scelte e alle conseguenze che ne derivano. Continua a leggere Il coraggioso umanesimo di Augie

L’amore e il dio immanente

Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi
Cormac McCarthy, Città della pianura, Einaudi

Donare parole a ciò che è per sua natura inesprimibile, dare voce al maestoso silenzio della natura e ai suoi ritmi eterni, ai colori dell’alba e alla luce obliqua del tramonto, al confuso odorare della terra, al sordo tambureggiare del tuono, al grigiore indistinto ma vivo e terribile del cielo che annuncia lo scatenarsi della tempesta, al tenace fragore del fiume, significa fronteggiare l’assoluto e adottarne il codice espressivo, significa vestirsi d’immortalità, significa far coincidere in un unico gesto la nuda contemplazione del mondo e la sua descrizione, come fossero l’una la naturale emanazione dell’altra, come se a legare questi due momenti fosse una spirituale concatenazione di causa ed effetto. “Una notte eravamo sul Platte River, vicino a Ogalalla, e io mi ero messo a dormire sotto la mia coperta, un po’ fuori dal bivacco. Era una notte illuminata dalla luna, più o meno come stasera. Faceva freddo. Era primavera. Mi svegliai di colpo, probabilmente le avevo sentite nel sonno, e dappertutto c’era questo immenso fruscio, e non erano altro che oche selvatiche, a migliaia, che risalivano il fiume in volo. Continuarono a passare e passare per quasi un’ora. Oscuravano la luna. Pensai che il bestiame si sarebbe agitato, invece non fu così. Mi alzai e feci qualche passo sempre tenendo gli occhi al cielo, e alcuni degli altri giovani cowboy si erano alzati anche loro, svestiti com’erano, e così ce ne restammo lì, naso all’aria con i nostri mutandoni di lana addosso. E sentivamo solo questo fruscio. Gli uccelli volavano molto alti, il rumore che facevano non era forte, per niente, e io non avrei mai pensato che una cosa del genere potesse svegliarci e tenerci lì inchiodati a quel modo. Fra i cavalli ce n’era uno di nome Boozer, abituato a lavorare di notte, e il vecchio Boozer mi venne vicino. Penso che anche lui s’immaginasse che il bestiame si sarebbe svegliato, invece niente. E il bello è che erano bestie piuttosto nervose”. Miracolosa come una creazione dal nulla, partecipe, nella sua essenza, della perfetta circolarità della natura, dell’infinito alternarsi di nascita e morte, di crepuscolo e aurora, la scrittura di Cormac McCarthy si fa, in Città della pianura, magnifico capitolo conclusivo della sua Trilogia della pianura (degli altri due romanzi che compongono questo indimenticabile affresco, Cavalli selvaggi e Oltre il confine, ho già scritto in questa sede), lirica della vita, grammatica dell’esistenza. Il grande autore americano spinge la sua prosa densa e ricchissima in uno spazio nel medesimo tempo concreto e metafisico, in un luogo che appartiene in egual misura alla carne e all’anima. In questo luogo dai contorni geografici netti eppure sfuggenti (siamo, ancora una volta, al confine fra Texas e Messico) si muovono John Grady Cole e Billy Parnham, protagonisti dei due primi romanzi della trilogia; cowboy entrambi, lavorano in un ranch, adattandosi, quasi senza accorgersene, al procedere sempre uguale della natura, al suo respiro, alla sua muta sorveglianza delle umane cose. Tutto, in loro e attorno a loro, sembra partecipare di una misteriosa armonia, tutto convive in un’unità di opposti che non assicura né giustizia né felicità, che è bellezza e orrore, splendore e miseria e che soprattutto è equilibrio, tanto più puro e intoccabile e degno di rispetto quanto più distante dalle precarie leggi istituite dall’uomo.

Di questo tutto, che niente tollera al di la di sé, è parte anche l’amore che consuma, fino a bruciarli, il cuore e i sensi di John Grady, stregato da una ragazza di sedici anni bella come può esserlo un cielo trapunto di stelle, o l’ombra dolce di una collina stagliata contro il cielo all’imbrunire, o la semplice, irraggiungibile immensità di una piana alluvionale che si offre nuda allo sguardo di coloro che l’attraversano. Sottoposto, come lo sono il cielo e gli alberi, ai decreti immutabili di quella divinità immanente che è la rete di tutte le cose, la circonferenza infinita della natura, l’amore, così come l’uomo lo sperimenta nei propri pallidi affari di ogni giorno, non è che ombra e illusione; John Grady Cole, parte di un organismo più grande e multiforme che ha per identica voce il sospiro dell’uomo e il soffio del vento, il nitrito del cavallo e lo schioccare del ceppo di legna morso dal fuoco di un bivacco, costretto ad arrendersi a un ordine che nel comprenderlo e nell’accettarlo lo sovrasta, dovrà soccombere al proprio destino, arrendersi all’impossibilità di un futuro che non è stato scritto per lui. 

Sublime e tragico dramma d’amore di morte, Città della pianura è un romanzo di travolgente bellezza, una riflessione potente e commossa sull’enigmatico rapporto che lega l’uomo al mondo e ai suoi simili, sul quel ponte d’arcobaleno fascinoso e quasi privo di consistenza come lo sono il mito e la leggenda, gettato tra l’esistere del singolo e l’incessante formicolare di vita che da ogni parte lo compenetra.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Raul Montanari. Buona lettura.

Si fermarono sulla soglia, pestarono gli stivali a terra per scrollare via la pioggia, sventolarono il cappello e si asciugarono l’acqua dalla faccia. Fuori, nella strada, la pioggia sferzava l’acqua stagnante facendo ondeggiare e ribollire il verde e il rosso sgargianti delle luci al neon, e le gocce pesanti danzavano sui tetti d’acciaio delle automobili parcheggiate lungo il bordo del marciapiede.

Il console che abitò all’inferno

Malcolm Lowry, Sotto il vulcano, Feltrinelli
Malcolm Lowry, Sotto il vulcano, Feltrinelli

“Una Divina Commedia ubriaca”. Così ha definito l’autore, l’inglese Malcolm Lowry, la sua opera maggiore, quel Sotto il vulcano unanimemente considerato uno dei romanzi più significativi del Novecento, scritto con il furore ossessivo della confessione, alimentato dall’urgenza bruciante del senso di colpa, dal bisogno insopprimibile di espiazione e nonostante ciò mascherato, quasi pagina dopo pagina, da storia d’amore, metafisica riflessione sul senso del tempo, dell’esistere e di Dio, enciclopedico (e volutamente sterile) saggio sui più disparati campi del sapere umano (dall’antropologia all’esoterismo alla chimica), e non ultimo dal delirio lucido di una deriva individuale cui è rimasta soltanto la forza di guardarsi allo specchio. Il tragico racconto dell’ultimo giorno di Geoffrey Firmin, console di un’anonima cittadina messicana (Quauhnahuac) cresciuta all’ombra di due vulcani, è un labirinto di emozioni, ricordi e rimpianti bagnato di disperazione. Intrise di un onnipresente, incancellabile dolore, le parole di Lowry non lasciano scampo; disegnano, per il protagonista del romanzo (che ha più di un punto di contatto con lo scrittore inglese) e per i suoi compagni (l’ex moglie Yvonne, immensamente amata e poi perduta), il fratellastro Hugh, l’amico di una gioventù ricordata con nostalgia e rabbia Laruelle, un destino di sconfitta cui è impossibile sfuggire. Esteta impietoso della sofferenza, cantore della disgregazione, Malcolm Lowry esplora ogni angolo del cammino di perdizione dei suoi eroi, e alla piena consapevolezza di Firmin (del suo essere un alcolizzato all’ultimo stadio, di non poter in nessun modo recuperare il rapporto con Yvonne, malgrado lei, a un anno di distanza dalla separazione, sia tornata da lui, della pietà mista a odio riservata a Hugh, dell’incapacità di perdonare Laurelle per un presunto torto patito anni prima, quando ogni cosa era diversa e la felicità uno sbocco possibile per le vite di entrambi) oppone, di volta in volta, le speranze, i sogni, le richieste (e le offerte) d’aiuto, i tentativi di persuasione degli altri; e nel racconto dei fallimenti cui si risolve ognuna di queste iniziative (perché non esiste redenzione possibile per Firmin) lo scrittore chiude il cerchio abbracciando, nella sconfitta, la condizione di uno, di molti, di tutti. “Sorprendente al massimo era il fatto che il Console non solo appariva fresco e pieno di salute, ma non rivelava la minima traccia di dissipazioni. La verità è che egli non aveva avuto nemmeno prima l’aspetto torvo di un vecchio consunto dal vizio: perché avrebbe dovuto averlo, dato che aveva soltanto dodici anni più di Hugh? Pure, si sarebbe detto che il destino aveva fissato la sua età in un punto non identificabile del passato, quando il suo io persistente e obiettivo, stanco forse di starsene in disparte a osservare la sua rovina, s’era alla fine staccato del tutto da se stesso, come una nave che in gran segreto esca dal porto nottetempo”.

Magmatica, fiammeggiante, insofferente a regole, sistematizzazioni, interpretazioni, la prosa di Lowry colpisce il lettore con indicibile violenza; lo getta nel bel mezzo degli accadimenti per far sì che li viva in prima persona, per intero, lo costringe ad assistere allo spettacolo (più volte ripetuto) dell’abiezione di Firmin, dell’alcolizzato Firmin, del “borracho” Firmin, perché comprenda cosa davvero abbia significato la sua resa alla bottiglia, lascia che assista ai goffi tentativi di seduzione di Hugh nei confronti di Yvonne (c’è stato un tempo, infatti, in cui i due sono stati amanti, ma è ormai finito per sempre, come ogni altra cosa in quello sperduto angolo di mondo che ha nome Quauhnahuac) affinché possa sentire sulle labbra, sulla lingua e nelle viscere l’identica amarezza che tormenta Firmin (consapevole tanto della loro relazione quanto della sua responsabilità nell’averla fatta nascere). L’assenza di mediazione e di speranza che permea il testo, il procedere forsennato, febbrile della scrittura, nella quale a emergere è prima di tutto un disordinato accumulo di fatti, quasi l’autore volesse in ogni modo cercar di nascondere quel che invece ha la vitale necessità di svelare, di rendere pubblico, è la voce pura di un’anima, le cui parole non hanno altro scopo se non esprimere se stessa. Non importa quanto tenebrosa e terribile essa sia.  

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, edizione Feltrinelli, è di Giorgio Monicelli, ma a chiunque sia in grado di farlo suggerisco di leggere Sotto il vulcano in edizione originale. Buona lettura.
Due catene di montagne tagliano la repubblica approssimativamente da nord a sud, formando tra loro tutta una serie di vallate e di altopiani. Sovrastando una di queste valli, che è dominata da due vulcani, sorge, a duemila metri sul livello del mare, la città di Quauhnahuac. Si situa a sud del Tropico del Cancro, esattamente sul diciannovesimo parallelo, alla stessa latitudine circa delle Isole Revillagigedo, a ovest nel Pacifico, o, molto più a ovest, dell’estrema punta meridionale di Hawaii – o anche alla stessa latitudine del porto di Tzucox, a est, sulla costa atlantica dello Yucatan presso il confine dell’Honduras britannico, o, molto più a est, della città di Jaggernaut, in India, sul Golfo del Bengala. 

Perché il mondo è fatto solo di respiro

 

Cormac McCarthy, Oltre il confine, Einaudi
Cormac McCarthy, Oltre il confine, Einaudi

Un romanzo d’amore, un romanzo d’avventura, un romanzo di formazione. E il racconto di un viaggio, del pensoso peregrinare di un’anima fin nel cuore oscuro e intangibile della natura. Oltre il confine, secondo volume della Trilogia della Frontiera di Cormac McCarthy (del primo, lo splendido Cavalli selvaggi, ho già scritto in questo blog), è un miracolo di scrittura, una vertigine di bellezza, perfezione stilistica, profondità tematica e intensità emotiva che sembra avere il potere di reinventare il concetto stesso di romanzo. Il grande autore americano soffia vita nelle parole, costruisce la realtà (delle persone, delle cose, del cielo e della terra, divinità mute e immortali che nude si consegnano all’uomo e alla sua pietà derelitta, alla sua zoppicante saggezza) nel momento stesso in cui la descrive; nella sua prosa risuona l’eco sovrumana e intoccabile che accompagna l’atto stesso del sorgere, del nascere e insieme riverbera l’attonito stupore della creatura, immagine e simbolo della sua fragilità. Per questo il cammino che compiono i suoi eroi è un’odissea di polvere e sangue, un precipitare nella vita doloroso, atroce e meraviglioso come un parto; per questo tutto quel che fanno porta con sé la gravità delle decisioni definitive e una tragica assenza di redenzione. È dunque in qualche misura un destino segnato quello di Billy Parham, giovane protagonista di Oltre il confine, che dopo aver dato la caccia e catturato una lupa che si accanisce contro gli animali dell’allevamento paterno decide di non consegnarla al genitore (che di certo la ucciderebbe) e di dirigersi con lei verso le montagne del Messico per restituirla al suo mondo. È l’istinto a guidare Billy, qualcosa di primordiale e sfuggente che tuttavia lui percepisce nel momento in cui comprende come fermare l’animale (“La lupa è come il copo de nieve” gli rivela un vecchio. “Fiocco di neve. Puoi afferrare un fiocco di neve, ma quando ti guardi in mano non c’è più. Magari vedi questo dechado. Ma prima di poterlo guardare, è scomparso. Se lo vuoi vedere, devi scendere a patti con la sua natura. Se lo afferri, lo perdi. E da dove va a finire non si ritorna più. Neppure Dio è in grado di riportarlo indietro […]. Se riuscissi a respirare con forza sufficiente potresti annientare il lupo con un soffio. Come si soffia via il copo. Come si spegne una candela. Il lupo è fatto come è fatto il mondo. Non si può toccare il mondo. Non si può tenerlo in mano perché è fatto solo di respiro”). Le pagine di McCarthy spalancano verità, il suo linguaggio semplice, diretto, essenziale eppure ricco dell’infinita ricchezza del mondo (inafferrabile fino al momento in cui non comprendiamo di esserne parte, come lo sono i sassi, i fiumi, le nuvole) è bagnato tanto d’eternità quanto di una umanissima forma d’umiltà, e racconta di un tempo che pur conoscendo non possediamo, quello regolato dall’alternarsi di albe e tramonti, scandito dalla circolarità del vivere e morire della terra e dei suoi frutti, vissuto nei sogni e in quel che facciamo per renderli veri.

E allora ecco che il viaggio di Billy, del fratello minore Boyd e della lupa dagli occhi gialli e indecifrabili si fa metafora di ogni possibile viaggio, del fugace scintillio da fuoco artificiale della fantasia come dello strappo che segna un cambiamento radicale tra ciò che è stato fino a quel momento e ciò che verrà (“Mangiò l’intera preda insieme alla lupa e poi rimasero seduti fianco a fianco davanti al fuoco. La lupa alzava il muso allarmata a ogni scoppiettare della brace. Quando la toccava, il ragazzo sentiva il pelo sollevarsi e il corpo tremare come quello di un cavallo. Le parlò della propria vita, ma non riuscì a tranquillizzarla”), finché il giorno, perfino il più lungo, il più felice o il più infelice di tutti, non cede il passo al buio della notte, al suo mare di pece che tutto abbraccia.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Rossella Bernascone e Andrea Carosso. Buona lettura.
Quando si spostarono a sud della Grant County, Boyd era un bambino e la nuova contea chiamata Hidalgo aveva solo qualche anno più di lui. Nella terra che avevano lasciato erano sepolte le ossa di una sorella e della nonna materna. La nuova contea era fertile e selvaggia. Si poteva cavalcare fino al Messico senza incontrare mai una staccionata. Portava Boyd davanti a sé sull’arcione e gli diceva i nomi di tutto ciò che vedevano, terra e alberi e uccelli e animali, in spagnolo e in inglese. Nella casa nuova dormivano in una stanza accanto alla cucina e la notte a volte stava sveglio e al buio ascoltava il respiro del fratello addormentato e gli sussurrava i progetti che aveva per entrambi e la vita che avrebbero fatto.

Vite sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni

Recensione di “Cavalli selvaggi” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi
Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Einaudi

“Frasi che possono dare la vita o impartire la morte”. Così Saul Bellow definisce la prosa di Cormac McCarthy, il suo linguaggio splendido e violento, radicato nella viva primordialità della terra e scintillante di perfezione e dolore. Il raccontare di McCarthy ha il ritmo lento e inarrestabile della memoria e il respiro incessante dell’eternità della natura; sembra procedere a ritroso nel tempo, seguire un percorso di verità e d’essenza che assume il carattere prezioso di un conoscere non mediato e la forma perfetta di una riscoperta, di un viaggio all’origine stessa del mondo. Battezzati nel sangue e nella fatica, gettati nella vita e forgiati in essa, nella sua sovrumana indifferenza, i personaggi di McCarthy – uomini, ragazzi e donne in perpetua lotta con se stessi, esseri perduti le cui esistenze, sacrificate sull’altare di irrealizzabili sogni, odorano di pioggia e d’erba, di albe e tramonti – palpitano di sentimenti ed emozioni, àncore cui ciascuno di essi s’aggrappa nel disperato tentativo di distinguersi dalla vastità infinita e silenziosa dell’orizzonte, dal deserto di cielo, nuvole e polvere che li circonda, da distese immense, incontrastato dominio dei cavalli, dinanzi alle quali il cuore palpita esaltato e sgomento, e ancora dalle rocce spolverate di rovi e dal profilo lontano delle montagne innevate e gelide, da quel paesaggio che ha la vastità di un incubo e la meraviglia continuamente rinnovata di un miracolo, ed è eco di un tempo sospeso, insieme reale e immaginario.

“Quando soffiava il vento da nord si sentivano gli indiani, i cavalli, il fiato dei cavalli, gli zoccoli foderati di cuoio, il tintinnio delle lance e il perpetuo frusciare dei travois trascinati sulla sabbia come enormi serpenti, i ragazzi nudi che montavano i cavalli bradi con la spavalderia dei cavallerizzi da circo spingendo altri cavalli bradi davanti a loro, i cani che trottavano accanto con la lingua fuori e gli schiavi seminudi che marciavano a piedi oppressi da pesanti fardelli e soprattutto la lenta litania dei canti che i cavalieri cantavano in viaggio; un popolo e il suo spirito che attraversavano in coro sommesso il deserto pietroso verso un’oscurità perduta alla storia e a ogni ricordo come un graal contenente la somma delle loro vite violente ed effimere”.

John Grady Cole, protagonista di Cavalli selvaggi, uno dei libri più belli e laceranti dello scrittore americano, primo capitolo della Trilogia della frontiera, ha sedici anni e del mondo non conosce che il ranch in Texas nel quale è cresciuto. Quando, alla morte del nonno, scopre che quel posto verrà venduto, decide di voltare le spalle alla famiglia e a tutto ciò che ama e di raggiungere a cavallo il Messico assieme al suo migliore amico, Lacey Rawlins. Il viaggio dei due giovani – cui presto si unisce un terzo compagno, un ragazzino misterioso che forse è un ladro di cavalli, forse qualcosa di peggio, forse solo uno sfortunato innocente troppo fragile per quei luoghi e per coloro, uomini e animali, che li abitano, e che porta il nome di un annunciatore radiofonico, Jimmy Blevins – in un territorio aspro, al tal punto maestoso e ostile da parer plasmato dalla potenza e dalla collera di Dio (“Ogni tanto il gruppo passava accanto a una macchia di cholla. Sulle spine delle piante c’erano trafitti numerosi uccelli trascinati dal vento, piccole creature grigie e anonime impalate nell’atto di volare o afflosciate con le piume arruffate. Alcuni erano ancora vivi e al passaggio dei cavalli si contorcevano sulle spine sollevando il capo e pigolando, ma i cavalieri non si fermarono. Quando il sole s’alzò nel cielo il paesaggio cambiò colore e si tinse del verde acceso delle acacie e dei paloverde, del verde scuro dell’erba che costeggiava la strada e del rosso fuoco dei fiori dell’ocotillo, come se la pioggia fosse stata elettrica e avesse elettrizzato il territorio”), coincide con la perdita di un’innocenza primitiva che poco o nulla ha a che vedere con la tenue moralità degli uomini.
Sono infatti le regole sociali scritte dal più forte a proprio esclusivo beneficio, e le leggi imposte attraverso l’arbitrio della forza a sfregiare l’animo libero di John Grady Cole, a impedirgli di amare la bellissima Alejandra, figlia del proprietario del ranch in Messico presso cui lui e l’amico Rawlins avevano trovato lavoro, e a punirlo duramente per la sua passione bruciante, sincera, inestinguibile. Ostinatamente fedele a se stesso, John Grady Cole è un eroe destinato alla sconfitta (nello stesso modo in cui lo è la giovane Alejandra) ma non un vinto, poiché là dove egli vive davvero, in quella terra di inspiegabile splendore che si estende tra Texas e Messico, non c’è spazio che per l’assoluto.
Romanzo di impressionante potenza espressiva, Cavalli selvaggi è un assoluto capolavoro letterario. Un libro folgorante, bellissimo, atroce, indimenticabile. Cormac McCarthy è una delle voci più limpide e significative della letteratura contemporanea, un autore che non si può ignorare.
Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Einaudi, è di Igor Legati). Buona lettura.

La fiamma della candela e la sua immagine riflessa nello specchio si contorsero e si raddrizzarono quando entrò nell’ingresso e di nuovo quando chiuse la porta. Si tolse il cappello, avanzò lentamente facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto gli stivali e rimase in piedi, vestito di nero, davanti allo specchio scuro nel quale i pallidi gigli si protendevano dall’esile vaso di cristallo. Nel freddo corridoio alle sue spalle, alle pareti rivestite di legno erano appesi i ritratti, incorniciati sotto vetro e fiocamente illuminati, di alcuni avi che conosceva solo vagamente. Abbassò lo sguardo sul mozzicone di una candela gocciolante, lasciò l’impronta del pollice nella cera tiepida colata sul ripiano di quercia e guardò quel viso smunto affondato fra le pieghe del raso funebre, i baffi ingialliti e le palpebre sottili come carta. No, non era sonno. Non era affatto sonno. Fuori faceva buio e freddo e non tirava un alito di vento. In lontananza un vitello muggì lamentosamente. Lui rimase in piedi col cappello in mano. Da vivo non ti pettinavi mai così, mormorò.