Il vile patto d’affari tra mafia e politica

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi
Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, Adelphi

Elemento cardine di ogni intreccio giallo, la morte, nei romanzi di Leonardo Sciascia, proprio nel momento in cui compare cessa di essere un semplice (ancorché fondamentale) espediente letterario per assumere la ben più significativa valenza di simbolo, di trasparente metafora, di strumento di denuncia. Per il grande scrittore siciliano, infatti, l’omicidio è l’ultimo atto di un dramma che ha origini lontane, il precario epilogo di una storia innominabile e sordida, tragica e grottesca che in qualche modo riguarda un intero Paese, il suo impianto etico, politico e sociale. Nella circolarità d’intreccio cui il fatto di sangue, suo malgrado, dà inizio (l’assassinio, commesso nel tentativo di nascondere una volta per tutte una verità scomoda, innesca un’indagine il cui scopo è fare luce sul perché del delitto, e dunque scoprire proprio quella verità che si è cercato di occultare) la vicenda ha modo di svilupparsi, complicandosi all’inizio per poi, poco alla volta, indizio dopo indizio, chiarirsi del tutto; in ciascuno di questi passaggi, nelle varie fasi dell’investigazione, Sciascia lavora su un doppio binario; la sua prosa squisitamente nitida, di rara eleganza ed eccezionale spessore, riesce nel medesimo tempo a dare pieno risalto all’architettura narrativa e alle conturbanti atmosfere del mystery e a radicare il racconto nella buia realtà di un’Italia malata, il cui ulcerato corpo sociale, prigioniero nelle sabbie mobili di un eterno presente, soffoca nel malaffare, nella corruzione, nel vile patto d’affari stretto tra politica e criminalità organizzata. I gialli di Leonardo Sciascia non sono soltanto gioielli letterari, libri di assoluta perfezione stilistica e di notevolissima profondità; sono testimonianze, j’accuse puntuali e ineludibili. Lo è il suo riconosciuto capolavoro, Il giorno della civetta (di cui ho già scritto in questo blog), che resta ancora oggi il più illuminante romanzo sulla mafia (sulla cultura mafiosa e sulla sua stupefacente, e allarmante, capacità di penetrazione) mai scritto in Italia, così come lo è il bellissimo A ciascuno il suo, anche se in questo caso l’attenzione dell’autore si sposta maggiormente sul versante della politica. Tutto parte da un duplice omicidio: in un paesino della Sicilia il farmacista Manno e il medico, il dottor Roscio, vengono uccisi al termine di una giornata che i due hanno trascorso cacciando. Il caso si rivela fin dal principio difficile, e anche imbarazzante, spinoso, considerata l’importanza sociale delle vittime; un movente tuttavia sembra esserci; il farmacista, infatti, poco prima di morire aveva ricevuto una minacciosa lettera anonima: “Questa lettera è la tua condanna a morte”, era scritto, “per quello che hai fatto morirai”.

Ad avere la giusta intuizione, però, non è la polizia, ma un docente, Paolo Laurana, insegnante di italiano e storia nel liceo classico del capoluogo; egli ricostruisce l’intera vicenda partendo da un dettaglio (una parola latina, unicuique, presente sul rovescio del foglio contenente la lettera minatoria) e comprende che l’assassinio di Manno è stato un astuto depistaggio, che non era lui il bersaglio ma l’amico Roscio; partendo da questa nuova prospettiva concentra i suoi sospetti su una persona, l’avvocato Rosello, cugino della moglie di Roscio e soprattutto figura politica di spicco, un notabile “che corrompe, che intrallazza, che ruba”. È nel personaggio di Rosello, nel disegno del suo carattere, nel ritratto amaro, grottesco ma autentico (e tragicamente attuale) che Sciascia mette in bocca al parroco del paese che il romanzo tocca il suo punto più alto; perché è per proteggere gli innominabili affari di quest’uomo (gestiti insieme a potenti amici romani) che in un anonimo borgo della Sicilia – terra lontana eppure vicinissima al corrotto potere capitolino – è stato versato sangue innocente.
“Lei ha un’idea precisa”, chiede il parroco a Laurana, “di quel che Rosello è? Dico nei suoi intrallazzi, nei suoi redditi, nella sua pubblica e occulta potenza?” E all’ingenua ignoranza del professore, così replica: “Rosello fa parte del consiglio di amministrazione della Furaris, cinquecentomila lire al mese, e consulente tecnico della stessa Furaris, un paio di milioni all’anno; consigliere della banca Trinacria, un altro paio di milioni; membro del comitato esecutivo della Vesceris, cinquecentomila al mese; presidente di una società per l’estrazione di marmi pregiati, finanziata dalla Furaris e dalla Trinacria, che opera, come tutti sanno, in una zona dove un pezzo di marmo pregiato non si troverebbe nemmeno se ce lo portassero apposta, perché subito scomparirebbe nella sabbia; consigliere provinciale, e questa è una carica che assolve, dal lato finanziario, in pura perdita, i gettoni di presenza bastandogli appena per le mance agli uscieri; ma dal lato del prestigio… Lei sa che è stato lui, in consiglio provinciale, a spostare i consiglieri del suo partito dall’alleanza coi fascisti a quella coi socialisti: una delle prima operazioni che in questo senso siano state fatte in Italia… Gode perciò della stima dei socialisti; ed avrà anche quella dei comunisti se, profilandosi un altro spostamento a sinistra del suo partito, riuscirà anche stavolta ad anticipare i tempi… Posso dirle, anzi, che i comunisti della provincia già occhieggiano verso di lui con timida speranza… E veniamo ora ai suoi affari privati, che io conosco solo in parte: aree edificabili, nel capoluogo e, si dice, anche a Palermo; un paio di società edilizie in mano; una tipografia che costantemente lavora per uffici ed enti pubblici; una società di trasporti… Poi ci sono più oscuri affari: e qui è pericoloso, anche per pura e disinteressata curiosità, tentare di annusare… Le dico soltanto questo: se mi confidassero che passa dalle sue mani anche la tratta delle bianche, ci crederei senza che me lo giurassero”.
Nei raffinati toni di un giallo che a tratti cerca rifugio dalla propria disperazione in un umorismo sottile e tanto arguto quanto amaro, Sciascia racconta la miseria materiale e l’inferno etico del nostro Paese; e la sua analisi è lucida, spietata, inconfutabile.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.
“Questa lettera non mi piace” disse il postino.
Il farmacista levò gli occhi dal giornale, si tolse gli occhiali; domandò “Che c’è?” seccato e incuriosito.
“Dico che questa lettera non mi piace.” Sul marmo del banco la spinse con l’indice, lentamente, verso il farmacista. Senza toccarla il farmacista si chinò a guardarla; poi si sollevò, si rimise gli occhiali, tornò a guardarla.
“Perché non ti piace?”
“È stata impostata qui, stanotte o stamattina presto; e l’indirizzo è ritagliato da un foglio intestato della farmacia.”
“Già” constatò il farmacista: e fissò il postino, imbarazzato e inquieto, come aspettando una spiegazione o una decisione.
“È una lettera anonima” disse il postino.
“Una lettera anonima fece eco il farmacista. Non l’aveva ancora toccata, ma già la lettera squarciava la sua vita domestica, calava come un lampo ad incenerire una donna non bella, un po’ sfiorita, un po’ sciatta, che in cucina stava preparando il capretto da mettere in forno per la cena.

La natura liquida dell’amore

Recensione di “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli

Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani
Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani

Nella cronaca impotente, nella memoria nuda di una storia d’amore troncata dall’incomprensibilità della morte, Pier Vittorio Tondelli si racconta con accenti di straziante sincerità. In una prosa che appare timida, ritrosa, e che ha il suono flebile del sussurro, l’autore sceglie la trasparente semplicità della confessione per cercare di dar forma al proprio mondo interiore in tumulto, per provare a mettere ordine in un’esistenza spesa tra meraviglia e passione, e inseguita, bramata e posseduta, anche se mai fino in fondo. Camere separate, pubblicato da Bompiani nel 1989, è un romanzo di non comune potenza narrativa; un viaggio della carne e dell’anima nel labirinto inestricabile dei sentimenti, in quell’umanità contraddittoria, fragilissima e straripante che scintilla e rivela integralmente se stessa soltanto nel coinvolgimento amoroso.

Alter ego dichiarato di Pier Vittorio Tondelli è Leo, il protagonista del libro, scrittore di successo poco più che trentenne devastato dalla prematura scomparsa dellamato Thomas; nel ricordo della loro relazione Leo vive come un recluso, assaporandone la dolcezza, indugiando nella ricostruzione dei momenti di crisi, delle parentesi di buio (quasi fosse alla ricerca di una propria responsabilità, di un errore, di una colpa che potesse spiegare il suo lutto, il precipitare improvviso della fine, dinanzi alla quale ogni cosa, da un attimo con l’altro, ha cessato di avere un senso, una ragione), cercando il proprio cuore e il proprio spirito nel cuore e nello spirito della persona cui aveva deciso di donarsi. La scrittura di Tondelli, densa, carica di dolore e insieme gonfia di speranza, assettata di futuro, avida di promesse, procede per accumulo spingendosi consapevolmente verso un corto circuito che dà l’esatta misura dell’essenziale inconoscibilità dell’amore; tuttavia è proprio la natura liquida del sentimento, la sua incommensurabilità a conquistarci, ad attrarci irresistibilmente, come un canto di sirena, e questa seduzione l’autore la disegna in tutte le sue sfumature, nello splendore abbagliante ed effimero dell’attrazione fisica come nel bisogno quotidiano dell’altro, nell’abitudine della vita di coppia (cui i giovani guardano con un misto di desiderio e diffidenza) e nei suoi caldi chiaroscuri.

“Amore è ora un corpo longilineo e asciutto”, scrive Tondelli narrando il primo incontro intimo tra Thomas e Leo “dalle membra ancora adolescenti, morbide, sinuose e nobili. È un viso allungato dalle forti mascelle squadrate. È una coppia di occhi intensi e neri su cui, ogni tanto, ricade un ciuffo di capelli color miele scuro. È un particolare modo di muovere le mani o di lasciarle penzolanti, parallele alle gambe. È finalmente una voce, l’intonazione di un bacio soffocato, l’emozione di una risata aperta e squillante”; e dal corpo, descritto con una cura e un’attenzione e una dolcezza che hanno la forma purissima di una dichiarazione d’amore, lo scrittore di Correggio trova la via d’accesso per l’anima, in primo luogo per la sua, per quel luogo di sole e d’ombra dove l’uomo vive davvero, e dove soltanto le parole, le parole che si scelgono (nello stesso modo in cui si scelgono le persone) possono giungere: “Prende in corpo in lui il progetto di scrivere libri per dieci, venti persone. Dei libri espressamente destinati a chi può comprenderlo, agli amici di cui si fida. Che lo rispettano, che gli prestano attenzione, che non giudicano se ha fatto una cosa buona o cattiva, ma che interpretano la disponibilità di partenza, la sua necessità di raccontare qualcosa a qualcuno”.
Storia di una necessità, racconto di un bisogno, confessione di un amore, riassunto di una vita e del suo brusco abbraccio con la morte (il romanzo, che in qualche modo si apre con la scomparsa di Thomas, trova una sua tragica circolarità nella malattia incurabile di cui soffre Leo, e che Tondelli accenna nelle ultima pagine del libro, richiamandosi alla sua situazione reale, all’Aids che l’aveva colpito e che l’avrebbe condotto alla morte nel 1991, a soli 36 anni d’età), Camere separate è un magnifico e crepuscolare romanzo “di parole”; è il testamento letterario di un uomo e di un amante che, con limpida innocenza, affida alla scrittura la propria voce, il proprio affanno esistenziale, la propria disperata volontà di vita.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Un giorno, non molto distante nel tempo, lui si è trovato improvvisamente a specchiare il suo viso contro l’oblò di un piccolo aereo in volo fra Parigi e Monaco di Baviera. All’esterno, ottomila metri più sotto, la catena delle Alpi appariva come un’increspatura di sabbia che la luce del tramonto tingeva di colori dorati. Il cielo era un abisso cobalto che solo verso l’orizzonte, in basso, si accendeva di fasce color zafferano o arancione zen.

Inquadrato dalla ristretta cornice ovoidale dell’oblò il paesaggio gli parlava del giorno e della notte, dei confini fra i mondi della terra e dell’aria e da ultimo, allorché si accese una luce nella carlinga e su quell’olografia boreale apparve il riflesso del suo volto appesantito e affaticato, anche del sé. La sua faccia, quella che gli altri riconoscevano da anni come “lui” – e che a lui invece appariva ogni giorno più strana, poiché l’immagine che conservava ogni giorno del proprio volto era sempre e immortalmente quella del sé giovane e del sé ragazzo – una volta di più gli parve strana. Continuava a pensarsi e a vedersi come l’innocente, come colui che è incapace di fare del male e di sbagliare, ma l’immagine che vedeva contro quello sfondo acceso era semplicemente il viso di una persona non più tanto giovane, con pochi capelli fini in testa, gli occhi gonfi, le labbra turgide e un po’ cascanti, la pelle degli zigomi screziata di capillari come le guance cupree di suo padre. In sostanza un viso che subiva, come quello di ogni altro, la corruzione e i segni del tempo.

Lontano come un desiderio. O una speranza

Recensione di “L’ultima favola russa” di Francis Spufford

Francis Spufford, L’ultima favola russa, Bollati Boringhieri

L’utopia comunista, il sogno di una società giusta, dell’uguaglianza, anzi della fratellanza tra gli uomini, finalmente realizzato; il profetico comandamento di Marx “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” divenuto realtà; le immense potenzialità di un’economia pianificata, perfettamente equilibrata nella produzione come nella distribuzione, trasformate in un sistema autonomo e autosufficiente; la promessa della costruzione di un mondo davvero diverso, di una nuova età dell’oro, della felicità e dell’abbondanza per tutti, mantenuta, realizzata. Insomma, l’idea, la più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, incarnata. Ed è proprio l’idea, con tutto il suo carico di meraviglia e la sua entusiastica vitalità, la materia narrativa del brillantissimo romanzo-saggio di Francis Spufford L’ultima favola russa, insignito nel 2011 dell’Orwell Prize.

L’autore sceglie di raccontare l’illusione (o forse la disillusione) di un intero popolo costruendo un circolare intreccio di storie a metà tra invenzione e documentata ricostruzione, e affidandosi a uno stile spumeggiante, sorprendentemente raffinato e solido, ironico, arguto, di divulgativa chiarezza nei passaggi più difficili (come gli studi sulla possibile rivoluzione cibernetica e i nodi e le difficoltà delle strategie industriali) e nello stesso tempo fantastico, chimerico, sovrabbondante. Richiamandosi apertamente alla tradizione fiabesca del grande folclorista Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Spufford non si limita a restituire intatto un determinato periodo storico (per la precisione il decennio dominato dalla figura di Nikita Krusciov, primo segretario del comitato centrale del partito comunista sovietico dal 1953 al 1964) ma ne fa rivivere per intero l’atmosfera, permeata dalle attese della gente comune, elettrizzata dal crescente ottimismo dei leader, nutrita dai progetti di scienziati come il geniale matematico Leonid Kantorovic, padre della programmazione lineare e premio Nobel per l’economia nel 1975.

La favola russa di Spufford (l’ultima prima del gelido inverno brezneviano e del successivo, definitivo crollo dell’apparato politico-economico) è un omaggio divertito e commosso a una stagione irripetibile, un ricordo nostalgico, un’invenzione bizzarra e affascinante che della verità ha il profumo, o per dir con maggior esattezza il desiderio: “Se le favole occidentali”, spiega l’autore, “iniziano con uno sfasamento temporale – «C’era una volta» si dice, sottintendendo un altro tempo, un allora anziché adesso – le skazki russe trasportano il lettore nello spazio: «In un certo reame, in un certo stato» oppure «In un paese lontano», rimandando a un altrove, a un anziché qui. Eppure si tratta sempre di un altrove riconducibile alla madre Russia. All’orizzonte compare sempre una città cinta da una palizzata, con le chiese dalle cupole a cipolla. Il governante è sempre uno zar, Ivan o Dmitrij. Il cielo sempre immenso. È la Russia, sempre e comunque la Russia, quel caro, spaventoso territorio sconfinato ai margini dell’Europa, grande come tutto il resto d’Europa messo insieme. E allo stesso tempo non lo è. È la Russia della fantasia, che non combacia mai perfettamente con lo Stato di cui porta il nome, al quale è vicina quanto un desiderio è vicino alla realtà. E altrettanto lontana”.

È nello scarto tra il desiderio e la sua realizzazione, nell’illusione che poco alla volta ma inesorabilmente cede il passo alla logica implacabile della realtà che il libro di Francis Spufford prende vita; la pesante ombra del fallimento storico dell’Unione Sovietica che ne permea ogni pagina, che incombe come un destino ineluttabile, non è che un tassello del suo mosaico, perché lo scrittore, pur muovendosi nel solco di un rigoroso realismo (il libro ha un corposo apparato di note, essenziali per seguire il racconto, che si snoda per quasi 500 pagine), lascia sempre aperta la porta del possibile; lo fa creando personaggi ispirati a figure reali ma dotate di una propria autonomia di pensiero (è il caso, per esempio, della biologa Zoja Vajnstejn, il cui corrispettivo storico è la genetista Raissa Berg), grazie ai quali può permettersi di alterare, anche se mai sostanzialmente, il corso della storia, e soprattutto non abbandonando mai lo spirito più autentico della narrazione fiabesca, uno dei cardini della cultura popolare russa. Perché nelle fiabe accadono meraviglie di ogni genere, e accadono in Russia.
Eccovi l’inizio del libro (traduzione è di Carlo Prosperi, edizione Bollati Boringhieri). Buona lettura.

Stava arrivando il tram, in uno stridio di metallo e scintille bianche e blu che sprizzavano verso il buio dell’inverno. Con la testa altrove, Leonid Vital’evic aggiunse il proprio contributo alla spinta esercitata dalla folla sgomitante e fu sollevato insieme al resto della collettività oltre il gradino posteriore, nella ressa di carne umana al di là della porta a fisarmonica. «Forza, cittadini! Spingete!» disse una signora bassina accanto a lui, come se avessero una scelta, come se potessero decidersi se muoversi o no quando tutti, nei tram di Leningrado, erano costretti all’eterna lotta per passare dall’ingresso sul fondo all’uscita sul davanti in tempo per la fermata giusta. Eppure il miracolo sociale si ripeteva sempre: da qualche parte, all’estremità opposta, un gruppetto di passeggeri veniva vomitato sull’asfalto e un’onda scomposta percorreva la carrozza, una peristalsi tramviaria che a forza di gomiti e spalle creava lo spazio appena sufficiente in cui pigiarsi prima che la porta di entrata si richiudesse. Le lampadine gialle che pendevano dal tettuccio vacillarono, e il tram si rimise in marcia con un ronzio crescente.

Se Moby Dick incontra Paperone

 

Qualche giorno fa ho scritto di Moby Dick, il romanzo più celebre di Herman Melville e una delle opere letterarie che vanta il maggior numero di trasposizioni (cinematografiche, ma non solo). L’ultima in ordine di tempo è quella disneyana realizzata dallo sceneggiatore Francesco Artibani (i disegni sono di Paolo Mottura). In merito a questa sua fatica lo ha intervistato Antonio Marangi, anima della rivista digitale a fumetti e sui fumetti Sbam! Comics (nel caso voleste darle un’occhiata, la trovate qui). Antonio in più di unoccasione è stato graditissimo ospite di questo blog, e oggi torna presentandoci una piacevole e interessante “chiacchierata” con Artibani, un colloquio aperto, divertente e dotto sui fumetti e la letteratura, due mondi meno distanti di quanto comunemente si creda. Questa è la prima intervista in assoluto che compare su Il consigliere letterario, un motivo in più, dunque, per ringraziare l’amico Antonio, tutta la redazione di Sbam! e naturalmente Francesco Artibani per la disponibilità. A questo punto non mi rimane che augurarvi, come di consueto, buona lettura; del capolavoro di Melville (se ancora non lavete letto) e di questa spassosa e affettuosa rivisitazione.
Moby Dick è stata – finora, ovviamente – l’ultima Grande Parodia disneyana, uscita subito dopo i festeggiamenti per il nr. 3000. La Sbam-redazione ha avuto il privilegio di parlarne direttamente con il suo creatore, Francesco Artibani, ormai a pieno titolo nel novero dei grandi sceneggiatori italian-disneyani. Ecco una sintesi della nostra chiacchierata (la versione completa dell’intervista e molto altro materiale su Moby Dick sarà disponibile sul numero 10 di Sbam! Comics, in uscita a metà luglio).
A prima vista, un romanzo avventuroso sembra facile da trasporre (in film, in fumetto), ma nel caso di Moby Dickle cose si complicano perché l’avventura si risolve nel finale e il resto del libro è una lunga riflessione sui più disparati argomenti, di importanza fondamentale ma sostanzialmente “intraducibile”. Come è stato superato questo scoglio?


“L’opera di Melville, anche se spesso ce la presentano come una storia d’avventura, non è L’isola del tesoro di Stevenson, è un romanzo densissimo e complesso che contiene anche delle parti più movimentate e avvincenti ma racconta essenzialmente il lungo viaggio di molti personaggi, un viaggio che è soprattutto interiore.
 Questo aspetto contemplativo di Moby Dick, insieme a tutte le lezioni di cetologia e le digressioni filosofiche, rappresentava un grosso ostacolo, uno di quelli che puoi soltanto aggirare e così ho fatto. Ho cercato di trasformare le complicazioni di Moby Dick in opportunità, provando a rispondere con delle soluzioni disneyane a quello che altrimenti non avrei potuto mettere in scena. Ogni problema (le scene di caccia alla balena, il tema della morte, il finale tragico di Achab e dell’equipaggio del Pequod) conteneva anche la sua soluzione. Il non poter fare qualcosa suggeriva allo stesso tempo una via d’uscita e a indirizzarmi in questo lavoro sono stati proprio i personaggi disneyani che, con loro caratteristiche, guidavano la scrittura”.
Quale, tra i caratteri del romanzo, si è prestato meglio a diventare personaggio del fumetto? E quale è stato il più difficile da rendere?


“Sicuramente Achab, Ismaele e Queequeg sono stati i tre personaggi di riferimento e nella loro interpretazione Paperone, Paperino e i tre nipotini hanno dato il meglio… I caratteri di questi paperi disneyani si prestavano benissimo e trattandosi di un adattamento abbastanza libero ho potuto ripescare certe caratterizzazioni tradizionali (penso all’indole ostica di Paperone o al rapporto tra Paperino e i nipotini pestiferi e maligni, come quelli delle loro prime apparizioni nei fumetti e nei cartoni animati). Mi dispiace non aver approfondito maggiormente gli altri comprimari come Paperoga, Archimede e Ciccio ma lo spazio era abbastanza limitato. Se ho un rimpianto è per loro…”.
Come è avvenuta la scelta del disegnatore? Qual è la caratteristica di Mottura che ha portato a questa selezione?


“Con Paolo siamo amici da molto tempo e l’incontro su Moby Dick è stato casuale, a Lucca, un paio di anni fa. Ci siamo incrociati per caso e gli ho raccontato dell’idea che avevo appena presentato alla redazione. Paolo si è immediatamente candidato e la settimana successiva è arrivato negli uffici di Topolino per confermare il proprio interesse. La redazione fortunatamente lo ha accontentato e il risultato è arrivato a destinazione sulle pagine dei numeri 3003 e 3004 dell’albo. A convincere tutti, oltre alla bravura di Paolo, credo sia stata proprio la sua capacità di reinventarsi in ogni storia ponendosi sfide sempre nuove e riuscendo a superarle ogni volta. Moby Dick era una storia complicata da rendere e dunque era indispensabile un disegnatore ancora capace di mettersi alla ricerca di qualcosa, un segno, un effetto, un tratto. Paolo è stata la scelta migliore”.
Una parola anche su Mirka Andolfo, ottima colorista (e non solo, peraltro) ormai in pianta stabile sulle storie più importanti.


“Mirka è un’artista bravissima e completa, non soltanto una colorista come giustamente ricordi. L’avevo già vista all’opera su altre storie disneyane (dal ciclo dedicato alla storia dell’arte scritto da Roberto Gagnor fino allo splendido Dracula di Bruno Enna e Fabio Celoni) e ogni volta mi aveva colpito con il suo lavoro. In poco tempo poi ho avuto la fortuna di collaborare con lei in tre storie particolari come Topolino e la promessa del gatto, la stessa Moby Dick e Zio Paperone e il tiranno dei mari realizzata per il numero 3000 del settimanale. Spero di poter avere ancora l’occasione di poter lavorare con lei in futuro!”.
Moby Dick è il simbolo del sogno irrealizzabile, del desiderio irraggiungibile. Qual è il sogno nel cassetto di Francesco Artibani?


“Devo dire che cerco di tenere il cassetto sempre vuoto, cercando di realizzare tutte le cose che immagino e progetto, da solo e con mia moglie Katja Centomo. Sul fronte disneyano ci sono alcune idee già uscite da quel cassetto e che presto dovrebbero concretizzarsi e lo stesso vale per le altre iniziative a fumetti e per l’animazione. Se proprio devo dirlo, un sogno che ho da tempo è quello di realizzare un lungo racconto con i personaggi Disney come fosse un albo bonelliano, 94 pagine di avventura inedita, una bella storiona autoconclusiva in cui mettere tutto quello che mi piace…”.

L’assennata pazzia di zingari, servi e straccioni

Miguel de Cervantes, Novelle esemplari, Rizzoli
Miguel de Cervantes, Novelle esemplari, Rizzoli

L’esempio, la morale, l’insegnamento, la lezione da trarre e conservare. È il più alto principio della letteratura l’edificazione, la sua ragione d’essere e in pari tempo il suo più grande tradimento. Lo sa bene (e altrettanto bene lo spiega al proprio pubblico) Miguel de Cervantes, che con la “sacralità” della pagina scritta ha magistralmente giocato nella sua opera più nota, l’immortale Don Chisciotte, scherzo geniale, burla irresistibilmente irriverente dei canoni etici ed estetici cristallizzati dall’epica cavalleresca, tronfio raccontar di sterili eroismi, languidi amori cortesi e patetiche riverenze all’ordine costituito (a rappresentare il quale sfilano, in abiti da cerimonia, e in rigoroso ordine d’importanza, il nobile di turno, il sovrano del regno e Dio). Ma non è soltanto al folle peregrinare di Alonso Chisciano che il grande scrittore spagnolo ha donato il suo immenso talento; nel 1613, infatti, e cioè proprio tra la comparsa della prima e della seconda parte del suo capolavoro, egli dà alle stampe le Novelle esemplariche fin dal titolo rinnovano l’esplosività della sua ironia e confermano l’intenzione di ribaltare i valori costituiti su cui si regge la società del suo tempo. Una società peraltro dispersa, confusa, spezzata, che Francesco Saba Sardi nell’introduzione al volume edito da Fabbri così descrive: “Un paese vastissimo e potenzialmente ricco, ma incapace di nutrire i suoi pur non molti abitanti; pianure gialle, a perdita d’occhio; boschi privi di sentieri, tali quali all’epoca della conquista romana; greggi, castelli in rovina, conventi, miserabili villaggi e, nelle città, folle assai spesso cenciose, cupe, feroci e tuttavia prone ai loro padroni temporali ed ecclesiastici. E un continuo spostamento da un luogo all’altro, come d’un popolo di formiche preda a una immedicabile inquietudine: alla ricerca d’un Eden, di un ideale, di terre da conquistare e devastare, di oro, oro, oro. Può sembrare un quadro di maniera, e non lo è: risponde esattamente alle condizioni della Spagna quale si presentava agli inizi del XVII secolo […]. La Invincibile Armata giaceva in fondo al mare; Filippo II, succeduto a Carlo V, il ‘fulmine di guerra’ di cui parla in queste pagine Cervantes, aveva preteso di imporre ai sudditi, a guisa di infallibile panacea, gli ideali austeri e persecutori della Controriforma; l’Inquisizione lavorava di ruota e rogo; la censura era implacabile; braccio secolare e clero erano chiamati a cooperare per fare, della Spagna, la Città di Dio. Pezzenti, lebbrosi, reduci, mutilati, ladri, donne di facili costumi, profittatori, gente senz’arte né parte; città e campi ne pullulavano […]. Quest’era dunque il clima sociale e morale di quello che, per la letteratura spagnola, su il Siglo de Oro, il ‘secolo d’oro’”.

In questa teoria di rovine imbellettata di dignità posticcia Cervantes offre ai lettori la sua idea di esemplarità narrando con prosa ricca, pungente e divertita, con stile raffinatissimo e pronta arguzia, con un gusto spiccato per la descrizione d’ambiente  e vivo entusiasmo per lo splendore della natura (davvero magnifici alcuni passaggi dedicati all’Italia), di zingari e pazzi, servi e straccioni e studenti squattrinati, di popolani quasi del tutto privi di mezzi eppure ebbri di vita, saggi, in alcuni casi soltanto furbi, astuti, pronti alla truffa ma mai al delitto. I personaggi di Cervantes, protagonisti di vicende spesso grottesche, di impronta boccacesca, nelle quali è in agguato l’equivoco e dove gli scambi di persona sembrano non finire mai, rifiutano l’ossequio formale alla legge, all’ordine imposto da chi detiene il potere, ma nello stesso tempo dimostrano di avere un proprio limpido codice morale, e di essere pronti a difenderlo. E Cervantes ama i suoi eroi di un amore assoluto; dona loro bellezza, carattere, spirito di sacrificio, ma soprattutto la capacità (e la voglia, anzi l’insopprimibile desiderio) di sorprendere, stupire, spiazzare, di giocare da pari a pari con le avversità, con il fato, e alla fine di prevalere, perché l’esempio è più forte, più incisivo se la storia ha un lieto fine e poi perché i nuovi valori (su tutti, un sano individualismo, cifra caratterizzante dell’uomo moderno) sono destinati a vincere, a imporsi dinanzi al disfascimento dei vecchi, che tutti fanno mostra di rispettare ma che in realtà hanno da tempo dimenticato, o peggio tradito.
Le Novelle esemplari sono una magnifica lettura; ricche d’invenzioni e linguisticamente scintillanti, hanno il caldo sapore di una chiacchierata tra amici, la forza d’attrazione di una confessione e la liberatoria leggerezza di un gioco.
Eccovi l’inizio della prima, intitolata La zingarella (la traduzione è di Antonio Gasparetti). Buona lettura.
Si direbbe che i gitani e le gitane siano venuti al mondo solo per fare i ladri; nascono da genitori ladri, con ladri crescono, studiano da ladri, e finiscono per esser ladri che rubano a man salva e in ogni circostanza, e la voglia di sgraffignare e lo sgraffignare sono in essi quasi accidenti congeniali, che non si perdono se non con la morte. Dunque, una di questa stirpe, vecchia gitana, degna di laurea nella scienza di Caco, allevò come nipote propria una ragazza, cui mise nome Preciosa e alla quale insegnò tutte le gitanerie, l’arte della truffa e l’industria del furto. Riuscì la detta Preciosa la più abile ballerina della gitaneria tutta, e la più bella e intelligente che fosse da incontrare, non solo tra i gitani, ma tra quante belle e assennate potrebbe esaltare la fama. Né il sole, né il vento, né tutte le inclemenze atmosferiche, cui più di qualsiasi altra stirpe sono esposti i gitani, valsero a inaridirne il volto o a irruvidirne le mani: e, quel che più conta, la zotica educazione che le veniva impartita non faceva che scoprire in essa le tracce di una nascita più nobile della gitana, e infatti era quanto mai cortese e assai arguta. Non che non fosse piuttosto disinvolta, non però tanto da rivelar disonestà checchessia: anzi, benché vivace, era così consumata che in sua presenza nessuna gitana, vecchia o giovane, osava cantar canzoni lascive o dire scurrilità. Alla fine, la vecchia si rese conto che quella sua presunta nipote era un tesoro, e l’aquila vecchia decise allora di educare l’aquilotto al volo e di insegnargli a vivere dei propri artigli.

Alla ricerca di Dio nella terra dei goyim

 

L’eccitata fantasia di un bambino, la sua sensibilità nervosa, fiammeggiante, che di ogni esperienza disegna arabeschi e intanto immagina, interpreta, sogna il progressivo formarsi del mondo. E la voce dei genitori; il soffio caldo e rassicurante della madre, poi l’autorevole timbro paterno, ragione di tutto quel che accade e principio stesso della vita. Lungo i confini di questo orizzonte semplice, elementare (patrimonio prezioso e condiviso della prima età dell’uomo), premono, come barbari eserciti invasori, il dolore del mondo e il suo irrazionale procedere: la Grande Depressione che travolge gli Stati Uniti d’America, la contemporanea presa del potere da parte di Adolf Hitler in Germania, lo strisciante diffondersi del veleno antisemita da una parte e dallaltra dellAtlantico. David Lurie, protagonista dell’intenso romanzo di formazione di Chaim Potok intitolato In principio, vive questi sconvolgimenti come altrettante tappe della sua tormentata crescita personale; protetto dai familiari, ebrei polacchi immigrati a New York, circondato dalla rigida ritualità della comunità religiosa cui appartiene, segnato, specie durante l’infanzia, da una serie di problemi di salute (conseguenza di una fortuita caduta della madre, inciampata sulle scale di casa mentre stava tornando dall’ospedale con il piccolo in braccio), David, nei suoi primi anni, sperimenta in forme diverse la sofferenza, il senso di colpa, l’umiliazione e la paura, quasi che la vita volesse in qualche modo prepararlo ai colpi più duri: il crollo borsistico del 1929 e l’incubo nazista. Nella sua memoria restano indelebilmente impressi questi “incidenti” – il canarino amato dalla madre volato via dalla finestra che aveva lasciato aperta; il cane di una vicina, da lui scacciato perché si era avvicinato troppo alla culla nella quale dormiva il fratellino, finito in mezzo alla strada e investito da un’auto; l’odio di Eddie Kulanski, un ragazzo del quartiere che detestava gli ebrei “con quella sorta di rabbia folle e demoniaca che per me rimane incomprensibile […] ancora oggi. Aveva solo sei anni, ma il suo odio portava il marchio di un millennio. Qualche mese prima del mio sesto compleanno per poco non mi uccise accidentalmente”; ed è su questi traumi che la sua personalità poco alla volta si forma. I concetti di bene e male, la realtà di Dio che emerge, come da una fitta nebbia, dallo studio dei testi sacri, dalla stretta osservanza delle feste, dalla chiara voce del rabbino in sinagoga, la scoperta allo stesso tempo esaltante e amara dell’amicizia, l’amore e il suo opposto, estremi di cui sembra intessuta l’anima di ogni ebreo, in qualsiasi parte del mondo egli si trovi, la terra prossima e sconosciuta dei goyim, i non ebrei, assieme ai quali David vive giorno dopo giorno senza tuttavia mai mescolarcisi davvero, la sua ortodossa purezza, rivendicata con orgoglio dagli “adulti” ma percepita come un fardello dal suo cuore di bimbo; è una marea montante di situazioni, e di conseguenti impressioni, quella che investe il giovanissimo David, e che egli racconta, come in un diario, cercando un possibile senso (forse lunico senso possibile) in una sentenza del Midrash: “Gli inizi sono sempre difficili”.
E appunto a un nuovo, terribile inizio, il crack finanziario che mette in ginocchio il Paese costringe il fiero padre di David (“Prima che il nostro mondo andasse in pezzi e affondassimo nel decennio della Depressione, abitavamo in una bella via, ampia e alberata”), proprio come la tragedia della Shoah, del sistematico sterminio di milioni di ebrei – cui la famiglia di David assiste impotente dall’America, nutrita di speranza e d’illusione e insieme consumata nell’attesa febbrile di notizie dei parenti rimasti in Polonia – mette i sopravvissuti di fronte a un’unica alternativa: ricominciare, tornare alla vita per non soccombere definitivamente all’annientamento. L’inizio, un inizio differente da quello degli anni d’infanzia, attende anche David ormai adulto, che con coraggio compie le proprie scelte, e, alla ricerca della “verità” (sul suo popolo e dunque su se stesso), di una prospettiva più ampia, più articolata di quella che può offrirgli il suo ambiente di riferimento, decide di studiare anche la Bibbia, il testo sacro dei goyim. In conflitto con la famiglia per questo suo proponimento, isolato dalla comunità, David affida a dolenti sfoghi personali il proprio bisogno di comprensione, la propria ansia di conoscenza, la propria sete dassoluto: “La Torah non è la parola di Dio rivelata a Mosè sul Sinai. Ma non si tratta nemmeno di storie per bambini o favole o leggende, oppure miti che abbiamo mutuato dai pagani. Io la amo […].  Voglio scoprire che cos’è. Sono pazzo? Devo cercare nel mondo profano nuovi strumenti per scoprire che cos’è. Il mio mondo ortodosso detesta quegli strumenti e ne è terrorizzato. Capisci? C’è qualcuno che capisce […]? Voglio conoscere la verità sugli inizi del mio popolo”. Abbracciare la vertigine della libertà ed esserne pienamente responsabile è il nuovo, difficilissimo inizio di David Laurie.
Come in altri suoi romanzi, Potok narra con accenti vigorosi e commossi la contraddittoria bellezza di un microcosmo ricchissimo di cultura e di storia; egli osserva il proprio mondo con fedeltà piena e sincero amore, ma non con la cieca obbedienza del soldato. David, proprio come altri indimenticabili eroi dello scrittore e rabbino americano (su tutti, il Danny Saunders di Danny l’eletto, già trattato in questo blog), vive pienamente la propria appartenenza, godendone i frutti ma anche mettendola in discussione quando lo ritiene indispensabile; egli comprende l’isolamento cui il popolo ebraico si è condannato per resistere “all’odio del mondo” ma si domanda, senza sosta, se questa sia davvero la sola risposta possibile. E non teme di cercarne altre, quale che sia il prezzo da pagare.
Eccovi l’inizio del romanzo (la traduzione, nell’edizione Garzanti, collana Gli Elefanti, è di Mara Muzzarelli). Buona lettura.
Gli inizi sono sempre difficili.
Ricordo che mia madre mi mormorò queste parole una volta che ero a letto con la febbre. «I bambini si ammalano spesso, tesoro. Succede, ai bambini. Gli inizi sono sempre difficili. Presto starai bene».
Ricordo che una sera scoppiai a piangere perché non ero riuscito a capire un passo difficile di un commentario biblico. A quel tempo avevo circa nove anni.
«Vuoi capire tutto immediatamente?», domandò mio padre. «Tutto così? Hai cominciato a studiare questo commentario solo la settimana scorsa. Gli inizi sono sempre difficili. Lo studio richiede molta applicazione. Leggilo e rileggilo ancora».
L’uomo, che negli anni successivi mi guidò negli studi, mi accoglieva calorosamente nel suo appartamento e quando eravamo seduti alla scrivania mi diceva con la sua voce gentile: «Sii paziente, David. Il Midrash dice: “Gli inizi sono sempre difficili”. Non puoi inghiottire tutto il mondo in una volta sola».

Ora lo ripeto a me stesso quando mi trovo di fronte a una nuova classe all’inizio dell’anno scolastico oppure sto per cominciare un nuovo libro o un articolo. Gli inizi sono sempre difficili. Insegnare come faccio io è particolarmente difficile, perché tocco i sensibili nervi della fede, gli inizi delle cose. Spesso gli studenti ne sono scossi. Ripeto loro ciò che fu detto a me: «Siate pazienti. State imparando un nuovo modo di comprendere la Bibbia. Gli inizi sono sempre difficili». E a volte aggiungo quello che ho imparato per conto mio: «Specialmente un inizio che vi create da soli. Quello è il più difficile di tutti».

L’imprescindibile banco di prova della scrittura

 

Grandi eventi storici raccontati come se avessero un denominatore comune o fossero parti di un piano; fenomeni di massa minuziosamente descritti nella loro allucinante realtà; singoli destini che incontrano il mondo, o si scontrano con esso, e in questa collisione cercano il senso del loro esistere. Mentre ogni cosa accade in un’atmosfera d’incubo allo stesso tempo immaginifica e concreta, in un presente attraversato da un terrore sottile e senza nome. È in questo febbricitante scenario, in un tempo che non fatichiamo a riconoscere come nostro e che pure non riusciamo a credere ci appartenga davvero, in un’attualità che viviamo e abitiamo quasi senza averne coscienza, come se ci limitassimo a sognarla, che Don DeLillo ambienta lo splendido e inquietante Mao II, viaggio senza ritorno nel cuore malato della modernità. Grottesca, maligna, a tratti persino folle; e ancora violentemente cinica, apocalittica, complottistica, disperata, la prosa dello scrittore americano, uno dei più grandi e importanti autori del panorama letterario novecentesco, sembra condividere la natura, l’essenza del proprio oggetto d’indagine: universale nella trattazione dei temi (la trama di Mao II, in realtà solo un pretesto narrativo, si può scomporre in una serie di riflessioni sulla cultura di massa e il suo inconsapevole consumo, sull’inarrestabile esplodere della violenza, di cui il terrorismo è la manifestazione più evidente e con ogni probabilità anche più semplice, sul nostro agire individuale e collettivo, sulla letteratura e il suo compito, la sua missione, il suo dovere in una società sempre più disumanizzata), si scopre cieca, impotente e sterile quando si tratta di affrontare i problemi e cercare delle soluzioni. DeLillo descrive il caos, il disordine e l’irrazionale con la penetrante lucidità dello studioso e la puntualità asciutta del cronista; il suo sguardo sa essere freddo, determinato, concentrato sul proprio obiettivo (offrire al lettore un ritratto del presente), ma i suoi resoconti – a partire dalla magistrale, indimenticabile, superba descrizione dei matrimoni di massa celebrati dal reverendo Moon con cui si apre il romanzo – non sono che il primo passo, l’antefatto del libro. Essi rappresentano infatti l’imprescindibile banco di prova per la scrittura e le sue ambizioni: gli avvenimenti, i fatti, una volta raccontati si cristallizzano nella loro verità apparente (figlia del tempo, delle circostanze, delle interpretazioni, delle convenienze) per rinascere in forma di simbolo; ed è in questa nuova veste, dunque come “messaggio cifrato” della sostanziale incomprensibilità del mondo, che il segno scritto deve decrittarli, scomporli, trovare per loro l’adatta forma espressiva, disinnescarne la potenza distruttiva. Ma qui la parola fallisce e l’entropia trionfa. Romanziere geniale e raffinatissimo, DeLillo contrappone l’arte preziosa e potenzialmente ingannevole dell’immagine – la principale protagonista di Mao II è la fotografa Brita Nilsson, specializzata nel ritrarre scrittori – alla fatica della letteratura e alla sua voce strozzata, entrambe incarnate dalla figura di Bill McGray, autore di lavori di fondamentale importanza che ormai da tempo non pubblica più, anche se pare che il suo nuovo libro sia di prossima uscita. Uomo solitario e misantropo, McGray, protetto dal suo agente letterario (incuriosito, o meglio affascinato da Andy Warhol e dalle sue immagini in serie: “Procedette e alla fine si fermò in una stanza piena delle immagini del presidente Mao. Mao in fotocopia, Mao in serigrafia, Mao su carta da parati, Mao in polimero sintetico. Una serie di serigrafie era installata sopra una superficie più vasta di serigrafie su carta da parati, con la faccia del presidente color violaciocca che galleggiava ormai priva di legami con la fonte fotografica”), conduce vita ritirata, rifiuta incontri, interviste, dibattiti; e il suo silenzio, allo stesso tempo ostinato e malato (McGray fatica a scrivere, dunque fatica a parlare, a raccontare le cose, a spiegarle, a prendere posizione, a decifrare il simbolo che in mille avvenimenti deflagra tutto intorno a lui), è il silenzio dell’intelletto, della coscienza, dell’uomo, un silenzio coperto dal fragore assordante delle bombe, dal crepitio delle armi, dai sussurri cospiratori di un gruppo di persone che a Beirut tiene prigioniero un uomo, dalle preghiere della folla adorante che accompagna l’ultimo viaggio di Khomeini, dalla promessa d’amore che le migliaia di coppie sposate da Moon si scambiano  nella cornice imponente e assurda dello Yankee Stadium di New York, da tutto quello che ancora deve succedere ma che già riesce a farsi udire, come un tuono lontano che annuncia il prossimo temporale…
Mao II è un romanzo bellissimo e importante, è un rapinoso capolavoro di stile e un grido d’allarme di drammatica urgenza. È un libro che ci racconta con crudo e preciso realismo, e che per questo non possiamo permetterci di ignorare.
Eccovi l’incipit (la traduzione è di Delfina Vezzoli). Buona lettura.
Eccoli che arrivano, marciando nella luce del sole d’America. In fila per due. L’eterno duetto ragazzo-ragazza, sbucano dalla pista al di là della staccionata sul centrocampo sinistro. La musica li attira sull’erba a dozzine, a centinaia, già troppi per contarli. Si ammassano così vicini, attraversando il vasto arco del fuoricampo, che l’effetto è quello di una trasformazione. Da una serie di coppie allacciate diventano un’onda ininterrotta, sempre più grande, che copre gli spazi aperti di blu marino e di bianco.

Il papà di Karen, dalla tribuna d’onore, non può fare a meno di pensare che proprio questo è il punto. Ora sono un unico corpo, una massa indifferenziata e la cosa lo turba. Punta il suo binocolo su una giovane donna, poi su un’altra e un’altra ancora. Tante colonne piantate così vicine. Non ha mai visto niente di simile, e non avrebbe mai immaginato che potesse succedere. Non è venuto qui per lo spettacolo, ma la cosa sta incominciando a stupirlo. Sono a migliaia adesso, quasi il contingente di una divisione, e la vecchia musica decorosamente strappalacrime suona vagamente sardonica. Sua moglie Maureen gli siede accanto. Oggi ha un’aria spavalda e vivace, tutta vestita di color caramella per scacciare lo scoramento che si sente dentro. Rodge capisce perfettamente. Li hanno avvertiti all’ultimo momento. Il tempo di saltare su un aereo, trovare un albergo, prendere la metropolitana, passare il controllo di sicurezza ed eccoli qui, a cercare di capirci qualcosa. Rodge non è privo di mezzi per far fronte alle brusche svolte delle tensioni dell’esperienza: ha una laurea, un’attività, un commercialista, un cardiologo e un fior di assicurazione sulla vita. Ma valgono sempre le sicurezze? C’è qualcosa là sotto che non avrebbe mai pensato di vedere in uno stadio: qualcosa di molto strano. Questi prendono un evento venerando e lo ripetono, lo ripetono, lo ripetono fino a far entrare nel mondo qualcosa di nuovo.

Un intreccio giallo, un tormentoso rovello filosofico

Friedrich Dürrenmatt, Il sospetto, Feltrinelli
Friedrich Dürrenmatt, Il sospetto, Feltrinelli

La verità, nei romanzi gialli di Friedrich Dürrenmatt, non è mai un traguardo, né l’espressione di un ordine razionale del mondo. Non è il filo d’Arianna dipanato in un labirinto bensì il labirinto stesso, l’intrico di vie oscure dentro il quale l’indagine si perde. Agli enigmi che di volta in volta il protagonista dei suoi intrecci è chiamato a risolvere, infatti, lo scrittore svizzero dà la sostanza ruvida e disturbante di dilemmi morali, di cruciali interrogativi etici, di nodi tematici impossibili da eludere; egli veste con gli eleganti abiti letterari del mystery laceranti riflessioni sulla crudeltà dell’uomo, spietate analisi sul senso e la presenza del male, profondi, radicali ragionamenti sul rapporto tra il vero e il suo opposto, e le risposte che offre al lettore assumono spesso l’inquietante aspetto di ulteriori quesiti, hanno l’imprecisione sofferta di soluzioni abortite per via, e perfino quando conducono a un approdo certo lasciano in bocca il sapore amaro della delusione, o meglio della disillusione. La realtà, sembra dirci Dürrenmatt, non offre appigli alla speranza né rimedio al dolore, soltanto la possibilità di arginarlo, e sempre a carissimo prezzo. Non a caso gli eroi dei suoi romanzi affollano una galleria di sconfitti; sono vittime, anime e corpi gettati in pasto all’incomprensibile follia distruttiva del reale, alla quale, come commoventi, patetici Don Chisciotte, rifiutano di arrendersi. Nello splendido Il sospetto, pubblicato nel 1953, la violenza del mondo investe il commissario Hans Bärlach della polizia di Berna; ricoverato in ospedale, Bärlach un giorno sfoglia la rivista Life e si sofferma a osservare una foto; nell’immagine è ritratto il medico nazista Nehle, impegnato a operare, nel campo di concentramento di Stutthof, vicino Danzica, un “paziente” ebreo senza narcosi. Involontariamente sollecitato da un amico medico, che ravvisa nell’uomo ritratto in foto una notevole somiglianza con un suo collega dei tempi dell’università, il dottor Emmenberger (che tuttavia negli anni del secondo conflitto mondiale si trovava in Cile), ora chirurgo in una clinica di Zurigo, il poliziotto istintivamente si convince del fatto che tra queste due persone esiste un legame, qualcosa di terribile, d’innominabile, e comincia una personale inchiesta per portare alla luce ciò che per lunghi anni è rimasto nascosto. Scartata l’ipotesi che Nehle ed Emmenberger siano la stessa persona, ecco emergere un’altra e ben più angosciosa possibilità: che i due si siano scambiati i ruoli, con Emmenberger, nei panni di Nehle, a sterminare ebrei sul tavolo operatorio e Nehle, in Sudamerica, a pubblicare relazioni scientifiche a nome del “collega. A guerra finita, poi, un nuovo cambiamento: Emmenberger riprende il proprio nome e si installa a Zurigo, mentre Nehle viene costretto al suicidio. Per trovare prove a sostegno della propria teoria e smascherare un criminale nazista fino a quel momento rimasto impunito, Bärlach, gravemente malato, non ha che una strada da percorrere: farsi ricoverare nella clinica in cui lavora Emmenberger, mettere a repentaglio la propria vita per condurre in porto quella che sa essere la sua ultima indagine, sacrificare se stesso per compiere un atto di giustizia doveroso quanto impotente. E mentre passo dopo passo Bärlach si avvicina al suo obiettivo, Dürrenmatt svela la reale posta in gioco sottesa a questa caccia all’uomo: cercare di capire fino a che punto possa spingersi la malvagità dell’essere umano, mettere alla prova se stessi per capire se si possiede forza bastante per affrontare questa ferocia, per respingerla, ancora una volta, prima del suo prossimo assalto. Posto di fronte a crimini che sembra impossibile perfino concepire, il commissario riesce a guardare nell’abisso in cui sta per precipitare grazie a un gigantesco ebreo di nome Gulliver; l’uomo, che fu vittima di Nehle e miracolosamente sopravvisse al gelido morso dei suoi ferri (riuscendo perfino a fargli una foto, la stessa poi pubblicata da Life), spiega a Bärlach chi è davverol’uomo che si è messo in mente di catturare, e cosa significa veramente mettersi sulle sue tracce: “Nehle era terribile, ma era diverso dagli altri, commissario. I suoi esperimenti non si distinguevano per maggior crudeltà; anche con gli altri medici gli ebrei, legati ad arte, crepavano urlando sotto le lame dei bisturi, per lo shock prodotto dai dolori e non per l’inesperienza dei medici. Il suo demonismo consisteva in questo: egli eseguiva le sue operazioni con il consenso delle vittime. Per quanto ciò possa essere incredibile, Nehle operava soltanto quegli ebrei che si presentavano spontaneamente, che sapevano esattamente ciò che li aspettava, che addirittura – perché Nehle poneva condizioni precise – dovevano prima assistere ad altre operazioni, per rendersi conto di persona degli orrori della tortura prima di dare il loro consenso e sottoporsi alla stessa ferocia”. E al poliziotto che chiede, stupito e colmo di disgusto e di rabbia, come sia possibile che un uomo scelga il proprio martirio, Gulliver replica con lucidità devastante: “La speranza, cristiano […]. Fede, speranza, amore, questi tre elementi, com’è detto così bene nella lettera ai Corinti […]. L’amore e la fede, a Stutthof, se ne andarono al diavolo, ma la speranza rimase, e con la speranza si andava al diavolo. La speranza, la speranza! Nehle ne aveva piene le tasche, ne offriva a chiunque, ed erano molti quelli che venivano a chiederne. È incredibile, commissario, eppure furono centinaia quelli che si fecero operare da Nehle senza narcosi, dopo che tremanti e pallidi come cadaveri avevano visto crepare colui che li aveva preceduti sullo squartatoio, che potevano ancora dire di no. Lo facevano con la speranza della libertà che Nehle aveva loro promesso”. Ecco dunque quel che Bärlach, il degente Bärlach, deve contrastare, un uomo che ha contribuito a creare un mondo d’incubo, una realtà allucinante e perversa nella quale l’ombra della salvezza, illusoria moneta di scambio, conduce la più nobile delle creature, colui che è stato creato a somiglianza di Dio, alla volontaria amputazione del proprio spirito.

 Dürrenmatt, che ha il merito di aver portato alla perfezione il genere letterario del giallo, narra meravigliosamente, e con stile a un tempo pulito ed eccezionalmente incisivo mette in scena un indimenticabile duello tra preda e cacciatore che ha il respiro possente e tormentoso di un rovello filosofico. Il sospetto è un romanzo magnifico e scomodo, un capolavoro che lascia il segno. Un segno indelebile, come una cicatrice.
Eccovi l’incipit (la traduzione è di Enrico Filippini). Buona lettura.
In quello stesso novembre del 1948, Bärlach entrò all’ospedale di Salem, dalle finestre del quale si vede la vecchia Berna e il suo Rathaus. Un attacco cardiaco fece rimandare di due settimane l’urgente intervento chirurgico. L’operazione si svolse felicemente, ma confermò la presenza di quella inesorabile malattia che si era temuta. La situazione del commissario era grave. Per due volte la sua morte era sembrata imminente, ma poi erano tornate le speranze; infine, poco prima di Natale, il commissario cominciò a migliorare. Durante le feste dormì quasi ininterrottamente, ma il lunedì ventisette si riprese e si mostrò in forma. Passò tutta la giornata a guardare vecchi numeri di “Life” del quarantacinque. “Belve, erano, Samuel”, disse al dott. Hungertobel quando questi verso sera entrò nella camera in penombra per la visita quotidiano. “Belve,” e gli porse la rivista. “Tu sei medico e sei in grado di rendertene conto. Guarda per esempio questa fotografia scattata nel campo di concentramento di Stutthof! Il chirurgo sta operando allo stomaco un prigioniero, senza narcosi”. Già, i nazisti avevano fatto cose del genere, disse il medico guardando la fotografia; poi, mentre stava già per riporre la rivista, impallidì.

Il diavolo, come il genio, si nasconde nei dettagli

 

Devo la scoperta di Georges Perec a un amico, Andrea (incidentalmente anche collega di lavoro, da una decina d’anni, giorno più, giorno meno, e da lunga pezza laborioso blogger; fatevi un giro se vi va cliccando qui). È nato tutto da una discussione – ne abbiamo molte, ma sempre concentrate su un ristretto numero di argomenti: politica, cinema, letteratura, in particolare quella francese.

Da una parte lui, esteta flaubertiano che ama misurare la grandezza di un autore anche dalla sua capacità di offrire ai lettori un orizzonte etico di riferimento (e tanto per non farsi mancare nulla pure puntiglioso cultore dei surreali arabeschi di Queneau), dall’altra io, consumato da una passione sconfinata per il disincantato realismo celiniano, per il suo feroce ecce homo.
Punto sul vivo da una provocazione – “la letteratura francese comincia e finisce con Céline” – Andrea ripone il fioretto della replica garbata, snuda la sciabola, per buona misura impugna anche un affilatissimo stiletto, e si fa beffe della mia passione trattandola alla stregua di un difetto di vista, di una miopia da correggere.
“Bah! Leggi Perec, e poi ne riparliamo”. Che è come dire, staccati dal tuo idolo e guardati intorno, perché c’è dell’altro, e vale la pena conoscerlo. Insomma un platonico invito (un po’ rude a dire il vero, ma me la sono cercata) a uscir dalla caverna.
 
Non potevo non raccogliere il guanto della sfida. Ho comprato La vita istruzioni per l’uso (guarda caso dedicato alla memoria di Raymond Queneau) e ne sono rimasto stregato. Mi sono trovato di fronte a un geniale architetto del vero, a un archeologo dei concetti, del sapere, a un Michel Foucault letterario. La vita istruzioni per l’uso è un viaggio indimenticabile nella realtà, nelle sue labirintiche, infinite trame (una passeggiata nel giardino dei sentieri che si biforcano, si potrebbe dire citando Borges); un viaggio che ha origine e conclusione in uno stabile, in un qualunque palazzo di città, fa tappa in ogni singolo appartamento e racconta le storie più diverse, quelle delle persone, ma prima ancora quelle degli oggetti, delle cose presenti stanza per stanza, esaminate fin nel più piccolo dettaglio e in tal modo restituite alla loro ragion d’essere, quella di testimoni, nient’affatto mute, della vita. Metaforicamente rappresentata come un puzzle; qualcosa che, scrive Perec, malgrado le apparenze, non è un gioco solitario. Ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui; ogni pezzo che prende e riprende, esamina, accarezza, ogni combinazione che prova e prova ancora, ogni suo brancolare, intuire, sperare, tutti i suoi scoramenti, sono già stati decisi, calcolati, studiati dall’altro.
 
La vita istruzioni per l’uso non è un romanzo per tutti. Affrontatelo solo se vi sentite pronti (leggete prima gli altri libri di Perec, leggete Calvino, prendete fiato regalandovi Il Napoleone di Notting Hill di Chesterton). Quando l’avrete finito, ricordatevi di ringraziare Andrea.

Qualcosa da condividere

Una passione, la letteratura, e il desiderio di viverla assieme ad altri. La decisione di creare un blog è tutta qui. Nasce da un’idea tanto semplice quanto accattivante: mettere la mia conoscenza dei libri “al servizio” di chiunque voglia sfruttarla. Avete voglia di leggere ma non sapete bene su cosa orientarvi? Scrivetemi. Volete regalare un libro ma l’indecisione vi attanaglia? Datemi le “coordinate” del destinatario e avrete un suggerimento di lettura. Poi, se vi va, potremo usare questo spazio per discutere del consiglio e scoprire quanto ha colto nel segno.
Siete troppo pigri per scrivere? Niente paura, approfittate dei pareri (non voglio parlare di recensioni, sono un appassionato, non un esperto) sui libri che compariranno regolarmente sul blog.
Beh, che altro aggiungere?
Buona lettura