Cosa avrebbe pensato Shakespeare?

Recensione di “The Nobel Lecture” di Bob Dylan

Bob Dylan, The Nobel Lecture, Feltrinelli

“Il conferimento a Bob Dylan del Premio Nobel per la Letteratura viene annunciato il 13 ottobre 2016. La motivazione è: “Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”. Dylan non commenta la notizia fino al 29 ottobre, quando ne parla in un’intervista che concede al ‘Telegraph’ e nel corso della quale afferma: ‘È straordinario, incredibile. Chi potrebbe mai sognare una cosa del genere?’ […]. Nei primi giorni di ottobre, Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademia di Svezia, sintetizza così la motivazione del Premio: ‘Se guardiamo a un passato lontano, a 2500 anni fa, troviamo Omero e Saffo, i cui testi sono stati scritti per essere ascoltati. Dovevano essere eseguiti, spesso con strumenti musicali, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Ma al giorno d’oggi leggiamo ancora con piacere Omero e Saffo, ed è la stessa cosa con Bob Dylan. Lo si può leggere, e dovrebbe essere letto” […]. Il 1° aprile 2017, a Stoccolma, dodici membri dell’Accademia di Svezia consegnano a Dylan la medaglia d’oro del Nobel durante una cerimonia privata alla quale Dylan si reca da solo. Secondo le regole, per poter ricevere il premio in denaro il vincitore è tenuto a fornire alla segreteria dell’Accademia di Svezia il testo di una lecture entro sei mesi dalla cerimonia ufficiale, Dylan registra e invia la sua lecture il 4 giugno 2017, a pochi giorni dalla scadenza del 10 giugno, facendosi accompagnare al pianoforte da Alan Pasqua (uno dei suoi musicisti nella tournée del 1978)”. Nella nota al breve e agile volume The Nobel Lecture di Bob Dylan (in Italia edito da Feltrinelli), Alessandro Carrera, che del testo è traduttore e curatore, indica i punti di riferimento dell’intervento del cantautore statunitense – che oltre al discorso vero e proprio comprende la lettera di ringraziamento – un intervento nel quale a emergere sono soprattutto sorpresa e grato stupore. Emozioni, verrebbe da pensare, più che normali in un simile contesto, ma che Dylan spiega e motiva legandoli alla sua professione, alla coscienza che ne ha e al significato che a essa attribuisce. Scrive infatti l’artista americano: “Ero in tournée quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e mi ci sono voluti parecchi minuti per rendermene bene conto. Ho cominciato a pensare alla grande figura di William Shakespeare. Immagino che si ritenesse un drammaturgo, e che il pensiero di stare scrivendo letteratura non lo sfiorasse nemmeno. Le sue parole erano scritte per il palcoscenico, era inteso che dovessero essere dette, non lette. Mentre scriveva l’Amleto, sono sicuro che pensava a molte cose: ‘Chi sono gli attori giusti per queste parti?’, ‘Lo voglio veramente ambientare in Danimarca?’. La sua visione e le sue ambizioni creative erano senz’altro al primo posto, ma c’erano anche molte questioni pratiche di cui bisognava tener conto, e che dovevano essere risolte […]. Sono disposto a scommettere che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare fosse la domanda: ‘Questa è letteratura?’. Da giovane, quando ho iniziato a scrivere canzoni, e anche quando il mio talento ha cominciato a essere un po’ riconosciuto, le speranze che nutrivo per quelle canzoni non andavano così lontano […]. Da musicista, ho suonato per cinquantamila persone e per cinquanta, e posso assicurarvi che è più difficile suonare per cinquanta […]. Ognuna di loro ha un’identità individuale, separata, ognuna è un mondo intero. Cinquanta persone percepiscono le cose in modo più chiaro […]. Ma, come Shakespeare, anch’io sono spesso impegnato con i miei sforzi creativi e con tutti gli aspetti quotidiani della vita. ‘Chi sono i musicisti migliori per questa canzone?’, ‘Sto registrando nello studio giusto?’, ‘Sto suonando questa canzone nella tonalità giusta?’ […]. Mai una volta ho avuto il tempo di chiedermi: ‘Le mie canzoni sono letteratura?’. Per cui ringrazio l’Accademia di Svezia, sia per aver voluto porsi la domanda sia per aver dato, infine, una così magnifica risposta”.
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Se Moby Dick incontra Paperone

 

Qualche giorno fa ho scritto di Moby Dick, il romanzo più celebre di Herman Melville e una delle opere letterarie che vanta il maggior numero di trasposizioni (cinematografiche, ma non solo). L’ultima in ordine di tempo è quella disneyana realizzata dallo sceneggiatore Francesco Artibani (i disegni sono di Paolo Mottura). In merito a questa sua fatica lo ha intervistato Antonio Marangi, anima della rivista digitale a fumetti e sui fumetti Sbam! Comics (nel caso voleste darle un’occhiata, la trovate qui). Antonio in più di unoccasione è stato graditissimo ospite di questo blog, e oggi torna presentandoci una piacevole e interessante “chiacchierata” con Artibani, un colloquio aperto, divertente e dotto sui fumetti e la letteratura, due mondi meno distanti di quanto comunemente si creda. Questa è la prima intervista in assoluto che compare su Il consigliere letterario, un motivo in più, dunque, per ringraziare l’amico Antonio, tutta la redazione di Sbam! e naturalmente Francesco Artibani per la disponibilità. A questo punto non mi rimane che augurarvi, come di consueto, buona lettura; del capolavoro di Melville (se ancora non lavete letto) e di questa spassosa e affettuosa rivisitazione.
Moby Dick è stata – finora, ovviamente – l’ultima Grande Parodia disneyana, uscita subito dopo i festeggiamenti per il nr. 3000. La Sbam-redazione ha avuto il privilegio di parlarne direttamente con il suo creatore, Francesco Artibani, ormai a pieno titolo nel novero dei grandi sceneggiatori italian-disneyani. Ecco una sintesi della nostra chiacchierata (la versione completa dell’intervista e molto altro materiale su Moby Dick sarà disponibile sul numero 10 di Sbam! Comics, in uscita a metà luglio).
A prima vista, un romanzo avventuroso sembra facile da trasporre (in film, in fumetto), ma nel caso di Moby Dickle cose si complicano perché l’avventura si risolve nel finale e il resto del libro è una lunga riflessione sui più disparati argomenti, di importanza fondamentale ma sostanzialmente “intraducibile”. Come è stato superato questo scoglio?


“L’opera di Melville, anche se spesso ce la presentano come una storia d’avventura, non è L’isola del tesoro di Stevenson, è un romanzo densissimo e complesso che contiene anche delle parti più movimentate e avvincenti ma racconta essenzialmente il lungo viaggio di molti personaggi, un viaggio che è soprattutto interiore.
 Questo aspetto contemplativo di Moby Dick, insieme a tutte le lezioni di cetologia e le digressioni filosofiche, rappresentava un grosso ostacolo, uno di quelli che puoi soltanto aggirare e così ho fatto. Ho cercato di trasformare le complicazioni di Moby Dick in opportunità, provando a rispondere con delle soluzioni disneyane a quello che altrimenti non avrei potuto mettere in scena. Ogni problema (le scene di caccia alla balena, il tema della morte, il finale tragico di Achab e dell’equipaggio del Pequod) conteneva anche la sua soluzione. Il non poter fare qualcosa suggeriva allo stesso tempo una via d’uscita e a indirizzarmi in questo lavoro sono stati proprio i personaggi disneyani che, con loro caratteristiche, guidavano la scrittura”.
Quale, tra i caratteri del romanzo, si è prestato meglio a diventare personaggio del fumetto? E quale è stato il più difficile da rendere?


“Sicuramente Achab, Ismaele e Queequeg sono stati i tre personaggi di riferimento e nella loro interpretazione Paperone, Paperino e i tre nipotini hanno dato il meglio… I caratteri di questi paperi disneyani si prestavano benissimo e trattandosi di un adattamento abbastanza libero ho potuto ripescare certe caratterizzazioni tradizionali (penso all’indole ostica di Paperone o al rapporto tra Paperino e i nipotini pestiferi e maligni, come quelli delle loro prime apparizioni nei fumetti e nei cartoni animati). Mi dispiace non aver approfondito maggiormente gli altri comprimari come Paperoga, Archimede e Ciccio ma lo spazio era abbastanza limitato. Se ho un rimpianto è per loro…”.
Come è avvenuta la scelta del disegnatore? Qual è la caratteristica di Mottura che ha portato a questa selezione?


“Con Paolo siamo amici da molto tempo e l’incontro su Moby Dick è stato casuale, a Lucca, un paio di anni fa. Ci siamo incrociati per caso e gli ho raccontato dell’idea che avevo appena presentato alla redazione. Paolo si è immediatamente candidato e la settimana successiva è arrivato negli uffici di Topolino per confermare il proprio interesse. La redazione fortunatamente lo ha accontentato e il risultato è arrivato a destinazione sulle pagine dei numeri 3003 e 3004 dell’albo. A convincere tutti, oltre alla bravura di Paolo, credo sia stata proprio la sua capacità di reinventarsi in ogni storia ponendosi sfide sempre nuove e riuscendo a superarle ogni volta. Moby Dick era una storia complicata da rendere e dunque era indispensabile un disegnatore ancora capace di mettersi alla ricerca di qualcosa, un segno, un effetto, un tratto. Paolo è stata la scelta migliore”.
Una parola anche su Mirka Andolfo, ottima colorista (e non solo, peraltro) ormai in pianta stabile sulle storie più importanti.


“Mirka è un’artista bravissima e completa, non soltanto una colorista come giustamente ricordi. L’avevo già vista all’opera su altre storie disneyane (dal ciclo dedicato alla storia dell’arte scritto da Roberto Gagnor fino allo splendido Dracula di Bruno Enna e Fabio Celoni) e ogni volta mi aveva colpito con il suo lavoro. In poco tempo poi ho avuto la fortuna di collaborare con lei in tre storie particolari come Topolino e la promessa del gatto, la stessa Moby Dick e Zio Paperone e il tiranno dei mari realizzata per il numero 3000 del settimanale. Spero di poter avere ancora l’occasione di poter lavorare con lei in futuro!”.
Moby Dick è il simbolo del sogno irrealizzabile, del desiderio irraggiungibile. Qual è il sogno nel cassetto di Francesco Artibani?


“Devo dire che cerco di tenere il cassetto sempre vuoto, cercando di realizzare tutte le cose che immagino e progetto, da solo e con mia moglie Katja Centomo. Sul fronte disneyano ci sono alcune idee già uscite da quel cassetto e che presto dovrebbero concretizzarsi e lo stesso vale per le altre iniziative a fumetti e per l’animazione. Se proprio devo dirlo, un sogno che ho da tempo è quello di realizzare un lungo racconto con i personaggi Disney come fosse un albo bonelliano, 94 pagine di avventura inedita, una bella storiona autoconclusiva in cui mettere tutto quello che mi piace…”.

La balena, confine invalicabile di ogni ambizione

 

Herman Melville, Moby Dick, Mondadori
Herman Melville, Moby Dick, Mondadori

Nella staticità forzata di un viaggio per mare, nella presenza opprimente dell’infinità che da ogni lato circonda i naviganti, negli spazi chiusi, saturi e claustrofobici di una nave, che per l’equipaggio è al medesimo tempo casa e prigione, nel ribollire incessantemente minaccioso dell’ignoto, nel paziente ricamo di un ineluttabile destino di tragedia. È in questo essenziale quadro di caducità e dolore, di fragilità e di testarda opposizione ad essa che l’odissea narrata da Herman Melville in Moby Dick si compie. Scarno fin quasi ad apparire elementare nella trama (che si può riassumere nel resoconto del viaggio di una baleniera a caccia di cetacei, di uno in particolare, una balena enorme e bianca), il più celebre romanzo dello scrittore statunitense rivoluziona i canoni dell’avventura letteraria; il tempo immobile dei giorni che si susseguono uguali a se stessi, l’obiettivo della spedizione (la cattura e l’uccisione di Moby Dick, la balena bianca), chimerico come un desiderio, febbricitante come l’ossessione che consuma Achab, il capitano della nave, riverberano nell’ipnotico andamento di una prosa arcaica e sovrabbondante, estenuata di rimandi, spiegazioni, dettagli, digressioni, tecnicismi. L’horror vacui del discorrere continuo di Melville è l’eco dell’interminabile orizzonte verso il quale puntano i suoi personaggi e lo specchio della vanità delle ambizioni umane, quale che sia il sentire che le alimenta; nelle sue pagine, colme come forzieri carichi di monete d’oro, si trova qualunque cosa, ma non le risposte ai dubbi degli uomini imbarcati sulla baleniera Pequod, non rassicurazioni per le loro paure, non un balsamo che dia requie alla rabbia impotente di Achab, cui Moby Dick ha strappato una gamba. E l’esplodere, il fiammeggiare improvviso di un’azione, la concitazione di un particolare momento, il barlume di verità, di gioia, persino di sognante abbandono che sembra profilarsi nella sincerità ruvida di una conversazione, non rappresentano altro che il momentaneo riacutizzarsi di un pungolo, il riaccendersi flebile di una volontà comunque condannata alla sconfitta, all’oblio, e proprio come ciò di cui sono specchio, queste parentesi di scrittura brillano per un’istante e immediatamente vengono inghiottite dal cono d’ombra di un racconto che non sa saziarsi di se stesso. “Ma sì, ma sì”, confessa Achab ai suoi uomini, urlando loro in faccia, insieme alla propria umiliazione, tutta la sua voglia di riscatto, di rivincita, “è stata quella maledetta balena bianca che mi ha smantellato e mi ha ridotto per sempre un povero buono a niente! […] E io l’andrò a scovare  dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per fargli sfiatare sangue nero, per buttarla a pinne in aria”, ma il suo grido somiglia al disperato lamento del naufrago, al suo fiato inghiottito dal vento, bagnato dal respiro del mare, incomprensibile alla natura, partorito già morto.

Allegoria (del vero, del bene, del male, della vita, della morte e di molto altro ancora), enciclopedico saggio travestito da romanzo, opera di tale vastità e profondità da sfuggire a qualsiasi classificazione, Moby Dick è senza alcun dubbio un unicum nel panorama letterario mondiale. Sa evocare, affascinare e conquistare nello stesso modo in cui sa precipitare il lettore nel più buio e profondo degli inferi: è un libro-montagna, un romanzo-abisso, un cammino impervio, faticoso e straziante come un processo di autocoscienza. Nel viaggio di Achab e del Pequod, nella cronaca che ne fa Ismaele (io narrante della vicenda e alter ego dell’autore), Melville ha cercato di raccontare la realtà, il proprio tempo, se stesso, e più di tutto quel ritornare costante, in ogni epoca della storia, delle medesime cose; gli uomini innanzitutto, ostaggi della propria imperfezione, poi tutto ciò che da loro prende vita, e che per questa sola ragione fatalmente si corrompe. È il presente che si coglie in ogni tempo la misura del nostro peccato originale ed è nel viaggio (tanto nell’esteriore quanto in quello interiore), nella sua particolare dimensione, che si manifesta con tragica, intollerabile chiarezza, con la forza irresistibile della verità confessata.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quando esattamente – avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare, e vedere la parte equorea del mondo. È un modo che ho io di scacciare la tristezza, e regolare la circolazione. Ogni volta che mi ritrovo sulla bocca una smorfia amara; ogni volta che nell’anima ho un novembre umido e stillante; quando mi sorprendo a sostare senza volerlo davanti ai magazzini di casse da morto, o ad accodarmi a tutti i funerali che incontro; e soprattutto quando l’ipocondrio riesce a dominarmi tanto, che solo un robusto principio morale può impedirmi di uscire deciso per strada e mettermi metodicamente a gettare in terra il cappello alla gente, allora mi rendo conto che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un gran gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io zitto zitto m’imbarco. E non c’è niente di strano. Se soltanto lo sapessero, prima o poi quasi tutti nutrono, ciascuno a suo modo, su per giù gli stessi miei sentimenti per l’oceano.