Barney Panofsky o Mordecai Richler?

Mordechai Richler, La versione di Barney, Adelphi
Mordecai Richler, La versione di Barney, Adelphi

Che nei fatti l’autobiografia di Barney Panofsky sia, in tutto o in parte, la biografia dello scrittore canadese Mordecai Richler importa poco. Conta, invece, e parecchio, capire quanto siano sovrapponibili nella prosa, nello stile e nel respiro narrativo l’autore de La versione di Barney (pubblicato nel 1997 e diventato un successo internazionale nel 2001 anche, se non soprattutto, a causa della morte di Richler) e il suo personaggio. Perché è esattamente qui, nello scioglimento di questo curioso dilemma letterario che l’indiscutibile talento di Mordecai Richler oltrepassa finalmente il confine che lo separa dal genio o inciampa nella propria presunzione e finisce per recitare stancamente una parte le cui virtù, ormai fruste, si trasformano in vizi. Panofsky, ricco ebreo ormai anziano, ha alle spalle una vita di dissolutezze, piaceri e rimorsi, e un debito con la propria coscienza che forse non potrà mai saldare. Ed è proprio per raccontare la sua verità, la sua “versione” di quel che è accaduto, che decide di scrivere un’autobiografia, o per dir meglio un’autodifesa, una replica alla più terribile e infamante delle accuse pubblicata in un libro scritto da un compagno di gioventù di Barney: quella di essere un assassino. E non un assassino qualsiasi, ma l’omicida del proprio migliore amico, Bernard “Boogie “ Moskovitch, brillante scrittore naufragato nella droga e in ogni altra sorta di bizzarri eccessi. Barney, tre mogli – morta suicida la prima; sposata con troppa leggerezza e abbandonata in fretta la seconda; amata con tutto se stesso, tradita e amaramente rimpianta l’ultima – e altrettanti figli che non sanno se sia più faticoso (e sterile) provare a comprenderlo oppure ad amarlo, rivendica con il balbettante e patetico orgoglio del colpevole suo malgrado le scelte folli, gli anni gettati al vento, gli scrupoli ignorati e lo sfrenato egoismo; e ricorda con la nostalgia impotente dei vecchi la stagione in cui tutto sembrava possibile e a portata di mano (gli anni cinquanta a Parigi), quella della povertà cui nessuno sfuggiva esibita come un vanto e del miraggio della ricchezza sbeffeggiato con raffinato, intellettuale compiacimento. Nella sua arruffata apologia, l’eterno ragazzo Barney gode dei peccati commessi nel momento stesso in cui li elenca, difende la sua passione inestinguibile per le donne e l’alcol ma non si stanca di ripetere che anche la peggiore amoralità obbedisce a un proprio codice etico. E non uccide. Non ho ammazzato Boogie. Il resto è uno sfrenato viaggio sulle montagne russe di un’indifferenza che potrebbe essere sovrumana se non fosse squisitamente umana, di un cinismo che ha il carattere della rivincita astiosa che il povero di spirito si prende nei confronti di chi è migliore di lui – avrei anch’io voluto scrivere come tanti dei miei amici, ammette con una punta di vergogna, invece ho fatto successo, e soldi, producendo spazzatura per la televisione – di una sete di vivere che nasconde tanto il bisogno di essere perdonato quanto il desiderio di avere una seconda possibilità.

Ma quanto c’è, davvero, nelle pagine di questo libro-confessione, di Barney Panosfky, e quanto invece c’è di Mordecai Richler? In che misura l’umorismo greve, scombinato e spesso fiacco che attraversa il romanzo è frutto degli elementari mezzi espressivi di Barney e non finissima elaborazione narrativa del suo creatore? Perfettamente mimetizzato nel suo eroe da quattro soldi, attratto fino alla fascinazione dalle scorrettezze di un mascalzone che muove tanto al riso quanto alla pietà, Richler forse cede al personaggio più di quanto un autore dovrebbe fare e per eccesso di realismo castiga la propria scrittura demolendone i maggiori punti di forza. Il ritmo della narrazione, l’allegria scanzonata, il garbo pungente delle battute, l’agilità della prosa (qualità che si ritrovano, per esempio, nel bellissimo Solomon Gursky è stato qui), in questo romanzo soffocano, sacrificate da un verbosità eccitata e maldestra che in più di un’occasione sfiora pericolosamente la noia. Eppure La versione di Barney non è un romanzo infelice; sa coinvolgere, commuovere, ha trovate più che buone (su tutte, i numerosi errori di cui sono disseminate le memorie di Barney; causati, si scoprirà a tempo debito, dai primi accenni del morbo di Alzheimer che l’ha colpito), ma nonostante ciò non convince. Perché non convince l’ipotesi che un autore così meravigliosamente dotato sia stato capace di mettere da parte la propria maestria per scrivere come avrebbe scritto un dilettante. Tuttavia, se quel che è accaduto è proprio questo, allora La versione di Barney merita di essere salutata come l’opera di un genio. A voi l’onere della decisione.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Matteo Codignola. Buona lettura.
Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l’altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente autobiografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice la troika di Barney Panofsky), la natra della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba. Il tempo, le febbri, questo il titolo della messa cantata di Terry, è in uscita per i tipi del Gruppo (chiedo scusa, il gruppo, si scrive così), una piccola casa edirice di Toronto che gode di lauti sussidi governativi e pubblica (su carta riciclata, potete scommetterci la testa) anche un mensile, «la buona terra».

Sulle tracce di Solomon

Mordecai Richler, Solomon Gursky è stato qui, Adelphi
Mordecai Richler, Solomon Gursky è stato qui, Adelphi

Pur padroneggiando con consumata maestria la tecnica narrativa, Mordecai Richler sembra non stancarsi mai di mettere alla prova il proprio talento, di sfidarlo. Con spregiudicata naturalezza d’acrobata, la sua prosa corre sul filo sottilissimo che separa forma e contenuto; da entrambi gli elementi distilla l’essenza (quasi fosse un chimico, o per dir meglio un alchimista, nelle cui formule scienza, magia e sogno hanno la medesima importanza) e dà loro unità e compiuta espressione nella forma del romanzo.

Esteta convinto, dotato di un gusto squisito per l’ordine, l’armonia e la musicalità della scrittura, Richler ne insegue l’intrinseca perfezione ricorrendo spesso all’espediente (ambiguo ma infallibile) del dettaglio ricercato, del ricamo stilistico, del calcolato effetto a sorpresa. L’opera in cui questa sua caratteristica risalta con maggior forza è forse Solomon Gursky è stato qui, splendida saga familiare (ma anche racconto d’avventura, romanzo di formazione, originalissimo diario di viaggio) che abbraccia due secoli e cinque generazioni di una dinastia ebrea. Lavoro di ampio respiro – 600 pagine che quasi non ci si accorge di leggere, tanto lieve, coinvolgente, fascinosa e diabolicamente furba è l’affabulazione di Richler – Solomon Gursky è stato qui possiede il ritmo travolgente e la fantasia di uno spettacolo pirotecnico e quasi in ogni pagina regala un colpo di scena, un evento inaspettato, un capovolgimento di fronte. Vivificato da un’ironia tanto garbata e sottile quanto pungente, il romanzo offre al lettore una galleria di caratteri di impressionante ricchezza; nel disegnarli, modellandone con precisione chirurgica pregi, difetti, inclinazioni, sentimenti e dettagli fisici, Richler si conferma psicologo finissimo, lucido e disincantato.
E tuttavia, alle manchevolezze, ai vizi, all’innocenza irrimediabilmente perduta dell’essere umano non guarda con rancore, bensì con una specie di franco cameratismo.
La fratellanza nel peccato, sembra dirci Richler, se non è ciò che ci definisce come uomini, contribuisce comunque (e in massima parte) a renderci quel che siamo. Tutti, senza eccezione, a partire proprio dall’eroe del suo romanzo, quel Solomon Gursky che nell’architettare la più grande delle beffe non esita a mettere sul piatto la propria vita. “Perché la miglior vendetta possibile è vivere due volte. Magari tre”.
Ora spazio all’incipit del romanzo. Buona lettura.
Un mattino – durante la memorabile ondata di freddo del 1851 – un grosso, minaccioso uccello nero, del quale in passato non si era mai visto l’eguale, si librò sopra la rude cittadina mineraria di Magog, nei pressi della frontiera con il Vermont, lanciandosi in continue picchiate. Luther Hollis abbatté l’uccello con il suo Springfield. Poi gli uomini videro un tiro di dodici cavalli uggiolanti emergere dai mulinelli di neve del lago Memphremagog, completamente ghiacciato. I cani trainavano una lunga slitta stracarica, alla cui guida sedeva, facendo schioccare una frusta, Ephraim Gursky, un uomo piccolo, dall’aria feroce, incappucciato. Ephraim raggiunse la riva e si mise a camminare con fatica su e giù, scrutando il cielo. Dal fondo della gola gli uscì un grido inumano, un suono triste e secco, insieme desolato e pieno di speranza. Nonostante il freddo che spaccava gli alberi, alcuni curiosi si radunarono sulla riva del lago. Erano venuti non tanto ad accogliere Ephraim, quanto per stabilire se fosse o no un’apparizione. Ephraim era vestito con quelle che parevano pelli di foca. E un’ispezione più ravvicinata rivelò anche un colletto da sacerdote. Dai bordi della pelle più esterna pendevano quattro frange, ciascuna formata da dodici cordoncini di seta. Palpebre e narici erano coperte di brina, una guancia annerita dal morso del vento. Dalla barba nero inchiostro spuntavano ghiaccioli.