Un unico intervallo

Recensione di “Accabadora” di Michela Murgia

Michela Murgia, Accabadora, Einaudi

La forza del sangue contrapposta alla capacità di persuasione dell’esempio, il silenzio complice della carne opposto all’ineludibile concretezza della presenza, alla piena verità dell’esserci. In questa dicotomia, in questo oscuro gravitare di antipodi attorno all’orbita della vita si consuma la quieta violenza (o forse la pura misericordia) dei “figli dell’anima”, bambini nati due volte, “dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra”. E figlia dell’anima è la giovanissima Maria, protagonista del delicato e commovente romanzo di Michela Murgia Accabadora, vincitore nel 2010 del premio Campiello. “Acabar, in spagnolo, significa finire”, recita l’incipit della quarta di copertina del libro, edito da Einaudi, e con la fine, della vita, ma prima ancora del tempo delle illusioni e delle speranze, di quella giovinezza irripetibile e luminosa che svanisce in un soffio di fiato, si consuma nel desiderio di un bacio, nell’attesa di una carezza o di uno sguardo, sfiorisce nel miraggio di una felicità impossibile e, come pelle carica d’anni, raggrinzisce nel ricordo di tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, si misura l’altra figura centrale dell’opera, la sarta Bonaria Urrai, madre adottiva di Maria. Continua a leggere Un unico intervallo

Sostanza, accidente, illusione

Recensione di “Ubik”, di Philip K. Dick

Philip K. Dick, Ubik, Fanucci
Philip K. Dick, Ubik, Fanucci Editore

La miglior birra mai prodotta? Un caffè istantaneo che per gusto, aroma e fragranza non conosce rivali? Un rivoluzionario condimento per insalate? Un portentoso balsamo per capelli? Un deodorante dall’irresistibile profumo? Un infallibile rimedio contro l’insonnia? Una pellicola in grado di garantire la perfetta conservazione del cibo? La soluzione definitiva per ogni problema di alito cattivo? Che cos’è esattamente Ubik? Probabilmente ognuna di queste cose prese singolarmente e il loro insieme, il tessuto connettivo del reale (o per dir meglio, di ciò che noi pensiamo sia la realtà) e le sue manifestazioni; in una parola, il mondo osservato tanto dal punto di vista del suo creatore quanto da quello delle creature che lo popolano.

Mistero allo stesso tempo buffo e tragico, Ubik, motore immobile trascendente e immanente di tutto ciò che esiste (ma anche di ciò che diviene, e persino dell’atto stesso del divenire, del mutare), è principio e fine della conoscenza, coincidenza d’opposti, verità ultima e incessante negazione di qualsiasi verità. Ubik, bizzarro capolavoro filosofico-letterario di Philip K. Dick mascherato da avventuroso romanzo di fantascienza, è una magistrale prova d’autore e un divertissement raffinatissimo e geniale, è un labirinto inestricabile di ipotesi e teorie e il sogno liberatorio di una mente che brama la vertigine dell’allucinazione, è la geometria impazzita di un tempo che ha le sembianze di un futuro remoto ma l’essenza del presente ed è il rifiuto rabbioso di questo tempo e delle logiche da cui è dominato (in particolar modo quelle, onnipotenti e onnipresenti, del commercio, della sistematica mercificazione) declinato nell’esplosività meravigliosa ed effimera di fuochi d’artificio di macabro humour.

Come scrive Carlo Pagetti nell’introduzione al romanzo pubblicato da Fanucci (traduzione a cura di Paolo Prezzavento), Ubik, uno e trino, “è il nucleo allo stato puro dell’ideologia capitalistica americana […] è una sostanza divina, come l’olio con cui veniva unto – anointed – il capo del sovrano, assomiglia allo sperma della Balena, di cui scrive Melville in Moby Dick […] è la sostanza sfuggente di cui è fatta non solo la fantascienza, ma la letteratura in senso più generale”.

In Ubik, dunque, dove il fine è la continua ricerca e la meta, come il concetto di Dio nel pensiero medievale, è ovunque e in nessun luogo, tutto è travestimento, illusione, inganno; alla fin troppo trasparente allegoria della trama (l’intera vicenda si svolge all’interno degli angusti e miseri confini dello spionaggio commerciale, portato al parossismo dalle eccezionali capacità dei suoi interpreti, telepati da una parte, e inerziali, cioè individui dotati di talenti in grado di annullare i poteri dei loro avversari, dall’altra) si uniscono le numerose metafore che, mentre danno sostanza alla narrazione, illuminano la struttura profonda dell’opera: l’animazione sospesa che consente ai defunti (ai loro cervelli, in verità), ospitati in speciali strutture dette moratorium, di restare in contatto con i vivi; il tempo, che d’improvviso cessa di procedere con linearità dall’oggi al domani e si riavvolge su se stesso, trascinando i protagonisti del romanzo in un passato liquido, che senza sosta regredisce; l’evento scatenante (un attentato dinamitardo ai danni di un gruppo di inerziali, assunti per scoprire eventuali infiltrati in una multinazionale), la strage che, al contrario di quel che ci si aspetterebbe, non indirizza gli eventi in una determinata direzione ma spariglia le carte confondendo ancora una volta vita e morte (chi è davvero rimasto ucciso nell’esplosione della bomba? Il capo della spedizione Glen Runciter oppure tutti gli altri, a partire dal suo braccio destro Joe Chip, convinto di essere sopravvissuto?); e infine le figure, coincidenti nella loro inafferrabilità, di Jory, un giovanissimo cadavere (anch’egli, naturalmente, mantenuto in stato di animazione sospesa) il cui cervello è affamato di vite altrui, e di Pat, una inerziale unica nel suo genere, la cui eccezionalità, che dovrebbe risolvere qualsiasi problema e invece contribuisce a complicare ulteriormente le cose, l’autore, dapprima nei panni di Joe Chip e poi in quelli del suo collega G.G. Ashwood, descrive così: “Il precog prevede una varietà di futuri, posti l’uno accanto all’altro come cellette in un alveare. Per lui una di queste è più luminosa delle altre, per cui la sceglie. Una volta che l’ha scelta, l’anti-precog non può fare nulla; l’anti-precog deve essere presente quando il precog si trova in fase di decisione, non dopo. L’anti-precog fa in modo che tutti i futuri sembrino ugualmente reali al precog; mette fuori uso la sua capacità di scegliere […]. ‘Lei riesce ad andare indietro nel tempo’ disse G.G. Ashwood […]. ‘Il precog che subisce il suo influsso vede ancora un futuro predominante; come hai già detto, la possibilità più luminosa. E la sceglie, a ragione. Ma perché a ragione? Perché è la più luminosa? Perché questa ragazza […] Pat controlla il futuro; quella luminosa possibilità è tale perché lei è andata nel passato e lo ha cambiato. Cambiando il passato, lei cambia il presente, un presente che comprende il precog; lui ne è condizionato senza saperlo, il suo talento sembra funzionare, e invece non funziona affatto’”.

L’efficace semplicità dello stile narrativo è con ogni probabilità il maggior pregio di Ubik; il suo formale nitore, infatti, spalanca le porte alla curiosità del lettore, nutre il suo desiderio di far luce su un enigma che si infittisce pagina dopo pagina e così finisce per condurlo in un’indimenticabile e inquietante esplorazione delle nostre più radicate certezze e di ciò che resta quando vengono meno.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Alle tre e trenta del mattino del 5 giugno 1992, il miglior telepate del Sistema Solare scomparve dalla mappa situata negli uffici della Runciter Associates a New York City. Ciò fece squillare i videofoni. Lorganizzazione Runciter aveva perso le tracce di troppi psi di Hollis nel corso degli ultimi due mesi; questa ulteriore sparizione non ci voleva.

Orbite eccentriche in una genealogia di mostri

Edward St Aubyn, Lieto fine, Neri Pozza
Edward St Aubyn, Lieto fine, Neri Pozza

“Bisogna ‘celebrare la vita’: ricchi premi e cotillon! Tutte quelle chiacchiere del tipo: ha lottato fino all’ultimo, ma io so quanto gli è costato… Insomma, raccontare il percorso di un’esistenza e metterlo in prospettiva. Bada bene, non dico che non sia commovente. In questi ultimi giorni ho notato un effetto quasi sinfonico. E orrore in quantità industriali, naturalmente. Nei miei giri quotidiani da un letto d’ospedale a una commemorazione e ritorno, mi vengono spesso in mente quelle navi cisterna che andavano a sfracellarsi su una scogliera una settimana sì e una no, e gli stormi di uccelli moribondi arenati sulle spiagge, con le ali incollate una all’altra e gli occhi gialli che sbattono, frastornati”. Come un naufrago esausto, affoga, nel narcisismo declamatorio di un vecchio aristocratico spietato e nostalgico, ogni illusione d’esistenza, ogni anelito alla dignità del vivere, ogni richiamo al rispetto di sé, fondamento del rispetto per l’altro da sé, e quel che resta, nella simbologia trasparente della morte, è una teoria di miserie morali, un cratere d’abiezioni spalancato dinanzi al palazzo di Creso. Lungo fantastiche geometrie d’intuizioni commerciali, all’ombra di vertiginosi colpi di mano, nella lealtà polverosa e severa allo stile, all’etichetta, all’educazione, a tutto quanto serva ad assicurare unicità, originalità e soprattutto distinzione, colossali fortune si accumulano moltiplicandosi quasi per magia, o per generazione spontanea, poi svanendo d’improvviso in buchi neri d’ingiustizia, o di miopia, o di calcolata malvagità, di nuovo riconsolidandosi nell’interesse a lunga scadenza messo a cassa da antenati previdenti, e in questo loro fluido, incessante mutare disegnano i destini di generazioni , e partoriscono uomini e donne soli, fragili anime di cristallo che corrono in orbite eccentriche lungo la gibbosa circonferenza di una genealogia di mostri. Giunto all’ultimo libro della sua splendida e dolorosissima saga familiare (I Melrose, già recensito in questo blog), Edward St Aubyn, nei panni del tormentato Patrick Melrose, chiude i conti con il proprio tragico passato (le violenze di ogni tipo, non ultima quella sessuale, subite bambino dal padre sadico, l’assenza intollerabile della madre, alcolizzata e allo stesso tempo terrorizzata e oscuramente attratta dalla cupa malvagità del marito) raccontando il funerale della madre Eleanor, spentasi dopo anni d’agonia nel corso dei quali, spinta da una sorta di furibonda febbre universalistico-umanitaria, ha dilapidato il proprio patrimonio dapprima finanziando ogni sorta di progetto a favore dei più deboli e in ultimo rovesciando la propria torrenziale generosità sul peggiore dei candidati possibili: l’improbabile sciamano di una “fondazione transpersonale” dedita all’autentica scoperta del sé (“Negli ultimi giorni della sua vita Eleanor era stata costretta a immergersi in uno spietato corso accelerato di autocoscienza, armata solo di uno spirito animale in una mano e di un sonaglio nell’altra. Si era dovuta confrontare con la pratica più difficile di tutte: niente parole o movimenti, niente sesso, niente droga, niente viaggi, niente soldi da spendere, quasi niente cibo. Solo la solitudine, vissuta in silenziosa contemplazione dei propri pensieri. Sempre che contemplazione fosse il termine giusto. Forse in realtà aveva sentito che erano i suoi pensieri a contemplare lei, come predatori affamati”).

La morte, resa se possibile ancora più definitiva dalla scelta della cremazione, il lutto da celebrare e il ricordo di chi non c’è più da onorare che chiamano a raccolta amici, parenti e rappresentanti scelti dell’esercito di beneficati dalla deforme munificenza di Eleanor, nella prosa scintillante, beffarda, raffinata e scandalosamente sofferente di St Aubyn si fanno densa materia narrativa di un fiammeggiante j’accuse, punti cardinali di un ritratto sociale al vetriolo. Di fronte a quel che resta di un mondo in disfacimento, tra memorie ormai quasi disincarnate di fasti talmente preziosi e irrinunciabili da trasformare in festa, in occasione mondana, qualsiasi avvenimento, funerali compresi (a rendere indimenticabili i quali provvedeva il blasone dei partecipanti, l’incorrotto sangue blu che impetuoso scorreva nelle vene di ogni singolo testimone), nell’urlare d’Erinni della pazzia continuamente sfiorata da Patrick, della sua vita squassata dai traumi (proprio come un corpo lo è dalla febbre altissima, anticamera del delirio), dei suoi bisogni urgenti e contraddittori, della sua sete d’amore tragicamente insoddisfatta e del suo desiderio d’amare terrorizzato e scalpitante, si compie (per una volta felicemente) la parabola di un essere umano perduto e ritrovato, si conclude la devastante odissea di una vita strappata a se stessa e a sé restituita.

Come nella precedente quadrilogia, St Aubyn si mette a nudo con una sincerità che lascia sbalorditi e commossi; trascina il lettore negli abissi più cupi del cuore umano, poi, con angelica leggerezza, con compassione autentica, lo conduce nella quieta regione degli antipodi, dove ogni cosa sembra avere un senso, perfino il male patito e la capacità di comprenderlo, disarmandolo: “Forse, nella sua nuova realtà libera dai genitori, sarebbe riuscito a ridurre i condizionamenti che aveva subito a semplici dati di fatto, senza interessarsi ancora alla loro genealogia; non perché la prospettiva storica fosse priva di valore, ma perché aveva ormai rinunciato a coltivarla. Altri avrebbero potuto approdare a quello stesso tipo di tregua prima che i loro genitori morissero, ma suo padre e sua madre erano stati ostacoli così giganteschi che aveva dovuto liberarsene nel senso più letterale del termine prima di poter immaginare che la sua personalità diventasse un filtro perfettamente trasparente, come aveva sempre desiderato. L’idea di un’esistenza spontanea gli era sempre parsa a dir poco stravagante. Tutto era condizionato da quanto accaduto in precedenza; perfino il suo fanatico desiderio di un certo margine di libertà era condizionato dalla drastica assenza di libertà dei suoi primi anni di vita. Forse era possibile solo una sorta di libertà imbastardita: l’accettazione dell’inevitabile inanellarsi di cause ed effetti garantiva se non altro la libertà da ogni illusione”.

Eccovi l’inizio del romanzo che, va da sé, va letto dopo la splendida tetralogia I Melrose. La traduzione, per Neri Pozza, è di Luca Briasco. Buona lettura.

«Sorpreso di vedermi?» disse Nicholas Pratt, puntando il suo bastone da passeggio sulla moquette del forno crematorio e fissando Patrick con una vaga espressione di sfida: un’abitudine che non aveva più ragion d’essere ma che era troppo tardi per modificare. «Ormai non mi lascio più sfuggire nessuna commemorazione. Alla mia età non si può fare altrimenti. Non ha senso restarsene seduti a casa a ridere dei giornalisti alle prime armi e dei loro errori puerili nei necrologi, o cedere al piacere vagamente monotono che deriva dal contare quanti coetanei muoiano ogni giorni. No!».

L’uomo senza umanità

Recensione de “Lo straniero” di Albert Camus

Albert Camus, Lo straniero, Bompiani
Albert Camus, Lo straniero, Bompiani

Può ancora dirsi persona chi non ha sentimenti? Possiede un’anima, uno spirito, una vita interiore chi è incapace d’emozione? E l’esistere meccanico, freddo, impersonale, istintivo, primordiale dell’animale-uomo, la volontà cieca di sopravvivenza della carne e del sangue, in un parola quel che resta quando all’automatismo del respiro non si accompagna la coscienza di esso, cosa significa davvero? Come possiamo considerarlo, interpretarlo, giudicarlo? E quale rapporto lega l’amoralità (o meglio, la premoralità, la naturale assenza di moralità) dell’essere a ogni singolo essere nel mondo, a ogni individualità, al loro agire e alle conseguenze che ne derivano? Di queste domande (a nessuna delle quali si dà risposta), e della loro urgenza, è permeato Lo straniero di Albert Camus, straziante ritratto di un uomo, di un tempo e di una realtà che non hanno più nulla di umano (e che forse non l’hanno mai avuto).

In un’assoluta corrispondenza di forma e sostanza, attraverso una narrazione in prima persona atrocemente spoglia ed essenziale che da una parte amplifica l’effetto straniante dell’opera (dal momento che il personaggio principale, Meursault, rievoca le proprie vicende sempre con glaciale distacco, come se non gli appartenessero in alcun modo e il suo raccontare non fosse altro che una cronaca di fatti qualunque) e dall’altra contribuisce a rendere ancora più definitivi, ancora più assoluti (e disperati), i pensieri e le riflessioni elaborati dal protagonista – che ogni cosa osserva con sovrumana indifferenza, cogliendone (ma senza mai darsi la pena di accorgersene, e soprattutto senza mai voler trarre qualche conseguenza dalle conclusioni cui giunge, senza pretendere di dar loro concretezza) la sostanziale insensatezza e l’ineluttabilità sorda (tutto ciò che avviene lo fa nello stesso modo in cui il sole sorge e tramonta ogni giorno, senza curarsi degli uomini, delle loro speranze, dei loro dolori, del loro ridicolo affannarsi) – Camus precipita il nostro mondo e il nostro vivere, nelle tenebre della più spietata utopia negativa. Un’utopia tanto più terribile quanto più figlia dell’oggi, espressione del presente.

La densità, la materialità, la pesantezza fisica della sua prosa, talmente ancorata alle cose, agli oggetti, a tutto ciò che ha consistenza, peso, che è misurabile dai sensi, da cancellare alla radice qualsiasi declinazione emotiva (e pertanto ogni possibile implicazione etica) – alla morte della madre, drammatico accadimento con cui il romanzo si apre, Meursault non dedica che una veglia distratta, nel corso della quale soddisfa bisogni elementari e immediati con sigarette e caffè; all’amore, riassunto nella relazione con una ex collega, consacra esclusivamente il suo corpo; ai rapporti d’amicizia, che lo condurranno a commettere un omicidio e alla definitiva rovina, sembra sottomettersi più che aderire, limitandosi ad accettare supinamente tutto ciò che da questa relazione deriva, in primo luogo la catastrofe che lo travolge – non lascia spazio né a pietà né a speranza.

Perché la vita di Meursault, le sue scelte, le sue azioni, non sono il frutto di una rinuncia consapevole; egli, infatti, non decide di voltare le spalle al bene e di abbracciare il suo opposto in conseguenza di un trauma, o per ribellarsi a un evento considerato ingiusto, o per rabbia, odio o frustrazione; egli semplicemente non sceglie perché non può farlo, perché non ha mai conosciuto né abitato un mondo diverso da quello che descrive, un mondo nel quale ci fossero pianti, e risa, e ragioni capaci di muovere alla tristezza e alla gioia, e appartenenze da rivendicare e distanze da sottolineare.

Ma se è indubbio che “l’uomo senza umanità” Meursault sia malato, alienato al punto da essere straniero non soltanto a tutto quel che lo circonda ma in primo luogo a se stesso, è altrettanto chiaro che il protagonista del romanzo di Camus è un simbolo; egli è la rappresentazione dell’incomprensibilità della vita, delle ingiustizie insanabili (e insanabili perché inspiegabili, perché impossibili da giustificare) del mondo, e non ultimo dell’assenza di Dio, o, il che è lo stesso, della sua misteriosa presenza (inaccessibile agli uomini, costretti ad accontentarsi del precario rifugio della fede), e come tale ci pone di fronte all’abisso, al baratro, allo scandalo di un creato disegnato dal caso e incapace di compassione, al peccato originale e incancellabile di un furioso impulso alla generazione, cui sempre segue l’abbandono di chi, senza senso né scopo, è stato generato.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Bompiani, è di Alberto Zevi. Buona lettura.

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio:“Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.

Una successione di leggere variazioni

Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti
Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti

L’oggi è un tempo sospeso, un battito di ciglia in un rincorrersi continuo di slittamenti temporali, di ricordi che ne evocano altri, di particolari che si svelano d’improvviso e illuminano il presente di una luce nuova, di un significato prima di allora neppure immaginato. L’oggi è una variazione incessante, un ininterrotto vibrare, un mutare impercettibile; è il fluire dell’acqua, un’illusione d’identità sgretolata nel processo infinito del divenire. Per questo l’oggi ci sfugge, non si rivela se non parzialmente, non si conosce se non in modo imperfetto; per questo è indispensabile provare a leggerlo, a interpretarlo, ad abbracciarlo facendo ricorso a ogni risorsa del pensiero, esplorando il territorio di ogni sapere, sforzandosi di parlare tutte le lingue. E tutte le lingue, con sfumature ora tragiche, ora grottesche, ora sature di passione, ora pudicamente disilluse, ora travagliate dal dubbio e dell’incertezza, ora aperte alla speranza, schiuse all’idea di miracolo, parla lo scrittore giapponese Oe Kenzaburo, premio Nobel per la letteratura nel 1994, nel romanzo Il bambino scambiato, viaggio etico-politico-filosofico (autobiografico e nel medesimo tempo universale) nel mistero della morte e della vita. Oe attinge in gran copia alle proprie esperienze e sulla sua persona modella il carattere di uno dei protagonisti della vicenda, l’affermato scrittore Kogito (il cui nome è un dichiarato omaggio all’io pensante e per ciò stesso esistente elaborato da Cartesio e riassunto nella celeberrima sentenza latina cogito ergo sum); e di nuovo guarda a se stesso e alla sua vita nel tratteggiare l’altra figura centrale del romanzo, il cognato (nonché amico fraterno da lunga data) di Kogito, il regista Goro, morto suicida alle soglie della vecchiaia. È sugli interrogativi – strazianti in primo luogo perché destinati a restare senza risposta – suscitati dalla terribile decisione presa da Goro che ruota il romanzo, tuttavia, nelle densissime pagine dell’opera di Oe Kenzaburo il suicidio resta sempre sullo sfondo, quasi fosse una voce a malapena avvertita o, dal punto di vista squisitamente letterario, poco più che un espediente narrativo. La scrittura di Oe, ricca, dettagliata, di studiata semplicità nell’architettura dei periodi e insieme di lussureggiante inventiva nel disegno degli episodi, dei singoli quadri di vita rappresentati – basti pensare agli agguati subiti da Kogito, che in tre diverse occasioni viene sequestrato, con ogni probabilità da un gruppo di fanatici nazionalisti un tempo seguaci del padre dello scrittore, teorico della grandezza del Giappone imperiale umiliato dalla resa del Paese alle forze americane all’indomani dell’esplosione delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e torturato con una piccola palla di cannone, che viene fatta cadere sull’alluce del suo piede sinistro causandone la perenne deformazione – trascina il lettore in un labirintico “giardino dei sentieri che si biforcano”, consegnandogli, mediati attraverso la teoria politica, la riflessione filosofica, la critica letteraria, l’esegesi cinematografica e la memoria degli anni di gioventù, i segreti di due esistenze insieme complementari e antitetiche.

Ma il segreto, nella dimensione artistica di Oe Kenzaburo (che, non dimentichiamolo, è specchio fedele della realtà), non è fatto per essere svelato, né l’enigma posto per essere risolto; ogni nodo da sciogliere basta a se stesso come simbolo di una complessità impossibile da ridurre a unità, proprio come ogni domanda è un passo compiuto lungo un cammino destinato a non avere fine; così, il dialogo tra Kogito e Goro, mai davvero interrotto durante la loro vita nonostante lunghe parentesi di silenzio e dolorosi allontanamenti, prosegue anche dopo la morte del regista grazie a una sua geniale trovata, una serie di cassette da lui registrate per l’amico, nella quali Goro riprende, tra ricordi e nuove suggestioni, molti dei temi affrontati dai due negli anni precedenti mentre altri li propone sotto un profilo inedito; ma c’è un prezzo da pagare per questo assaggio d’immortalità, ed è precisamente quello di non raggiungere mai alcuna meta, di non trovare requie: “In breve si era reso conto che il suo intento era raccontare, senza seguire un ordine cronologico preciso, la storia della loro amicizia da quando in gioventù si erano conosciuti a Matsuyama Macchama, così come Goro era solito pronunciare il nome della città dello Shikoku. Il modo di parlare di Goro in quelle cassette non era esattamente quello di un monologo, ma piuttosto sembrava si stesse dilungando in una sorta di conversazione telefonica. Per questo Kogito preferiva ascoltare quelle registrazioni a tarda sera prima di addormentarsi, disteso sulla brandina dello studio con le cuffie sulla testa, una miriade di pensieri e ricordi ad affiorargli alla mente”.

Sorprendente coincidenza d’opposti, Il bambino scambiato è un romanzo affascinante e insieme una lettura che mette a dura prova, che non offre punti di riferimento né definite prese di posizione; proprio come uno dei suoi personaggi, l’enigmatico Goro, Oe (e non importa che il suo alter ego sia Kogito, anzi questa è solo un’ulteriore dimostrazione di quanto lo scrittore giapponese sia inafferrabile) è attore di una conversazione, voce in attesa di un controcanto, di una replica.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Gianluca Coli. Buona lettura.

Kogito era disteso sulla brandina militare nel suo studio, le cuffie calcate sulle orecchie, concentrato nell’ascolto. «… Per adesso non c’è altro. Sto per trasferirmi in un altro mondo». Non appena la voce di Goro ebbe pronunciato quelle parole, si udì un tonfo pesante. Seguì un interminabile momento di silenzio, dopo di che la voce aggiunse: «Sta tranquillo, continuerò a tenermi in contatto con te. È per questo che mi sono preso la briga di approntare questo sistema che abbiamo battezzato Tagame. Ora credo che nel tuo mondo si sia fatto tardi. Ti saluto, buonanotte!».

La natura liquida dell’amore

Recensione di “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli

Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani
Pier Vittorio Tondelli, Camere separate, Bompiani

Nella cronaca impotente, nella memoria nuda di una storia d’amore troncata dall’incomprensibilità della morte, Pier Vittorio Tondelli si racconta con accenti di straziante sincerità. In una prosa che appare timida, ritrosa, e che ha il suono flebile del sussurro, l’autore sceglie la trasparente semplicità della confessione per cercare di dar forma al proprio mondo interiore in tumulto, per provare a mettere ordine in un’esistenza spesa tra meraviglia e passione, e inseguita, bramata e posseduta, anche se mai fino in fondo. Camere separate, pubblicato da Bompiani nel 1989, è un romanzo di non comune potenza narrativa; un viaggio della carne e dell’anima nel labirinto inestricabile dei sentimenti, in quell’umanità contraddittoria, fragilissima e straripante che scintilla e rivela integralmente se stessa soltanto nel coinvolgimento amoroso.

Alter ego dichiarato di Pier Vittorio Tondelli è Leo, il protagonista del libro, scrittore di successo poco più che trentenne devastato dalla prematura scomparsa dellamato Thomas; nel ricordo della loro relazione Leo vive come un recluso, assaporandone la dolcezza, indugiando nella ricostruzione dei momenti di crisi, delle parentesi di buio (quasi fosse alla ricerca di una propria responsabilità, di un errore, di una colpa che potesse spiegare il suo lutto, il precipitare improvviso della fine, dinanzi alla quale ogni cosa, da un attimo con l’altro, ha cessato di avere un senso, una ragione), cercando il proprio cuore e il proprio spirito nel cuore e nello spirito della persona cui aveva deciso di donarsi. La scrittura di Tondelli, densa, carica di dolore e insieme gonfia di speranza, assettata di futuro, avida di promesse, procede per accumulo spingendosi consapevolmente verso un corto circuito che dà l’esatta misura dell’essenziale inconoscibilità dell’amore; tuttavia è proprio la natura liquida del sentimento, la sua incommensurabilità a conquistarci, ad attrarci irresistibilmente, come un canto di sirena, e questa seduzione l’autore la disegna in tutte le sue sfumature, nello splendore abbagliante ed effimero dell’attrazione fisica come nel bisogno quotidiano dell’altro, nell’abitudine della vita di coppia (cui i giovani guardano con un misto di desiderio e diffidenza) e nei suoi caldi chiaroscuri.

“Amore è ora un corpo longilineo e asciutto”, scrive Tondelli narrando il primo incontro intimo tra Thomas e Leo “dalle membra ancora adolescenti, morbide, sinuose e nobili. È un viso allungato dalle forti mascelle squadrate. È una coppia di occhi intensi e neri su cui, ogni tanto, ricade un ciuffo di capelli color miele scuro. È un particolare modo di muovere le mani o di lasciarle penzolanti, parallele alle gambe. È finalmente una voce, l’intonazione di un bacio soffocato, l’emozione di una risata aperta e squillante”; e dal corpo, descritto con una cura e un’attenzione e una dolcezza che hanno la forma purissima di una dichiarazione d’amore, lo scrittore di Correggio trova la via d’accesso per l’anima, in primo luogo per la sua, per quel luogo di sole e d’ombra dove l’uomo vive davvero, e dove soltanto le parole, le parole che si scelgono (nello stesso modo in cui si scelgono le persone) possono giungere: “Prende in corpo in lui il progetto di scrivere libri per dieci, venti persone. Dei libri espressamente destinati a chi può comprenderlo, agli amici di cui si fida. Che lo rispettano, che gli prestano attenzione, che non giudicano se ha fatto una cosa buona o cattiva, ma che interpretano la disponibilità di partenza, la sua necessità di raccontare qualcosa a qualcuno”.
Storia di una necessità, racconto di un bisogno, confessione di un amore, riassunto di una vita e del suo brusco abbraccio con la morte (il romanzo, che in qualche modo si apre con la scomparsa di Thomas, trova una sua tragica circolarità nella malattia incurabile di cui soffre Leo, e che Tondelli accenna nelle ultima pagine del libro, richiamandosi alla sua situazione reale, all’Aids che l’aveva colpito e che l’avrebbe condotto alla morte nel 1991, a soli 36 anni d’età), Camere separate è un magnifico e crepuscolare romanzo “di parole”; è il testamento letterario di un uomo e di un amante che, con limpida innocenza, affida alla scrittura la propria voce, il proprio affanno esistenziale, la propria disperata volontà di vita.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Un giorno, non molto distante nel tempo, lui si è trovato improvvisamente a specchiare il suo viso contro l’oblò di un piccolo aereo in volo fra Parigi e Monaco di Baviera. All’esterno, ottomila metri più sotto, la catena delle Alpi appariva come un’increspatura di sabbia che la luce del tramonto tingeva di colori dorati. Il cielo era un abisso cobalto che solo verso l’orizzonte, in basso, si accendeva di fasce color zafferano o arancione zen.

Inquadrato dalla ristretta cornice ovoidale dell’oblò il paesaggio gli parlava del giorno e della notte, dei confini fra i mondi della terra e dell’aria e da ultimo, allorché si accese una luce nella carlinga e su quell’olografia boreale apparve il riflesso del suo volto appesantito e affaticato, anche del sé. La sua faccia, quella che gli altri riconoscevano da anni come “lui” – e che a lui invece appariva ogni giorno più strana, poiché l’immagine che conservava ogni giorno del proprio volto era sempre e immortalmente quella del sé giovane e del sé ragazzo – una volta di più gli parve strana. Continuava a pensarsi e a vedersi come l’innocente, come colui che è incapace di fare del male e di sbagliare, ma l’immagine che vedeva contro quello sfondo acceso era semplicemente il viso di una persona non più tanto giovane, con pochi capelli fini in testa, gli occhi gonfi, le labbra turgide e un po’ cascanti, la pelle degli zigomi screziata di capillari come le guance cupree di suo padre. In sostanza un viso che subiva, come quello di ogni altro, la corruzione e i segni del tempo.

Là dove la Morte mescola il suo fiato con quello della Bellezza

Racconti del mistero, grotteschi, racconti cupi, disperati, saturi d’ombre, di atmosfere d’incubo, racconti i cui protagonisti sembrano avere il destino segnato, realtà dove a dominare incontrastato è il male, dove non c’è spazio che per il dolore. Racconti narrati tumultuosamente, con affanno, come nelle vivide allucinazioni provocate da deliri febbrili, storie che artigliano, ghermiscono, terrorizzano, e nel medesimo tempo conquistano come una melodia, come un meraviglioso, incantevole mosaico. Si rivela nei Racconti, alcuni dei quali diventati a buon diritto dei classici della letteratura, lo splendore della prosa del grande scrittore americano; l’articolato disegno dei caratteri, la costruzione degli ambienti, ricchissima nei dettagli e spesso così soffocante, così piena di trattenuto orrore da suscitare una crescente, irrefrenabile angoscia, gli intrecci potenti, severi, terribili come ammonimenti, implacabili come sentenze di condanna, oltre caratterizzare un genere – il gotico, di cui Poe viene considerato uno dei massimi esponenti, ma che di certo non esaurisce senso e ampiezza della sua produzione -, evidenziano il tormento esistenziale dell’autore. Poe, infatti, riversa per intero nella scrittura le spaventose sofferenze patite in vita; le rende arte non per sublimarle, per riuscire in qualche modo ad accettarle (del proprio dolore Poe è rimasto vittima), ma perché ne coglie appieno, grazie a una sensibilità non comune, il terrificante splendore. Fedele alla propria disperata dichiarazione d’amore, che riverbera in tutte le sue pagine – “Io non riuscii ad amare che là dove la Morte mescola il suo fiato con quello della Bellezza” – Poe costruisce indimenticabili storie di anime corrotte, tortuosi labirinti di colpe e rimorsi che non offrono alcuna speranza di salvezza, costringe il lettore ad affacciarsi sull’abisso, a lasciarsi attrarre dal buio, a precipitare. E nel suo inferno, nel personale travaglio dell’autore, ecco che il lettore trova la meraviglia del racconto, l’eleganza pura della parola allacciata inestricabilmente, come un corpo a quello dell’amante, all’orrore quasi insopportabile delle situazioni che descrive, modulato attraverso un’infinità di sfumature.
Dalle indagini di Auguste Dupin – modello per un’interminabile galleria di detective “di carta”, alcuni dei quali notissimi come Sherlock Holmes ed Hercule Poirot –, nelle cui avventure la luce del raziocinio investigativo, pur permettendo di scoprire la verità non è in grado di porre argine al brutale caos del mondo (genialmente rappresentato, nel celebre I delitti della via Morgue, dalla mano omicida), al magistrale crescendo di tensione che conduce al colpo di scena finale de Il gatto nero; dall’ironia maligna e ghignante de Il sistema dei dottor Catrame e del professor Piuma, ambientato in un manicomio privato chiamato Maison de Sainté, a quella più raffinata ma non meno perfida de Gli occhiali; dalla devastazione materiale, specchio di quella morale, di una malattia dello spirito per la quale non esiste cura, che si respira in capolavori come Il crollo della casa degli Usher e Berenice, fino alla rievocazione di torture consegnate alla storia (Il pozzo e il pendolo) e di vendette portate a compimento con folle determinazione, quasi fossero imparziali atti di giustizia (Il barile di Amontillado), Poe racconta l’odissea di uomini perduti, di esistenze prive di innocenza, mai di colpa.
I Racconti di Edgar Allan Poe sono degli autentici tesori letterari; la loro cupezza, riflesso di quella dell’autore, non è soltanto frutto di maestria, artificio narrativo; è una confessione, una sorta di resa alla maledizione della vita, alla povertà, all’arbitrio violento e incomprensibile della morte. Colpito, in vita, da ogni sorta di tragedie, schiavo dell’alcol, incapace di arginare il dolore da cui è stato travolto, Poe ha dipinto nelle sue opere il mondo così come lo ha conosciuto. Ma anche in mezzo alle tenebre, anche nella prigione delle sue ossessioni, ha saputo cogliere la bellezza del reale, e l’ha resa immortale.
Eccovi l’inizio de I delitti della via Morgue. Buona lettura.
Le qualità mentali che vengono definite analitiche finiscono per essere, in se stesse, ben poco passibili di analisi. E noi le valutiamo soltanto per i loro effetti. Tra l’altro, sappiamo che per chi le possiede, anche se in modo disordinato, esse rappresentano una fonte viva di godimento. Così come un uomo robusto esulta per la sua abilità fisica, e gode gli esercizi che mettono in funzione i suoi muscoli, l’analista si gloria della sua capacità intellettuale di sviscerare un problema. E trae piacere anche dalla più banale delle occupazioni che metta in gioco il suo talento. Ama gli enigmi, gli indovinelli, i geroglifici e nella loro soluzione mette in mostra un acumen che a una mente comune appare sovrannaturale. I suoi risultati sono ottenuti per mezzo dell’intelletto e della qualità del metodo ma in verità hanno tutto l’aspetto di intuizioni. La facoltà di risolvere un problema è assai rafforzata dagli studi della matematica e, in particolare, di quella sua branca più eccelsa che a torto, e solo a causa delle sue operazioni ‘all’inverso’, è stata chiamata analisi par excellence. Perché calcolare non significa, in sé, analizzare.

Thomas Mann, scienziato e filosofo della vita

Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio
Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio

Si fonda sul paradosso La montagna incantata di Thomas Mann, uno dei grandi romanzi della storia della letteratura. Un paradosso che sembra avere il proprio centro di gravità nel protagonista del romanzo, il giovane ingegnere Hans Castorp, ma che fin dalle prime pagine si svela nel complessivo disegno dell’opera. Guardando all’uomo nella sua unità di corpo e spirito, Mann compie una scelta ardita: racchiude nel particolarissimo microcosmo di un sanatorio per tubercolotici l’intera esperienza di vita di un singolo. Parte dalla scoperta della malattia, dalla concretezza, a volte spietata, della scienza medica – Castorp, che al sanatorio va a trovare un cugino malato, e che ha in programma di fermarsi lì per tre settimane soltanto, accusa sintomi sospetti, viene sottoposto a una visita e quasi senza rendersene conto si ritrova degente – e immediatamente dopo si sofferma ad analizzare il contraccolpo psicologico di questo improvviso e drammatico cambiamento – le certezze del giovane, la sua esuberanza, la solida educazione borghese, il futuro già in parte pianificato, ogni cosa, nel suo orizzonte fino a quel momento così limpido, sembra farsi indistinta.

Eppure c’è un mondo ad attendere Castorp all’interno dell’istituto di cura; gli altri pazienti sono altrettante espressioni delle correnti di pensiero in voga e l’incontro con una donna gli spalanca le porte della passione amorosa (con tutto il corollario emotivo di slanci, entusiasmi, frustrazioni, tentennamenti e gelosie); giorno dopo giorno, insomma, quest’uomo, che si credeva pronto a entrare nella vita, sperimenta un nuovo inizio, un radicale ribaltamento di prospettiva, e riprende daccapo a nutrire il suo spirito. È come se la sua data di nascita coincidesse con l’ingresso in sanatorio, perché è qui che l’anima, dimentica delle impressioni accumulate fino a quel momento, si apre, con quella meraviglia immediata e quasi istintuale che nasce dalla conoscenza, al vitale ottimismo razionalistico dell’umanista italiano Settembrini (uno dei ricoverati con cui Castorp lega di più), lotta contro il fascino oscuro che esercitano su di lui le posizioni di un altro paziente, il gesuita Leo Naphta, che al contrario di Settembrini non nutre alcuna fiducia nell’uomo e non vede nella storia né razionalità né progresso, si lascia conquistare dall’ambigua figura di Mynheer Peepekorn, ricchissimo magnate che sembra interessato, più che a recuperare la propria salute, a organizzare raffinate feste e che fin dal suo arrivo attira l’attenzione della signora Chaucat, la donna che Castorp ama di un amore tanto intenso quanto infelice, destinato a non approdare a nulla.
In questa realtà che pare immobile e che invece consuma gli uomini come e più della vita “vera”, Castorp trascorre sette anni. Diviene un uomo nuovo (o forse diviene uomo per la prima volta) solo per perdere definitivamente tutto quel che ha conquistato nell’immenso teatro di guerra del primo conflitto mondiale.
E Mann, che per oltre 600 pagine ha narrato l’evoluzione del suo protagonista, ne ha seguito da vicino ogni cambiamento, che ha messo a disposizione di questo suo ambizioso “studio della vita” tutto il proprio bagaglio di conoscenze scientifiche e filosofiche, all’enormità dell’evento bellico non dedica che qualche riga. Perché la sua opera, uno dei più alti esempi di romanzo di formazione, comincia e finisce con Castorp e nel luogo in cui si definisce e si compie la sua vita. La morte, rappresentata all’inizio del libro come in abbozzo sotto le spoglie della malattia, scorre silenziosa come un fiume sotterraneo lungo tutto il libro (Castorp può sentirla, perfino vederla, toccarla in alcuni momenti, ma rimanendo sempre a distanza di sicurezza) per poi esplodere in tutta la sua virulenza nella cieca mattanza della guerra. Ma in un caso come nell’altro è solo un contraltare, una presenza che è la vita ad imporre, e La montagna incantata è un romanzo che ha la vita al proprio centro.
Ora la parola a Thomas Mann. Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
P.S. Suggerisco di acquistare il romanzo edito da Corbaccio, tradotto da Ervino Pocar e arricchito da un’appendice che raccoglie una lezione tenuta dallo stesso Mann agli studenti dell’Università di Princeton; l’argomento della lezione, naturalmente, è La montagna incantata.
Un semplice giovanotto era partito nel colmo dell’estate da Amburgo, sua città natale, per Davos-Platz nel Canton Grigioni. Andava in visita per tre settimane.
Da Amburgo fin lassù però il viaggio è lungo, troppo lungo, a dir il vero, per un soggiorno così breve. Si passa attraverso parecchi paesi, in salita e in discesa, dall’altipiano della Germania meridionale sin giù alle rive del “Mare svevo” e col battello sulle sue onde tramolanti, sopra abissi che un tempo erano considerati inesplorabili.
Di lì il viaggio si fraziona dopo essere progredito comodamente per linee dirette. Si hanno interruzioni ed intoppi. Nei pressi di Rorschach, località in territorio svizzero, ci si affida di nuovo alla ferrovia, ma si arriva soltanto fino a Landquart, una piccola stazione alpina dove si è costretti a cambiare treno. Dopo una sosta piuttosto lunga in quella zona ventosa e poco attraente, si prende una linea a scartamento ridotto, e nel momento in cui la locomotiva, piccola ma, come si vede, dotata d’insolita potenza di trazione, si mette in moto, comincia la parte propriamente avventurosa del viaggio, una salita ripida e costante che pare non debba finire mai. Infatti la stazione di Landquart si trova a un’altezza relativamente modesta; ora, invece, per una via scoscesa tra rocce selvagge, si monta davvero verso l’alta montagna.