Le pieghe del reale e la verità perduta

Recensione di “Memorie del presbiterio” di Emilio Praga e Roberto Sacchetti

Emilio Praga, Roberto Sacchetti, Memorie del presbiterio, Mursia

Richiami manzoniani nella scelta dei luoghi e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi, una struttura narrativa volutamente articolata che tuttavia rispetta con una diligenza perfino eccessiva stile e tecnica prima del romanzo d’appendice e poi del mystery, uno svolgimento sapiente della storia, che riserva non pochi colpi di scena, pagina dopo pagina cresce in tensione ma anche quando è prossima allo scioglimento finale continua a sfuggire al lettore, quasi fosse materia di un sogno, o forse di un incubo. Memorie del presbiterio, degli scapigliati Emilio Praga e Roberto Sacchetti (il primo lasciò il lavoro incompleto a causa della morte prematura, l’amico lo concluse ma non fece in tempo a vederne l’uscita in volume – il romanzo, nel frattempo, era stato pubblicato a puntate sulla rivista Il Pungolo – perché anch’egli si spense in giovanissima età, a soli trentaquattro anni), nel panorama letterario italiano occupa un posto a sé. Sembra un innocuo esercizio di scuola, elegante nella scrittura nella misura in cui lo sono gli autori ma nulla più; piacevole, coinvolgente perfino (come devono esserlo i “gialli” degni di questo nome), ma sempre a un livello poco più che superficiale, adatto – o meglio adattato – a gusti tutto sommato semplici, elementari. E indubbiamente è tutto questo, ma non è qui che il romanzo si esaurisce, è vero invece il contrario: Memorie del presbiterio si offre a una lettura immediata, a un consumo ingenuo, ma nel modo in cui racconta, nel dipanarsi progressivo della trama – che procede in parallelo con la reale scoperta dei personaggi, in principio presentati in un determinato modo e poco alla volta svelati, smascherati – affronta un tema centrale, quello della verità, della possibilità di conoscerla e di esprimerla. Continua a leggere Le pieghe del reale e la verità perduta

Atene, città di delitti

Recensione di “Aristotele detective” di Margaret Doody

Margaret Doody, Aristotele detective, Sellerio

Ammettiamolo, il panorama di investigatori, poliziotti e detective letterari è a dir poco affollato. Basta stilare un breve elenco dei più noti per rendersene conto: Sherlock Holmes, Poirot, l’infallibile dilettante Miss Marple, il burbero commissario Maigret, il tormentato Marlowe, Perry Mason, l’avvocato difensore che nessun pubblico ministero vorrebbe affrontare in aula, il raffinato Nero Wolfe (e come dimenticare l’Auguste Dupin di Edgar Allan Poe, il padre Brown di Gilbert Keith Chesterton, l’inflessibile Duca Lamberti di Giorgio Scerbanenco e il geniale don Isidro Parodi inventato da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares?). Non è facile, dunque, per chi scrive gialli, imporre all’attenzione del pubblico i propri personaggi; chi c’è riuscito si è affidato alla qualità della scrittura e a intrecci di grande spessore (Dennis Lehane), alla descrizione di una realtà sorprendente, spiazzante (la Svezia inquieta e inquietante di Henning Mankell), all’originalità dell’ambientazione (l’Istanbul ottocentesca di Jason Goodwin). Continua a leggere Atene, città di delitti

Di fronte al baratro

Wilkie Collins, La donna in bianco, Fazi Editore
Wilkie Collins, La donna in bianco, Fazi Editore

“Molti anni fa mi ritrovai nella tribuna pubblica della Corte di giustizia per assistere a un processo penale che si stava svolgendo a Londra. Nell’assistere al procedimento […] fui colpito dalla drammaticità con cui la Corte esaminò e ricostruì il caso, dopo aver ascoltato a turno ogni testimonianza. Mi resi conto di essere sempre più interessato nel vedere ogni testimone alzarsi in piedi e rilasciare la propria dichiarazione, mentre tutti gli anelli si univano a formare una catena di prove inconfutabili; vidi che la cosa aveva lo stesso effetto sulle persone intorno a me, e che l’interesse cresceva man mano che la catena si allungava, si tendeva e si avvicinava a ciò che, in tutta quella storia, era il punto saliente. «Sicuramente», pensai, «si potrebbe raccontare una serie di avvenimenti in questo modo; si potrebbe essere convincenti nei confronti del lettore, usando gli stessi mezzi impiegati qui, trasmettendo la stessa partecipazione che ho visto nascere con il succedersi delle testimonianze, così diverse nella forma, eppure così assolutamente simili in quei contenuti che conducono alla medesima conclusione». Più ci pensavo, più mi sembrava che sperimentare un tale metodo si sarebbe rivelato un successo. Così, al termine dell’udienza, rientrai a casa, determinato a cimentarmi”. Con queste parole Wilkie Collins, autore de La donna in bianco, complesso e fascinoso mystery pubblicato a puntate nel biennio 1859-60 sulle colonne del settimanale All the Year Round fondato da Charles Dickens, descrive genesi e architettura narrativa del suo lavoro; un dramma cupo, intricato, ricchissimo di colpi di scena, di false verità, di segreti innominabili; un labirinto oscuro disseminato di passioni, inganni, devozioni cieche e calcolate lealtà; un’odissea tragica e tumultuosa, segnata dai moti opposti dell’amore e dell’odio, della viltà e del coraggio, dell’ostinata, disinteressata nobiltà d’animo e dell’egoistica cura di opachi interessi particolari. Lungo il profilo preciso e (almeno in apparenza) semplice di un racconto a più voci, che si compone delle testimonianze di tutti gli attori coinvolti e opportunamente ne sottolinea, in vista dello scioglimento finale, le convergenze, Collins si dimostra scrittore di superbo talento; sempre attento all’eleganza dello stile, alla bellezza e alla musicalità della prosa, al pieno rigoglio estetico di ogni frase, egli impreziosisce la grazia delle sue pagine – che lasciata a se stessa si esaurirebbe in impalpabili volute deleganza – con il disegno dei personaggi (tutti perfettamente connotati, descritti con impareggiabile maestria nel carattere, rappresentati con puntualità in ogni sfumatura psicologica, e rivelati, nelle debolezze e nelle eccentricità, da squisiti ritratti carichi di humour e di brillante, irresistibile perfidia) e con un intreccio mozzafiato, che non concede tregue. Il quieto splendore della campagna inglese, e la sonnolenta raffinatezza delle sue dimore patrizie, fanno da sfondo a una torbida storia di paure e vendette che ruota attorno a uno scambio di persona e che, in ossequio al limpido universo etico dell’età vittoriana e alle regole del romanzo inglese ottocentesco, si consuma nella notte distinzione tra bene e male, assoluti incarnati dalle azioni e dai moventi dei protagonisti: l’umile insegnante di disegno Walter Hartright, acceso d’amore per la sua allieva, la timida e debole Laura, promessa sposa di Sir Percival e vittima di un terribile complotto; Marian Halcombe, sorella di Laura, fiera, indomita, pronta a tutto pur di proteggere colei che più ama al mondo; il pavido egoista Mr Fairlie, tutore delle due sorelle, malato immaginario che vive segregato nelle proprie stanze, circondato da tesori artistici di ogni sorta, e rifugge qualsiasi contatto con il prossimo, potenzialmente letale per i suoi “nervi” già drammaticamente scossi; lo stesso Sir Percival, spirito senza pace le cui intemperanze caratteriali non valgono a celare, se non maldestramente, un passato fitto d’ombre e delitti, e il suo amico italiano, il corpulento conte Fosco (senza alcun dubbio uno dei personaggi più felici e interessanti dell’opera), uomo di vastissima cultura e di diabolica astuzia, abilissimo manipolatore d’uomini nonché ingegnosa mente criminale cui si deve l’elaborazione del tranello nel quale finisce la povera Laura; e infine Anne Catherick “la pazza” (la donna in bianco del titolo), sosia di Laura, fuggita dal manicomio nel quale (per ragioni che l’autore poco alla volta svelerà) era stata rinchiusa e decisa a punire chi l’ha condannata a quell’ingiusta detenzione.

A legare tra loro tutte queste figure (e altre ancora, il cui esiguo spazio all’interno del romanzo nulla toglie alla precisione con la quale vengono tratteggiati), un enigma quasi inspiegabile, un mistero che sembra non avere soluzione e che Wilkie Collins compone come fosse un puzzle, disseminando le sue pagine di indizi, spesso celati in informazioni a prima vista di nessun valore. L’oziosa riflessione su un comportamento o su una parola detta o taciuta, l’affrancatura di una lettera, la destinazione di un’innocua passeggiata, un sospetto malriposto; ogni cosa, nella scrittura di Collins (sovrabbondante di dettagli e nonostante ciò mai fuori misura), può essere utile a far luce su un aspetto della storia, contribuire all’accertamento del vero, e allo stesso tempo può condurre fuori strada, vanificare gli sforzi compiuti.

Tesi sul baratro dell’ignoto e del fallimento, la giustizia negata, il gioco crudele dello scambio d’identità, il tormento di una ricerca che pare destinata a non trovar riposo né soddisfazione, spettri impegnati in una macabra danza, danno vita, nel suggestivo narrare di Wilkie Collins, a un ipnotico incubo a occhi aperti che dalla prima all’ultima riga non smette di coinvolgere, avvincere, emozionare.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Fazi, è di Stefano Tummolini. Buona lettura.

Era l’ultimo giorno di luglio. La lunga estate calda volgeva al termine, e noi, stremati pellegrini del selciato di Londra, cominciavamo a pensare all’ombra delle nuvole sui campi di grano, e alle brezze d’autunno in riva al mare. Quanto a me, quel che restava dell’estate mi lasciava senza forze, senza allegria, e, a dire il vero, anche senza soldi. Nel corso di quell’anno non avevo amministrato i miei guadagni con la solita attenzione; e la mia prodigalità ora mi condannava a un autunno da trascorrere all’insegna del risparmio, dividendomi tra il villino di mia madre a Hampstead e il mio modesto appartamento in città.

Nel vicolo cieco delle deduzioni

Recensione di “Le avventure di Lufock Holmes” di Cami

 

Cami, Le avventure di Lufock Holmes, Sellerio
Cami, Le avventure di Lufock Holmes, Sellerio

Con ogni probabilità, il mystery, con le sue filosofiche implicazioni sul significato della verità e della sua ricerca, e con la metafisica convinzione dell’esistenza di un ordine razionale del mondo che il delitto sconvolge e la sua soluzione ripristina, più di ogni altro genere narrativo presta il fianco alle dissacranti sottigliezze e ai puntuti affondi dell’ironia. C’è infatti qualcosa di assolutamente irresistibile nel prendersi gioco della superiore facoltà del raziocinio e del suo infallibile procedere, nel mettere alla berlina la tanto decantata perfezione dell’intelletto, capace (ma solo nel migliore dei mondi possibili, e dunque non nel nostro) di riportare alla luce ciò che è nascosto, di legare in una solida e conseguente catena di connessioni indizi che a prima vista paiono non avere tra loro nulla in comune.

Maestro di questo humour lieve e spietato, che veste di sgargianti panni giullareschi una severa critica del primato della logica e dell’ottimistica (e in ultima analisi irrazionale) fiducia che gli uomini in essa pongono, è il francese Pierre Louis Adrien Charles Henry Cami, artista originalissimo e “dal multiforme ingegno”, attore teatrale, illustratore e scrittore, grande amico di Charlie Chaplin (che lo definì il più grande umorista del mondo, o per citar con maggior esattezza, “le plus grand humoriste in the world”) e inventore del bizzarro alter ego del più grande investigatore della storia della letteratura: Sherlock Holmes. Alla mente deduttiva dell’eroe di Conan Doyle, Cami, nella sua splendida opera intitolata Le avventure di Lufock Holmes, oppone, in una serie di brevi storie dal ritmo incalzante, raccontate con una prosa chiassosa, esplosiva, ricca di trovate, invenzioni e gag fulminanti, Lufock Holmes, “detective deduttivo dalla testa ai piedi”, prima vittima del suo inarrestabile ragionare.

Circondato da personaggi la cui improbabilità è limpida espressione del mondo privo di ordine nel quale tutti viviamo (il Capo della Sicurezza Relativa, l’Accordatore di Participi, il Direttore dell’Ufficio Antropometrico, il Bandito Scientifico e Letterario, l’Uomo dai Sopraccigli Uniti), Lufock Holmes stupisce tutti con le sue intuizioni (rigorosamente razionali) risolvendo casi tanto assurdi quanto spassosi. Raffinatissimo esteta della burla, Cami omaggia, attraverso Lufock Holmes, l’indubbio talento di Conan Doyle e il fascino del suo personaggio; certo, il lettore ride di gusto di fronte alle trovate dell’investigatore creato dallo scrittore francese, ma allo stesso tempo non può non vedere quanto l’abile gioco di iperboli grazie al quale le doti del vero Holmes vengono rovesciate nel loro buffo opposto – “Da molti anni studio i vari tipi di polvere esistenti al mondo”, dichiara con fierezza Lufock poco prima di risolvere il suo primo caso, “nessuna è uguale all’altra. Le ho catalogate tutte. Al presente sono in grado di riconoscere a prima vista la provenienza del più piccolo granello di polvere di sacrestia. Facile a riconoscersi per il caratteristico odore d’incenso. Come vedete, è elementare” – abbia tutto l’aspetto di una sincera dichiarazione d’amore
Eccovi, invece dell’incipit del romanzo,  un estratto della nota biografica di Cami, a cura di Roberto Pirani, anche traduttore de Le avventure di Lufock Holmes edito da Sellerio Editore. Buona lettura.

Il personaggio di Conan Doyle, comicizzato in Lufock Holmes (assonanza da “loufoque” = svitato, pazzo) ricorre tanto spesso nelle “fantasie” di Cami, da divenire in certo senso emblematico, proprio perché la razionalità presuntuosamente oggettiva dell’inglese costituisce un complementare ed irresistibile stimolo alla logica folle, che regge il suo universo. Cami non inventa niente ex novo. I suoi personaggi e le sue storie sono lì, nella conversazione quotidiana, nella cronaca, nella letteratura colta e popolare, nell’aneddotica, in quel repertorio senza fondo, che è il bagaglio culturale dell’uomo comune. È sufficiente esaminarlo con la lente di Lufock. Cami è una “forza”. È un torrente che piomba a cascata dalle altezze vertiginose dell’assurdo, si frange e si sparpaglia nei mille mulinelli degli intrighi più strampalati, svirgola rapidissimo nelle gole dell’incongruo e del nonsense, per poi sfociare, libero dalle restrizioni dell’ovvio e del “buon senso”, nel grande mare compensatore del riso, che tutto esorcizza.