Il cinema e la svastica

Recensione de “La violetta del Prater” di Christopher Isherwood

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi

Isherwood è «leggero», con le sue mani stilistiche incredibilmente affusolate non stringe, non maneggia, non tocca, al più sfiora, allude, si mostra costantemente distratto, dimentico, e tuttavia è attento, crudelmente, minutamente attento alle rapide apparizioni che attraversano la sua arguta distrazione. Trascrittore di voci, Isherwood ama i dialoghi veloci e insensati, le conversazioni un po’ sciocche, ma dense di allusioni frivole e inquietanti: comiche tragedie. La violetta del Prater si apre con una serie di incantevoli conversazioni, in primo luogo telefoniche; nelle quali il telefono collabora con il suo gusto perverso per l’equivoco, le battute vuote, le stizze irragionevoli; ciarle che corteggiano il nonsense, forse inutili, forse colme di una drammatica intensità, forse non succederà niente, forse da quelle battute mal giustapposte nascerà una storia, una esile trama […]. La violetta del Prater è il titolo di un film, di cui, in modo discontinuo, apprenderemo la trama; si potrebbe dire che il romanzo è il racconto del farsi del film, ma sarebbe una definizione troppo didascalica; diciamo che il racconto è ambientato negli studi di una società cinematografica inglese, e che è in corso la lavorazione di un film di quel titolo sotto la regia di un «Socrate ebreo», il tedesco Bergmann. L’insieme degli studi, dal punto di vista del narratore, potrebbe definirsi «apparato tecnico inteso alla produzione di allucinazioni di durata limitata e acquistabili a prezzo ragionevole»”. Continua a leggere Il cinema e la svastica

Il racconto dell’indicibile

Recensione di “Vedi alla voce: amore” di David Grossman

David Grossman, Vedi alla voce: amore, Einaudi

“Si può scrivere un libro per molti motivi: per divertimento o per soldi, per gioia o per noia, per consolare se stessi o per consolare l’altro (il lettore). Si può scrivere – e non c’è nulla di male – per mestiere; i libri scritti per mestiere aumentano sempre più col crescere dell’industria culturale. Pochi sono i libri che l’autore scrive per necessità: per una propria ineliminabile necessità e sono i libri che restano, in genere […]. L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione […] è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore […]. Il secondo filone, quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla, ha un esempio perfetto nel lungo film-documentario – poi divenuto anche libro – di Claude Lanzmann, Shoah. Shoah è la Cosa. Nel film di Lanzmann l’Olocausto-Shoah viene interrogato implacabilmente, cercato nei luoghi che nella loro assoluta normalità (campi, boschi, paesi) sembrano teatri impossibili per tanta tragedia […]. Vedi alla voce: amore è il libro che un ex-bambino, messo a confronto con la memoria terribile di ciò che è stato, messo davanti alla Cosa, ha sentito come necessario”. Continua a leggere Il racconto dell’indicibile

La cavalletta non si alzerà più

Recensione di “La svastica sul sole” di Philip K. Dick

Philip K. Dick, La svastica sul sole, Fanucci Editore

Philip Dick aveva solo dodici anni quando, nel 1942, uscì nei cinema americani Prelude to War, la prima puntata della serie di documentari di propaganda bellica Why We Fight. Produttore della serie era il grande regista Frank Capra, che ne diresse personalmente la maggior parte. In quel periodo, Dick viveva a Berkeley, in California, e fu testimone del clima d’isteria collettiva che si diffuse nello Stato dopo Pearl Harbor […]. Non è certo se Dick avesse in mente il film di Capra quando concepì L’uomo nell’alto castello [titolo originale del romanzo poi diventato La svastica sul sole], ma la sua esperienza degli anni di guerra senza dubbio gli tornò utile. E l’ipotizzare una sconfitta degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale gli apparve perversamente suggestivo […]. Dick […] non ha l’ambizione di dare al lettore un quadro onnicomprensivo di un mondo ucronico dominato dai nazisti e dai loro alleati giapponesi. I riferimenti storici naturalmente esistono, ma non sono la parte centrale del romanzo, e servono per lo più come spunti […]. Nel mondo immaginato da Dick, gli Stati Uniti sono dunque una colonia, divisi tra Giappone e Germania nazista e ridotti a una sorta di terzo mondo […]. Ma anche in un mondo capovolto è difficile accettare l’idea di un’America sconfitta. Così per molti patrioti l’unico rifugio diventa la lettura del libro semiclandestino La cavalletta non si alzerà più, che racconta una storia diversa nella quale gli Alleati trionfano sui loro nemici. Alla fine ci si trova in un gioco di specchi. Il mondo immaginario descritto ne La cavalletta non si alzerà più è quello reale. Germania e Giappone hanno perso la guerra”. Continua a leggere La cavalletta non si alzerà più

Diario di una persecuzione

Recensione di “Anne Frank, la biografia a fumetti” di Sid Jacobson e Ernie Colon

Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard
Sid Jacobson, Ernie Colon, Anne Frank, la biografia a fumetti, Mondadori Comics-Rizzoli Lizard

Da sempre, la vittima più famosa della Shoah è protagonista di qualsivoglia mezzo di comunicazione. Il fumetto non fa eccezione. Tra tutte le versioni prodotte negli anni, però, l’opera a nuvolette più importante è probabilmente questa biografia a fumetti, quella “ufficiale”, realizzata con la supervisione de La casa di Anne Frank di Amsterdam e già proposta in Italia da RCS Libri. Questa volta è Mondadori Comics a ripubblicarla, in una elegante edizione cartonata, in collaborazione con Rizzoli Lizard. Non si tratta di una riproduzione a fumetti del celeberrimo Diario, ma della vera e propria biografia della giovane ebrea tedesca. Particolare non secondario, visto che – come spiega Sergio Luzzatto nell’introduzione al volume – il Diario non ha avuto una storia lineare come in molti hanno pensato per anni, ma ha avuto più versioni: la prima, quella scritta di getto dalla ragazza, fu revisionata e corretta da lei stessa in un secondo momento, prima della sua deportazione; seguì una terza versione, quella realizzata da Otto Frank, suo padre e unico sopravvissuto della famiglia, miscelando le due precedenti. E anche quest’ultima è stata rivisitata dalla Fondazione Anna Frank negli anni seguenti. Continua a leggere Diario di una persecuzione

Nella notte

Recensione de “I figli delle tenebre” di Anne-Marie Garat

Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore
Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore, 816 pagine

Sono ovunque le tenebre al principio degli Anni Trenta in Europa. E tutti ne sono figli, non importa quanto consapevolmente. Sono le tenebre del caos politico e sociale, è l’oscurità morale terribile di un continente che, ancora non del tutto ripresosi dalla catastrofe della Grande Guerra, corre a perdifiato verso un nuovo e più terribile conflitto, è la notte della miseria trionfante, che morde intere generazioni, che, come un maligno incantesimo, trasforma gli uomini in mendicanti, derubandoli della dignità, del rispetto di sé, è il cieco divampare della rabbia dei popoli, delle genti, è la loro cruda fame di rivalsa che a gran voce reclama l’annientamento di tutti i nemici, degli avversari reali e ancor più di quelli immaginari, dei fantasmi evocati da folli parole d’ordine, dalle lucenti promesse di un pazzo idolatrato come un dio.

La tenebra è ovunque in questa Europa confusa e tremante, impegnata in una tragica partita a scacchi con la morte; con identica, terrificante naturalezza, abita i destini dei singoli e delle nazioni, silenziosa osserva il proprio impero crescere, espandersi, fagocitare senza sosta sempre nuovi territori. All’interno dei suoi confini, imprecisi, mutevoli, cangianti come le sfumature di colore di un tramonto, si muovono gli uomini del sottosuolo, incarnazioni grottesche di un male indicibile, vittime di un letale veleno che pur senza uccidere impedisce di vivere, fiacca e sfinisce i corpi e piega le anime, soffoca gli spiriti, costringe alla resa; uomini come Parche, curvi sui propri giorni e su quelli dei loro simili, impegnati a tessere e distruggere fili, trame, arazzi; giocatori d’azzardo pronti a puntare tutto sulla benevolenza del caso, su un piano studiato fin nei minimi dettagli che un semplice alito di vento può tramutare nel più atroce dei fallimenti. Continua a leggere Nella notte

Vernichtungslager

Thomas Keneally, La lista di Schindler, Fassinelli
Thomas Keneally, La lista di Schindler, Frassinelli

“Schindler scoprì attraverso le sue fonti che le camere a gas di Belzec erano state completate nel marzo di quell’anno sotto la supervisione di una ditta di Amburgo e di ingegneri delle SS provenienti da Oranienburg. Stando alla testimonianza di Bachner, le camere a gas potevano sostenere tremila uccisioni giornaliere. Erano in fase di costruzione dei forni crematori, per timore che gli antiquati sistemi di eliminazione dei cadaveri ponessero un freno ai nuovi metodi di sterminio. La medesima società impegnata a Belzec aveva installato lo stesso genere di attrezzature a Sobibor, nel distretto di Lublino. Era già stato concesso l’appalto e i lavori di costruzione erano già parecchio avanzati per un’altra installazione a Treblinka, vicino a Varsavia. Camere a gas e forni crematori erano già operanti sia nel campo principale di Auschwitz sia nell’enorme campo II, a Birkenau, pochi chilometri oltre Auschwitz […]. Infine per la zona di Lòdz c’era un campo a Chelmno, anch’esso attrezzato secondo le nuove tecnologie. Riproporre questi argomenti ai giorni nostri equivale a ribadire dei luoghi comuni della storia. Ma scoprirne l’esistenza nel 1942, vederseli piovere addosso dal cielo di giugno, equivaleva a subire uno choc totale, uno sconvolgimento in quella zona del cervello in cui dimorano le idee più solide sul conto dell’umanità e delle sue possibilità. Quell’estate in tutta l’Europa alcuni milioni di persone, fra cui Oskar e gli abitanti del ghetto di Cracovia, adattavano faticosamente l’economia della loro anima all’idea di Belzec e di altri posti simili disseminati nelle foreste della Polonia”. Nella sterminata letteratura dedicata all’annientamento del popolo ebraico pianificato e in larga parte realizzato dall’esercito hitleriano negli anni del secondo conflitto mondiale, nella più che abbondante messe di informazioni a disposizione di chiunque, dallo studioso più puntuale al cittadino più disinteressato e distratto, il pregio maggiore de La lista di Schindler dello scrittore australiano Thomas Keneally, biografia solo in minima parte romanzata dell’industriale tedesco Oskar Schindler, che giunse a compromettersi con i più alti papaveri del regime nazista, moltiplicando regalie e corruzione, pur di salvare la vita agli oltre mille lavoratori ebrei impiegati nella sua fabbrica, è quello di dare al lettore il senso della sorpresa, dello sgomento, dell’incredulità. Di fronte a un’opinione pubblica che ha ormai accettato l’indicibile orrore e la perenne vergogna rappresentata dai campi di sterminio (Vernichtungslager), l’autore ha saputo restituire intatto l’animo terrorizzato eppure ancorato alla vita con tutte le proprie forze di un popolo destinato alla distruzione. Nelle dense pagine del suo libro, nel procedere quasi faticoso di una prosa ordinata, che non lascia spazio a nessuna raffinatezza formale per concentrarsi sui fatti, sugli accadimenti così come si sono verificati e sui documenti o le testimonianze orali che provano l’autenticità di ogni vicenda riportata, Thomas Keneally dà vita a un affresco di emozioni contrastanti, a un palpitare d’anime costantemente sospese tra orrore e speranza (quelle degli ebrei), caparbietà e sconforto (quella di Schindler, disposto a tutto pur di salvare gli uomini e le donne di cui aveva deciso di prendersi cura ma non sempre convinto di riuscire nel suo arduo e assai pericoloso intento), cupidigia, delirio d’onnipotenza e strisciante senso di colpa (quelle degli ufficiali nazisti a più riprese foraggiati da Schindler, e in primis quella del sadico Amon Goeth, comandante del campo di lavoro costruito a poca distanza dalla fabbrica di Schindler e all’interno del quale l’industriale sottrasse ebrei pagandoli in denari, oggetti preziosi, liquori e sigarette e in qualche caso persino vincendoli al gioco); e questo brulicare continuo di luce e buio, braccato dalla ferocia bestiale degli aguzzini in divisa, capaci di dare la morte senza neppure prendersi la briga di inventarsi una giustificazione, di troncare vite con una nettezza da Parche e una spietatezza che solo gli uomini (la stragrande maggioranza degli uomini, di cui i fantocci hitleriani non sono che una delle infinite possibili perversioni) sembrano possedere come naturale istinto, si muove senza sosta, barcollante e insicuro ma tenace, verso l’illusoria aurora boreale della libertà, verso lo spettacolo meraviglioso e irraggiungibile della normalità ritrovata, dell’incubo che finalmente, al risveglio, si dissolve, finché, come un miracolo compiuto quando più a nessuno è rimasta la forza di credere, la tanto agognata salvezza non si fa realtà, finché le promesse di Schindler smettono di mormorare nel vento e si fanno carne, la carne martoriata e afflitta, ma ancora calda e nervosa e pulsante, delle persone che quell’uomo, a costo della propria incolumità, ha condotto vive oltre il sanguinoso tracollo dell’impero nazionalsocialista.

Rigoroso documento storico che del romanzo ha solo l’estrinseca architettura narrativa ma non per questo si legge con fatica, La lista di Schindler è un lavoro che non solo coinvolge e affascina, ma permette al lettore di guardare da una prospettiva inedita una pagina di storia divenuta scomoda eredità universale. Rinunciando al compito impossibile di dirci qualcosa di realmente nuovo sulla Shoah, sull’atrocità rappresentata dai suoi numeri e dai suoi metodi, questo libro lascia che a fiorire e a farsi sentire sia l’esistere interiore delle vittime del nazismo, uno spirituale ardore che allora e per sempre ha unito i vivi e i morti.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Frassinelli, è di Marisa Castino. Buona lettura.

Nel cuore dell’autunno polacco un giovane alto, con un costoso cappotto e uno smoking a doppio petto, sul cui risvolto spiccava una grande svastica d’oro su smalto nero, uscì da un palazzo signorile della via Straszwskiego, ai margini del centro storico di Cracovia. Vide subito il suo autista che lo aspettava, emettendo sbuffi di fiato condensato, presso la porta aperta di una enorme limousine Adler, che sfavillava nonostante il buio in cui era immersa. «Attento al marciapiede, Herr Schindler», disse l’autista. «È ghiacciato come il cuore di una vedova».

L’antisemitismo razionale

Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza
Irvin Yalom, Il problema Spinoza, Neri Pozza

Dal XVII al XX secolo sulle tracce di un legame talmente impalpabile da sembrare inesistente; dalla seconda metà del Seicento alla prima, tragica metà del Novecento per ritrarre, in modo volutamente squilibrato, partigiano, e nello stesso tempo con l’accuratezza e la puntualità dello storico, due figure tra loro distantissime, due poli opposti di un unico universo, quello del pensiero (e del suo tradimento, della sua mistificazione): un filosofo e un ideologo. Dal punto di vista squisitamente letterario, o per dir più esattamente romanzesco, le fondamenta su cui poggia Il problema Spinoza di Irvin Yalom sono tutt’altro che solide; a ben guardare, infatti, non di fondamenta si tratta, bensì di semplici pretesti, di occasioni di cui il romanziere aveva bisogno per soddisfare una necessità: dedicare un’opera, uno scritto, a uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità, capace di influenzare, con le sue riflessioni, uomini come Goethe, Einstein, e come Alfred Rosenberg, con ogni probabilità il più importante teorico del delirio antisemita nazista. Ma in che misura, e relativamente a quali aspetti del suo percorso speculativo Rosenberg ha un debito nei confronti di Spinoza? In una parola, in cosa consiste il problema Spinoza? A queste domande, il romanzo di Yalom non risponde, ma non per questo è lecito considerare il suo lavoro qualcosa di non riuscito, un tentativo andato a vuoto: “Da molto tempo”, scrive lautore nel prologo del suo libro, “sono affascinato da Spinoza, e per anni ho avuto voglia di scrivere di questo coraggioso pensatore del diciassettesimo secolo […] che è stato l’autore di libri che hanno davvero cambiato il mondo […]. Il fatto che fosse stato scomunicato dagli ebrei all’età di ventiquattro anni, e censurato per il resto della vita dai cristiani, mi ha sempre incuriosito […]. E lo strano senso di affinità con Spinoza si è rafforzato dal momento in cui ho saputo che Einstein, uno dei miei primi eroi, era spinoziano. Quando parlava di Dio, Einstein parlava del Dio di Spinoza, interamente equiparabile alla natura, un dio che include in sé tutta la sostanza, e infine un dio che ‘non gioca a dadi con l’universo’; con questo Spinoza intende dire che qualsiasi evento, senza eccezioni, segue le leggi ordinate della natura”. Curiosità, dunque, e affinità. Cos’altro serve per cominciare a scrivere? Una storia, qualcosa al cui centro si possa collocare Spinoza, il suo tempo e il suo pensiero. Una storia che Yalom trova nel corso di una visita al museo Spinoza di Rijnsburg, quando scopre che i nazisti, e in particolare l’unità operativa ERR (Eisatzsab, Reichsleiter Rosenberg), sequestrò l’intera biblioteca del filosofo considerandola di vitale importanza per la soluzione del problema Spinoza. Ecco qui, dunque, la storia, o meglio l’enigma attorno cui intrecciarla e svolgerla, che la fluida narrazione di Yalom non risolve ma si accontenta di illuminare muovendosi nel chiaroscuro delle due personalità. Psichiatra di professione, Yalom si cala con intelligenza nel ruolo dello storico, restituisce in pochi tratti, semplici e incisivi, tanto il mondo chiuso e superstizioso della comunità ebraica di Amsterdam nel Settecento, quanto il fermento europeo d’inizio Novecento, l’affanno di un intero continente prossimo a scivolare nell’incubo della Grande Guerra. Una volta costruita l’ambientazione, sistemato il palcoscenico all’interno del quale agiranno i suoi protagonisti, è quasi per forza d’inerzia (o, spinozianamente, per un inevitabile, necessario processo di causa-effetto) che emergono i ritratti, i caratteri, ed è qui che Yalom coscientemente abbandona ogni equilibrio narrativo. Con una severità che a tratti sembra persino eccessiva, egli dipinge un Rosenberg, che amava definire se stesso filosofo, rozzo, ignorante, assai limitato nella sua capacità di comprensione, insicuro, incerto, patologicamente dipendente dall’approvazione del prossimo (e, una volta conosciuto, di quella del solo Adolf Hitler, che sarà sempre avaro d’affetto e considerazione verso di lui) e incapace di stringere amicizie. Al contrario, il profilo di Spinoza si staglia in tutta la sua grandezza; l’autore guarda con orgoglio e manifesta ammirazione al padre del razionalismo, all’uomo che in nome della ragione sacrificò la sua vita, accettando di essere scacciato e maledetto dalla comunità dappartenenza (tra le cui braccia era nato e cresciuto), di vivere lontano dai suoi familiari, di rinunciare agli affetti e agli appetiti propri di ogni uomo per consacrarsi all’amor dei intellectualis, alla sola contemplazione possibile, quella della logica e del raziocinio, rivolta esclusivamente a quel che è eterno, immutabile e infinito.

Seguendo il filo sottilissimo del razionalismo (quello nobile di Spinoza e il suo pervertimento hitleriano-rosenberghiano, che voleva l’odio antiebraico vestito di “ragione”, dunque di motivi, di giustificazioni che apparissero plausibili, che reggessero, almeno apparentemente, un contraddittorio, una disputa, che somigliassero a una teoria, e che Rosenberg farà confluire in un libro, Il mito del XX secolo, vendutissimo ma non letto), Yalom racconta lo svolgersi di due vite e l’abisso che le ha divise, un abisso di cui i secoli XVII e XX, nella loro distanza, non sono che il primo e più elementare simbolo. La morte di Spinoza, in povertà e solitudine (ma anche in pace e serenità) e quella di Rosenberg, condannato e giustiziato a Norimberga assieme ad altissime personalità del regime hitleriano che avevano sempre diffidato di lui, certificano l’insolubilità del problema, il persistere dell’enigma, e chiudono il sipario su un’appassionante avventura della mente capace di illuminarne, con identica forza, le più cupe profondità e le più esaltanti aspirazioni.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Neri Pozza, è di Serena Prina. Buona lettura.

Amsterdam – aprile 1656. Mentre gli ultimi raggi di luce occhieggiano dalle acque dello Zwanenburgwal, Amsterdam chiude i battenti. I tintori raccolgono le stoffe color magenta e cremisi che sono state stese ad asciugare sulle rive di pietra del canale. I mercanti arrotolano i tendoni e chiudono le saracinesche delle loro bancarelle. Qualche operaio che arranca verso casa si ferma per uno spuntino e un bicchiere di grappa olandese ai chioschi d’aringhe lungo il canale, per poi continuare la sua strada. Amsterdam si muove lentamente: la città è in lutto, sta ancora cercando di riprendersi dalla pestilenza che solo pochi mesi prima ha ucciso una persona su nove.

Häftling 174.517

Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi

“Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenore di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli. Perciò questo mio libro, in fatto di particolari atroci, non aggiunge nulla a quanto è ormai noto ai lettori di tutto il mondo sull’inquietante argomento dei campi di distruzione. Esso non è stato scritto alla scopo di formulare nuovi capi d’accusa; potrà piuttosto fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano. A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”. Così Primo Levi nella prefazione al suo lavoro più noto e tragico, Se questo è un uomo, lucida cronaca di una prigionia, puntuale analisi di un sistematico processo di degradazione, logico, conseguente disvelamento di un’incrollabile metafisica dell’annientamento. Non un j’accuse, dunque, il suo, non un ennesimo capo d’imputazione da aggiungersi agli altri, piuttosto una testimonianza, il passo d’avvio di una comune riflessione, di una presa di coscienza generale; eppure, anche in una dimensione quasi sospesa, che certo non prende le distanze da quanto accaduto (e del resto, come potrebbe?) ma nemmeno guarda alla barbarie esclusivamente dal polveroso suolo su cui giace l’anima del condannato, né si arrende alla umiliazione definitiva dei vinti, al loro sguardo riempito soltanto del nero pece degli stivali degli aguzzini, l’autore non può non chiedersi, e chiedere, se abbia diritto a essere chiamato uomo chi venga costretto a lavorare nel fango senza mai conoscere pace, e debba lottare per mezzo pane, e morire per un sì o per un no. E se possano ancora rivendicare attributo dumanità donne senza capelli né nome, senza più forza di ricordare, con gli occhi vuoti e il grembo freddo. Donne tramutate in  rane d’inverno. Cos’è dunque quella “fortuna” di cui Levi parla? Cosa intende dire il prigioniero (häftling) numero 174.517 del complesso concentrazionario di Auschwitz scegliendo quel termine così stonato e fuori luogo rispetto all’infinita teoria di devastazione dinanzi alla quale si affaccia? Cosa significa quell’increspatura, quell’imperfezione troppo umana che interrompe la trama implacabile dello sterminio? È la contraddizione, l’imprevedibilità, il fiorire testardo della vita in una sterile terra di morte; è l’emergere di una primordialità che si ostina a essere, a perseverare, quando tutto il resto scompare. Quando non esistono più parole per descrivere l’annullamento di tutto ciò che è umano nell’uomo – “per la prima volta”, scrive Levi, “ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo” – allora, nelle vesti grottesche di una fortuna che altro non è se non sopravvivenza, gioco del caso, colpo di biliardo di circostanze favorevoli, ecco che ogni abiezione, che altre voci denunceranno, che avrà la sua esecrazione e la sua condanna capitale, e che come un Cristo malvagio, o una demoniaca araba fenice, tornerà dalla morte, risorgerà dalle ceneri e di nuovo si alimenterà dell’inestinguibile desiderio, che è dell’uomo e solo dell’uomo, di prevalere sui suoi simili, si fa martellante interrogativo, domanda che senza sosta si affaccia alla coscienza, alle labbra, e chiede, in luogo di una riposta che non potrà mai avere, attenzione, dedizione, fedeltà, perseveranza: come è possibile che sia successo? “La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di un altro dolore. «Heimweh» si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire «dolore della casa». Sappiamo donde veniamo […]. Ma dove andiamo non sappiamo […]. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi, fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell’anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo”.

Eco eterna di quella domanda, Se questo è un uomo oppone l’uomo a se stesso, ne cerca le tracce nel suo disperdersi, nella cenere del suo corpo come nelle orrende piaghe della sua anima ricondotta a strattoni fino allo stadio elementare della ferinità, e amorevolmente le protegge, sordo alla fatica, al sacrificio, agli spettrali sussurri del fallimento: “Forse mi ha aiutato anche il mio interesse, mai venuto meno, per l’animo umano, e la volontà non soltanto di sopravvivere (che era comune a molti), ma di sopravvivere allo scopo preciso di raccontare le cose a cui avevamo assistito e che avevamo sopportate. E forse ha giocato infine anche la volontà, che ho tenacemente conservata, di riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, nei miei compagni e in me stesso, degli uomini e non delle cose, e di sottrarmi così a quella totale umiliazione e demoralizzazione che conduceva molti al naufragio spirituale”.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Ero stato catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943. Avevo ventiquattro anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da quattro anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.

Dopo la guerra, la guerra continua

Hervé Le Corre, Dopo la guerra, E/O
Hervé Le Corre, Dopo la guerra, e/o

La ferocia può avere il volto del gelido vento d’inverno, somigliare a una maligna corrente d’aria che soffia senza sosta e bracca uomini e cose penetrando dappertutto, trasformando ogni goccia di pioggia in un velenoso stiletto di ghiaccio, cristallizzandosi come un maligno incantesimo nei rivoli d’acqua sporca disseminati a ridosso dei marciapiede. Oppure esplodere nell’infuocato bagliore dell’estate, frastornare i pensieri, confondere le emozioni, sciogliere volontà nello splendore implacabile di un cielo privo di nubi, annebbiare i sensi e prostrare i corpi nel dardeggiare violento della luce, in quell’uniforme, lattiginoso biancore che rende ciechi. La ferocia può avere i contorni indistinti della memoria, sibilare roca nel sussurro amaro del rimorso, ferire, colpire con accanimento selvaggio nel crudele, insopportabile corto circuito di un rimpianto che non si riesce in alcun modo a far tacere, martellare cuore e viscere nel galoppare folle di una fantasia, nella contemplazione atrocemente sterile di una seconda possibilità, di un vissuto alternativo capace di salvare dalle viltà, dalle crudeltà inflitte e subite, dalle menzogne dette e sopportate, dalle terribili conseguenze delle scelte compiute. La ferocia abita nei volti sofferti e sprezzanti dei poliziotti e dei criminali, riverbera nei segreti custoditi dalle loro donne, si indovina nelle scomode eredità trasmesse ai figli; la si percepisce nel rantolo di una città sopravvissuta a stento all’incubo del secondo conflitto mondiale e alla barbarie dell’occupazione nazista e incapace di ritrovare la dignità perduta; e come un’antica maledizione torna nel precipitare di un’intera nazione fino in fondo all’abisso di una nuova guerra, nell’opaca rivendicazione di un diritto che è solo sopraffazione, bisogno di un nemico contro il quale scagliarsi. La ferocia, destino condiviso di generazioni di vinti, di vivi che in nulla si distinguono da coloro che sono già morti, è il filo conduttore etico e narrativo dell’intenso e dolente Dopo la guerra di Hervé Le Corre, un noir di trascinante splendore che nel ritmo serrato di una vendetta ossessivamente inseguita e perseguita riflette con coraggio e piena onestà intellettuale sul nostro passato prossimo (il dilagare del nazismo in Europa, gli orrori delle deportazioni forzate e dei campi di concentramento, l’infamia del collaborazionismo nei Paesi occupati, l’epurazione seguita alla sconfitta del regime hitleriano e le sue molte, troppe amnesie, la “sporca guerra” francese d’Algeria e le giovani vite che consuma) e su quanto la sua ombra lunga, così densa di miserie e tragedie, si allunghi sul nostro oggi e pregiudichi il domani ancora da costruire.

Nel confronto tra i protagonisti principali del romanzo – da una parte il corrotto commissario Darlac, compromesso con il sistema di potere instaurato dai tedeschi, arricchitosi con le delazioni e il sequestro dei beni confiscati agli ebrei rastrellati e condotti ai campi di sterminio, dall’altra il sopravvissuto Jean Delbos, tradito proprio dall’ex amico Darlac, che gli aveva promesso protezione, costretto ad abbandonare il figlio piccolo e ad assistere alla morte della moglie, deportata come lui, miracolosamente scampato alla macchina della morte nazionalsocialista e tornato per regolare i conti – nell’esasperata violenza di una città (Bordeaux, alla metà degli anni cinquanta) schiava del compromesso, cresciuta come un fiore malato nel fango della brutalità e dell’odioso arbitrio della legge del più forte, lo scrittore francese dà corpo a una realtà d’incubo per la quale ogni redenzione è ormai impossibile. I quartieri feriti dalle bombe alleate, i muri crivellati di proiettili, i palazzi sventrati, le strade sconnesse e maleodoranti e la derelitta umanità che in quella teoria d’orrori e meschinità si sforza di muoversi e respirare sono un girone d’inferno, un lago di cenere e melma nel quale annega ogni residuo d’umanità, di pietà, d’amore. In una Francia incapace di smettere di combattere e uccidere Bordeaux non è che un terreno di scontro tra gli altri, un teatro in rovina all’interno del quale conta solo vivere (o illudersi di essere vivi), non importa a quale prezzo. La ferocia, e la colpa che la scatena, sono la sostanza letteraria e tematica di un’opera meravigliosa e terribile, impreziosita da uno stile raffinato e nel medesimo tempo essenziale, capace di colpire tanto per splendore espressivo quanto per profondità e sottigliezza argomentativa: il ritmo serrato dei dialoghi, le magistrali descrizioni d’ambiente, i complessi ritratti psicologici dei personaggi, le cui contraddizioni, debolezze ed eroismi emergono poco alla volta, evocate dal procedere degli eventi, il perfetto intersecarsi dei piani temporali e degli scenari (il campo di concentramento, Bordeaux prima e dopo la guerra, Parigi, nel cui abbraccio Jean è in qualche modo riuscito a tornare alla vita, l’Algeria, dove finisce Daniel, il figlio di Jean, chiamato a combattere una guerra che non gli appartiene), fanno di questo romanzo un autentico gioiello, capace di superare di slancio i confini della letteratura di genere (peraltro impeccabilmente interpretata).

Eccovi l’incipit. La traduzione, per le edizioni e/o, è di Alberto Bracci Testasecca. Buona lettura.

L’uomo è sulla sedia con le mani legate dietro la schiena, in mutande e canottiera, immobile, con la mascella cascante e il mento sul petto, respira con la bocca. Dalle labbra spaccate gli cola un filo di bava sanguinolenta. Ogni volta che inspira il petto è scosso dai singhiozzi, forse conati di vomito. L’arcata sopraccigliare destra, spaccata anch’essa, gli sanguina sull’occhio gonfio, ridotto a una specie di uovo nerastro. Sulla fronte ha un enorme bernoccolo blu. Dalla faccia il sangue gli è sgocciolato sulla canottiera. Ce n’è anche per terra. L’unica illuminazione della stanza è la lampada appesa sopra il biliardo, che concede un cono di luce gialla e lascia in ombra il resto, cioè quattro tavolini tondi da bar con le sedie intorno, il segnapunti e la rastrelliera per le stecche.

La lanterna magica e l’abisso

Recensione de “Il tamburo di latta” di Günter Grass

Gunter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli
Gunter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli

Nano per scelta (perché la statura significa età adulta, e l’età adulta implica responsabilità, e la responsabilità è sempre e inevitabilmente colpa), Oskar Matzerath, protagonista de Il tamburo di latta, folgorante romanzo d’esordio dello scrittore tedesco Günter Grass (premio Nobel per la letteratura nel 1999), è la coscienza inquieta di un Paese intero, lo specchio della sua follia, della sua deriva, del suo naufragio, il simbolo della sua discesa agli inferi. Nano per scelta, Oskar Matzerath è allo stesso tempo anche l’iconica rappresentazione di una sconfitta, di una ribellione abortita, di un’impossibile redenzione, di una diversità macroscopica, abnorme eppure non essenziale, e che in ultima analisi si rivela come una forma di omologazione tra le tante.

I suoi trent’anni di vita, narrati a ritroso in pagine di fiammeggiante iperrealismo, in un continuo mutare di ritmo narrativo, nel respiro possente di uno stile ricchissimo, nel tumultuare di una prosa barocca, satura di dettagli descrittivi, labirintica nella costruzione dei caratteri e nell’esplorazione delle psicologie, ferocemente grottesca nel racconto delle tragedie di popoli interi e singole anime perdute e ostinatamente distante da ogni possibile consolazione, sono insieme testimonianza e confessione: spettatore neutrale dell’atroce notte nazista, il piccolo Oskar non si oppone al sanguinario delirio di onnipotenza hitleriano se non nella misura in cui le adunate, i riti di massa e le persecuzioni ai danni delle minoranze a più riprese organizzate dal regime sono d’intralcio ai suoi disegni.

Armato soltanto di un tamburo di latta (ricevuto in regalo al compimento del terzo anno di età in mantenimento di una promessa fattagli dalla madre al momento della nascita) su cui riproduce, suonando, ogni evento vissuto, ogni stato d’animo, ogni desiderio, ogni fallimento, il nano Matzerath, lo gnomo Matzerath, l’indefinibile “creatura” di nome Matzerath, il satanico Matzerath, venuto al mondo privo d’innocenza, carico di disgusto, capace quasi soltanto d’odio (o di forme d’amore monche, mostruose, paranoiche, ossessive) e con il solo, distruttivo e perverso dono di una voce talmente acuta da riuscire a mandare in frantumi qualsiasi genere di vetro in un raggio di centinaia di metri, tesse paziente la sua tela di ragno di inganni, costruisce, indifferente a tutto, la sua sordida cittadella fortificata di interessi personali.

Adulto e bambino a piacimento, Oskar rimane (per quanto glielo concede il suo animo, segnato in egual misura da meschinità e da un delirio d’onnipotenza che lo porterà a identificarsi con Gesù Cristo e a convincersi di essere in qualche modo il continuatore della sua opera) legato alla madre, si fa complice dei suoi ripetuti tradimenti coniugali, e quando lei, scopertasi incinta dell’amante, decide di darsi la morte nutrendosi soltanto di pesce, egli si vendica di coloro che più disprezza al mondo: dapprima l’affascinante e imbelle Jan Bronski, amore clandestino della mamma e suo probabile padre, che viene fatto prigioniero e poi fucilato dai nazisti nel corso dell’assedio all’edificio delle poste polacche (dove Oskar si trovava, proprio in compagnia di Jan, alla ricerca di qualcuno che potesse rimettere in sesto il suo tamburo, malridotto dall’uso eccessivo), poi il cuoco provetto (e convinto nazista) Alfred Matzerath, ufficialmente il padre del nano (e poi genitore anche del suo fratellastro – o forse di suo figlio – Kurt, concepito con Maria, la prima amante di Oskar, che l’uomo dopo aver conquistato decide di sposare), che, a un passo dalla capitolazione della Germania, viene ucciso da un soldato russo mentre cerca di far scomparire, ingoiandola, la spilla del partito.

Nel racconto doloroso e volutamente semiserio delle peripezie di Oskar Matzerath, nella rappresentazione degli episodi chiave della sua esistenza (su tutti, l’incontro con il suo mentore e maestro Bebra, un altro nano per scelta), nella teoria di miserie e pazzie di cui è attore principale e che Grass affresca con la sua scrittura vibrante, eccessiva, multiforme e misteriosamente inafferrabile nella sua incisività, prende vita un romanzo-apologo, un romanzo-denuncia, un romanzo atrocemente reale e bizzarramente fantastico, dove l’incredibile e l’assurdo altro non significano se non l’insopprimibile bisogno di lasciare, anche solo per un momento, anche soltanto con l’immaginazione, una realtà troppo corrotta, compromessa e ingiusta per poter essere accettata, sopportata, giustificata.

Nella voce “vetricida” del nano per scelta Oskar risuona dunque l’urlo di sdegno del suo creatore, un urlo modulato in forma di filastrocca, di fiaba, mascherato da pièce teatrale, strozzato in una spirale di domande retoriche e infine liberato in un torrente di immagini, nei colori saturi e nelle fantasmagorie indimenticabili e inquiete di una lanterna magica gettata in un abisso.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Feltrinelli, è di Lia Secci (rivista nel 1991 da Vittoria Ruberl). Buona lettura.

Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti. Il mio infermiere non può dunque essermi nemico.