Dopo la guerra, la guerra continua

Hervé Le Corre, Dopo la guerra, E/O
Hervé Le Corre, Dopo la guerra, e/o

La ferocia può avere il volto del gelido vento d’inverno, somigliare a una maligna corrente d’aria che soffia senza sosta e bracca uomini e cose penetrando dappertutto, trasformando ogni goccia di pioggia in un velenoso stiletto di ghiaccio, cristallizzandosi come un maligno incantesimo nei rivoli d’acqua sporca disseminati a ridosso dei marciapiede. Oppure esplodere nell’infuocato bagliore dell’estate, frastornare i pensieri, confondere le emozioni, sciogliere volontà nello splendore implacabile di un cielo privo di nubi, annebbiare i sensi e prostrare i corpi nel dardeggiare violento della luce, in quell’uniforme, lattiginoso biancore che rende ciechi. La ferocia può avere i contorni indistinti della memoria, sibilare roca nel sussurro amaro del rimorso, ferire, colpire con accanimento selvaggio nel crudele, insopportabile corto circuito di un rimpianto che non si riesce in alcun modo a far tacere, martellare cuore e viscere nel galoppare folle di una fantasia, nella contemplazione atrocemente sterile di una seconda possibilità, di un vissuto alternativo capace di salvare dalle viltà, dalle crudeltà inflitte e subite, dalle menzogne dette e sopportate, dalle terribili conseguenze delle scelte compiute. La ferocia abita nei volti sofferti e sprezzanti dei poliziotti e dei criminali, riverbera nei segreti custoditi dalle loro donne, si indovina nelle scomode eredità trasmesse ai figli; la si percepisce nel rantolo di una città sopravvissuta a stento all’incubo del secondo conflitto mondiale e alla barbarie dell’occupazione nazista e incapace di ritrovare la dignità perduta; e come un’antica maledizione torna nel precipitare di un’intera nazione fino in fondo all’abisso di una nuova guerra, nell’opaca rivendicazione di un diritto che è solo sopraffazione, bisogno di un nemico contro il quale scagliarsi. La ferocia, destino condiviso di generazioni di vinti, di vivi che in nulla si distinguono da coloro che sono già morti, è il filo conduttore etico e narrativo dell’intenso e dolente Dopo la guerra di Hervé Le Corre, un noir di trascinante splendore che nel ritmo serrato di una vendetta ossessivamente inseguita e perseguita riflette con coraggio e piena onestà intellettuale sul nostro passato prossimo (il dilagare del nazismo in Europa, gli orrori delle deportazioni forzate e dei campi di concentramento, l’infamia del collaborazionismo nei Paesi occupati, l’epurazione seguita alla sconfitta del regime hitleriano e le sue molte, troppe amnesie, la “sporca guerra” francese d’Algeria e le giovani vite che consuma) e su quanto la sua ombra lunga, così densa di miserie e tragedie, si allunghi sul nostro oggi e pregiudichi il domani ancora da costruire.

Nel confronto tra i protagonisti principali del romanzo – da una parte il corrotto commissario Darlac, compromesso con il sistema di potere instaurato dai tedeschi, arricchitosi con le delazioni e il sequestro dei beni confiscati agli ebrei rastrellati e condotti ai campi di sterminio, dall’altra il sopravvissuto Jean Delbos, tradito proprio dall’ex amico Darlac, che gli aveva promesso protezione, costretto ad abbandonare il figlio piccolo e ad assistere alla morte della moglie, deportata come lui, miracolosamente scampato alla macchina della morte nazionalsocialista e tornato per regolare i conti – nell’esasperata violenza di una città (Bordeaux, alla metà degli anni cinquanta) schiava del compromesso, cresciuta come un fiore malato nel fango della brutalità e dell’odioso arbitrio della legge del più forte, lo scrittore francese dà corpo a una realtà d’incubo per la quale ogni redenzione è ormai impossibile. I quartieri feriti dalle bombe alleate, i muri crivellati di proiettili, i palazzi sventrati, le strade sconnesse e maleodoranti e la derelitta umanità che in quella teoria d’orrori e meschinità si sforza di muoversi e respirare sono un girone d’inferno, un lago di cenere e melma nel quale annega ogni residuo d’umanità, di pietà, d’amore. In una Francia incapace di smettere di combattere e uccidere Bordeaux non è che un terreno di scontro tra gli altri, un teatro in rovina all’interno del quale conta solo vivere (o illudersi di essere vivi), non importa a quale prezzo. La ferocia, e la colpa che la scatena, sono la sostanza letteraria e tematica di un’opera meravigliosa e terribile, impreziosita da uno stile raffinato e nel medesimo tempo essenziale, capace di colpire tanto per splendore espressivo quanto per profondità e sottigliezza argomentativa: il ritmo serrato dei dialoghi, le magistrali descrizioni d’ambiente, i complessi ritratti psicologici dei personaggi, le cui contraddizioni, debolezze ed eroismi emergono poco alla volta, evocate dal procedere degli eventi, il perfetto intersecarsi dei piani temporali e degli scenari (il campo di concentramento, Bordeaux prima e dopo la guerra, Parigi, nel cui abbraccio Jean è in qualche modo riuscito a tornare alla vita, l’Algeria, dove finisce Daniel, il figlio di Jean, chiamato a combattere una guerra che non gli appartiene), fanno di questo romanzo un autentico gioiello, capace di superare di slancio i confini della letteratura di genere (peraltro impeccabilmente interpretata).

Eccovi l’incipit. La traduzione, per le edizioni e/o, è di Alberto Bracci Testasecca. Buona lettura.

L’uomo è sulla sedia con le mani legate dietro la schiena, in mutande e canottiera, immobile, con la mascella cascante e il mento sul petto, respira con la bocca. Dalle labbra spaccate gli cola un filo di bava sanguinolenta. Ogni volta che inspira il petto è scosso dai singhiozzi, forse conati di vomito. L’arcata sopraccigliare destra, spaccata anch’essa, gli sanguina sull’occhio gonfio, ridotto a una specie di uovo nerastro. Sulla fronte ha un enorme bernoccolo blu. Dalla faccia il sangue gli è sgocciolato sulla canottiera. Ce n’è anche per terra. L’unica illuminazione della stanza è la lampada appesa sopra il biliardo, che concede un cono di luce gialla e lascia in ombra il resto, cioè quattro tavolini tondi da bar con le sedie intorno, il segnapunti e la rastrelliera per le stecche.

La lanterna magica e l’abisso

Recensione de “Il tamburo di latta” di Günter Grass

Gunter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli
Gunter Grass, Il tamburo di latta, Feltrinelli

Nano per scelta (perché la statura significa età adulta, e l’età adulta implica responsabilità, e la responsabilità è sempre e inevitabilmente colpa), Oskar Matzerath, protagonista de Il tamburo di latta, folgorante romanzo d’esordio dello scrittore tedesco Günter Grass (premio Nobel per la letteratura nel 1999), è la coscienza inquieta di un Paese intero, lo specchio della sua follia, della sua deriva, del suo naufragio, il simbolo della sua discesa agli inferi. Nano per scelta, Oskar Matzerath è allo stesso tempo anche l’iconica rappresentazione di una sconfitta, di una ribellione abortita, di un’impossibile redenzione, di una diversità macroscopica, abnorme eppure non essenziale, e che in ultima analisi si rivela come una forma di omologazione tra le tante.

I suoi trent’anni di vita, narrati a ritroso in pagine di fiammeggiante iperrealismo, in un continuo mutare di ritmo narrativo, nel respiro possente di uno stile ricchissimo, nel tumultuare di una prosa barocca, satura di dettagli descrittivi, labirintica nella costruzione dei caratteri e nell’esplorazione delle psicologie, ferocemente grottesca nel racconto delle tragedie di popoli interi e singole anime perdute e ostinatamente distante da ogni possibile consolazione, sono insieme testimonianza e confessione: spettatore neutrale dell’atroce notte nazista, il piccolo Oskar non si oppone al sanguinario delirio di onnipotenza hitleriano se non nella misura in cui le adunate, i riti di massa e le persecuzioni ai danni delle minoranze a più riprese organizzate dal regime sono d’intralcio ai suoi disegni.

Armato soltanto di un tamburo di latta (ricevuto in regalo al compimento del terzo anno di età in mantenimento di una promessa fattagli dalla madre al momento della nascita) su cui riproduce, suonando, ogni evento vissuto, ogni stato d’animo, ogni desiderio, ogni fallimento, il nano Matzerath, lo gnomo Matzerath, l’indefinibile “creatura” di nome Matzerath, il satanico Matzerath, venuto al mondo privo d’innocenza, carico di disgusto, capace quasi soltanto d’odio (o di forme d’amore monche, mostruose, paranoiche, ossessive) e con il solo, distruttivo e perverso dono di una voce talmente acuta da riuscire a mandare in frantumi qualsiasi genere di vetro in un raggio di centinaia di metri, tesse paziente la sua tela di ragno di inganni, costruisce, indifferente a tutto, la sua sordida cittadella fortificata di interessi personali.

Adulto e bambino a piacimento, Oskar rimane (per quanto glielo concede il suo animo, segnato in egual misura da meschinità e da un delirio d’onnipotenza che lo porterà a identificarsi con Gesù Cristo e a convincersi di essere in qualche modo il continuatore della sua opera) legato alla madre, si fa complice dei suoi ripetuti tradimenti coniugali, e quando lei, scopertasi incinta dell’amante, decide di darsi la morte nutrendosi soltanto di pesce, egli si vendica di coloro che più disprezza al mondo: dapprima l’affascinante e imbelle Jan Bronski, amore clandestino della mamma e suo probabile padre, che viene fatto prigioniero e poi fucilato dai nazisti nel corso dell’assedio all’edificio delle poste polacche (dove Oskar si trovava, proprio in compagnia di Jan, alla ricerca di qualcuno che potesse rimettere in sesto il suo tamburo, malridotto dall’uso eccessivo), poi il cuoco provetto (e convinto nazista) Alfred Matzerath, ufficialmente il padre del nano (e poi genitore anche del suo fratellastro – o forse di suo figlio – Kurt, concepito con Maria, la prima amante di Oskar, che l’uomo dopo aver conquistato decide di sposare), che, a un passo dalla capitolazione della Germania, viene ucciso da un soldato russo mentre cerca di far scomparire, ingoiandola, la spilla del partito.

Nel racconto doloroso e volutamente semiserio delle peripezie di Oskar Matzerath, nella rappresentazione degli episodi chiave della sua esistenza (su tutti, l’incontro con il suo mentore e maestro Bebra, un altro nano per scelta), nella teoria di miserie e pazzie di cui è attore principale e che Grass affresca con la sua scrittura vibrante, eccessiva, multiforme e misteriosamente inafferrabile nella sua incisività, prende vita un romanzo-apologo, un romanzo-denuncia, un romanzo atrocemente reale e bizzarramente fantastico, dove l’incredibile e l’assurdo altro non significano se non l’insopprimibile bisogno di lasciare, anche solo per un momento, anche soltanto con l’immaginazione, una realtà troppo corrotta, compromessa e ingiusta per poter essere accettata, sopportata, giustificata.

Nella voce “vetricida” del nano per scelta Oskar risuona dunque l’urlo di sdegno del suo creatore, un urlo modulato in forma di filastrocca, di fiaba, mascherato da pièce teatrale, strozzato in una spirale di domande retoriche e infine liberato in un torrente di immagini, nei colori saturi e nelle fantasmagorie indimenticabili e inquiete di una lanterna magica gettata in un abisso.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Feltrinelli, è di Lia Secci (rivista nel 1991 da Vittoria Ruberl). Buona lettura.

Non lo nego: sono ricoverato in un manicomio; il mio infermiere mi osserva di continuo, quasi non mi toglie gli occhi di dosso perché nella porta c’è uno spioncino, e lo sguardo del mio infermiere non può penetrarmi poiché lui ha gli occhi bruni, mentre i miei sono celesti. Il mio infermiere non può dunque essermi nemico.

La legge morale della ribellione

Hans Fallada, Ognuno muore solo, Sellerio
Hans Fallada, Ognuno muore solo, Sellerio

È la Germania del nazionalsocialismo trionfante, del Reich millenario, dello “spazio vitale” tedesco conquistato senza sforzo apparente prima a spese dei Paesi vicini e poi dell’Europa intera, quella che racconta, con una prosa di straziante sincerità, lo scrittore tedesco Hans Fallada (pseudonimo di Rudolf Wilhelm Friedrich Ditzen) nel suo romanzo Ognuno muore solo. Una Germania nuda, stregata, avvelenata e disumana; una nazione dominata, asservita, in pari tempo complice e vittima del proprio destino d’orrore e miseria; una terra malata d’odio e morte nella quale la sopravvivenza è prima di tutto una scelta di natura etica e matura nella consapevolezza, nella presa di coscienza del dovere di opporsi, di resistere, di arginare l’impetuosa corrente del fanatismo, dell’arbitrio e della cieca violenza rivendicando, o per dir meglio riconquistando, una misura del vivere che sia la medesima per tutti, che conosca il dolore di un padre e di una madre per il figlio perduto al fronte, che accetti il disimpegno del singolo, il suo rifiuto di obbedire all’odio di stato, la scelta di non marciare all’unisono con un popolo cui non sente più di appartenere. Nel disegnare la notte hitleriana della Germania Hans Fallada non inventa niente, ma non è questo il pregio maggiore di Ognuno muore solo, ultimo lavoro della sua produzione; quello che più profondamente colpisce in questo romanzo è il suo essere cronaca di un fatto realmente avvenuto, ricostruzione di una ribellione, testimonianza di un atto di coraggio e dignità luminoso e preziosissimo perché fin dal principio destinato al fallimento. Protagonisti della storia narrata da Fallada – che primo Levi ha acutamente definito “uno dei più libri sulla resistenza tedesca contro il nazismo” – sono infatti due uomini della classe operaia, Anna e Otto Quangel (nella realtà si chiamavano Otto ed Elise Hampel), un marito e una moglie non più giovani che hanno appena ricevuto la più sconvolgente delle notizie: il loro unico figlio è caduto in guerra, morto da eroe per la gloria del Reich. Prende le mosse da qui, da questa intima tragedia che la follia propagandistico-sanguinaria di Adolf Hitler moltiplicherà a dismisura, il risveglio, atroce ma proprio per questo liberatorio, della coppia, fino a quel momento in nulla diversa dagli altri milioni di tedeschi. La concessione statale della patente d’eroe a un cadavere, l’idea che la morte di un figlio possa, anzi debba essere benedetta, guardata se non con favore di certo con orgoglio, persino esibita, come fosse un’onorificenza, restituisce a quei due uomini le esatte proporzioni di ciò che stanno vivendo. In un momento, come per un’improvvisa epifania, o se si vuole per lo spezzarsi di un incantesimo, entrambi comprendono cos’è diventato (anche per loro concorso) il Paese in cui vivono, si rendono conto di cosa sia davvero la guerra, di cosa significhi combatterla, e quanta terribile distanza ci sia tra i più infiammati e ispirati discorsi alla nazione e la realtà che ne consegue. Ecco allora che il loro essere uomini, cittadini e tedeschi non significa più intrecciare i propri destini a quello della patria, accada quel che accada, ma provare a recuperare, dagli abissi in cui è sprofondata, la coscienza di un popolo intero, fare appello alla sua intelligenza, al suo cuore, alla sua anima: dire la verità. E la verità, l’irresistibile forza rivoluzionaria della verità, questi due uomini senza mezzi, risorse e conoscenze l’affidano a delle cartoline, cartoline scritte con fatica, in una lingua che padroneggiano a malapena, che poi vengono lasciate nei palazzi di tutta Berlino affinché qualcuno le trovi, le legga, rifletta, capisca, e finalmente volti le spalle al führer.

Fallada fa sua la netta demarcazione vittoriniana tra uomini e no, ma non lascia che il suo romanzo, questa intensissima “biografia degli ultimi”, esaurisca la propria forza vitale in un j’accuse etico-politico, che pure scorre potente nelle oltre 800 pagine del libro; egli va oltre la denuncia del nazismo e squaderna dinanzi al lettore lo spettacolo agghiacciante di una deriva ormai compiuta, di una morte annunciata; nel descrivere la caccia all’uomo che poco alla volta si fa più serrata, più implacabile, più furibonda, più isterica, e che riflette, più che una reale preoccupazione dei gerarchi al potere verso la “minaccia” rappresentata dalle cartoline, il senso di frustrazione, di rabbia, di incredulità che inevitabilmente scatena, in ogni tirannia, la più remota possibilità di ribellione; nel seguire l’ostinata e sterile battaglia dei coniugi Quangel, nell’abbandonarsi alle fantasie di riscatto da loro coltivate, e infine nel supino rimettersi ai fatti, alla storia così come si è compiuta (delle quasi 300 cartoline lasciate la grandissima maggioranza furono consegnate alla polizia, solo di 18 non si trovò traccia, e queste con ogni probabilità andarono distrutte quasi immediatamente dopo il loro ritrovamento; lo sforzo dei Quangel, dunque, fu del tutto vano), lo scrittore tedesco non può che chinare il capo di fronte alla sovrana banalità del male. E tuttavia la sua storia di dolore, punizione e morte è prima di ogni altra cosa una storia di libertà; e commuove, e regala speranza, il fatto che sia una storia vera.

Eccovi, invece dell’incipit, la prefazione dell’autore al romanzo. La traduzione, per Sellerio, è di Clara Coïsson. Buona lettura. E auguri a tutti di buona Pasqua.

Le vicende narrate in questo libro seguono a grandi linee gli atti della Gestapo sull’attività illegale svolta dal 1940 al 1942 da due coniugi berlinesi del ceto operaio. Solo a grandi linee: un romanzo, infatti, ha le sue leggi e non può seguire in tutto la realtà. Perciò l’autore ha evitato di procurarsi notizie autentiche sulla vita privata di queste due persone: egli doveva rappresentarle così come le aveva davanti agli occhi. Sono, quindi, due figure di fantasia, come anche tutte le altre figure del romanzo sono liberamente inventate. Ciò nondimeno l’autore crede alla verità interiore di ciò che ha raccontato, anche se qualche particolare non corrisponde interamente ai dati di fatto. Qualche lettore troverà che in questo libro si muore e si tormenta un po’ troppo. L’autore si permette di far notare che il suo libro tratta quasi esclusivamente di persone che avversarono il regime di Hitler, di esse e dei loro persecutori. Negli anni fra il 1940 e il 1942, e prima e dopo di essi, in questi ambienti le morti erano piuttosto frequenti. Un buon terzo del romanzo si svolge nelle prigioni e nei manicomi, e anche qui la morte era un fatto consueto. Spesso l’autore si è rammaricato di dover tracciare un quadro così fosco; ma una maggior luce sarebbe stata una menzogna.

La forza è diritto

Issac B. Singer, Nemici - Una storia d'amore, Tea
Issac B. Singer, Nemici – Una storia d’amore, Tea

Come sopravvivere a un passato che non si riesce a dimenticare? Come resistere all’eterno ritorno dell’orrore, del dolore, della fame, della fatica, dell’annullamento di sé? Cosa resta a chi è rimasto orfano della misericordia di Dio, a chi non può più ricorrere al sostegno del pensiero razionale, a chi è condannato a rivivere in ogni momento il genocidio del suo popolo? Cosa resta, a chi è scampato alla perfetta macchina di sterminio nazista, se non il sordo rimorso di avercela fatta, di essere null’altro che un’inspiegabile eccezione biologica tra milioni di cadaveri? Il tormento di queste domande, destinate a non avere risposta, è l’inferno quotidiano di Herman Broder, protagonista del lacerante romanzo di Isaac Bashevis Singer Nemici – Una storia d’amore. Ambientata, negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, in una New York estenuata al pari degli ebrei cui ha dato ricetto, l’opera dello scrittore polacco (premio Nobel per la letteratura nel 1978) è una riflessione sul peso del ricordo e sulla sua responsabilità, e ancor più sull’uomo e sul suo posto nel mondo. Creato “a immagine e somiglianza di Dio”, Herman Broder non è in nulla diverso dagli spietati aguzzini che ha ingannato nascondendosi per anni in un fienile, assistito da Yadwiga, la governante polacca della sua famiglia; e proprio come gli assassini del Reich hitleriano anch’egli, seppur su un altro piano, non riesce a vivere senza distruggere il prossimo, senza avvilirlo, senza umiliarlo, senza esercitare su di esso la sola legge che sembra governare il mondo, gli uomini, gli animali e le cose: “la forza è diritto”. Marito della buona e remissiva Yadwiga (sposata con ogni probabilità per gratitudine), Herman si mantiene scrivendo libri e articoli per un rabbino ricco e corrotto, che si occupa di ogni genere di intrallazzi, e ha un’amante, Masha, in un’altra parte della città, dalla quale si reca a intervalli regolari giustificando le assenze con impegni di lavoro. Anche la sua compagna clandestina, che vive con l’anziana e pia madre Shifrah Puah, è una testimone della Shoah; tanto affascinante quanto equivoca, sembra consumare ogni energia fisica e mentale dell’uomo. Entrambi cercano l’annullamento, o forse soltanto un momento di riposo, di quiete, di tregua, in una straripante passione fisica, ma inutilmente; a prevalere, infatti, è sempre l’incubo delle persecuzioni subite, il riproporsi incessante di un sacrificio di sangue che colpisce ogni forma di vita. Herman, che prima dell’olocausto aveva una moglie e due figli, sa che sia Yadwiga sia Masha vorrebbero un figlio da lui, ma che senso può avere, si chiede, mettere al mondo un figlio dopo un genocidio? “In un mondo nel quale i tuoi figli potevano essere strappati alla madre e fucilati, non avevi il diritto di generarne altri”.

Sono menzogne, inganni e tradimenti la realtà quotidiana di Herman Broder; egli riesce a vivere soltanto rifiutando la verità perché la verità del mondo, quella della sopraffazione continua, quella del brutale imperio degli uni sugli altri, degli uomini sui loro fratelli, quella del sistematico annientamento degli animali, il cui unico scopo pare risolversi nel loro essere una sovrabbondante scorta di cibo per il genere umano, semplicemente non è sopportabile. “Herman, scrive a questo proposito Singer, trascorse il giorno e la notte precedenti la vigilia di Yom Kippur in casa di Masha. Shifrah Puah aveva comprato due galline propiziatorie, una per sé e una per Masha; avrebbe voluto comprare un gallo per Herman ma lui glielo aveva proibito. Già da qualche tempo, ormai, stava pensando di diventare vegetariano. Ad ogni occasione, faceva rilevare che quanto i nazisti avevano fatto agli ebrei, l’uomo lo stava facendo agli animali. Come ci si poteva servire di un pollo per redimere i peccati di un essere umano? Perché un Dio compassionevole avrebbe dovuto gradire un simile sacrificio? . La sua fuga dalla realtà, tuttavia, è destinata a non approdare a nulla. L’uomo Herman Broder, se mai è esistito, è morto nel fienile in cui si è rifugiato per scampare al massacro, e tutto quel che resta di lui è un involucro di carne e sangue bisognoso unicamente dello stordimento del sesso e dell’oblio del sonno; fino a che il passato, che in continuazione lo bracca, per un crudele scherzo del fato un giorno torna a farsi materialmente presente nella ricomparsa della moglie Tamara, erroneamente creduta morta. Ed ecco che, in un progressivo calar di tenebre che prepara all’inevitabile tragedia, Tamara, nel racconto della propria odissea, aggiunge barbarie alle atrocità naziste rivelando il destino degli ebrei nel “paradiso” socialista di Stalin; ovunque campi di lavoro, ovunque persone spogliate di ogni dignità, uccise per sfinimento, per fame, ma fino all’ultimo respiro pronte a tutto pur di vivere ancora un minuto, ancora un istante. Come marionette disarticolate, balocco di un Dio folle. O peggio, crudele.

Folgorante ritratto di un’umanità al tramonto, riflessione su una salvezza impossibile perché immeritata, Nemici – Una storia d’amore, pur senza avere la solidità d’intreccio e la ricchezza espressiva dei grandi capolavori di Singer, colpisce per la radicalità delle tesi esposte, per la brutale sincerità d’accenti, e più ancora per il ritratto dei protagonisti, ciascuno impotente testimone della definitiva deriva, propria e altrui.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la brevissima nota introduttiva a cura dell’autore. La traduzione, per Tea, è di Bruno Oddera. Buona lettura.

Sebbene non abbia avuto il privilegio di passare attraverso l’olocausto di Hitler, ho vissuto per anni a New York con profughi sottrattisi a quel cimento. Per conseguenza mi affretto a dire che questo romanzo non è affatto la storia del tipico profugo, della sua vita e della sua lotta. Come quasi tutte le mie opere di narrativa, questo libro presenta un caso eccezionale, con eroi senza precedenti e una straordinaria combinazione di eventi. I personaggi non sono soltanto vittime dei nazisti, ma vittime delle loro personalità e dei loro destini. Se si adattano al quadro generale, ciò accade perché l’eccezione affonda radici nella regola. Il romanzo apparve per la prima volta nel Jewish Daily Forward, l’anno 1966, con il titolo “Sonim, die Geshichte fun a Liebe”. E’ stato tradotto da Aliza Shevrib e Elizabeth Shub, e riveduto da quest’ultima, da Rachel Mackenzie e Robert Giroux. A tutti loro esprimo la mia gratitudine.

Le misure spezzate

Lion Feuchtwanger, I fratelli Oppermann, Skira editore
Lion Feuchtwanger, I fratelli Oppermann, Skira editore

Ieri è la Germania del 1932. Un Paese economicamente in ginocchio, umiliato dalle durissime, inique condizioni di pace imposte dal Trattato di Versailles all’indomani della fine del primo conflitto mondiale. Un Paese prostrato, nel cui grembo cresce furiosa l’ansia di vendetta; uno stato scosso dal desiderio di rivincita, ammalato d’odio ma ancora saldo nel diritto. Oggi è la Germania del 30 gennaio 1933, giorno in cui Adolf Hitler viene nominato Cancelliere. Oggi è il momento in cui un intero popolo viene sedotto e travolto da un’ideologia esasperata e folle, da un nazionalismo cieco e furibondo, da parole d’ordine tanto semplici quanto violente, da reiterati appelli a tutto ciò che meno ci contraddistingue come esseri umani ma che pure profondamente ci appartiene: la sete di rivincita, la meschina seduzione dell’interesse personale, l’abitudine a responsabilizzare il prossimo per i nostri fallimenti, l’elogio svergognato della menzogna sistematicamente contrabbandata per verità, la scandalosa perversione della scienza, ridotta a mero strumento propagandistico. Oggi è il tempo di tutto ciò che è immediato, è l’esaltante stagione dell’impetuosità, dell’azione, e soprattutto della definitiva eliminazione di ogni superfluo ostacolo all’esplosione delle “energie vitali” dell’uomo: il pensiero, la coscienza, la colpevole debolezza insita nell’esitare. Domani è il compiersi dell’età nuova e il maturare in essa dell’uomo nuovo, è il miracoloso crescere e moltiplicarsi della razza pura e superiore, è lo straripare della “giusta collera del popolo germanico” nei confronti di tutti coloro che lo hanno vessato, è la punizione finalmente comminata ai traditori che hanno “assassinato la nazione pugnalandola alle spalle”: gli ebrei, genia di corrotti e corruttori, mortale infezione del sangue tedesco. Ieri, oggi e domani, tappe della progressiva e inarrestabile discesa agli inferi di persecutori e perseguitati, sono i capitoli, tematici e cronologici, in cui è diviso I fratelli Oppermann di Lion Feuchtwanger, in parte cronaca (il romanzo venne pubblicato nel 1933) e in parte impressionante, lucidissima anticipazione degli orrori del regime hitleriano. Feucthwanger racconta l’irrompere dell’incubo nazista guardando all’anima di un popolo, alla sua saldezza etica, alla sua dirittura morale, al suo spirito, ed è con disincanto, con pietà e turbamento prima che con indignazione che è costretto a constatarne il naufragio, la deriva, il brutale imbarbarimento. La sua voce, di cristallina chiarezza e nonostante ciò isolata, impotente, è quella dei morti e dei sopravvissuti: di coloro che sono caduti vittime del sanguinario delirio nazionalsocialista e di coloro che, per caso, fortuna o astuto calcolo, sono riusciti a sfuggirgli. Protagonisti del suo lavoro, sullo sfondo di una Berlino che è immagine della Germania tutta e di un’organizzazione sociale che è impietoso specchio dell’“umanità tedesca”, sono tre fratelli ebrei (gli Oppermann del titolo). Nati e cresciuti in Germania, dove hanno contribuito ad aumentare la fortuna dei propri padri (uno è un celebre chirurgo, uno il responsabile della prospera azienda di famiglia, un mobilificio, il terzo un agiato borghese che trascorre il proprio tempo interessandosi di filosofia, in particolar modo di Lessing, di cui sta scrivendo una biografia), padri a loro volta, gli Oppermann assistono dapprima con ironica incredulità, poi con sgomento, infine con dignitoso fatalismo al calare delle tenebre: ciascuno di loro resiste, come può, al ribaltamento dell’ordine voluto dai “nuovi padroni” della Germania, ma quel che è in gioco in questo tragico momento storico, spiega Feuchtwanger con un’intensità d’accenti che lascia senza fiato, non è tanto la salvezza di alcuni, o di moltissimi, quanto l’empietà cui deliberatamente si condanna un popolo ribattezzato razza nel sangue.

Nell’elencare le nefandezze delle milizie nazionalsocialiste, nella descrizione puntuale, burocratica persino, dei soprusi dell’uomo sull’uomo, della regressione a bestia di chi è stato creato a immagine somiglianza di Dio, Feuchtwanger ragiona sub specie aeternitatis: riesce a guardare oltre il momento presente, a porsi in una prospettiva più grande. E da questo punto di osservazione, la tragedia che racconta non si esaurisce in ciò che accade, si fa eco di un’amputazione radicale, eredità maligna che ci portiamo addosso come un peccato originale. “Si sentiva tedesco nell’anima”, egli scrive a proposito di un giurista che confessa a uno degli Oppermann le atrocità di cui è stato testimone, “[…] ma era giurista fin nelle più intime fibre. Che in un popolo di sessantacinque milioni ci fossero dei violenti, dei degenerati, era spiegabile: ma da buon tedesco si vergognava che si proclamasse come norma della nazione e si fissasse per legge il non-diritto, la non-educazione dell’uomo delle foreste. Le fredde persecuzioni di lavoratori e di ebrei, la stupidaggine antropologica e zoologica fissata nella legislazione, il sadismo legalizzato, ecco che cosa lo indignava […]. Non sapeva che farsene di quel diritto tedesco che i suoi governanti avevano introdotto al posto di quello romano, basandolo sul principio che gli uomini non solo uguali tra loro, ma l’uomo nazionalsocialista è per natura il padrone e quindi superiore a tutti gli altri e da giudicarsi secondo principi di diritto diversi da quelli che si dovevano osservare verso i non nazisti […]. La Germania non era più uno stato costituzionale […]. ‘Hanno spezzato le misure del mondo civile’, disse, disperato, furibondo, a denti stretti”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Skira editore, è di Ervino Pocar. Buona lettura.

Quando il dottor Gustav Oppermann si destò – era il 16 di novembre, il suo cinquantesimo compleanno – mancava parecchio al levar del sole. Ciò gli dispiacque. La giornata infatti sarebbe stata faticosa ed egli si era proposto di fare una bella dormita. Dal suo letto si distinguevano le cime sparute di qualche albero e un lembo di cielo. Il cielo era limpido e sereno, senza nebbia, come avveniva di rado nel mese di novembre.

Hammerstein: il nobile eroismo della ragione

Recensione di “Hammerstein, o dell’ostinazione” di Hans Magnus Enzensberger

 

Hans Magnus Enzensberger, Hammerstein o dell'ostinazione, Einaudi
Hans Magnus Enzensberger, Hammerstein o dell’ostinazione, Einaudi

Berlino, 3 febbraio 1933. Adolf Hitler, da poco nominato cancelliere della Germania, incontra a cena i vertici dell’esercito ed espone loro, con agghiacciante chiarezza, i fondamenti del suo “programma di governo”: costruzione di una ferrea dittatura interna e progressiva conquista di un “spazio vitale” a oriente. Sarà quell’esposizione, allo stesso tempo lucida, malata e tragicamente profetica a convincere uno degli astanti, il generale Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord (cui era toccato anche il delicato ruolo di anfitrione), capo di stato maggiore dell’esercito, della pericolosità di quel politicante arruffato e confuso che era riuscito a conquistare il Paese e che lui aveva senza alcun dubbio sottovalutato. E della necessità di fermarlo. Di ascendenze nobili ma privo di risorse, von Hammerstein-Equord era un conservatore, un uomo di destra (come lo erano tutti nel suo ambiente) e un nazionalista, tuttavia per educazione, formazione e temperamento rifuggiva ogni eccesso ideologico; riconosceva che le difficilissime condizioni economiche e sociali in cui versava la Germania dipendevano in gran parte dalle umilianti condizioni di pace imposte al Paese, al termine del primo conflitto mondiale, dalle potenze vincitrici e stabilite dal Trattato di Versailles, ma sapeva che esistevano anche altre responsabilità, e non era disposto a tacerle (“Ideologicamente siamo tutti di destra, ma dobbiamo tenere presente di chi è la colpa se l’attuale politica interna è in rovina. Sono stati i vertici dei partiti di destra. Sono loro i colpevoli”). Per questo fin dalla prima ora l’alto ufficiale si arruolò in quella ridotta e clandestina schiera di oppositori del nazismo che non cessò mai di attraversare, come una corrente sotterranea, gli anni d’incubo del “glorioso Reich millenario” ma che non ebbe mai forza sufficiente, o volontà bastante (o forse entrambe le cose), per cambiare davvero le cose e porre fine al regime. Di questa resistenza testarda eppure in qualche misura trattenuta, insicura, eccessivamente cauta racconta Hans Magnus Enzensberger in Hammerstein o dell’ostinazione, documentato resoconto di una delle stagioni più buie della nostra storia recente e insieme intenso omaggio (umano e politico) all’eroismo nobile della ragione. Nel 1934 Hammerstein rassegna le proprie dimissioni e si ritira a vita privata; un gesto simbolico di grande significato, che sottolinea la radicale contrarietà dell’uomo nei confronti di chi allora deteneva il potere e ne rafforza il ruolo di “punto di riferimento” della dissidenza. In famiglia (è padre di sette figli, tutti avversari del nazionalsocialismo) come nelle alte schiere dell’esercito, l’ex capo di stato maggiore è una sorta di involontario modello; l’autore, mescolando con intelligenza e raffinato gusto letterario dati ufficiali, informazioni e testimonianze e aggiungendo, per tutti i protagonisti citati nel volume, vivaci conversazioni postume costruite in forma di intervista e tese a illuminare, volta a volta, particolari lati del carattere delle persone o episodi drammatici e controversi, ci consegna il profilo di un uomo pigro e gaudente, lontanissimo dalla rigida efficienza tedesca e ancor più distante dal cieco fanatismo delle milizie hitleriane, un ufficiale che al rispetto per l’uniforme antepone quello per la propria umanità e all’incondizionata fedeltà alla patria il dovere di non tradire le proprie idee, quale che sia il prezzo di pagare. Ed è proprio questa semplice (ma niente affatto scontata) coerenza a fare del barone von Hammerstein-Equord un padre imperfetto, sbadato ma sufficientemente liberale da permettere ai propri figli di osservare la realtà con i propri occhi, di contestarlo, di allontanarsi da lui, di scegliere strade in qualche caso opposte alla sua (come per esempio fecero le figlie, che aderirono al partito comunista tedesco e si impegnarono in delicate e pericolose attività di spionaggio), sempre però condividendone la presa di posizione fondamentale, quella del totale, irremovibile rifiuto della deriva nazionalsocialista. Ed è sempre questa volontà di non piegarsi, di non accettare come giusto, o solo come inevitabile, quel che un intero popolo ha scelto (o creduto di scegliere) a fare di quell’uomo, morto prima di assistere a ciò che sapeva sarebbe accaduto (la sconfitta del nazismo, l’insensata devastazione d’Europa, il genocidio degli ebrei), il centro di gravità del fallito attentato al führer del luglio 1944, che peraltro Hammerstein non condivise mai, sostenendo che per i tedeschi fosse necessario “bere fino in fondo l’amaro calice” per comprendere cosa fosse veramente il nazismo.

“[…] questo libro […] non è un romanzo” scrive Enzensberger a conclusione della sua opera. “Per fare un paragone audace, procede in maniera più analoga alla fotografia che alla scrittura. Ho voluto separare quello che potevo documentare con l’ausilio di fonti scritte e orali dai miei giudizi soggettivi, che compaiono sotto forma di glosse. Per integrarlo, sono ricorso all’antico genere letterario del dialogo dei morti. Queste chiacchierate postume permettono di instaurare un rapporto tra coloro che vivono oggi e chi li ha preceduti – un confronto che, notoriamente, deve fare i conti con molteplici difficoltà di comprensione, perché chi si è salvato crede spesso di sapere le cose meglio di coloro che hanno vissuto in un permanente stato d’emergenza, rischiando sulla propria pelle. Il rifiuto della forma romanzesca non significa che questo lavoro accampi pretese di scientificità. Anche solo per questo motivo, qui si rinuncia alle note […]. Chi vuole saperne di più, può far riferimento alla bibliografia […]. Tutti, anche gli scrittori, devono fare il proprio lavoro nel miglior modo possibile”.

Prima di concludere, permettetemi di ringraziare l’amica scrittrice Nicoletta Sipos, cui devo la lettura di questa magnifica opera.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Valentina Tortelli. Buona lettura.
Come ogni mattina, il 3 febbraio 1933 alle sette in punto il generale lasciò il suo appartamento nell’ala est del Bendlerblock. Non doveva fare molta strada per raggiungere gli uffici. Si trovavano al piano di sotto, dove quella sera stessa si sarebbe seduto a tavola con un uomo di nome Adolf Hitler. Quante volte l’aveva visto prima di allora? Pare che l’avesse incontrato già nell’inverno 1924-25 a casa di un vecchio conoscente, il fabbricante di pianoforti Edwin Bechstein. È quanto dice suo figlio Ludwig, secondo il quale Hitler non aveva fatto una grande impressione sul padre. Allora lo aveva definito un confusionario, anche se abile.

Il debito inestinguibile di chi sopravvisse alla morte

Boris Pahor, Necropoli, Fazi Editore
Boris Pahor, Necropoli, Fazi Editore

Il pensiero ridotto a memoria, a ricordo, a trauma e condannato a rincorrere i propri fantasmi nell’eterno ritorno di passato e presente. E la vita e la morte che a tal punto violentano la propria natura da diventare l’una eredità dell’altra, l’una sorella dell’altra. Sono angusti, e bui, e marcescenti come le baracche in cui venivano confinati i prigionieri destinati allo sterminio i confini che Boris Pahor traccia per la sua prosa, per la sua testimonianza di sopravvissuto all’apocalisse nazista; sono soffocanti e atroci come i convogli della morte stipati di carne umana privata di tutto; eppure, come imprevisti soffi di vento, come lo scintillio di uno sguardo innocente, questi confini così rigidi e implacabili sanno schiudersi e donare preziosissimi tesori d’umanità, miracoli di misericordia, oasi di pietà. Figlio di una terra splendida e dilaniata e di un tempo maledetto, Boris Pahor, scrittore e intellettuale triestino di lingua slovena, conobbe la realtà concentrazionaria quasi alla fine del secondo conflitto mondiale (venne fatto prigioniero e internato nel 1944 e fu rinchiuso a Dachau, Bergen-Belsen e Natzweiler-Struhof), ne sperimentò gli ultimi, violentissimi rigurgiti, sopravvisse (grazie al suo lavoro d’infermiere e alla sua ferrea, carnale volontà di vivere) alla sistematica opera di annientamento di massa e scelse (poco importa se per necessità, per dovere o per provare a lenire l’insopprimibile senso di colpa che prova chi ostinatamente vive quando tutto intorno a lui si consuma e perisce) di raccontare la sua esperienza di uomo negato. Ed è con sincerità piena che egli si assume questo compito, colorando le pagine di Necropoli – con ogni probabilità il suo lavoro più intenso e conosciuto – con i toni accesi e caldi di una partigianeria che sboccia dalle profondità dell’anima; il suo ricordo di persona viva, risvegliato da una visita al lager di Natzweiler-Struhof, lascia consapevolmente da parte il dettaglio, pur importantissimo, della ricostruzione storica per concentrarsi soltanto sulla dimensione umana della tragedia; nel suo aggirarsi (mescolato a decine di “turisti” così simili e nello stesso tempo così differenti da lui da sembrare quasi creature aliene) in quel geometrico perimetro chiuso da barriere di filo spinato elettrificato che per un interminabile pugno di mesi è stato tutto il suo mondo, Pahor tesse il filo invisibile che lega ciò che è stato a ciò che è. Dalla terra, che ignara ha bevuto il sangue di migliaia di persone e che il prigioniero, pur sapendola cieca e sorda ai misfatti dell’uomo, pur comprendendo la ciclicità immortale dei suoi ritmi e del suo respiro, non può fare a meno di considerare in qualche modo partecipe della malvagità degli aguzzini, ai sudici pagliericci che ospitavano i dannati ridotti a ombre, a scheletri, alla fine delle loro massacranti giornate di lavori forzati, di vessazioni, di umiliazioni, di sevizie inflitte con selvaggio, animalesco piacere, tutto è per lo scrittore sloveno reale, presente, attuale, come se l’incubo non fosse mai finito, o meglio, come se da un incubo di questo genere non ci si potesse mai svegliare, perché non esiste scampo dalla verità.

Scrive Claudio Magris nella prefazione al volume edito da Fazi (e tradotto dallo sloveno da Ezio Marin, con revisione del testo a cura di Valerio Aiolli): “Necropoli è un’opera magistrale […] anche per la sua limpida sapienza strutturale, per l’intrecciarsi dei tempi – verbali ed esistenziali – che intessono il racconto. In un libro in cui non c’è la minima sbavatura vi sono momenti particolarmente indimenticabili: le sequenze cinematografiche della collettiva […] massa dei detenuti sotto il getto d’acqua delle docce, la rasatura del pube che assimila i prigionieri a cani che si annusino a vicenda, le tenaglie che trascinano gli scheletri su cumuli di altri scheletri, i dettagli del lavoro o delle cure prestate dai detenuti-infermieri come lo stesso autore, le forche per le impiccagioni, gli stratagemmi per salvarsi applicando un cartellino con un altro nome all’alluce di un cadavere, i deliri dei morenti; la bocca sempre urlante dei tedeschi assurta a caratteristica antropologica, il ciarpame di fetida biancheria dei morti purtuttavia preziosa per i vivi, il silenzio del fumo che esce dai camini; l’esigenza di ordine che paradossalmente permane nell’esecuzione dell’infame lavoro forzato, il segreto egoismo nell’aiuto prestato a un condannato con il sollievo di non essere al suo posto, i miserabili e benvenuti baratti di cicche e croste di pane fra i prigionieri; l’abiezione storica divenuta squallore cosmico, vuoto assoluto”.

Racconto dell’orrore e insieme antidoto a esso, Necropoli è un libro vertiginoso e possente; un libro importante, lucido e penetrante nelle riflessioni che esprime e dignitoso persino nei (rari) infortuni in cui cade (come l’accusa a Nietzsche, “filosofo del nazismo”, peraltro subito revocata in dubbio da un’appropriata citazione di Bertrand Russell). È un libro che dovrebbe trovar posto in ogni coscienza. E in ogni cuore.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Domenica pomeriggio. Il nastro d’asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schirmek; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo. So bene che anch’io, con la mia macchina, faccio parte di questa processione motorizzata, eppure sono sicuro che, vista la mia passata intimità con questi luoghi, se sulla strada fossi solo, il fatto di viaggiare in automobile non scalfirebbe l’immagine onirica che dalla fine della guerra riposa intatta nell’ombra della mia coscienza.

La carta è stanca

Louis-Ferdinand Céline, Rigodon, Einaudi
Louis-Ferdinand Céline, Rigodon, Einaudi

Sono pagine furenti e spossate, livide e febbrili, schiumanti di impotente indignazione e profetici deliri quelle che compongono Rigodon, romanzo che conclude la Trilogia del Nord di Louis-Ferdinand Céline e insieme ultimo lavoro del grande scrittore francese. Più di ogni altro, Céline ha legato, o per dir più esattamente sovrapposto, il proprio destino personale alla convulsa genialità della sua prosa, trasformato la sincerità in verità, reso l’odio la forma più pura di confessione e l’ossessione nient’altro che la legittima espressione del dolore. Confitti nel tempo, germogliati nella storia, i suoi romanzi vivono in realtà in una dimensione sospesa, che annulla ogni distanza tra passato e presente; le macerie dell’oggi, che l’autore descrive con allucinata precisione – “Vedo bene che Pulet mi tiene il muso… Poulet Robert, condannato a morte… parla mica più di me nelle sue rubriche – sono un pretesto narrativo per agganciarsi a ciò che è accaduto, alle vicende narcisisticamente tragiche di una vita spesa in solitudine, in fuga, alla disperata ricerca di un senso, di un istante di quiete – “Eccoci qui!… omaggio al lettore!… inchino!… ci ritroviamo allo stesso punto… Harras è partito… agire adesso o mai più!… abbiamo l’essenziale, il permesso firmato, timbrato Reichsbevoll…”. Testimone allo stesso tempo lucido e folle del suo tempo, ma soprattutto grande conoscitore della natura umana, Louis-Ferdinand Céline si spinge fino a reinventare il passato (in special modo la guerra e i suoi orrori), affidandogli la responsabilità della memoria, costringendolo alla condivisione del ricordo e infine concedendogli il dono più prezioso, quello della libertà creatrice dell’immaginazione. A tal proposito scrive Henri Godard nella prefazione alla Trilogia del Nord pubblicata da Einaudi-Gallimard (Biblioteca della Pléiade): “… le peripezie della narrazione hanno quasi tutte qualche fondamento «reale», ma […] nessuna è trascritta tale e quale: non c’è nessun aspetto di questo reale che non possa essere modificato […]. Non c’è niente, in questi tre volumi di sedicenti ricordi, che non porti il marchio sia di questo momento da incubo della Storia che, come si suol dire, sorpassa l’immaginazione, sia al tempo stesso dell’immaginazione che se n’è per l’appunto appropriata. Fra i ricordi, senza dubbio numerosi, di quegli otto o nove mesi passati in Germania, l’immaginazione non conserva che quelli sui quali può esercitare la propria azione, e li rimodella secondo delle leggi ch’erano già state le sue in tutti i romanzi precedenti”. Proviamo dunque a considerare Rigodon da questa prospettiva, leggiamolo come un’autobiografia illegittima, in una certa misura perfino apocrifa; lasciamoci guidare dalla continuità tematica e temporale con gli altri due capitoli della Trilogia (gli splendidi Da un castello all’altro e Nord, di cui ho già scritto), scopriamo quel che succede all’autore, alla sua famiglia e ai suoi amici, in cerca di un modo per lasciare la Germania invasa dagli Alleati e prossima al collasso e alla resa definitiva, tuffiamoci in quel “mondo alla rovescia” che Céline dipinge, con maestria impareggiabile, come il peggiore degli incubi senza tuttavia mai smettere di ripeterci che si tratta del mondo vero, dell’unico mondo possibile, quello in cui tutti siamo condannati a vivere, ma non dimentichiamo che questo suo piccolo capolavoro, così estenuato in alcuni passaggi (quasi che l’autore sentisse incombere su di sé la fine; Céline morì poche ore dopo aver comunicato all’editore di aver terminato il libro) ha la medesima, dirompente energia del Viaggio al termine della notte e di Morte a credito, ed è attraversato dalla stessa stravolta, fiammeggiante ironia. “Dal Viaggio alla Trilogia”, scrive ancora Godard, “nonostante il lungo intervallo e la frattura apparente provocata dagli scritti polemici, non c’è rottura. Essendo al contrario, considerata nel suo insieme, il racconto di un’erranza appena interrotta da tappe sempre provvisorie, la Trilogia ritrova forse meglio dei romanzi intermedi quello schema narrativo proprio del Viaggio, in particolar modo nella sua prima metà”.

Colui che più di ogni altro ha fatto coincidere vita e scrittura si consegna, luci e ombre, nei suoi romanzi. Nel primo come nell’ultimo.

P.S. Il titolo del post è un omaggio a Guido Ceronetti, autore di un bellissimo volume, pubblicato da Adelphi (in prima edizione nel 1976) e intitolato appunto La carta è stanca. Nel libro si parla anche di Céline.

Eccovi, invece dell’incipit, uno dei momenti a mio parere più belli del romanzo. L’arrivo del treno che dovrebbe condurre Céline alla salvezza. La traduzione è di Giuseppe Guglielmi. Buona lettura.
Sente qualcosa… è vero! sciutt! sciutt! un treno… ansimante… lontano ancora e pieno di fumo… sciut!… questo deve essere il Berlino-Rostock… da otto giorni che è annunziato… ma i biglietti? chiedo intorno… c’è più biglietti, più sportelli, si sale su così… si pagherà più tardi, che dicono… ma si sale in che modo? qua adesso lo si vede sto accelerato… è tutto di legno… cinque… sei vagoni… così irti direste da tutto quello che spunta dai finestrini… dei bruchi sono a questo modo, ispidi, irti… qua vedete tutto quello che spunta… cento braccia, cento gambe… e delle teste!… e dei fucili!… conosco dei metrò da scoppiare, dei treni così strapieni che ci introdurresti manco un dito, ma qua sto verme di accelerato è così imbottito, così irto di gambe, di braccia, di teste, che sei forzato a ridere.. tutto quello che gli spunta dai vetri… si avvicina… psciutt! psciutt! ma è mica tutto lì!… subito appresso la locomotiva, un pianale, un cannone e degli artiglieri….

Come la volontà di Dio

 

Joyce Carol Oates, La figlia dello straniero, Mondadori
Joyce Carol Oates, La figlia dello straniero, Mondadori

Quanti segreti può nascondere un’anima? Quanto dolore tollerare?  Da quanto amore, e paura, e orgoglio, e menzogna, e bisogno di confessare la verità può essere attraversata una vita che sia davvero possibile vivere? Un’esistenza che ci sia consentito affrontare senza soccombere? A queste terribili domande si trova costretta a dare una risposta, fin dalla più tenera età, Rebecca Schwart, tenace e tragica protagonista de La figlia dello straniero di Joyce Carol Oates. Nel coinvolgente, impetuoso romanzo dell’autrice americana è il tema del viaggio (quello interiore della scoperta di sé e della propria accettazione; quello reale, narrato con grande intensità d’accenti come precipitosa fuga, come decisione estrema presa per salvarsi la vita, per non morire come un animale preso in trappola; quello concreto e nello stesso momento metafisico dello scorrere del tempo, che inevitabilmente finisce per metterci di fronte alle conseguenze delle nostre scelte) a scandire gli eventi e a dar loro significato. Il viaggio, inciso nelle carni dei genitori e dei fratelli più grandi di Rebecca, ebrei scappati dalla Germania nazista per evitare i campi di sterminio e approdati in America, che si conclude proprio al momento della sua nascita e  fin da subito ne segna il destino (“Tu sei nata qui, non ti faranno del male”, le ripete a più riprese il padre, becchino in una piccola cittadina di provincia, uomo distrutto dalle persecuzioni subite, roso dal cancro di una rabbia feroce che non può fare a meno di sfogare sui suoi familiari). E immediatamente dopo quella prima odissea, una seconda, estenuante peregrinazione: la scoperta del nuovo Paese, che per Rebecca va di pari passo con la conoscenza del mondo della propria infanzia, un mondo popolato  quasi soltanto da miseria, diffidenza, e sopratutto soffocato, ghermito dalla paterna mania di persecuzione che come una febbre, una malattia, un contagio, si estende da lui alla moglie, e ai figli, e infine tocca anche Rebecca, il cui cuore acerbo di bimba viene istruito a indurirsi, a celare ogni palpito (“Nel regno animale i deboli soccombono presto”). Così la piccola cresce in un’atmosfera quasi irreale di ottusa solitudine, la propria immaginazione come unica compagna di giochi, l’amore della madre implorato senza sosta, e senza risultato. Finché, un terribile giorno, la follia di suo padre Jacob esplode incontrollata, e la sua famiglia (o meglio, quel che ne era rimasto dopo l’abbandono di entrambi i figli grandi) cessa di esistere. E allora è tempo di un ennesimo viaggio per Rebecca, quello freddo e impersonale della burocrazia, dell’affidamento, da cui lei scappa non appena ha l’età giusta per farlo, aggrappata a fantasmi d’amicizia con un paio di coetanee. Ma la quiete di questa sua nuova vita è solo apparente, un fragile argine di normalità destinato a spezzarsi al giungere dell’amore, della passione; è l’incontro con Niles Tignor a far sbandare la giovanissima Rebecca, la sua straripante personalità a soggiogarla, la sua esperienza delle “cose del mondo” e delle donne (l’uomo ha circa il doppio dei suoi anni) a conquistarla. Lei si ne innamora, lui la desidera talmente da arrivare a sposarla (o da organizzare le cose per far sì che a lei sembri così) e dopo circa due anni (e un aborto causato da percosse) ecco nascere il loro figlio. Il loro primo e unico figlio. Un maschio. Ragione di vita per Rebecca, poco più di una curiosità che presto scolorisce in qualcosa di simile a un peso, o peggio a un fastidio, per il padre. Il padre, un uomo così diverso dal suo di padre, eppure in qualche modo così simile nel suo tranciare giudizi sugli uomini e il mondo, nel suo rifiuto cieco, cattivo di accettare confronti, di essere contraddetto, ostacolato, nella violenza cui sente il bisogno di ricorrere per affermare se stesso, per placare il proprio demone interiore, per riuscire a dormire. Sprofondato nel nero pozzo del sonno come fosse un bambino. E il giorno in cui Niles Tignor si accanisce anche sul bambino oltre che su di lei, Rebecca capisce che è necessario rimettersi in viaggio. Scappare, come avevano fatto i suoi genitori dai nazisti, far perdere le proprie tracce, affrontare la vastità dell’America senza fermarsi mai, il bambino sempre al suo fianco.  

Il tempo, le tappe di un cammino che sembra non aver conclusione, gli incontri, le menzogne dietro cui Rebecca (che ha cambiato nome a sé e al bambino) nasconde la propria vita, la sua lotta per resistere alla sofferenza, ai rimorsi, ai rimpianti, diventano, nella prosa calda e avvolgente della scrittrice americana, una via della Croce di personale redenzione (a spingere Rebecca ad andare avanti è l’amore incondizionato per il proprio figlio, la sua convinzione che un destino benevolo lo attenda da qualche parte e che a lei tocchi condurlo sano e salvo fino alla meta) e un’esplorazione insieme attonita (perché raccontata con gli occhi e il cuore di Rebecca) e disincantata (perché sussurrata dalla Oates) dell’America, della sua terra antica e cangiante e della sua gente, alle volte così semplice, alle volte così imperscrutabile. Come la volontà di Dio. 

La figlia dello straniero è un romanzo magnifico e appassionante; una storia intensa, di rapinosa bellezza, sospesa sull’abisso ma ostinatamente tesa, come una freccia scoccata verso il bersaglio, verso la salvezza.
Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Mondadori, è di Giuseppe Costigliola). Buona lettura.
“Nel regno animale i deboli soccombono presto”. Era morto da dieci anni. Sepolto, il corpo straziato, da dieci anni. Senza nessuno che lo piangesse da dieci anni. Sarebbe lecito pensare che la figlia ormai adulta, moglie e madre, dopo tutto quel tempo si fosse sbarazzata di lui. Accidenti, se ci aveva provato! Lo odiava. Quegli occhi di brace, la faccia paonazza, come un pomodoro spellato. Si mordeva le labbra fino a farle sanguinare per quanto lo detestava. Lì dove si sentiva più vulnerabile, al lavoro. Alla Niagara Tubing, quando il rumore della catena di montaggio, ipnotico, la faceva cadere in trance: allora lo sentiva.