L’attualità del male

Recensione de “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead

Colson Whitehead, La ferrovia sotterranea, Sur

L’idea di un inferno, di un luogo oltremondano di dolore, sofferenza e umiliazione nel quale espiare in eterno peccati e malvagità commessi in vita, presuppone, prima ancora di quella (al tempo stesso vendicativa e consolatoria) di giustizia, un’altra idea; quella che vede, nella spaventosa galleria di atrocità compiute dagli esseri umani ai danni del loro prossimo, gradi differenti di orrore, variazioni, per così dire, della “qualità” dell’abominio perpetrato. In quest’ottica, per esempio, picchiare qualcuno risulta meno grave che ucciderlo, mentre, sempre restando in tema, picchiarlo a sangue, cioè ridurlo in fin di vita a forza di botte, è qualcosa di peggio di una “semplice” scarica di pugni e calci. Se dunque esistono diversi tipi di peccato di cui ci è possibile macchiarsi, ne consegue che anche le relative punizioni saranno commisurate; ed ecco l’inferno così come lo conosciamo, una bilancia precisa e implacabile sui cui piatti tutto torna in equilibrio. Continua a leggere L’attualità del male

Un viaggio d’ombra verso la bellezza

Boris Vian, Sputerò sulle vostre tombe, Marcos y Marcos
Boris Vian, Sputerò sulle vostre tombe, Marcos y Marcos

Tra verità e finzione, maschera e volto, intenzione e inganno. Nella diabolica sottigliezza delle parole e delle idee, nel travestimento di un nome, nel segreto inviolabile di un corpo, di un cuore, di una mente, di una volontà, e nella pianificazione paziente, caparbia di una vendetta; e ancora in una rabbiosa sfida letteraria che ha l’odore pungente e sgradevole della scommessa e la forma perfetta di un’opera d’arte. Sputerò sulle vostre tombe, violento, sconvolgente, furibondo romanzo di Boris Vian, è un viaggio d’ombra nella straziante sincerità della letteratura e allo stesso tempo la vertiginosa denuncia della sua essenziale irraggiungibilità; espressione di sé e insieme studiato, pianificato pervertimento di ogni autenticità, l’universo delle lettere disegnato dal grande autore francese in questo lavoro somiglia a un’arena di gladiatori, a un teatro di guerra, a una rappresentazione dell’assurdo dove tutto è in potenza identico al suo opposto, dove il senso e la ragione, burattini in bilico sull’orlo di un precipizio, possono dissolversi o germogliare, moltiplicarsi, splendere. La prosa di Boris Vian, esplosiva, immaginifica, visionaria eppure ancorata alle cose, alla terra, alla concretezza dell’esistere con un’urgenza quasi documentaristica, nell’arrembante e tragica amarezza di Sputerò sulle vostre tombe sembra volersi misurare con i concetti (tanto affascinanti quanto pericolosi) di onnipotenza e universalità: può, domanda Vian, un libro, un romanzo, affermarsi e negarsi? Incarnare la propria natura nel momento stesso in cui la rifiuta, le volta le spalle? A cominciare dal nome dell’autore, infatti, Sputerò sulle vostre tombe – pubblicato nel 1946 e firmato con lo pseudonimo “americano” di Vernon Sullivan, che Vian userà per altre tre opere – alterna la seduzione estetica e intellettuale della menzogna, dell’artificio, alla cristallina trasparenza di una narrazione piena, trascinante, mozzafiato. E Vernon Sullivan-Boris Vian dà prova del proprio magistrale talento narrativo proprio quando – raccontando l’oscura, maledetta storia del “negro dalla pelle bianca” Lee Anderson, consumato da un unico, ossessivo pensiero, vendicare l’ingiusta morte del fratello, crudelmente assassinato da un gruppo di bianchi – decide di costruire un “falso”, un’imitazione, una copia dei crudi romanzi polizieschi d’oltreoceano che furoreggiavano tra i lettori del Vecchio Continente. Come definire, dunque, Sputerò sulle vostre tombe? Come inquadrarne la scrittura, così elettrica, lacerante, programmaticamente spavalda? E in che modo porsi di fronte all’intreccio, che inesorabilmente scivola nel cupo, furente abisso del cuore ferito di Anderson per poi articolarsi nella febbrile, allucinata pianificazione della sua rivalsa dispensatrice d’umiliazione e morte e infine esplodere, liberatorio e compiaciuto, nell’esibizione della terrificante irrimediabilità del fatto compiuto?

Domande cui non è agevole rispondere e che tuttavia è il romanzo stesso a sollecitare, e non per qualche intrinseco difetto di struttura, bensì per la sua stupefacente ricchezza stilistica e per la radicalità dei temi affrontati; in una parola, ci si ritrova costretti a chiedersi dove realmente sia, esista (abbia dimora e dignità letteraria) il romanzo di Boris Vian – se nel suo essere una storia scritta (non importa quanto magistralmente, con quanta attenzione alle atmosfere e allandamento della storia, costantemente interrotto, come il respiro mozzo di un uomo braccato, da frasi brevi, incisive, nette) a uso e consumo di un pubblico innamorato di prodotti talmente semplici ed elementari da non meritare il nome di letteratura, o viceversa nella sua compiuta maturità narrativa, nel distinguersi, al pari degli altri romanzi di Vian, come l’opera di un grande, magnifico scrittore – perché Sputerò sulle vostre tombe convince, conquista ed entusiasma tanto come esperimento, come azzardo, quanto come ennesima dimostrazione di una inimitabile capacità di raccontare.

In nulla diverso da Boris Vian, Veron Sullivan sceglie di scandalizzare, provocare, sconvolgere, superare ogni limite, ma al termine del suo percorso, alla fine del più tortuoso dei cammini, quel che egli abbraccia e consegna al lettore è ancora una volta una scintilla di bellezza. Qualcosa di cui essere grati e far tesoro.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Marcos Y Marcos editore, è di Stefano Del Re. Buona lettura.

Nessuno mi conosceva a Buckton. Clem aveva scelto la città per questo; e, d’altra parte, anche se avessi voluto cambiare idea non mi restava benzina sufficiente per risalire più a nord. Appena cinque litri. Un dollaro, e la lettera di Clem, era tutto quello che possedevo. La valigia, non ne parliamo neppure. Per quello che conteneva. Dimentico: avevo nel portabagagli il revolver del ragazzo, uno sparuto 6.35 a buon mercato; ce l’aveva ancora in tasca quando lo sceriffo era venuto a dirci di portarci a casa il cadavere per farlo seppellire. Devo dire che contavo più sulla lettera di Clem che su tutto il resto. Avrebbe dovuto funzionare, bisognava che funzionasse. Guardavo le mani sul volante, le dita, le unghie. Nessuno avrebbe trovato niente da ridire.

La lunga strada verso l’umanità

Harper Lee, Il buoi oltre la siepe, Feltrinelli
Harper Lee, Il buio oltre la siepe, Feltrinelli

La prosa di Harper Lee ha il ritmo dolcemente ipnotico dei racconti che si ascoltano intorno al fuoco, delle storie che ci accompagnano verso il sonno. È quieta, avvolgente, regolare come un respiro, come la carezza del mare lungo la rena, e allo stesso tempo è curiosa, vivace, attraversata da scosse elettriche di entusiasmo e da un desiderio, che sembra destinato a rimanere inappagato, di conoscenza, di risposte.

Nel suo capolavoro, Il buio oltre la siepe, meritatamente diventato un classico della letteratura, la scrittrice americana si misura con un tema delicatissimo, quello dell’educazione alla tolleranza, e lo declina in quasi tutte le sue sfumature, affrontandone le diverse implicazioni con coraggio e limpida onestà intellettuale.
Tolleranza, nelle comunità chiuse del sud degli Stati Uniti negli anni trenta, significa prima di tutto questione razziale, dunque diffidenza, quando non aperta ostilità e persecuzione della popolazione bianca nei confronti dei neri, ed è questo, infatti, il cuore del romanzo, che racconta l’impari lotta condotta dall’avvocato Atticus Finch (bianco), difensore di un uomo di colore accusato di violenza carnale, contro un intero paese pronto al linciaggio e perfino contro il sistema della giustizia, talmente inquinato dal pregiudizio da aver dimenticato (o peggio, rinnegato) i propri principi fondanti.
Ma tolleranza è anche il difficile percorso di crescita di una bambina, Scout, una delle figlie dell’avvocato Finch, la cui esperienza del mondo e delle cose si muove tra inconciliabili opposti: da una parte l’opprimente atmosfera della cittadina in cui vive, satura di odio trattenuto a fatica, di preconcetti, di approssimative e manichee distinzioni tra ciò che è bene (cioè accettato dai più) e ciò che è male (cioè inviso ai più); dall’altra i pacati ma netti insegnamenti di Atticus, la fermezza con la quale difende la propria indipendenza di pensiero, l’esempio che offre ai suoi bambini scegliendo di percorrere, costi quello che costi, la strada meno facile, quella che probabilmente non condurrà né al successo né alla generale approvazione, ma che non causerà mai rimpianto né vergogna.
Ed è proprio a Scout, alla sua innocenza assetata di vita, conoscenza, amore e gioia, alla sua naturalissima paura di tutto ciò che non comprende, che Harper Lee affida la narrazione della storia. Raccontando di Atticus, del suo modo di essere padre, del suo lavoro di avvocato difensore, delle reazioni che il processo a un nero accusato di un crimine odioso scatena nel resto del paese e dei suoi sforzi per capire tutto quel che accade intorno a lei (nel suo microcosmo di bimba così come nel mondo che la circonda), la piccola comincia a percorrere la strada che la condurrà alla maturità, una strada nella quale bellezza e orrore, luce e oscurità si mescolano come i colori nella tavolozza di un pittore. La nostra strada, che lo splendido romanzo di Lee ci aiuta ad attraversare.
Eccovi l’incipt dell’opera. Buona lettura
Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a football non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere la palla al volo.
Poi, quando di anni ne furono trascorsi tanti da poterli ormai ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalire molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.
Ma allora, ribattevo io, se si voleva proprio risalire alle origini, perché non dire che la colpa era di Andrew Jackson? Se il generale Jackson non avesse incalzato gli indiani creek lungo il ruscello, Simon Finch non avrebbe risalito l’Alabama con la sua piroga, e dove saremmo noi, a quest’ora? Eravamo troppo grandi, ormai, per risolvere la controversia a botte; consultammo nostro padre Atticus, e lui disse che avevamo ragione tutti e due.