Prim’attore e Deus ex machina

Recensione di “Fer-de-lance” di Rex Stout

Rex Stout, Fer-de-lance, Neri Pozza

“Lo si confessi: tutti hanno letto prima o poi dei ‘gialli’, e proprio quelli del settimanale mondadoriano per lunghi anni dedito ai modelli più ‘classici’, da Edgar Wallace ad Agatha Christie e oltre, dai meccanismi limati e riconoscibili, presto familiari. Ho conosciuto fior di intellettuali e austeri professionisti che confessavano, in verità senza vergogna, di rilassarsi leggendo gialli. Anche militanti politici di sinistra e di estrema sinistra […]. E lo scopo era quasi sempre raggiunto: distrarre e divertire, ma tenendo tuttavia attivi i meccanismi della mente, un po’ come succedeva con le parole crociate, un surrogato del vero pensiero, un riposo dal vero pensiero. Veniva di qui il fascino del giallo classico, romanzo da treno e romanzo da dopo il lavoro o da pomeriggio domenicale, e senza offesa, da sala da bagno […]. Ma nei gialli si moriva asetticamente, igienicamente, con poco sangue e con pochi rantoli. Poi il pubblico si è smaliziato, ha chiesto di più e ha ottenuto più di quel che chiedeva […]. La rottura, l’irruzione della modernità nel giallo, è avvenuta con gli americani – come sempre rozzi ma efficacissimi pedagoghi della società capitalista – con i private eyes Sam Spade e Philip Marlowe, più duro il primo, più tenero il secondo […]. Si era parzialmente rinunciato alle vecchie signore e ai bizzarri curiosi nell’arte di scoprire e raccontare il delitto, anche se non ci si era rinunciato nella realtà. Nero Wolfe, per esempio, nacque nel 1934 con il romanzo che avete in mano, già perfettamente munito di una grandissima pancia e sapientemente definito in tutti i suoi vizi e nelle sue virtù. I vizi erano principalmente due, insieme all’amore per il denaro che poteva sorreggerli: un vizio che il lettore può sempre condividere, l’amore per la buona cucina e uno più raro e che oggi si direbbe ‘esclusivo’, e che tanto più lo era in quell’anno lontano, la coltivazione delle orchidee. Le virtù erano in definitiva una sola ma immensa: una formidabile intelligenza analitica e deduttiva che il creatore di Nero Wolfe non esitò, un tantino di corsa, a chiamare genio”. Così, elencando pregi e difetti del protagonista (che non differiscono poi molto dalle virtù e dai vizi del romanzo costruito attorno a questo originalissimo personaggio), Goffredo Fofi introduce il lettore a Fer-de-lance, prima avventura dell’impareggiabile, irritante e mastodontico Nero Wolfe (in Italia edita da Neri Pozzi nella traduzione di Clara Vela – a cura di Massimo Bocchiola), non proprio un detective, un investigatore privato, quanto un “filosofo della natura umana”, un esteta del vivere e dell’agire criminale, che egli osserva con gelido distacco e metafisica purezza, attento solo a cogliere i meccanismi del fatto delittuoso, a svelarne i modi del suo compimento e, con essi, le ragioni che ne hanno sostenuto l’esecuzione. Continua a leggere Prim’attore e Deus ex machina

L’ombra del fiume e della volontà di Dio

Recensione di “Ombre sull’Hudson” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Ombre sull’Hudson, Tea

New York, alla fine degli anni Quaranta, è allo stesso tempo un rifugio e una prigione. Agli occhi di un gruppo di ebrei sopravvissuti all’immane tragedia dello sterminio nazista la città offre protezione, sicurezza, finanche riposo, mai i suoi silenzi, la sua tranquillità apparente, la distanza quasi incolmabile (eppure non sufficiente) che la divide da quell’Europa d’incubo dove si accumulano milioni di cadaveri, dove la guerra appena conclusa tortura incessantemente i corpi e le anime di coloro che sono scampati ai suoi artigli, restituiscono l’eco degli orrori perpetrati e subiti e con esso la scandalosa, radicale assenza di qualcosa che possa anche solo somigliare a una ragione, a un perché, a un disegno, a una volontà per quanto oscura e indecifrabile. New York, alla fine degli anni Quaranta, per chi ancora vive e respira, e grazie a questi semplicissimi atti di ribellione rifiuta, addirittura nega, la micidiale meccanica dell’annientamento hitleriana, è il lacerante enigma di Dio, è il cono d’ombra dentro il quale scompaiono la sua razionalità e la sua bontà, è il sogno cieco, svuotato di ogni significato, di chi chiude gli occhi per sfinimento ma ha ormai perduto per sempre la capacità di addormentarsi. È in questa città insieme generosa, amica e incolore, tra queste strade sorelle ed estranee, nel ventre di case accoglienti e distanti che Isaac Bashevis Singer ambienta Ombre sull’Hudson, romanzo di cupo splendore, implacabile cronaca di una deriva esistenziale che è forse la sola eredità possibile per coloro che non si sono arresi alla morte. Attraverso una scrittura di straordinaria potenza espressiva, nel dettaglio dolorosissimo di ritratti psicologici compositi, dove la memoria delle atrocità di ieri si scontra con il bisogno quasi assoluto di oblio del presente, del momento vissuto qui e ora, e la sfiancante ricerca di Dio rischia di giungere fino al confine impossibile della sua negazione, fino alla selvaggia, scomposta, blasfema e razionale revoca in dubbio della sua onnipotenza, fino all’immaginazione febbrile e perversa che vede nel Dio degli ebrei l’accondiscendente spettatore della loro distruzione, un idolo sordo alle loro grida d’aiuto, alle loro suppliche, alle mani tese, alle candele accese, ai libri di preghiere consumati dall’uso, e ancora oltre, a un’idea di uomo che non ha più nulla di umano, Singer mette in scena la sconfitta di ogni speranza. “Penso […]. A donne torturate, bambini arsi. Non intendo l’aspetto morale del fatto, non sono così ingenuo. Ma mi interessa la psicologia: che cosa passa per la mente quando si infila un bambino in forno? Si dovrà pur pensare qualcosa; si deve persino trovare una giustificazione. Ma che cosa passa per la mente? Dopo, che cosa si dice alla moglie, alla fidanzata, ai genitori? Come fa un uomo a tornare a casa da moglie e figli e dire: oggi ho bruciato cinquanta bimbi? E che cosa risponde la moglie? A che cosa pensa un individuo del genere quando finalmente posa la testa sul cuscino? Vorrei soltanto sapere come funziona la mente di simili malvagi”. Continua a leggere L’ombra del fiume e della volontà di Dio

Una stoffa liscia e compatta

Recensione di “Golden Hill” di Francis Spufford

Francis Spufford, Golden Hill, Bollati Boringhieri

“Be’, i romanzi li detesto ancora. Continuano a sembrarmi dei tessuti composti da esagerazioni, semplificazioni, una dolcezza che falsifica; e adesso questa verità la conosco, per così dire, dall’interno, avendone scritto uno anch’io e verificato quali trucchi ed espedienti sono richiesti per tirare fuori un punto di vista parzialissimo, un panno sbrindellato più buchi che fili, e trasformarlo in quella che sembra una stoffa liscia e compatta”. Giunto quasi al termine del suo trascinante Golden Hill, lo studioso, il saggista prestato alla “finzione letteraria” Francis Spufford (autore, tra gli altri, dello splendido L’ultima favola russa, recensito qui), lascia che a parlare del suo lavoro sia uno dei personaggi cui ha dato vita, il quale, nel farlo, non solo si confessa autore del libro, ma, nel momento in cui decide di rivelare il suo segreto, critica con la massima asprezza, di più, rinnega la propria scelta. E così, ciò che fino a un momento prima, nelle mani del lettore, altro non era se non un complicatissimo puzzle, un enigma, un sottilissimo gioco di specchi, un paradosso, una spassosa commedia che a ogni passo rischiava di scivolare nella più terribile delle tragedie, e all’opposto un dramma dalle fosche tinte che celava se stesso dietro un insistito sberleffo, che di continuo si sottraeva alla vista mascherandosi da scherzo tanto crudele quanto ben congegnato, ecco che si compone in un disegno unitario, in un insieme che, come un pensiero filosofico giunto a piena maturazione, risolve ogni contraddizione trasformandola in dimostrazione. Continua a leggere Una stoffa liscia e compatta

Le spietate intemperie del linguaggio

Recensione di “Great Jones Street” di Don DeLillo

Don DeLillo, Great Jones Street, Einaudi
Don DeLillo, Great Jones Street, Einaudi

Un luogo e un non-luogo, una realtà e il suo contrario, ma anche una iperrealtà, uno spazio non identificabile eppure concreto dove si incontrano, compenetrandosi, le prospettive impossibili di incubi generati da un’immaginazione vertiginosa e insaziabile e i quotidiani orrori figli della peste oscura e onnipresente della modernità, le logiche predatorie di un presente che odora di fogna e Medioevo e le fughe impazzite, incoerenti, sature di ogni possibile follia, di chi non riesce a pensare ad altro che a sopravvivere. Questo spazio, questo esserci allo stesso tempo corporeo e metafisico, questo ente che sembra pensabile solo secondo categorie filosofiche e nonostante ciò risulta abitabile, capace di ospitare la vita (e finanche di proteggerla) nella sua scandalosa nudità, nel gelido disordine del nulla che custodisce senza neppure averne coscienza, ritagliato lungo gli imperfetti contorni di un trascurato monolocale newyorkese, è il centro di gravità di Great Jones Street, labirintico e scintillante romanzo di Don DeLillo denso di violentissima ironia, travolgente come la furia cieca delle Erinni e sterile e impotente come le cristalline verità di Cassandra, destinate ad appassire, ignorate dal mondo, sulle sue labbra maledette dal Dio.

DeLillo narra freneticamente, vorticosamente, costringendo la sua scrittura, il suo stile magnifico e lussureggiante, a rincorrere il precipitare del tempo verso l’annientamento – “Il male è un movimento in direzione del nulla” – a descrivere ciò che non ha descrizione, a indicare un domani di tenebra che senza sosta cresce all’ombra delle masse tumorali del nostro tempo, un domani che non ha senso né attendere né temere, perché, anche senza essersi ancora verificato, è in buona misura già accaduto.

Attraverso il suo protagonista, la giovane e famosissima rockstar Bucky Wunderlick, che nel pieno di una tournée con la sua band decide di abbandonare tutto e tutti e di esiliarsi in un minuscolo appartamento di Great Jones Street, New York, gelido (siamo in inverno) e privo di tutto, lo scrittore americano passa in rassegna le menzogne e le illusioni da cui siamo circondati e il loro denominatore comune, il linguaggio e le sue declinazioni. Se Wunderlick, e tutti coloro (manager, giornalisti, colleghi, scrittori alla disperata ricerca della fama, della gloria, dell’immortalità) che si affannano a stanarlo dal suo precario rifugio, simboleggiano l’idea del successo e le spaventose distorsioni che la sua realizzazione (non importa quanto parziale) porta con sé, quel che accade al giovane senza che egli ne sia in alcun modo responsabile è specchio di una deriva ben peggiore, di un crollo cui nulla può resistere e per il quale non esistono difesa o salvezza di sorta.

Ecco dunque che in una New York popolata quasi soltanto da relitti umani, violentata da escrescenze di intollerabile povertà che in ogni dove moltiplicano se stesse, che infettano come peste il tessuto della città, la lingua si prostituisce nei dialetti fitti d’interesse di loschi comitati d’affari che eleggono Wunderlick, reo di non dare importanza a nulla che lo riguardi, a elemento cardine dei loro business. È a casa del cantante, infatti, che viene recapitato un pacco, un pacco di grande importanza, contenente una droga nuovissima, qualcosa di mai sperimentato prima, una sostanza i cui effetti sono assolutamente dirompenti, così micidiali da interessare anche il governo degli Stati Uniti (che forse ha contribuito a produrla) e che, nell’imminenza della distribuzione sul mercato, si contendono diversi gruppi criminali.

In mezzo a una tempesta di offerte, minacce, richieste e preghiere, Wunderlick cerca senza successo di difendere la propria neutralità, preso d’assalto dai rumori del mondo, dalla finzione della parola scritta (impersonata dallo scrittore Fenig, impegnato a sperimentare nuovi “generi” letterari, dalla pornografia per bambini ai “racconti finanziari”), che al di là di sé e di ogni intrinseco significato brama esclusivamente l’inconsapevolezza dei lettori, il meccanico andirivieni di occhi privi di luce, a quella del ritorno al palcoscenico (sull’onda di testi del tutto privi di coerenza), fino alle lusinghe chimiche della droga che tutti vogliono, un preparato che colpisce proprio l’area del cervello deputata allo sviluppo della parola, rendendo il malcapitato consumatore incapace di produrre altro che inarticolati gorgoglii (e finendo per restituire alla lingua corrotta e morente, in un cortocircuito di sorprendente misericordia, una preverbale innocenza, forse l’unica possibile redenzione).

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Marco Pensante.

La celebrità esige ogni eccesso, intendo la celebrità vera, che è una fluorescenza divoratrice e non la sobria rinomanza degli statisti sul viale del tramonto o dei sovrani dal mento sfuggente.

La spietata invadenza del mondo

E.L. Doctorow, Homer & Langley, Mondadori
E.L. Doctorow, Homer & Langley, Mondadori

La disposofobia, disturbo ossessivo-compulsivo che spinge chi ne è affetto ad accumulare oggetti di ogni tipo (il più delle volte completamente inutili) senza più riuscire a disfarsene, è noto anche con un altro nome, un termine che non ha nulla a che fare con la fredda esattezza della nomenclatura medica ed è carico di quel fascino sottile, di quella forza quasi ipnotica di attrazione e coinvolgimento che sono proprie delle storie non comuni, degli eventi eccezionali, di quei fatti straordinari e unici che sconvolgono l’ordine della realtà al punto da superarla, germogliando oltre essa in forma d’aneddoto, cristallizzandosi come memoria condivisa, patrimonio, eredità: sindrome dei fratelli Collyer. Di Homer e Langley Collyer, rampolli di una benestante famiglia di New York, e della loro progressiva fuga dal mondo, di quel testardo, folle, malato, tragico eppure in qualche modo anche logico, razionale, conseguente, barricarsi dentro le mura della loro ampia ed elegante dimora prospiciente Central Park in compagnia di cianfrusaglie raccolte ai quattro angoli della città e di quintali di giornali, racconta, con accenti di rara intensità emotiva e una prosa attenta, meticolosa, cauta nell’esplorazione di psicologie fragili e complesse e suggestiva nella ricostruzione di un’importante stagione del nostro passato recente (la prima metà del XX secolo, segnata dalle grandi tragedie dei due conflitti mondiali), E.L. Doctorow nel romanzo Homer & Langley, opera di superba raffinatezza stilistica e insieme architettura letteraria dal multiforme, sfaccettato profilo. La “verità”, l’esattezza di quanto accaduto, gli eventi così come la cronaca li ha registrati, come spesso accade nella produzione di Doctorow, sono semplicemente elementi del suo scrivere, materia narrativa; non è dunque la testimonianza, il resoconto, il tratto distintivo di Homer & Langley, e allo stesso modo non lo è tutto quanto l’autore inventa, il frutto della sua creatività, l’abile lavoro di contaminazione dei dati oggettivi. E se è indubbio che il romanzo viva e risplenda nell’intersezione tra finzione e realtà, è altrettanto innegabile che proprio questa caratteristica moltiplichi i possibili piani di lettura e interpretazione della storia, che nel medesimo tempo si offre come originalissima biografia, dettagliata esposizione di una psicosi registrata in ogni sua fase e magistrale esercizio di stile. Così, è soltanto nelle sfumature di significato, nell’obliqua prospettiva dalla quale si considera tutto quel che è stato, nel cammino tortuoso del ricordo, nella dichiarata parzialità della confessione (voce narrante del romanzo è quella di Homer Collyer, che ripercorre la vita sua e del fratello dall’infanzia fino al terribile epilogo) che Homer & Langley si lascia scoprire in tutta la sua ricchezza; nelle infinite declinazioni di dolore, commozione e pietà che attraversano le sue pagine, nell’ineluttabile destino di sconfitta che attende i due fratelli e cui l’autore si avvicina in modo indiretto, caricando la sua scrittura di quel metafisico fatalismo che tramuta ogni asserzione in profezia (indimenticabili, in questo senso, l’inizio del libro, quando Homer descrive la sua cecità – “La mia vista non se n’è andata di colpo: è stata una lenta dissolvenza, come nei film. Quando mi spiegarono cosa stava succedendo, decisi di misurarlo, perché allora ero un ragazzo e mi appassionavo a tutto” – e i momenti in cui racconta l’abitudine dei genitori di far recapitare a casa, alla fine dei loro viaggi in giro per il mondo, curiosità di ogni tipo, quasi fosse, questa, una lontana avvisaglia, da nessuno compresa nella sua gravità, di quel che avrebbero sofferto lui e Langley: “I nostri genitori andavano all’estero per un mese all’anno […] il loro ritorno veniva preannunciato dagli oggetti contenuti nelle casse recapitate all’ingresso di servizio dalla Railway Express Company: antiche mattonelle islamiche, libri rari, una fontana di marmo, busti romani senza il naso o le orecchie, antichi armoires dall’odore fecale”); e, non ultimo, nel verificarsi dei grandi eventi della storia – in particolar modo la Grande Guerra, che Langley combatte e da cui torna irrimediabilmente minato nel fisico e nella mente – che a più riprese travolgono i due giovani finendo per distruggerne l’equilibrio e trasformando l’occasionale eccentricità di una sensibilità eccessiva nel patologico cortocircuito di un istinto di sopravvivenza considerato come unica possibile risposta alla spietata invadenza del mondo: “Quando Langley partì per la guerra […] io restai a casa, separato da mio fratello per la prima volta in vita mia. Era come se d’un tratto mi fossi tuffato nella mia giovane virilità indipendente. Che poco dopo venne messa alla prova, a causa dell’epidemia di influenza spagnola che colpì la città nel 1918, portandosi via i nostri genitori […]. Ai tempi dell’influenza, Langley, partito per la guerra in Europa con le Forze di spedizione alleate, era dato per disperso […]. Mi ero chiesto se fosse possibile che tutta la mia famiglia venisse spazzata via nel giro di un mese o due. Avevo deciso che non era possibile. Mio fratello non mi avrebbe mai abbandonato. C’era qualcosa nella sua visione del mondo, compiutamente formata sin dalla nascita, anche se forse rifinita e perfezionata al Columbia College, che gli conferiva l’immunità divina da un destino ordinario come la morte in guerra: erano gli innocenti che morivano, non quelli nati con il vantaggio di non avere illusioni”.

Romanzo splendido e straziante, dolcissimo e atroce, Homer & Langley è, prima di ogni altra cosa, un omaggio, un riconoscimento; la pazzia di questi due fratelli, ci dice Doctrow raccontandone l’infelice e oscura parabola, è manifestazione di una vitalità tenace, della continua, ostinata ricerca di un’alternativa a uno stato di cose che, nel suo essere dominante, nel suo essere espressione della maggioranza trionfante, si rivela tirannico. E, molto più spesso di quanto si creda, crudele fino alla disumanità.

Eccovi, invece dell’incipit, la descrizione di una teoria di Langley relativa ai limiti insormontabili dell’intelligenza umana e le conseguenze pratiche cui ha dato luogo. La traduzione, per Mondadori, è di Silvia Pareschi. Buona lettura.

Il progetto di Langley consisteva nel contare gli articoli di cronaca e archiviarli secondo la categoria: invasioni, guerre, stragi, incidenti d’auto, disastri ferroviari e aerei, scandali rosa, scandali ecclesiastici, rapine, omicidi, linciaggi, stupri, malefatte politiche con una sottocategoria per i brogli elettorali, reati della polizia, crimini della malavita, truffe finanziarie, scioperi, roghi di casamenti popolari, processi civili, processi penali, e così via. C’era una categoria a parte per i disastri naturali come epidemie, terremoti e uragani. Non le ricordo tutte. Langley mi spiegò che alla fine – non disse quando – avrebbe avuto sufficienti prove statistiche per circoscrivere i risultati agli avvenimenti definibili, per la loro frequenza, come manifestazioni fondamentali del comportamento umano. Dopodiché, grazie a ulteriori confronti statistici, avrebbe ottenuto un modello fisso in base al quale stabilire quali articoli andassero in prima pagina, quali in seconda, e così via. Anche le fotografie andavano commentate e scelte per la loro tipicità, ma questo, ammetteva, era difficile. Forse non avrebbe usato fotografie. Era un’impresa colossale, che lo teneva occupato parecchie ore al giorno. Correva fuori a compare tutti i giornali del mattino, e più tardi quelli della sera, e poi c’erano i quotidiani finanziari, le pubblicazioni erotiche, quelle che trattavano dei vaudeville e dei fenomeni da baraccone, e così via. Voleva fissare la vita americana in un’unica edizione, quello che definiva il giornale di Collyer senza data, eternamente attuale, il solo giornale di cui la gente avrebbe avuto bisogno. «Per cinque centesimi» diceva Langley, «il lettore avrà un ritratto a stampa della nostra vita sulla terra. Gli articoli non conterranno i dettagli troppo specifici che si trovano nei soliti giornalacci, perché le vere notizie sono quelle delle Forme Universali, di cui ogni dettaglio specifico non costituisce che un esempio. Il lettore sarà sempre aggiornato, al corrente dei fatti».

Gatsby: attratto dall’irrealizzabile

Recensione di “Il grande Gatsby” di Francis Scott Fitzgerald

Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby, Einaudi
Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby, Einaudi

Chi è davvero Jay Gatsby? Un impostore? Un contrabbandiere privo di scrupoli? Oppure un affascinante giovane di successo che abita in una casa da sogno nei pressi di Long Island e organizza feste splendide cui partecipa tutto il bel mondo newyorkese? Chi è veramente quest’uomo enigmatico, che sembra aver fatto ogni genere di esperienza e nonostante ciò trascorre la propria vita in una trasognata ingenuità fanciullesca, attratto, come da un canto di sirena, esclusivamente dall’irrealizzabile? Quali che siano le sue origini, o il segreto della sua immensa ricchezza (accidenti che poco o punto hanno a che fare con un’esistenza battezzata nel desiderio, tiranneggiata dall’emozione e segnata dalla sconfitta), Jay Gatsby, l’indimenticabile antieroe protagonista de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, più che il ritratto di una generazione perduta è il simbolo di un naufragio universale, l’incarnazione tragicamente perfetta della fragilità inguaribile della natura umana, della sua consapevole rinuncia all’innocenza. Nel raccontare il sogno incorruttibile ma spento, vizzo, di uomo che ha consacrato ogni istante della vita al riscatto di sé e all’amore per una fanciulla bellissima e “sbadata” (termine che nella prosa aerea e in pari tempo vigorosa dell’autore americano ha il carattere di un j’accuse lucidissimo e brutale: “Erano gente sbadata […]”, scrive a proposito della donna amata da Gatsby e del marito, ma il lettore comprende bene quanto questo impietoso disegno di carattere stringa a sé, in un abbraccio disperato, generazioni intere, “sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia sbadataggine o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto…”), Fitzgerald ci introduce, come fosse il più esperto e raffinato degli anfitrioni, in un’età dell’oro opulenta, grassa, scintillante di meraviglie ma effimera, evanescente; un teatro di posa dove ciascuno è chiamato a recitare la propria parte, dove la finzione è l’unica verità a disposizione e l’egoistica soddisfazione delle proprie necessità il solo comportamento socialmente approvato. In questo mondo alla rovescia che si specchia vanesio in se stesso e si consuma in una corruzione febbrile e insensata senza neppure accorgersi della propria decadenza si ritrova d’improvviso Nick Carraway, voce narrante del romanzo, onesto rampollo di un’agiata famiglia del Middle West. Giunto a New York dopo la laurea per lavorare in Borsa, Nick, cugino alla lontana dell’ereditiera Daisy Fay – la ragazza che Gatsby conobbe prima di partire per la Grande Guerra, di cui si innamorò, alla quale si promise (proprio come lei si promise a lui) ma che non riuscì a raggiungere a conflitto terminato e ritrovò moglie dell’arrogante milionario Tom Buchanan – va a vivere in un modesto villino proprio accanto alla magnifica residenza di Gatsby. Dal suo privilegiato punto d’osservazione, egli assiste con stupore ai continui ricevimenti dati dal suo enigmatico vicino di casa, che tutti conoscono ma che nessuno, o quasi, pare aver mai visto e su cui si raccontano ogni sorta di leggende, finché non riceve un invito ufficiale.

Comincia così, con l’imbarazzata partecipazione di Carraway a un party di cui non ha mai neppure sospettato l’uguale, l’amicizia tra lui e Gatsby; un rapporto singolare, fatto di confessioni e menzogne, di repulsione e affetto (Gatsby incarna tutto ciò che Carraway avversa, a partire dall’incredibile ricchezza dell’uomo, esibita con studiata trascuratezza, con una noncuranza irresponsabile e fastidiosa), di continui avvicinamenti e allontanamenti, di un vorticare di opposte passioni che testimonia lo smarrimento del giovane Nick, lo spaesamento della sua sincerità semplice e cristallina, virtù a dir poco inopportuna in quel contesto. A Nick, avvicinato proprio perché parente di Daisy, Gatsby racconta il suo amore infelice e la sua ferma volontà di ingannare il tempo, di tornare al passato, a quel momento, vissuto cinque anni prima, nel quale i due amanti si erano giurati fedeltà, per ricominciare. Come se niente fosse accaduto da allora, come se il matrimonio di Daisy, proprio come l’immensa fortuna di Gatsby, non fossero che cose di nessuna importanza. E a quel giovane, che, conquistato dall’assolutezza di quell’amore impossibile, si sente in dovere di ammonire Gatsby, di provare a salvarlo da quel suo folle desiderio e dalle conseguenze che potrebbe scatenare – “Non si può ripetere il passato”, afferma con calore – quest’ultimo replica con sprezzante sicurezza: “Non si può ripetere il passato? Certo che si può”. Ma l’amore, anche il più puro, anche il più innocente, in quell’ambiente saturo di egocentrismo e finzione non è che una pallida eco di sé: così Gatsby, nella sua pretesa di riavere per sé Daisy, insinua il germe del tradimento nel matrimonio tra lei e Tom, e Tom, che non si è mai fatto scrupolo di avere amanti (nel romanzo seduce la moglie di un meccanico, che sarà l’involontario strumento della definitiva rovina di Gatsby), di colpo si ritrova a patire sofferenze che fino a quel momento ha spensieratamente inflitto. E colpito, reagisce nel solo modo che conosce, con perfida vigliaccheria. Così nessuno, in questo circolo esclusivo di colpevoli e peccatori, se la cava senza danno, anche se a pagare il prezzo più alto è Gatsby, più debole dei suoi avversari perché, almeno in parte, sincero, autentico.

Il grande Gatsby è un romanzo magico e terribile, difficile da dimenticare. Nelle poche pagine che lo compongono Fitzgerald riesce a rappresentare, nel tramonto di una singola vita, il declino della vita di ciascuno e di tutti. La sua scrittura acuta e riflessiva, sussurrata, pudica e nonostante ciò straordinariamente incisiva, è una preziosa, splendida eredità letteraria e umana.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Fernanda Pivano. Buona lettura.
Negli anni più vulnerabili della mia giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. – Quando ti vien voglia di criticare qualcuno – mi disse, – ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu. Non disse altro, ma eravamo sempre stati insolitamente comunicativi nonostante il nostro riserbo, e capii che voleva dire molto più di questo.

Alla ricerca di Dio nella terra dei goyim

 

L’eccitata fantasia di un bambino, la sua sensibilità nervosa, fiammeggiante, che di ogni esperienza disegna arabeschi e intanto immagina, interpreta, sogna il progressivo formarsi del mondo. E la voce dei genitori; il soffio caldo e rassicurante della madre, poi l’autorevole timbro paterno, ragione di tutto quel che accade e principio stesso della vita. Lungo i confini di questo orizzonte semplice, elementare (patrimonio prezioso e condiviso della prima età dell’uomo), premono, come barbari eserciti invasori, il dolore del mondo e il suo irrazionale procedere: la Grande Depressione che travolge gli Stati Uniti d’America, la contemporanea presa del potere da parte di Adolf Hitler in Germania, lo strisciante diffondersi del veleno antisemita da una parte e dallaltra dellAtlantico. David Lurie, protagonista dell’intenso romanzo di formazione di Chaim Potok intitolato In principio, vive questi sconvolgimenti come altrettante tappe della sua tormentata crescita personale; protetto dai familiari, ebrei polacchi immigrati a New York, circondato dalla rigida ritualità della comunità religiosa cui appartiene, segnato, specie durante l’infanzia, da una serie di problemi di salute (conseguenza di una fortuita caduta della madre, inciampata sulle scale di casa mentre stava tornando dall’ospedale con il piccolo in braccio), David, nei suoi primi anni, sperimenta in forme diverse la sofferenza, il senso di colpa, l’umiliazione e la paura, quasi che la vita volesse in qualche modo prepararlo ai colpi più duri: il crollo borsistico del 1929 e l’incubo nazista. Nella sua memoria restano indelebilmente impressi questi “incidenti” – il canarino amato dalla madre volato via dalla finestra che aveva lasciato aperta; il cane di una vicina, da lui scacciato perché si era avvicinato troppo alla culla nella quale dormiva il fratellino, finito in mezzo alla strada e investito da un’auto; l’odio di Eddie Kulanski, un ragazzo del quartiere che detestava gli ebrei “con quella sorta di rabbia folle e demoniaca che per me rimane incomprensibile […] ancora oggi. Aveva solo sei anni, ma il suo odio portava il marchio di un millennio. Qualche mese prima del mio sesto compleanno per poco non mi uccise accidentalmente”; ed è su questi traumi che la sua personalità poco alla volta si forma. I concetti di bene e male, la realtà di Dio che emerge, come da una fitta nebbia, dallo studio dei testi sacri, dalla stretta osservanza delle feste, dalla chiara voce del rabbino in sinagoga, la scoperta allo stesso tempo esaltante e amara dell’amicizia, l’amore e il suo opposto, estremi di cui sembra intessuta l’anima di ogni ebreo, in qualsiasi parte del mondo egli si trovi, la terra prossima e sconosciuta dei goyim, i non ebrei, assieme ai quali David vive giorno dopo giorno senza tuttavia mai mescolarcisi davvero, la sua ortodossa purezza, rivendicata con orgoglio dagli “adulti” ma percepita come un fardello dal suo cuore di bimbo; è una marea montante di situazioni, e di conseguenti impressioni, quella che investe il giovanissimo David, e che egli racconta, come in un diario, cercando un possibile senso (forse lunico senso possibile) in una sentenza del Midrash: “Gli inizi sono sempre difficili”.
E appunto a un nuovo, terribile inizio, il crack finanziario che mette in ginocchio il Paese costringe il fiero padre di David (“Prima che il nostro mondo andasse in pezzi e affondassimo nel decennio della Depressione, abitavamo in una bella via, ampia e alberata”), proprio come la tragedia della Shoah, del sistematico sterminio di milioni di ebrei – cui la famiglia di David assiste impotente dall’America, nutrita di speranza e d’illusione e insieme consumata nell’attesa febbrile di notizie dei parenti rimasti in Polonia – mette i sopravvissuti di fronte a un’unica alternativa: ricominciare, tornare alla vita per non soccombere definitivamente all’annientamento. L’inizio, un inizio differente da quello degli anni d’infanzia, attende anche David ormai adulto, che con coraggio compie le proprie scelte, e, alla ricerca della “verità” (sul suo popolo e dunque su se stesso), di una prospettiva più ampia, più articolata di quella che può offrirgli il suo ambiente di riferimento, decide di studiare anche la Bibbia, il testo sacro dei goyim. In conflitto con la famiglia per questo suo proponimento, isolato dalla comunità, David affida a dolenti sfoghi personali il proprio bisogno di comprensione, la propria ansia di conoscenza, la propria sete dassoluto: “La Torah non è la parola di Dio rivelata a Mosè sul Sinai. Ma non si tratta nemmeno di storie per bambini o favole o leggende, oppure miti che abbiamo mutuato dai pagani. Io la amo […].  Voglio scoprire che cos’è. Sono pazzo? Devo cercare nel mondo profano nuovi strumenti per scoprire che cos’è. Il mio mondo ortodosso detesta quegli strumenti e ne è terrorizzato. Capisci? C’è qualcuno che capisce […]? Voglio conoscere la verità sugli inizi del mio popolo”. Abbracciare la vertigine della libertà ed esserne pienamente responsabile è il nuovo, difficilissimo inizio di David Laurie.
Come in altri suoi romanzi, Potok narra con accenti vigorosi e commossi la contraddittoria bellezza di un microcosmo ricchissimo di cultura e di storia; egli osserva il proprio mondo con fedeltà piena e sincero amore, ma non con la cieca obbedienza del soldato. David, proprio come altri indimenticabili eroi dello scrittore e rabbino americano (su tutti, il Danny Saunders di Danny l’eletto, già trattato in questo blog), vive pienamente la propria appartenenza, godendone i frutti ma anche mettendola in discussione quando lo ritiene indispensabile; egli comprende l’isolamento cui il popolo ebraico si è condannato per resistere “all’odio del mondo” ma si domanda, senza sosta, se questa sia davvero la sola risposta possibile. E non teme di cercarne altre, quale che sia il prezzo da pagare.
Eccovi l’inizio del romanzo (la traduzione, nell’edizione Garzanti, collana Gli Elefanti, è di Mara Muzzarelli). Buona lettura.
Gli inizi sono sempre difficili.
Ricordo che mia madre mi mormorò queste parole una volta che ero a letto con la febbre. «I bambini si ammalano spesso, tesoro. Succede, ai bambini. Gli inizi sono sempre difficili. Presto starai bene».
Ricordo che una sera scoppiai a piangere perché non ero riuscito a capire un passo difficile di un commentario biblico. A quel tempo avevo circa nove anni.
«Vuoi capire tutto immediatamente?», domandò mio padre. «Tutto così? Hai cominciato a studiare questo commentario solo la settimana scorsa. Gli inizi sono sempre difficili. Lo studio richiede molta applicazione. Leggilo e rileggilo ancora».
L’uomo, che negli anni successivi mi guidò negli studi, mi accoglieva calorosamente nel suo appartamento e quando eravamo seduti alla scrivania mi diceva con la sua voce gentile: «Sii paziente, David. Il Midrash dice: “Gli inizi sono sempre difficili”. Non puoi inghiottire tutto il mondo in una volta sola».

Ora lo ripeto a me stesso quando mi trovo di fronte a una nuova classe all’inizio dell’anno scolastico oppure sto per cominciare un nuovo libro o un articolo. Gli inizi sono sempre difficili. Insegnare come faccio io è particolarmente difficile, perché tocco i sensibili nervi della fede, gli inizi delle cose. Spesso gli studenti ne sono scossi. Ripeto loro ciò che fu detto a me: «Siate pazienti. State imparando un nuovo modo di comprendere la Bibbia. Gli inizi sono sempre difficili». E a volte aggiungo quello che ho imparato per conto mio: «Specialmente un inizio che vi create da soli. Quello è il più difficile di tutti».

C’era una volta a New York

 

Non lontano dai quartieri più ricchi, con i suoi sofisticati riti, gli appuntamenti eleganti, le riunioni d’affari e le colte serate a teatro, la New York del XIX secolo cela un angolo d’inferno. I suoi quartieri periferici – per la precisione l’area dei Five Points – sono un territorio selvaggio, primordiale, incontrollato e feroce dove case e palazzi, quasi tutti ridotti a ruderi, sembrano più tracce di una civiltà scomparsa che testimonianza orgogliosa della presenza di una società organizzata, e della città che ha saputo costruire. È qui, tra queste strade appena abbozzate e cariche di ogni genere di sudiciume dove il solo linguaggio conosciuto è la violenza (inflitta e subita per abitudine, per gioco, per noia, ma spesso anche per interesse), che nascono le prime gang criminali di New York; in un certo è qui, in questo luogo così sorprendentemente reale da apparire leggendario, che nasce la città stessa. Qui, nella lotta tra fuorilegge divenuti, per la spietatezza del loro agire o solo per certe eccentricità di carattere, figure quasi mitologiche, di cui si raccontano le gesta con infantile entusiasmo e insieme con timore quasi superstizioso; qui, nella confusa, spesso tragica ma inarrestabile epopea delle ondate migratorie, che ha visto approdare in questa terra nuova, vergine e letale al pari di una giungla, irlandesi, italiani, polacchi, ebrei e tanti altri ancora; qui, nei traffici illeciti e nei compromessi innominabili di una politica priva di scrupoli e legata a filo doppio con le bande che controllano il territorio, impongono la loro legge e governano e sovrintendono ogni commercio; qui, dove la religione dei predicatori e degli uomini di Dio, berciata a squarciagola da pulpiti improvvisati, ha i medesimi accenti delle urla sguaiate degli avventori alle mescite di birra.
A raccontare questo mondo in costante fermento, forgiato nel sangue delle battaglie di strada eppure non privo di un suo ordine morale, di un suo indirizzo etico, di un codice di comportamento in base ai quali i criminali si guardano bene dal negare quel che sono (anzi, lo rivendicano a gran voce) e ancor più dal sottrarsi alle conseguenze di quel che fanno, siano esse la vendetta di un nemico o di un clan rivale, o la “giustizia” di polizia e magistratura, è il giornalista Herbert Asbury in un saggio che ha i colori del più eccitante tra i romanzi d’avventura, Le Gang di New York (in Italia edito da Garzanti). Per quanto datato – il libro di Asbury è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1927 – il saggio, che ha ispirato l’omonimo film del 2002 diretto da Martin Scorsese, si legge con estrema facilità (e con altrettanto piacere). La cronaca dei fatti è asciutta, la ricostruzione storica, così come quella d’ambiente, dettagliata, il disegno dei personaggi allo stesso tempo preciso ed evocativo, capace sempre di suggestionare, e lo stile limpido, scorrevole. Proprio come le storie raccontate ai bambini per farli addormentare, le pagine di Le Gang di New York prima catturano la curiosità del lettore, invitato a guardare com’era, negli anni della sua “infanzia”, la città forse più famosa al mondo, poi lo spaventano fino a terrorizzarlo presentandogli tipacci del calibro di Albert E. Hicks, gangster e ladro indipendente, Bill Poole, sinistramente soprannominato “Il Macellaio”, il suo nemico giurato John Morrissey (che in un’occasione venne da Poole picchiato quasi a morte) e gang come i Bowery Boys, i Dead Rabbits e i Whyos il cui unico credo era la devastazione – a proposito di questi ultimi, Asbury scrive che sono stati “la più malvagia accozzaglia di malviventi, assassini e ladri che abbia mai operato nella metropoli – e infine, con accenti quasi nostalgici, descrive gli ultimi fuochi del tempo dei gangster, il tramonto della loro epoca maledetta ed eroica.
Le Gang di New Yorkè un saggio storico che ha il ritmo incalzante di un’inchiesta giornalistica e il tono spavaldo di un romanzo pulp. È un libro davvero originale, che merita di essere letto; è una galleria di tipi criminali unica, un tesoro da collezionisti. Per dimostrarvelo, eccovi un paio di ritratti di cattivi “da antologia . Buona lettura.
Un altro membro illustre degli antichi Whyos, prima dell’epoca di Driscoll e Lyons, fu Dandy Johnny Dolan, che non era solo un eminente lottatore di strada ma anche un vero specialista in fatto di furti nei solai e un ladro di raro talento; per lui niente era troppo prezioso o troppo insignificante da non poter essere rubato. Gli altri gangster lo consideravano una sorta di cervellone perché aveva perfezionato la tecnica di cavare gli occhi; si dice che avesse creato uno strumento, fatto di rame e fissato al pollice, che svolgeva questo compito in modo rapido e pulito. La sua invenzione venne utilizzata con grande successo dai Whyos quando lottavano con altre bande. Gli si attribuiva anche il merito di aver conficcato frammenti di un’affilata lama da accetta nelle suole dei suoi stivali da combattimento, in modo che quando stendeva un avversario e poi lo calpestava otteneva risultati tanto cruenti quanto definitivi. Ma solitamente Dandy Johnny non portava gli stivali da combattimento. Si proteggeva i piedi con calzature fatte ad opera d’arte perché, Beau Brummel della malavita dell’epoca, era incredibilmente pignolo nella scelta dell’abbigliamento e nella cura della sua persona. In nessun caso, nemmeno per prendere parte a una rissa o a una razzia che promettesse un ricco bottino, si mostrava in pubblico prima di aver debitamente cosparso di brillantina i capelli e aver elegantemente arricciato e unto il ciuffo sulla fronte.
Nel corso della sua carriera come capo gang Monk adottò una ventina di pseudonimi […]. Apparentemente il suo vero nome era Edward Osterman […]. Ben presto abbandonò il negozio per venire a New York, dove assunse il nome di Edward Eastman e scese rapidamente fino al suo naturale livello sociale. A metà degli anni Novanta cominciò a salire alla ribalta come sorvegliante della New Irving Hall, e si dice che sia stato più feroce di Eat ’Em Up Jack McManus che stava passando alla storia rivestendo una carica simile nella Suicide Hall e al New Brighton. Eastman svolgeva le sue mansioni portandosi dietro un enorme randello, oltre ad avere un manganello infilato nella tasca laterale e le mani ornate da tirapugni. Nell’usare queste armi era straordinariamente efficace e in caso di emergenza poteva brandire una bottiglia di birra o un tubo di piombo con una destrezza che rasentava il virtuosismo. Era anche un buon pugile e un avversario formidabile nelle risse pur non superando il metro e sessantacinque e i sessantotto chili.

Dopo meno di un anno di carriera aveva rotto diverse decine di teste e si vantava del fatto che, durante i suoi primi sei mesi come sorvegliante della New Irving, cinquanta uomini oggetto delle sue attenzioni avevano richiesto le cure di un medico; in realtà le sue aggressioni con lo sfollagente divennero talmente frequenti che i gioviali autisti delle ambulanze del Bellevue Hospital ribattezzarono il reparto incidenti «Padiglione Eastman». Ma restava comunque un gentiluomo; era orgoglioso di non aver mai colpito una donna con il suo manganello, indipendentemente da quanto lei lo infastidisse. Quando era necessario castigare una signora per le sue cattive maniere, si limitava a farle un occhio nero con un pugno. 

Una donna di nome Edith

Recensione di “L’età dell’innocenza” di Edith Wharton

Edith Wharton, L'eta dell'innocenza, Corbaccio
Edith Wharton, L’eta dell’innocenza, Corbaccio

Quel che colpisce maggiormente, in Edith Wharton, è la piena sincerità della scrittura. Nei suoi romanzi, infatti, l’autrice presenta se stessa e le sue convinzioni senza mascheramenti, senza paure. Prima di ogni altra cosa, le sue pagine sono coraggiose, nobili. Ne L’età dell’innocenza, una delle sue opere più famose, l’autrice narra l’amore intensissimo e “impossibile” tra Ellen Olenska e Newland Archer – ostaggi delle rigide e spesso ipocrite convenzioni dell’alta società newyorkese di fine Ottocento di cui fanno parte – e nel farlo si scaglia, colma di sdegno e rabbia, proprio contro quelle regole, e contro la soffocante organizzazione sociale che ne deriva.

Le eroine del romanzo, Ellen e May (la fidanzata “ufficiale” di Newland), opposte per carattere, non certo per coraggio e tenacia, incarnano gli estremi del mondo dorato nel quale si muovono i personaggi dell’opera (e da cui la stessa Wharton proviene); da una parte una donna bellissima, il cui carattere fiero e alieno dai compromessi suscita sospetto, quando non aperta riprovazione e scandalo; dall’altra una giovane altrettanto affascinante, perfettamente inserita nel proprio contesto, ammirata da tutti, pronta a lottare con ogni mezzo per difendere, assieme alla propria rispettabilità, il suo amore, attratto (e spaventato) dallo splendore di Ellen, ma ancor più dal suo insopprimibile desiderio di libertà e dalla volontà di assecondarlo, di favorirlo. In mezzo a loro, il giovane Newland Archer, a tal punto schiavo del proprio luminoso avvenire da non reggere la vertigine di una possibile nuova vita con Ellen.

Raffinato, appassionato, lacerante, L’età dell’innocenza è un’autentica meraviglia letteraria. Non mancate di leggerlo.
P.S. Da questo romanzo Martin Scorsese ha tratto uno dei suoi film più belli. Guardatelo se non l’avete già fatto, ma sempre seguendo la vecchia regola: prima il libro.
Eccovi l’incipit, buona lettura.
Una sera di gennaio, verso l’anno 1870, Cristina Nilsson cantava nel Faust all’Accademia musicale di New York. A quell’epoca si cominciava già a parlare della costruzione, sempre in città ma in una zona lontana, oltre la Quarantanovesima Strada, di un nuovo Teatro dell’Opera, che avrebbe gareggiato con quelli delle grandi capitali europee per il suo costo e splendore; tuttavia il mondo elegante si accontentava ancora di riunirsi, ogni inverno, nei palchi rossi e d’oro un po’ logori della vecchia, accogliente Accademia. I conservatori l’avevano cara perché, piccola e scomoda com’era, non costituiva un richiamo per la «gente nuova» che New York cominciava a temere ma che continuava a sedurla; i sentimentali erano attaccati all’Accademia per i suoi ricordi storici, e gli amanti della musica per la sua eccellente acustica, qualità sempre assai problematica nelle sale costruite per audizioni musicali.