“Lo alleveremo”

Recensione di “L’animale d’allevamento” di Oe Kenzaburo

Oe Kenzaburo, L’animale d’allevamento, Il Sole 24 Ore

«Finché non sapremo che cosa ne pensano in città, lo alleveremo». Così un padre risponde al proprio figlio, curioso di sapere cosa accadrà a un prigioniero di guerra, un soldato americano di colore precipitato con il suo aereo nei pressi di un villaggio giapponese fino a quel momento mai toccato dai bombardamenti. Il villaggio non è che un misero gruppo di case circondato da una natura rigogliosa e indifferente; la città qualcosa di lontano e sfuggente, una realtà circondata di nebbia, da immaginare, così come figure prossime all’inconsistenza sono gli adulti, presenze fantasmatiche impegnate nel lavoro, nell’elaborazione di strategie di sopravvivenza, chiuse in silenzi misteriosi. In quel luogo che pare sospeso nel tempo, dunque, dove la tragedia della guerra giunge come un’eco lontana, come un racconto fiabesco capace a un tempo di affascinare e atterrire, a dominare sono i bambini. È il loro sguardo a “spiegare” quel che accade, sono le loro parole a rendere “veri” i fatti, è ciò che i loro cuori e le loro menti trasfigurano a vestirsi d’autenticità; sono perciò i giochi dei più piccoli – come per esempio la caccia ai cani selvatici – a “narrare” la guerra, ad avvicinare l’indicibile esperienza della morte, a sfiorarla, sono le loro riflessioni a dare espressione (e forse persino senso, per quanto distorto) a ciò che i grandi affrontano magari con coraggio ma senza comprensione alcuna, e sono i loro comportamenti, le loro reazioni, a illuminare ogni cosa. E bambino è la voce narrante del racconto L’animale d’allevamento dello scrittore giapponese Oe Kenzaburo (premio Nobel per la Letteratura) vincitore del prestigioso premio Akutagawa.
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Ikuogiona e la voce di Dio

Oe Kenzaburo, Il salto mortale, Garzanti
Oe Kenzaburo, Il salto mortale, Garzanti

Tokyo, 20 marzo 1995. Alcuni membri della setta religiosa Aum Shinrikyo, fondata otto anni prima da Shoko Asahara, disperdono nei sotterranei della rete metropolitana cittadina un gas nervino letale, il sarin. Il loro gesto ha tragiche conseguenze: dodici persone innocenti muoiono e altre seimila rimangono intossicate. Prende le mosse da questo sconvolgente caso di cronaca Il salto mortale di Oe Kenzaburo (il primo romanzo del grande autore giapponese successivo al conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 1994), ma fin dal principio se ne allontana, relegando i fatti, la realtà, a indistinto sfondo di una vicenda costruita come un serrato confronto dialettico sul rapporto tra il divino e l’umano, sul senso e l’importanza della fede, sulla vita, la morte, l’amore, la libertà e il coraggio di sceglierla. L’ombra del fanatismo e del delirio di onnipotenza e distruzione (due facce di un’identica medaglia) che porta con sé, la costernazione e il dolore di un intero Paese, messo in ginocchio dalla follia di Asahara e dei suoi seguaci, attraversano la prosa quieta e lenta di Oe, satura di dettagli nelle descrizioni d’ambiente, attenta a ogni più piccola sfumatura nel disegno dei corpi, dei volti, e torrenziale e instancabile nei dialoghi diretti (vera e propria spina dorsale del romanzo), come una cicatrice, come un ricordo impossibile da eliminare, come un sordo rimorso di coscienza. Lo sguardo di Oe Kenzaburo, allo stesso tempo carico di ironia e disperazione, emerge nitido dalla sua scrittura orfana di consolazione e verità e si specchia nella contraddittorietà dei personaggi cui dà vita, tutti colti in un momento di transizione, congelati in una dimensione di incompletezza, di parzialità, di colpevole imperfezione che si fa simbolo della fragile condizione esistenziale del nostro tempo. L’intreccio stesso del romanzo è una congiunzione di opposti, un sovrapporsi di differenze, un delirante incrociarsi di distinzioni che altro non rappresentano se non la natura invincibile del caos all’interno del quale ci sforziamo di vivere: un movimento religioso (assai simile all’Aum Shinrikyo) che predica l’imminente fine del mondo e si pone come scopo la promozione del pentimento di massa, viene improvvisamente abbandonato dai due fondatori (conosciuti con gli appellativi-simbolo di Maestro e Guida), che un giorno decidono di rinnegare il loro operato definendolo nient’altro che un’impostura. Questo clamoroso gesto (il “salto mortale” del titolo), resosi necessario, secondo i due leader, per evitare che l’ala più radicale e intransigente della loro “chiesa” provasse ad accelerare l’ora della distruzione di ogni cosa compiendo una serie di gravissimi attentati terroristici (che comprendevano anche l’attacco ad alcune centrali nucleari), è il passo d’avvio di una tormentata ricerca della verità da parte di alcune persone – Kizu, un anziano pittore malato di cancro; Ikuo, un ragazzo di cui l’artista si innamora, ossessionato dalla “voce di Dio” udita in giovanissima età e mai più ritrovata; Ballerina, una fanciulla, che, conquistata dalla personalità e dagli insegnamenti di Maestro, rinuncia alla danza, la più grande passione della sua vita; Ogi, un altro ragazzo, talmente inesperto della vita da venir soprannominato Gioventù Innocente – attratte dalla setta e dalla figura del suo fondatore.

Oe, finissimo conoscitore della cultura occidentale, guida il lettore in questo viaggio nella spiritualità (o meglio, nell’ansia, nel bisogno di spiritualità, di trascendenza, che è in ognuno di noi) offrendo, come possibile antidoto ai suoi dubbi, al beffardo cinismo di cui veste la sua incredulità, al baratro spalancato dai suoi spietati giudizi sulla contemporaneità – “Dopo Chernobyl, il governo e le varie compagnie elettriche hanno dichiarato che qui da noi incidenti nucleari di simile portata non si potranno mai verificare […]. L’opinione pubblica ha reagito con grande sollievo […]. Del resto noi giapponesi ci fidiamo ciecamente dei mezzi di informazione e della tecnologia che il sistema controlla – Dante e la sua poetica odissea, le liriche di R.S. Thomas, poeta gallese ed ecclesiastico della Chiesa Anglicana, le riflessioni di Kierkegaard, filosofo e uomo di Dio, linfiammato fervore religioso di Dostoevskij (a più riprese è citato uno dei suoi massimi capolavori, I fratelli Karamazov), i Vangeli e la Bibbia, e in particolar modo il Libro di Giona, che per Ikuo (a un certo punto della narrazione soprannominato Ikuogiona) è la rappresentazione ideale del suo rapporto interrotto con il Signore e del suo intenso desiderio di riallacciarsi a lui, anche per ribellarsi alla sua volontà e ai suoi decreti, proprio come fece il Giona biblico. In questo labirinto di domande senza risposta, in questo palpitare di pensieri e nel loro definitivo spegnersi nel pallido sincretismo religioso dei sermoni di Maestro (che a dieci anni di distanza dal “salto mortale” intende fondare una nuova chiesa), il romanzo di Oe si fa denuncia della nostra sostanziale povertà ideale e della nostra umanità ridotta a brandelli, e insieme presagio di una stagione di sofferenza che se è farsa nella vuota predicazione millenaristica di improvvisati messia è invece ineludibile verità dell’oggi e ancor più del domani incombente, e chiama ciascuno di noi non all’egocentrica sterilità del pentimento ma alla matura assunzione di responsabilità della vigilanza.

Eccovi, invece dell’incipit (la traduzione del romanzo, per Garzanti, è di Gianluca Coci), un brano di Kierkegaard sulla natura della fede.

«Senza rischio non esiste la fede. La fede è precisamente la contraddizione tra l’infinita passione nell’intimo dell’individuo e l’incertezza oggettiva. Se fossi capace di comprendere Dio oggettivamente, non potrei credere, ma proprio perché non sono in grado di fare ciò allora devo credere. Se voglio preservare la mia fede, devo stare sempre attento a serbare inalterata l’incertezza oggettiva, come se mi trovassi sopra acque profonde oltre settantamila braccia e, malgrado ciò, riuscissi a non perdere la fede»

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Una successione di leggere variazioni

Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti
Oe Kenzaburo, Il bambino scambiato, Garzanti

L’oggi è un tempo sospeso, un battito di ciglia in un rincorrersi continuo di slittamenti temporali, di ricordi che ne evocano altri, di particolari che si svelano d’improvviso e illuminano il presente di una luce nuova, di un significato prima di allora neppure immaginato. L’oggi è una variazione incessante, un ininterrotto vibrare, un mutare impercettibile; è il fluire dell’acqua, un’illusione d’identità sgretolata nel processo infinito del divenire. Per questo l’oggi ci sfugge, non si rivela se non parzialmente, non si conosce se non in modo imperfetto; per questo è indispensabile provare a leggerlo, a interpretarlo, ad abbracciarlo facendo ricorso a ogni risorsa del pensiero, esplorando il territorio di ogni sapere, sforzandosi di parlare tutte le lingue. E tutte le lingue, con sfumature ora tragiche, ora grottesche, ora sature di passione, ora pudicamente disilluse, ora travagliate dal dubbio e dell’incertezza, ora aperte alla speranza, schiuse all’idea di miracolo, parla lo scrittore giapponese Oe Kenzaburo, premio Nobel per la letteratura nel 1994, nel romanzo Il bambino scambiato, viaggio etico-politico-filosofico (autobiografico e nel medesimo tempo universale) nel mistero della morte e della vita. Oe attinge in gran copia alle proprie esperienze e sulla sua persona modella il carattere di uno dei protagonisti della vicenda, l’affermato scrittore Kogito (il cui nome è un dichiarato omaggio all’io pensante e per ciò stesso esistente elaborato da Cartesio e riassunto nella celeberrima sentenza latina cogito ergo sum); e di nuovo guarda a se stesso e alla sua vita nel tratteggiare l’altra figura centrale del romanzo, il cognato (nonché amico fraterno da lunga data) di Kogito, il regista Goro, morto suicida alle soglie della vecchiaia. È sugli interrogativi – strazianti in primo luogo perché destinati a restare senza risposta – suscitati dalla terribile decisione presa da Goro che ruota il romanzo, tuttavia, nelle densissime pagine dell’opera di Oe Kenzaburo il suicidio resta sempre sullo sfondo, quasi fosse una voce a malapena avvertita o, dal punto di vista squisitamente letterario, poco più che un espediente narrativo. La scrittura di Oe, ricca, dettagliata, di studiata semplicità nell’architettura dei periodi e insieme di lussureggiante inventiva nel disegno degli episodi, dei singoli quadri di vita rappresentati – basti pensare agli agguati subiti da Kogito, che in tre diverse occasioni viene sequestrato, con ogni probabilità da un gruppo di fanatici nazionalisti un tempo seguaci del padre dello scrittore, teorico della grandezza del Giappone imperiale umiliato dalla resa del Paese alle forze americane all’indomani dell’esplosione delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e torturato con una piccola palla di cannone, che viene fatta cadere sull’alluce del suo piede sinistro causandone la perenne deformazione – trascina il lettore in un labirintico “giardino dei sentieri che si biforcano”, consegnandogli, mediati attraverso la teoria politica, la riflessione filosofica, la critica letteraria, l’esegesi cinematografica e la memoria degli anni di gioventù, i segreti di due esistenze insieme complementari e antitetiche.

Ma il segreto, nella dimensione artistica di Oe Kenzaburo (che, non dimentichiamolo, è specchio fedele della realtà), non è fatto per essere svelato, né l’enigma posto per essere risolto; ogni nodo da sciogliere basta a se stesso come simbolo di una complessità impossibile da ridurre a unità, proprio come ogni domanda è un passo compiuto lungo un cammino destinato a non avere fine; così, il dialogo tra Kogito e Goro, mai davvero interrotto durante la loro vita nonostante lunghe parentesi di silenzio e dolorosi allontanamenti, prosegue anche dopo la morte del regista grazie a una sua geniale trovata, una serie di cassette da lui registrate per l’amico, nella quali Goro riprende, tra ricordi e nuove suggestioni, molti dei temi affrontati dai due negli anni precedenti mentre altri li propone sotto un profilo inedito; ma c’è un prezzo da pagare per questo assaggio d’immortalità, ed è precisamente quello di non raggiungere mai alcuna meta, di non trovare requie: “In breve si era reso conto che il suo intento era raccontare, senza seguire un ordine cronologico preciso, la storia della loro amicizia da quando in gioventù si erano conosciuti a Matsuyama Macchama, così come Goro era solito pronunciare il nome della città dello Shikoku. Il modo di parlare di Goro in quelle cassette non era esattamente quello di un monologo, ma piuttosto sembrava si stesse dilungando in una sorta di conversazione telefonica. Per questo Kogito preferiva ascoltare quelle registrazioni a tarda sera prima di addormentarsi, disteso sulla brandina dello studio con le cuffie sulla testa, una miriade di pensieri e ricordi ad affiorargli alla mente”.

Sorprendente coincidenza d’opposti, Il bambino scambiato è un romanzo affascinante e insieme una lettura che mette a dura prova, che non offre punti di riferimento né definite prese di posizione; proprio come uno dei suoi personaggi, l’enigmatico Goro, Oe (e non importa che il suo alter ego sia Kogito, anzi questa è solo un’ulteriore dimostrazione di quanto lo scrittore giapponese sia inafferrabile) è attore di una conversazione, voce in attesa di un controcanto, di una replica.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Gianluca Coli. Buona lettura.

Kogito era disteso sulla brandina militare nel suo studio, le cuffie calcate sulle orecchie, concentrato nell’ascolto. «… Per adesso non c’è altro. Sto per trasferirmi in un altro mondo». Non appena la voce di Goro ebbe pronunciato quelle parole, si udì un tonfo pesante. Seguì un interminabile momento di silenzio, dopo di che la voce aggiunse: «Sta tranquillo, continuerò a tenermi in contatto con te. È per questo che mi sono preso la briga di approntare questo sistema che abbiamo battezzato Tagame. Ora credo che nel tuo mondo si sia fatto tardi. Ti saluto, buonanotte!».