Il racconto dell’indicibile

Recensione di “Vedi alla voce: amore” di David Grossman

David Grossman, Vedi alla voce: amore, Einaudi

“Si può scrivere un libro per molti motivi: per divertimento o per soldi, per gioia o per noia, per consolare se stessi o per consolare l’altro (il lettore). Si può scrivere – e non c’è nulla di male – per mestiere; i libri scritti per mestiere aumentano sempre più col crescere dell’industria culturale. Pochi sono i libri che l’autore scrive per necessità: per una propria ineliminabile necessità e sono i libri che restano, in genere […]. L’enorme letteratura sull’Olocausto si può dividere, molto approssimativamente, in due grandi filoni: quello che mostra la Cosa e quello che, la Cosa, la interroga. Nel primo caso l’esibizione […] è simile alla pornografia. Si mostra l’orrore come si mostra la carne e il lettore si trasforma in un voyeur dell’orrore […]. Il secondo filone, quello che la Cosa la interroga, senza tacerne i dettagli significativi, ma senza sentire il bisogno di mostrarla, ha un esempio perfetto nel lungo film-documentario – poi divenuto anche libro – di Claude Lanzmann, Shoah. Shoah è la Cosa. Nel film di Lanzmann l’Olocausto-Shoah viene interrogato implacabilmente, cercato nei luoghi che nella loro assoluta normalità (campi, boschi, paesi) sembrano teatri impossibili per tanta tragedia […]. Vedi alla voce: amore è il libro che un ex-bambino, messo a confronto con la memoria terribile di ciò che è stato, messo davanti alla Cosa, ha sentito come necessario”. Continua a leggere Il racconto dell’indicibile

La Terra delle Promesse

Michael Chabon, Il sinsacato dei poliziotti yiddish, Rizzoli
Michael Chabon, Il sindacato dei poliziotti yiddish, Rizzoli

Da una parte la storia, i fatti così come si sono svolti, dall’altra l’invenzione, lo scarto brusco dell’immaginazione; e l’intrecciarsi di ciò che è stato e di quello che sarebbe potuto accadere che dà vita a un presente “senza tempo”, espressione di uno stato di cose nel quale realtà e possibilità coesistono senza contraddizione apparente e dove ogni accadimento, dal più banale al più straordinario, profuma d’incredulità, suggestiona come una specie di miracolo, stupisce, o meglio stordisce, come il tragicomico destino di un singolo, di un popolo, di una nazione, dell’intero mondo. Da una parte, dunque, il passato: l’orrore incancellabile dell’olocausto nazista e la battaglia per la vita, per il diritto alla vita, dei sopravvissuti allo sterminio, e dall’altra uno scenario spalancato su un’alternativa, rappresentata dalla distruzione del neonato stato di Israele, annientato nel 1948 dal feroce attacco sferrato da una coalizione di Paesi arabi. Cosa sarebbe successo se, al termine del secondo conflitto mondiale, lo stato di Israele non fosse nato? Che ne sarebbe stato degli ebrei? Dove avrebbero potuto trovare rifugio? Dove li avrebbe condotti la loro diaspora millenaria? Domande cui offre una risposta, puntuta e perfidamente ironica com’è nel suo stile, lo scrittore americano (di famiglia ebraica) Michael Chabon nel romanzo Il sindacato dei poliziotti yiddish, riflessione spassosa e grottesca (ma non priva di risvolti inquietanti) sul significato dell’ebraismo inteso tanto come fede religiosa quanto come appartenenza al sangue e alla terra, e dunque considerato sia da una prospettiva escatologica sia da un punto di vista politico-sociale. Chabon scommette sulla fantasia, sull’improbabilità, sull’assurdità del suo impianto narrativo – magistralmente sottolineato da una prosa vivacissima, ricca di metafore e giochi di parole, ridondante d’aggettivi e d’irresistibile ilarità nei dialoghi, spesso ridotti a un virtuoso scambio di arguti motteggi – e trasporta la terra promessa (o meglio, la terra concessa in sostituzione di una promessa mancata, oppure, per chi ancora ci crede, non ancora mantenuta) nel più sperduto angolo del pianeta: il distretto di Sitka, in Alaska. “Che genere di posto è il distretto di Sitka? […]. La dimora di cinque milioni di persone che lavorano sodo […]. Il frutto dell’ingegno di Harold Ickes, ministro dell’interno del presidente Franklin D. Roosevelt […]. Uno dei due soli distretti federali mai creati dal Congresso, lungo 240 chilometri e largo 40 nel punto più ampio […]. Un luogo di fede e di dubbio, di tecnologia innovativa e antichi rituali, di alci e matzot, di yiddish e inglese (ma anche di tedesco, ungherese, polacco russo) […]. Forse non sarà la Terra Promessa, ma di certo è la Terra delle Promesse. Ma quando, vi chiederete, verranno mantenute quelle promesse? Buffa come domanda…”.

Nell’infernale, febbrile luna park di Sitka, in un luogo che è simbolo d’abbandono e di sconfitta ma che, nonostante ciò, gli ebrei si sforzano ogni giorno di chiamare casa, nella desolazione di una geografia politica speculare all’inospitale indifferenza di quello spazio ghiacciato e buio dove la notte è “fatta di nebbia e della luce dei lampioni a vapori di sodio” e “ha la trasparenza offuscata delle cipolle cotte nel grasso di pollo”, il protagonista del romanzo – anarchico, travolgente divertissement letterario che mescola noir e spy story, esplora, oscillando tra scetticismo e astuto ammiccamento il più che complesso universo dell’ortodossia, elegge il gioco degli scacchi (e la sua storia) a trasparente allegoria della vita e naturalmente non dimentica di riflettere sull’amore – il detective della squadra omicidi Meyer Landsman, divorziato da poco ed eccessivamente dipendente dalla bottiglia (“Secondo i medici, gli psicologi e la sua ex moglie, Landsman beve per curarsi, per sintonizzare le valvole e i quarzi dei suoi stati d’animo con un rozzo martello fatto di slilovitz […]. Quando c’è da combattere il crimine, Landsman sfreccia per Sitka come se avesse un razzo impigliato nei pantaloni. È come se alle sue spalle suonasse una colonna sonora, con parecchie nacchere. Il problema sono le ore in cui non lavora, quando i pensieri volano fuori dalla finestra spalancata del suo cervello come pagine di verbale. A volte, per tenerle ferme, ci vuole un fermacarte bello pesante”), si ritrova a investigare sull’omicidio di un uomo, un certo Emanuel Lasker (scacchista e matematico tedesco che fu campione del mondo dal 1894 al 1921, quando fu sconfitto dal cubano José Raul Capablanca). Chi si cela davvero dietro la falsa identità di Emanuel Lasker? E perché è stato ucciso con un colpo di pistola alla nuca? E perché accanto a lui c’è una scacchiera con i pezzi abbandonati nel bel mezzo di una partita, anzi nel momento di un “finale ingarbugliato, con il re nero sotto scacco al centro e i bianchi in vantaggio di un paio di pezzi”? Per rispondere a queste domande (che non sono poi così diverse da quelle, già viste, su Sitka e sul perché gli ebrei sono finiti a vivere proprio qui) Landsman, assieme al compagno Berko e alla ex moglie Bina, che di colpo il detective si ritrova come capo (con le conseguenze che si possono immaginare per il suo equilibrio e la sua autostima), sarà costretto a mettere in gioco tutto se stesso, a ripensare non solo il suo essere ebreo, ma il suo essere ebreo tra ebrei, il suo essere laico e disilluso tra fedeli ultraortodossi e sbirro tenace e implacabile tra criminali incalliti. Perché “sono tempi strani per esser un ebreo”, tempi gravidi di sogni ma popolati d’incubi.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Rizzoli, è di Matteo Colombo. Buona lettura.

Da nove mesi Landsman dorme all’Hotel Zamenhof e fino a ieri nessuno degli altri clienti era ancora riuscito a farsi ammazzare. Ora qualcuno ha piantato una pallottola in testa all’occupante della 208, un ebreo di nome Emanuel Lasker. «Al telefono non rispondeva, non apriva la porta» dice Tenenboym, il, portiere di notte dell’albergo, mentre tira giù dal letto Landsman. Landsman abita nella 505, con vista sull’insegna al neon dell’albergo sull’altro lato di Max Nordau Street. Si chiama Blackpool, la pozza nera, una parola che compare negli incubi di Landsman. «Ho dovuto forzare la porta». Il guardiano notturno è un ex marine che con la sua dipendenza da eroina ha chiuso negli anni Sessanta, tornato a casa dal macello della guerra di Cuba. Per la popolazione di tossici dello Zamenhof nutre un interesse materno.

Il disegno indelebile dello sterminio

 

MausOgni tanto è bello rileggersi anche i classici. Va benissimo Marvel Now!, da non perdere il nuovo corso di Dylan Dog, così come la novità Orfani. Fondamentale seguire The Walking Dead, e come pensare di non aggiornarsi sulle prossime uscite di Batman o – che so – sull’ultimo numero di Long Wei? Tutto giusto. Ma poi lanci uno sguardo alla tua biblioteca, così, distrattamente, mentre ci transiti davanti pensando che non hai nessuna voglia di fare un tubo, in questo periodo di limbo post-natalizio, e noti qualcosa di diverso. Ti cade l’occhio su quel volume, un po’ nascosto in un angolo, sotto la catasta dei volumi di Diabolik: è l’edizione completa di Maus, quella che – con opera meritoria – Rizzoli lanciò nel 1998. Da quand’è che non lo leggevo? Boh, forse proprio dal 1998, quando lo comprai in un negozietto di (mi pare) Pesaro, durante le vacanze estive. Mi viene voglia di rileggerlo, di ricordare la storia di Art Spiegelman e dei suoi scontri verbali con quel suo padre strampalato, anziano, acciaccato, pieno di fissazioni eppure lucidissimo. È un topone antropomorfo, Art, e così suo padre, e così tutti gli ebrei della storia. Dai papà, raccontami di Auschwitz, raccontami della guerra, raccontami di come hai conosciuto la mamma, che voglio farci un libro a fumetti! Che fine ha fatto la mamma? Già, povera Anja, quante ne ha passate. E il vecchio Vladek racconta. Col suo inglese stentato (ottimamente reso in un italiano altrettanto rudimentale dal traduttore Ranieri Carano), lui, poliglotta polacco di nascita, ora in America con la nuova moglie Mala. Racconta al figlio, americano “moderno”, di quando era un ricco industriale, laggiù in Polonia. Stavano davvero bene, negli anni Trenta, famiglia agiata, soldini. E la cotta per Anja, che non era bella come Lucia, ma a lui piaceva davvero tanto. Poi un viaggio in treno, il transito in una piccola stazione di periferia. Sopra ci sventolava una bandiera con la svastica. Era la prima volta che Vladek vedeva una bandiera del genere, chissà perché gli aveva fatto paura. Povero Vladek. E poi arrivarono i nazisti. Art li disegna come brutti gattacci dall’aspetto feroce. Molto diversi dai polacchi non ebrei, con il loro pacioso aspetto di maiali.  

Da lì cominciò la discesa verso il baratro, in un processo infernale. Le leggi razziali, le discriminazioni, il ghetto, le esecuzioni sommarie, le deportazioni. I campi di sterminio. Vladek si racconta, perfino freddamente, ma interrompe spesso il suo narrare per litigare con Art, rimproverarlo perché fuma, perché non svuota accuratamente il piatto, perché spende troppo. Poi di nuovo torna con la memoria ad Auschwitz, ai forni crematori, alle camere a gas. A tutti i suoi espedienti per salvarsi la vita, per salvarla ad Anja, per procurarsi un pezzetto di pane, il modo per sopravvivere. Gli altri no, non ce l’hanno fatta, i suoi parenti, i parenti di Anja, gli amici, neanche il loro primo figlioletto, Richieu. Ma Vladek era forte, molto forte, ha resistito agli stenti e alla fatica. Ed era astuto: sfruttando la sua innata capacità di apprendere rapidamente qualsiasi mestiere, riusciva a farsi piazzare nel posto giusto, a farsi amico il kapo di turno. Quando alla fine i nazisti capitolarono, il colpo di coda fu terribile: prigionieri deportati con carri bestiame chissà dove, chissà perché. Lasciati a morire nei vagoni, senza poter uscire, senza cibo, senza acqua. Per giorni. Al gelo. Poi il nuovo campo di raccolta. Un amico francese, una rana. I pidocchi. Il tifo. Solo dopo, alla fine, la salvezza, gli americani (raffigurati come cagnoni), cibo, vestiti, il ritorno a casa per vedere cosa ne era stato.
E finalmente, nell’ultimissima pagina del volume, Vladek giunge a raccontare del suo reincontro con Anja. Anche lei era salva. Ricominciarono a vivere. Nacque Art. Sempre insieme, fino alla morte di lei, nel 1968. Ma ora è stanco Vladek, stanco anche di raccontare, di ricordare. “Ferma registratore, ti prego…” dice ad Art. “Sono stanco di parlare, Richieu. E per te basta, per ora…” conclude, confondendo il figlio scomparso tanti anni prima con quello adulto che ha ora davanti…  Povero Art. Come si sente il figlio di un uomo che ha vissuto tutto questo, lui, che è invece un ricco e agiato americano, con la sua bella fidanzata Françoise? Come deve aver vissuto il confronto perenne con quel fratello-fantasma mai conosciuto? 

Un capolavoro, e che lo dico a fare. Il disegno semplice, senza grigi, un puro tratto, bianco/nero, con una carica espressiva incredibile. I continui salti dal passato al presente, dalla tragedia dell’Olocausto al piccolo dramma familiare del difficile rapporto tra un padre e un figlio così diversi. Quel riportare sulle pagine ogni piccolo evento accaduto durante i dialoghi tra i due personaggi, come quando si inceppa il registratore, quando serve una nuova cassetta per proseguire, quando è ora di pranzo. Vladek ha fame, parliamo dopo, ora mangiamo. Deve riparare il tetto, Vladek, non ha tempo di raccontare ora. Deve prendere le sue pillole. Ha mal di cuore. Il lettore è sempre lì con loro, vive la tensione di quel dialogo, si siede a tavola anche lui, ascolta rapito il racconto di Vladek, lo “sente” dalla sua viva voce. Ma che ore sono? Forse è meglio spegnere la luce, è tardi, domani voglio scrivere una recensione di Maus. Una recensione? E come si fa a scrivere una “recensione” di Maus come fosse l’ultimo numero di un qualsiasi serial? Dormiamoci sopra, va, devo riordinare i volumi di Diabolik, così da rimettere Maus in libreria. Però più in alto. In una posizione migliore. Per non dimenticarmelo di nuovo per lustri. 

P.S. Note tecniche varie e doverose. Maus è stato scritto e disegnato da Art Spiegelman tra il 1978 e il 1991. Suo padre Vladek morì nel 1978. L’opera è strutturata in due parti, rispettivamente di 6 e 5 capitoli: la prima dedicata al periodo prima della guerra, la seconda al periodo bellico, per complessive 285 pagine. Con Maus, Art Spiegelman ha vinto uno speciale Premio Pulitzer. In Italia, la prima parte dell’opera è stata pubblicata da Milano Libri nel 1989, la seconda tre anni dopo dallo stesso editore. Il nostro volume (quello riprodotto nelle immagini) è invece una ristampa completa del 1989, edita da Rizzoli nella collana BUR.

(Antonio Marangi)