Come la lanterna di Diogene

Recensione di “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einaudi

Che cosa determina la moralità di un’azione? L’intenzione con la quale la si pianifica e poi la si mette in atto? Il fine, lo scopo che persegue? Le conseguenze cui approda? Le risposte della coscienza? E può, la coscienza, legittimamente dirsi giudice di quel che viene compiuto? Possono i suoi tormenti testimoniare la verità del male inflitto e i suoi silenzi esser prova d’innocenza? È nella distanza che separa la disincarnata perfezione dell’idea dalla sua realizzazione che riposano il giusto e l’ingiusto? In una cornice di profonda miseria materiale, che è insieme materiale narrativo e angoscioso richiamo a una situazione personale, questi interrogativi stanno a fondamento di Delitto e castigo, una delle opere più note del grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. Nella parabola esistenziale ed etica del protagonista, il giovane studente Raskol’nikov, che, colmo di amaro risentimento, senza sosta si dibatte in oscuri pensieri, dove si confondono, come in un delirio, rivendicazioni di giustizia sociale e violenti desideri di rivincita e affermazione, l’autore disegna quella di un’intera generazione; Dostoevskij guarda alla Russia del suo tempo, incendiata da nuove teorie, vibrante d’entusiasmo e piena di paura, attratta dalla radicalità spavalda del nichilismo e timorosa di perdere il proprio ancestrale legame con la terra, con l’essenzialità del sapere contadino, con la memoria ruvida e sincera del popolo. Continua a leggere Come la lanterna di Diogene

Un meditabondo Mangiafuoco

Georges Simenon, La ballerina del Gai-Moulin, Adelphi
Georges Simenon, La ballerina del Gai-Moulin, Adelphi

Un’atmosfera greve, densa d’infelicità e povertà, satura di sogni infranti. Il respiro corto di chi è costretto a inseguire la vita, a implorarne la misericordia, gli occhi gonfi di pianto e il cuore in tumulto di un innamorato respinto; l’ansia di riscatto consumata in un’attesa che sembra non finire mai, in un domani architettato come il più perfetto dei piani ma condannato a non vedere la luce. Ovunque un destino condiviso di sconfitta, il sapore metallico del fallimento, l’odore dolciastro dell’umiliazione. E nel buio, raggomitolata, la morte; superflua quasi, nel suo orrore, in un teatro di rovine, nella sofferenza sottile come polvere, silenziosa come neve, che instancabile si posa su uomini e cose. È senza dubbio un giallo atipico La ballerina del Gai-Moulin di Georges Simenon, in apparenza una delle numerossisime inchieste del commissario Maigret e nulla più, un romanzo sorprendente, spiazzante, nel quale le regole del genere, pur senza venire stravolte, perdono d’importanza e di significato e lasciano il posto a un umanesimo consunto, estenuato, a ritratti, caratteri e profili che illuminano abissi di dolore. Non a caso in questo lavoro l’indagine e la soluzione del caso corrono sottopelle, fanno da controcanto alla fragile odissea di due giovani, al loro tragico inciampare in quel che più desiderano: “Chabot portava un abito fatto in serie, e le sue scarpe erano state risuolate un paio di volte. Il vestito del suo amico era di stoffa migliore, ma gli stava male. D’altra parte Delfosse aveva le spalle strette, il petto incavato, la figura incerta dell’adolescente cresciuto troppo in fretta”. Ragazzi con una gran voglia di spassarsela, giovani impazienti di vivere alla grande, di lasciarsi alle spalle una volta per sempre l’insinuante sentore di miseria che, seppur in modi diversi, li perseguita dalla nascita, uomini appena accennati che certo non sono modelli d’onestà ma neppure criminali senza scrupoli, persone, nullaltro che persone, smarrite più che perdute, Chabot e Delfosse decidono di svuotare la cassa di un night di Liegi che sono soliti frequentare. Una notte, invece di andare a casa, attendono che il locale chiuda i battenti e vi si introducono per fare il colpo, ma quel che scoprono li lascia sgomenti e in preda al terrore: c’è un corpo riverso a terra, un cadavere. E quello stesso cadavere, il mattino successivo, viene ritrovato nell’orto botanico della città, chiuso in un baule di vimini. Che cosa è successo davvero? Chi ha ucciso quell’uomo? E perché non è stato ritrovato al night? È un caso, o soltanto una sfortunatissima coincidenza, che quell’uomo si trovasse nel locale soltanto qualche ora prima, un avventore tra gli altri che Delfosse e Chabot non avevano mancato di notare? E a quei due malcapitati cosa potrebbe accadere se la polizia li trovasse? Potrebbero essere incriminati? Accusati di un delitto che non hanno commesso? Attraverso i tormenti della coppia di giovani, nella luce fioca dei loro dubbi, dei tentennamenti, delle risoluzioni prese e un istante dopo abbandonate, lungo il binario morto di confronti aspri che non conducono da nessuna parte, Simenon costruisce un giallo complesso e appassionante, denso di colpi di scena; la sua architettura narrativa è un labirinto di false piste, di verità ostinatamente taciute, di inganni congegnati con diabolica astuzia, un gioco di specchi, una trappola per topi.

L’infittirsi della trama, tuttavia (che vede Maigret dapprima vestire i panni dell’accusato e in un secondo momento fingersi addirittura morto), non è semplicemente un riuscito espediente letterario, non serve per incantare il lettore e tenerlo avvinto dalla prima all’ultima pagina (o meglio, questo non è che un effetto secondario della scelta), bensì è utile a far risaltare lumanità ferita di tutti gli attori in gioco; nei panni di un Mangiafuoco meditabondo e commosso, lo scrittore belga espone alla cruda luce del sole l’interiorità dilaniata dei suoi personaggi; i già citati Chabot e Delfosse, cui perfino i sogni danno le vertigini; i loro genitori, che in ogni modo si sforzano di comprenderli, giustificarne gli errori, trovare la forza per non smettere di amarli; l’uomo assassinato, personaggio ambiguo, misterioso, la cui vita Maigret sarà costretto a svelare in tutti i dettagli, compresi i più sordidi, per risolvere l’enigma legato al suo assassinio; le altre figure che ruotano intorno al locale notturno (Adèle, Victor, Gennaro), tutte in qualche misura coinvolte nelle indagini, nessuna realmente innocente ma forse neppure del tutto colpevole.

Così, quel che resta dell’inchiesta di Maigret a caso risolto, al di là della scoperta dell’omicida, è un aspro deserto di solitudini e illusioni; un naufragio di speranze che non ha nulla a che vedere con la giustizia degli uomini e la sua puntuale applicazione. È amara, dunque, la verità che emerge al termine de La ballerina del Gai-Moulin, una verità imperfetta, che non salva, e nonostante ciò la sola che sia concessa agli uomini. A Maigret come agli assassini che persegue. 

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di P.N. Giotti. Buona lettura.

«Chi è?». «Non so! È la prima volta che viene» disse Adèle soffiando fuori il fumo della sigaretta. Pigramente cambiò posizione alle gambe, si aggiustò i capelli sulle tempie con qualche colpetto e contemplò la propria immagine in uno degli specchi che tappezzavano la sala per assicurarsi che il trucco fosse in ordine. Era seduta su un divanetto di velluto granata davanti a un tavolo con tre bicchieri di porto. Aveva un giovane alla sua sinistra e un altro alla sua destra.

La morte inaspettata

Pierre Boileau, Thomas Narcejac, I diabolici, Adelphi
Pierre Boileau, Thomas Narcejac, I diabolici, Adelphi

Un delitto perfetto. Un piano infallibile. Una vittima ignara. Due assassini determinati, lucidi, efficienti. Una trappola mortale pronta a scattare. Nessuna possibilità d’errore, nessuna incertezza, nessun ostacolo. Un crimine studiato in ogni particolare, solido, inattaccabile, razionale, compiuto esattamente nel modo in cui è stato concepito, che obbedisce docile alla logica che lo ha plasmato, che risponde ai comandi come una macchina, così lineare da parere quasi rassicurante. Fino al momento in cui quel che dovrebbe inevitabilmente accadere, quel che con certezza ci si attende succeda, non si verifica, e ciò che sembrava avere solidissime fondamenta si rivela un fragile castello di carte che in un attimo rovina su se stesso. In questo disturbante intreccio di razionalità e follia, nel continuo, febbrile intersecarsi di ciò che è (o per dir meglio dovrebbe per forza di cose essere, considerate determinate premesse) e di quel che invece, nella sospensione inquietante e terribile di ogni logica, si manifesta ai sensi e all’intelletto, si snoda lo splendido e cupo I diabolici, magistrale noir d’atmosfera scritto da Pierre Boileau e Thomas Narcejac. La semplicità dell’architettura romanzesca (tre personaggi, Fernand Ravinel, rappresentante di commercio, sua moglie Mireille e l’amante di lui Lucienne, medico di professione, assieme alla quale Ravinel progetta l’omicidio della consorte, da far rubricare come incidente per intascare il premio dell’assicurazione sulla vita; un’ambientazione poco più che accennata, ridotta a squallide periferie cittadine che a malapena s’indovinano nella caligine di una fitta nebbia che accompagna, dall’inizio alla fine, la vicenda), che si specchia nella nitidezza del complotto – non a caso il romanzo accompagna immediatamente il lettore nel cuore della vicenda, lasciando che l’antefatto, e con esso il disegno di Lucienne e Fernand, si chiariscano da sé – è insieme il filo rosso della narrazione, il suo codice interpretativo, e il più astuto degli inganni, il più riuscito dei depistaggi. Guardando alla storia con gli occhi di Ravinel e di Lucienne, infatti (non a caso gli attori che compaiono per primi, e assieme, in scena), non si può evitare di assumere il loro punto di vista, e dunque diventare in qualche misura complici della trama delittuosa, che viene svelata nel momento stesso in cui si concretizza, nell’attimo in cui tutti i tasselli vanno (anzi, sembrano andare) a posto, accarezzarne la conseguenzialità, ammirarne la precisione, l’esattezza; allo stesso modo, e all’opposto, non appena il quadro si capovolge, quando la povera Mireille, annegata in un appartamento lontano dalla villetta che divide con il marito, viene riportata indietro (nel corso di un viaggio infernale, magistralmente descritto dai due autori come una sorta di veglia allucinata, un delirio della coscienza di Ravinel rosa dal rimorso e dalla paura) e abbandonata nel laghetto che impreziosisce il giardino della proprietà Ravinel affinché venga ritrovata, qualche ora più tardi, dallo stesso Ravinel, di ritorno da una delle sue visite di lavoro, scompare senza lasciare traccia, letteralmente svanisce, per poi, altrettanto inspiegabilmente, ricomparire attraverso lettere indirizzate al marito, lettere nelle quali non v’è accenno alcuno all’omicidio, la sorpresa, l’incredulo sgomento, la rabbia e infine il vero e proprio terrore che colgono Ravinel quasi riecheggiano il nostro stupore, il nostro arrovellarci per cercare di svelare il mistero. Così, il lettore, allo stesso tempo carnefice e vittima, assassino e detective, machiavellica mente omicida e bersaglio della sua stessa macchinazione, naufraga con il protagonista nell’incubo di una quotidiana ordinarietà minacciosa e grottesca (la vita che dappertutto, all’indomani del delitto, sembra proseguire come sempre e farsi beffe di quel ridicolo assassino, gli incontri fortuiti di Ravinel con amici e colleghi che provocano all’uomo continui spaventi, le soste nei bistrot e nei ristoranti, moltiplicate nell’inutile tentativo di ritrovare la calma, di capire, di reagire, gli appuntamenti clandestini con Lucienne, che si rifiuta di credere a quel che le viene raccontato, e oppone, alle deliranti spiegazioni dell’amante – che Mireille non sia morta davvero? Che si sia trasformata in un fantasma? Che sia tornata non per vendicarsi, ma per chiamare accanto a sé, in un’eternità di beatitudine, l’uomo che ha tanto amato? – ostinato pragmatismo e gelido buon senso – Mireille è morta. Se non si trova più è perché qualcuno l’ha portata via, forse per ricattare Ravinel. O forse è stato lo stesso Ravinel, incapace di accettare quel che ha fatto, a sotterrarla. E il resto non è che un parto della sua mente sconvolta), e come fosse l’ombra di quell’uomo perduto, percorre con lo stordimento del sonnambulo le strade di Parigi bagnate di nebbia, visita l’obitorio nella segreta speranza di ritrovare lì la moglie, si ritrova senza sapere bene come a casa del cognato solo per scoprire che Mireille è stata anche lì, e solo pochi minuti prima di lui, e infine, stremato e in preda alla più nera angoscia, torna a casa, dove trova un’altra amorevole lettera della moglie: si rivedranno quella sera stessa, è scritto in una grafia che non lascia spazio a dubbi.

Ed è l’attesa, l’ultima attesa di Ravinel, il vertice narrativo ed estetico del romanzo; la prosa, claustrofobica, palpitante, strozzata come un urlo che muore in gola, fa pensare al conto alla rovescia riservato al condannato a morte, che, scandito dall’intera casa, dove ogni cosa ha volto e voce, mormora il proprio j’accuse (nello scricchiolare delle porte, nel cigolare del letto, nel respiro caldo del camino, accesso per combattere l’umidità dell’inverno, nel frusciare di passi sul pavimento, che forse sono dell’uomo e forse dello spettro di sua moglie) e pronuncia l’inappellabile sentenza. Una sentenza di condanna.

Alle ultime pagine, in omaggio alle regole classiche del genere, il compito di sciogliere definitivamente l’enigma, di raccontare che cosa è davvero successo, di offrire risposte a tutte le domande rimaste in sospeso e di consegnare al lettore ormai tranquillizzato e tornato padrone di sé una piccola meraviglia letteraria, questa sì, perfetta.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco. Buona lettura.

«Fernand, ti supplico, smettila di camminare!». Ravinel si fermò davanti alla finestra e scostò la tenda. La nebbia si infittiva. Virava al giallo attorno ai lampioni che rischiaravano il molo, al verdastro sotto quelli a gas della strada. Ora si addensava in grosse volute, in pesanti masse di vapore, ora si trasformava in un pulviscolo acquoso, una pioggerellina sottile, fatta di minuscole gocce che brillavano come sospese.

 

L’edera folta dei rimpianti e dei rimorsi

Peter May, L'uomo degli scacchi. Einaudi
Peter May, L’uomo degli scacchi. Einaudi

Il cerchio si chiude e il dolore trova un perché, la flebile luce di una spiegazione che non ha il potere di colmare un vuoto né la forza di offrire conforto e tuttavia racconta una storia, unisce un principio a una conclusione, rimette al loro posto tutte le tessere di un tragico puzzle. Il cerchio si chiude, una stagione tramonta, e la vita, al di là degli anni irrimediabilmente perduti, folti d’edera di rimpianti e rimorsi, torna in folate di vento a reclamare il proprio indispensabile nutrimento di desiderio, speranza, felicità, a sognare seconde occasioni, a immaginare altre scelte, altre strade, possibilità mancate per un soffio. Il cerchio si chiude nell’eterna, silenziosa testimonianza di una natura splendida e indomabile, primordiale e incomprensibile, le cui tempeste furiose si schiantano su valli e contrafforti rocciosi vecchi di millenni plasmandoli secondo un cieco, sovrumano istinto di bellezza, e la cui voce è il cavernoso risucchio dell’oceano che ribolle nell’oscurità di immense caverne di roccia nera e l’urlo folle di colonne d’acqua che cingono d’assedio scogliere e strapiombi e il sibilo incessante di maree che si rovesciano su coste e spiagge come corpi esausti. Il cerchio si chiude – fiammeggiando d’atrocità e compassione, inabissandosi nella spirale del tempo trascorso e infine riemergendo a un presente talmente carico d’incognite e paure da sembrare l’immagine di un sogno – nello stesso luogo in cui tutto ha avuto inizio (con lo splendido e trascinante noir L’isola dei cacciatori di uccelli, già recensito nel blog assieme al seguito, L’uomo di Lewis): sull’isola di Lewis e Harris, la più settentrionale delle Ebridi. È infatti di nuovo in questa terra aspra, custode di inconfessabili segreti, che lo scrittore e giornalista scozzese Peter May ambienta L’uomo degli scacchi, ultimo capitolo della sua indimenticabile trilogia. Ancora una volta, tutto ruota attorno alla figura del protagonista della saga, l’ex ispettore di polizia Fin McLeod, alle spalle un matrimonio fallito e un figlio piccolo tragicamente ucciso da un pirata della strada mai identificato, che sull’isola è nato e cresciuto e ha lasciato la parte più autentica di sé: l’amore assoluto e purissimo per Marsaili, conosciuta bambina sui banchi di scuola e perduta nel tempo generoso e stupido della giovinezza; il ricordo amaro dei genitori morti prematuramente mescolato alla confusa gratitudine nei confronti della zia con la quale è cresciuto, nell’umidità povera ma dignitosa di una casa affacciata sull’immensità dell’orizzonte; le amicizie ruvide con coetanei che l’isola ha stretto a sé e in qualche misterioso modo spezzato durante il lungo, faticoso cammino verso la maturità.

Più ancora che nei romanzi precedenti, è l’isola, cupa e severa come lo guardo di Dio, a dominare l’intreccio. Nell’implacabilità dei suoi inverni, come nel risveglio dolcissimo e fuggevole delle sue estati dorate, quell’impasto di terra e torba partorito dal tempo come una creatura leggendaria, sembra voler finalmente confessare le tante, terribili verità che gli uomini le hanno affidato nel corso di decine e decine d’anni. E come Fin avrà modo di scoprire, ognuna di esse, a partire dal naufragio della nave Iolaire, che nel 1919 stava riportando i casa i soldati scampati alla follia del primo conflitto mondiale, fino al ritrovamento, all’indomani di una tempesta talmente forte da aver sconvolto la geografia di una vallata prosciugando il lago che la impreziosiva, del relitto perfettamente conservato di un piccolo aereo (un velivolo scomparso una ventina di anni prima, di proprietà di un amico di Fin, che viene rinvenuto cadavere nell’abitacolo), è intimamente legata alla storia personale di Fin e dei ragazzi e delle ragazze assieme ai quali è cresciuto. Così, la sua indagine informale su quel che è davvero successo all’aereo e al suo pilota diventa, nella prosa vigorosa e partecipata di May, scrupoloso nel seguire le regole narrative del giallo e impeccabile nel disegnare il complesso e spesso controverso universo emotivo dei suoi personaggi, ciascuno alle prese con colpe da farsi perdonare o errori di cui pentirsi, un viaggio nella memoria, una via della croce di ricordi che sono altrettanti indizi, indispensabili per far luce sul mistero di una morte insopportabilmente ingiusta che, accolta come disgrazia, si rivela essere un omicidio. Il costante oscillare tra ieri e oggi, che è stata una delle costanti narrative dell’intera saga, in questo capitolo conclusivo si fonde con il respiro romanzesco, ne colora le atmosfere, scandisce colpi di scena e sorprese e in un travolgente ribaltamento di prospettiva fa del passato, di ciò che è stato, e non del futuro, il cuore di ogni aspettativa, la promessa della felicità. May guarda ai suoi protagonisti – Fin e il suo fraterno amico Whistler dal carattere indomabile, la fiera Marsaili, capace d’amore come nessun altro, Donald, che ha scelto di espiare anni di sfrenatezza facendosi soldato di Dio – con benevolenza e pietà; e nel raccontarne sbagli e cadute ce li rende fratelli.

Con L’uomo degli scacchi, che suggerisco di leggere dopo aver letto i primi due romanzi per coglierne fino in fondo la ricchezza, si conclude una trilogia di rara bellezza stilistica e di straordinaria intensità emotiva; un magnifico affresco letterario.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Chiara Ujka. Buona lettura.

Quando Fin aprì gli occhi, l’interno del vecchio rifugio in pietra che aveva dato loro riparo dalla tempesta era soffuso di una strana luce rosata. Salendo dal fuoco ormai quasi spento, del fumo vagava pigro nell’aria immobile. Whistler se n’era andato. Si sollevò sui gomiti e notò che la pietra che chiudeva l’accesso al rifugio era stata spostata. Al di là riusciva a vedere la foschia dell’alba tinta di rosa che faceva da cappello alle montagne. La tempesta era passata, aveva scaricato la sua pioggia e lasciato dietro di sé un silenzio innaturale.

Benvenuto a Dallas

Recensione di “Libra” di Don DeLillo

Don DeLillo, “Libra”, Einaudi

Tra il particolare e l’universale, nella vita di uno solo e nell’esistenza di tutti, in quello spazio – che non ha nulla di fisico e che tuttavia esiste – capace di rendere una cosa sola “il mondo personale di un individuo e il mondo in generale”. Qui, in una dimensione che è allo stesso tempo metafisica e terribilmente reale, Don DeLillo radica Libra, uno dei suoi romanzi più intensi, brutali e labirintici; una storia che è insieme un tentativo di ricostruzione dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy, una biografia del suo “assassino” Lee Harvey Oswald, una rivelazione del complotto ordito ai danni del presidente americano (e di cui Oswald non è che il capro espiatorio) e il racconto di quel che sarebbe potuto accadere, dei fatti come avrebbero potuto essere se non fossero andati in tutt’altro modo.

L’incombere della morte, temuta, progettata, invocata, dispensata, esibita, che dalla prima all’ultima pagina attraversa il lavoro di DeLillo, è spettro, minaccia, ombra; come una sentenza di condanna sospesa sul capo dell’imputato, come un maleficio che sta per essere pronunciato, essa è l’invisibile controcanto della narrazione. Ristagna nelle macchie di umidità sui muri, ottunde i sensi e mozza il respiro nel lezzo nauseabondo di pattumiera, miseria e decomposizione, fiacca lo spirito nella onnipresente condizione di infelicità, nella sopravvivenza stentata, nelle ambizioni frustrate, nelle ingiustizie patite senza un perché: “Guardavano la televisione madre e figlio, nella stanza del seminterrato […]. La parte superiore dello schermo era perennemente azzurra, quella centrale rosa, e la fascia più bassa di un verde ondulato […]. I suoi compagni lo prendevano sempre in giro e lui sopportava a denti stretti, percorso da una turbolenza, la realtà accettata di un bambino senza padre […]. Quando faceva freddo battevano sui tubi per avvertire l’amministratore. Avevano diritto a una temperatura umana […]. Robert era morto un afoso pomeriggio d’estate […] mentre lei aspettava Lee, e così aveva dovuto cercarsi un lavoro. Poi era stato il turno di Mr Ekdahl, quello dei larghi sorrisi, la sua migliore speranza, anzi l’unica […]. Ma Ekdahl la tradiva astutamente […]. Questo, comunque, non gli aveva impedito di combinare un divorzio truffaldino, negandole una dignitosa buonuscita. Così la vita di Marguerite era diventata una storia di continui traslochi in abitazioni sempre più scadenti”.

Nella prosa densa di DeLillo, ossessivamente frantumata in mille particolari e in pari tempo profetica, spalancata sui destini di tutti come un comandamento, sovrumana come un imperativo etico – “Fabbricheremo teorie che splendono come idoli di giada, affascinanti sistemi di ipotesi, a quattro facce, aggraziati. Risaliremo le traiettorie dei proiettili fino alle vite che occupano l’ombra, uomini in carne e ossa che gemono in sogno” – la vita non è che una confusa, cieca preparazione alla morte; con lucida disperazione, lo scrittore precipita nel mondo la teorica purezza e l’impalpabile perfezione del platonismo; così, il progressivo approssimarsi alla fine, invece che coincidere con la verità nella fusione di essere e dover essere abbraccia il suo opposto: il caos, la falsificazione sistematica, l’imbarbarimento, l’odioso arbitrio del più forte sul più debole.

Nutrito di violenza e umiliazioni, immagine deformata e simbolica di un Paese intero, Oswald è un inestricabile groviglio di contraddizioni: burattinaio e marionetta, colpevole e innocente, egli rinuncia a se stesso nel momento in cui accetta di interpretare il ruolo che gli è stato assegnato, di recitare la sua parte in una commedia che non ha letto, né mai leggerà, per intero. E Don DeLillo come un simbolo, di resa, di sconfitta, di deriva, ce lo restituisce; la sua identità frammentata, sparsa, incontrollabile, è un’arma di cui egli neppure sospetta l’esistenza ma che altri sanno perfettamente come utilizzare, è l’America che affoga nella menzogna, è la notte e l’inverno, e il soffio gelido di un vento contro cui non c’è riparo: “Lee Harvey Oswald era sveglio nella sua cella. Stava cominciando a pensare di aver trovato lo scopo della sua vita […]. Era questo il vero inizio […]. Lui e Kennedy erano complementari. La figura dell’attentatore alla finestra era inseparabile dalla vittima e dalla sua storia. Questo pensiero sosteneva Oswald nella sua cella. Gli dava quello di cui aveva bisogno per vivere […]. Aveva scoperto la verità riguardo a una stanza. Poteva vivere comodamente in una cella grande la metà di quella”.

Thriller politico, crepuscolare e grottesco “romanzo di formazione alla rovescia”, dramma collettivo, testimonianza e invenzione, Libra è un’opera suggestiva e potente, uno scintillare di terrore e di dubbio, un continuo domandare, una testarda ricerca: “Se ne siamo fuori, presumiamo che un complotto sia la perfetta attuazione di un piano. Uomini taciturni e senza nome, dal cuore disadorno. Un complotto è tutto quello che la vita normale non è. È il gioco segreto, gelido, sicuro, attento, per noi eternamente inaccessibile. Noi siamo gli imperfetti, gli innocenti che cercano di dare un senso approssimativo alla lotta quotidiana. I congiurati possiedono una logica e un’audacia che trascendono la nostra comprensione. Tutti i complotti sono l’identica vicenda di uomini che trovano una logica in qualche atto criminale. Ma forse no”.

Eccovi l’inizio. La traduzione, per Einaudi, è di Massimo Bocchiola. Buona lettura.

Quello era l’anno in cui viaggiava in metropolitana fino ai confini della città, trecento e più chilometri di binari. Gli piaceva mettersi in testa al primo vagone, le mani premute sul vetro. Il treno squarciava le tenebre. I passeggeri alle varie fermate fissavano il nulla con un’espressione messa a punto negli anni. Gli veniva da chiedersi, sfrecciando davanti a loro, chi fossero realmente. Nei tratti più veloci il suo corpo sussultava. Correvano così forte da far pensare che fossero sul punto di perdere il controllo. Lo stridore arrivava a un parossismo doloroso che lui interiorizzava come una sfida personale. Un’altra curva strappaculo. Nel rumore di quelle svolte c’era tanto ferro che quasi ne sentiva il sapore, come da bambino, quando ti metti un giocattolo in bocca. Lungo i binari adiacenti, c’erano operai muniti di lanterne. Cercava con gli occhi i topi di fogna.

L’universo puro e feroce del mito

Sofocle, Edipo re, Garzanti
Sofocle, Edipo re, Garzanti

Di fronte agli inappellabili decreti del fato, la libertà dell’uomo non è che un fardello, il disperato piangere del neonato che con tutte le sue forze chiede di essere nutrito, rivendica il suo diritto a esistere, ma che può vivere solo per volontà altrui. L’oscurità e l’ignoto, materia dei suoi giorni, condannano all’impotenza, alla sterilità la sua volontà, le sue deliberazioni, ogni suo sforzo. E il suo futuro, ignorato, assume i contorni tragici e ineluttabili della punizione, della vendetta, nel momento in cui l’uomo, ribellandosi alla propria cecità, rifiutandosi di arrendersi al non sapere, armato soltanto di sospetti, dubbi e paure, sfida i propri limiti e prova a farsi tessitore del suo destino vestendosi d’onniscienza, ammantandosi di divinità. Non importa che questo suo affannarsi abbia il bene, o il tentativo di scongiurare il male, a proprio fine; non importa che a spingerlo siano la pietà, l’amore per la verità, l’eroismo, perché all’uomo non è consentito varcare i propri confini, procedere al di là di se stesso, disfarsi della propria mortalità, della propria imperfezione. Perché, come scrive Umberto Albini, “le cose divine […] non si possono scoprire, per quanti sforzi uno faccia”. Nel confronto tra umanità e divinità e nella sottomissione brutale, ingiusta, terribile della prima alla seconda, in un severo e trascendentale codice etico, che è legge ferrea dettata agli uomini e non docile strumento modellato dalle loro scelte, si raccoglie uno dei temi cardine dell’opera di Sofocle, e il grande autore greco lo approfondisce fino ad arrivare alle più estreme conseguenze nellEdipo re, primo capitolo del “trittico tebano” (che comprende anche Edipo a Colono e Antigone), unanimemente considerato il suo capolavoro. Edipo, eroe solo, come soli sono tutti i protagonisti delle tragedie sofoclee – ed è ancora Albini, nella ricca prefazione all’edizione Garzanti della trilogia, a definirne i caratteri essenziali con queste parole: “Sofocle […] crea una serie di figure monolitiche nella grandezza. Sono degli individui isolati, fuori del tempo, intransigenti, che procedono diritti per la loro strada: sono apparentati dalla caparbietà, dall’orgoglio, dalla rigidezza della linea di condotta. Vivono in un assoluto che rifiuta il compromesso […], sono al servizio di un’unica idea -, deve fronteggiare, da amato sovrano di Tebe, un’epidemia di peste. E sarà proprio la sua determinazione, sarà il prepotente desiderio di liberare i suoi sudditi da quel flagello, a condurlo alla rovina. Edipo, infatti, scopre, grazie al cognato Creonte, inviato a Delfi a interrogare Apollo sulle cause del morbo, che Tebe è stata colpita da quella maledizione a causa dell’omicidio del precedente re della città, Laio, ucciso lungo una strada, a un incrocio, per mano di alcuni briganti che non sono ancora stati catturati e puniti. Ma indovini e profeti, proprio quando sembrano offrire a Edipo una facile soluzione ai suoi travagli, gli spalancano dinanzi l’abisso. A compiere il primo passo è Tiresia, che, convocato dal sovrano affinché lo aiuti nella sua caccia ai colpevoli, dapprima rifiuta di rispondere alle domande che gli vengono poste, poi, incalzato dalla determinazione e dall’ira del suo signore, che giunge ad accusarlo di ordire un complotto ai suoi danni, gli rivela la verità che fino a quel momento ha custodito: è lui, Edipo l’assassino di Laio.

A questo punto, il macigno che impediva alla montagna di franare è stato smosso e nulla più può arrestare il compiersi del destino scritto dagli dei. Anzi, ogni azione tentata in questo senso si risolve nel suo contrario, a sottolineare sempre più l’inutilità, addirittura la follia del procedere dell’uomo quando ha l’ardire di respingere la propria sorte. Così, alla moglie Giocasta, che gli dice di non preoccuparsi troppo delle profezie, perché proprio una profezia aveva predetto a Laio che sarebbe morto per mano del figlio (che per questo lui ha fatto uccidere), mentre invece a finirlo sono stati dei briganti a un incrocio, Edipo non replica nulla, ma nella sua anima si addensano le perplessità e i timori perché egli, in fuga da quelli che credeva i suoi genitori naturali (re di Corinto), dopo che un oracolo gli aveva predetto che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, proprio a un incrocio aveva incontrato e ucciso un uomo, che potrebbe essere Laio. E in realtà proprio così sono andate le cose; Edipo, che per intervento di un messo giunto ad annunciargli la morte di Polibo, re di Corinto, scopre di essere figlio adottivo (salvato dalla pietà di un pastore, cui il suo vero padre, Laio, lo aveva affidato affinché lo uccidesse), deve affrontare la verità: pur avendo fatto ogni sforzo per sfuggire al proprio fato, egli ha adempiuto la profezia; ha ucciso il padre Laio e sposato la madre Giocasta, allo stesso tempo sua consorte e sua madre, e con lei ha generato quattro figli, che gli sono anche fratelli. Di fronte all’abominio, causato dalla pietà semplice di un uomo incapace di uccidere un neonato, Giocasta si uccide, mentre Edipo si acceca, condannandosi all’esilio.

Incolpevole eppure in qualche modo responsabile della propria terribile sorte, Edipo paga la sua sete di verità, la volontà di conoscere quel che soltanto agli dei è dato sapere, e in pari tempo sconta, nel modo più amaro, la sua mancata accettazione del decreto divino, la sua sterile fuga da se stesso. La nobiltà del parricidio mancato si muta del peggiore dei peccati (lassassinio del padre, il matrimonio e la congiunzione carnale con la madre) perché espressione di una tensione alla libertà che l’uomo non può pretendere per sé. Nell’universo puro e feroce del mito, nel suo splendore privo di innocenza, non si rinuncia a quel che si è, alla propria umanità, se non per brama di elevarsi al divino. Ed è, questo, un desiderio che non ha diritto ad alcun perdono, che non  merita pietà.

Eccovi l’inizio. La traduzione, per Garzanti, è di Ezio Savino. Buona lettura.

(Edipo). Creature, carne in cui Cadmo antico vive! Che è questo posarvi, inerti, qui da me, nel cerchio delle fronde, simbolo implorante? Tebe è carica di fumi, impasto di preghiere, di singhiozzi. Io sono retto: non da diverse labbra udrò le cose, creature. Vengo io. Eccomi. Edipo leggendario, polo di voi tutti. (Al Sacerdote di Zeus). Vecchio, chiarisci – sei tu la loro lingua, bravo interprete – che v’inchioda in questa posa: ansia, struggimento? Sta’ certo, mi protendo a tutto io, per impulso mio. Sarei ottuso con la sofferenza, a non curvarmi palpitando sulla vostra inerzia.

Barney Panofsky o Mordecai Richler?

Mordechai Richler, La versione di Barney, Adelphi
Mordecai Richler, La versione di Barney, Adelphi

Che nei fatti l’autobiografia di Barney Panofsky sia, in tutto o in parte, la biografia dello scrittore canadese Mordecai Richler importa poco. Conta, invece, e parecchio, capire quanto siano sovrapponibili nella prosa, nello stile e nel respiro narrativo l’autore de La versione di Barney (pubblicato nel 1997 e diventato un successo internazionale nel 2001 anche, se non soprattutto, a causa della morte di Richler) e il suo personaggio. Perché è esattamente qui, nello scioglimento di questo curioso dilemma letterario che l’indiscutibile talento di Mordecai Richler oltrepassa finalmente il confine che lo separa dal genio o inciampa nella propria presunzione e finisce per recitare stancamente una parte le cui virtù, ormai fruste, si trasformano in vizi. Panofsky, ricco ebreo ormai anziano, ha alle spalle una vita di dissolutezze, piaceri e rimorsi, e un debito con la propria coscienza che forse non potrà mai saldare. Ed è proprio per raccontare la sua verità, la sua “versione” di quel che è accaduto, che decide di scrivere un’autobiografia, o per dir meglio un’autodifesa, una replica alla più terribile e infamante delle accuse pubblicata in un libro scritto da un compagno di gioventù di Barney: quella di essere un assassino. E non un assassino qualsiasi, ma l’omicida del proprio migliore amico, Bernard “Boogie “ Moskovitch, brillante scrittore naufragato nella droga e in ogni altra sorta di bizzarri eccessi. Barney, tre mogli – morta suicida la prima; sposata con troppa leggerezza e abbandonata in fretta la seconda; amata con tutto se stesso, tradita e amaramente rimpianta l’ultima – e altrettanti figli che non sanno se sia più faticoso (e sterile) provare a comprenderlo oppure ad amarlo, rivendica con il balbettante e patetico orgoglio del colpevole suo malgrado le scelte folli, gli anni gettati al vento, gli scrupoli ignorati e lo sfrenato egoismo; e ricorda con la nostalgia impotente dei vecchi la stagione in cui tutto sembrava possibile e a portata di mano (gli anni cinquanta a Parigi), quella della povertà cui nessuno sfuggiva esibita come un vanto e del miraggio della ricchezza sbeffeggiato con raffinato, intellettuale compiacimento. Nella sua arruffata apologia, l’eterno ragazzo Barney gode dei peccati commessi nel momento stesso in cui li elenca, difende la sua passione inestinguibile per le donne e l’alcol ma non si stanca di ripetere che anche la peggiore amoralità obbedisce a un proprio codice etico. E non uccide. Non ho ammazzato Boogie. Il resto è uno sfrenato viaggio sulle montagne russe di un’indifferenza che potrebbe essere sovrumana se non fosse squisitamente umana, di un cinismo che ha il carattere della rivincita astiosa che il povero di spirito si prende nei confronti di chi è migliore di lui – avrei anch’io voluto scrivere come tanti dei miei amici, ammette con una punta di vergogna, invece ho fatto successo, e soldi, producendo spazzatura per la televisione – di una sete di vivere che nasconde tanto il bisogno di essere perdonato quanto il desiderio di avere una seconda possibilità.

Ma quanto c’è, davvero, nelle pagine di questo libro-confessione, di Barney Panosfky, e quanto invece c’è di Mordecai Richler? In che misura l’umorismo greve, scombinato e spesso fiacco che attraversa il romanzo è frutto degli elementari mezzi espressivi di Barney e non finissima elaborazione narrativa del suo creatore? Perfettamente mimetizzato nel suo eroe da quattro soldi, attratto fino alla fascinazione dalle scorrettezze di un mascalzone che muove tanto al riso quanto alla pietà, Richler forse cede al personaggio più di quanto un autore dovrebbe fare e per eccesso di realismo castiga la propria scrittura demolendone i maggiori punti di forza. Il ritmo della narrazione, l’allegria scanzonata, il garbo pungente delle battute, l’agilità della prosa (qualità che si ritrovano, per esempio, nel bellissimo Solomon Gursky è stato qui), in questo romanzo soffocano, sacrificate da un verbosità eccitata e maldestra che in più di un’occasione sfiora pericolosamente la noia. Eppure La versione di Barney non è un romanzo infelice; sa coinvolgere, commuovere, ha trovate più che buone (su tutte, i numerosi errori di cui sono disseminate le memorie di Barney; causati, si scoprirà a tempo debito, dai primi accenni del morbo di Alzheimer che l’ha colpito), ma nonostante ciò non convince. Perché non convince l’ipotesi che un autore così meravigliosamente dotato sia stato capace di mettere da parte la propria maestria per scrivere come avrebbe scritto un dilettante. Tuttavia, se quel che è accaduto è proprio questo, allora La versione di Barney merita di essere salutata come l’opera di un genio. A voi l’onere della decisione.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Matteo Codignola. Buona lettura.
Tutta colpa di Terry. È lui il mio sassolino nella scarpa. E se proprio devo essere sincero, è per togliermelo che ho deciso di cacciarmi in questo casino, cioè di raccontare la vera storia della mia vita dissipata. Fra l’altro mettendomi a scribacchiare un libro alla mia veneranda età violo un giuramento solenne, ma non posso non farlo. Non posso lasciare senza risposta le volgari insinuazioni che nella sua imminente autobiografia Terry McIver avanza su di me, le mie tre mogli (o come dice la troika di Barney Panofsky), la natra della mia amicizia con Boogie e, ovviamente, lo scandalo che mi porterò fin nella tomba. Il tempo, le febbri, questo il titolo della messa cantata di Terry, è in uscita per i tipi del Gruppo (chiedo scusa, il gruppo, si scrive così), una piccola casa edirice di Toronto che gode di lauti sussidi governativi e pubblica (su carta riciclata, potete scommetterci la testa) anche un mensile, «la buona terra».

Un geniale “scettico del crimine”

Recensione de “Il giudice e il suo boia” di Friedrich Dürrenmatt

 

Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli
Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, Feltrinelli

È il legame, indissolubile e tuttavia non necessario, tra carnefice e vittima (e insieme a esso la relazione, che dal punto di vista della pura teoria dovrebbe essere di causa ed effetto, tra delitto e castigo) il fondamento dei polizieschi di Friedrich Dürrenmatt, uno dei massimi esponenti della letteratura novecentesca e a mio avviso il più grande giallista di sempre (di lui ho già scritto più volte in questo blog); più che al crimine e ai suoi moventi, infatti, lo scrittore svizzero si interessa all’assassinio, al fatto di sangue, da un punto di vista filosofico, metafisico quasi, considerandolo un’aperta sfida all’ordine, alla razionalità e dunque alla comprensibilità (ancorché imperfetta, lacunosa) del mondo. Se dunque l’omicidio è l’elemento disturbatore e perturbante, l’accadimento inaspettato che sconvolge ogni cosa, e la sua soluzione, la scoperta del colpevole e la sua punizione ciò che rimette tutto a posto (come puntualmente accade nel giallo classico, il cui meccanismo narrativo si esaurisce in un rassicurante lieto fine), Dürrenmatt, pur evitando accuratamente, nei suoi lavori, di mettere in discussione questo tipo di architettura, ma anzi accettandolo senza riserve e facendolo suo con impareggiabile maestria (i suoi gialli sono splendidi, solidi, indimenticabili), ci costringe a riflettere su quanto tortuoso sia il percorso che conduce dal delitto alla punizione dello stesso, e soprattutto mostra quanto sia facile che questo cammino di giustizia possa interrompersi, magari per sempre.

La sua lezione risulta tanto affascinante quanto sconvolgente, e come uno scacco matto non consente replica alcuna: l’esistenza della verità, ci dice lo scrittore svizzero, non è condizione né necessaria né sufficiente del suo disvelamento. Questa sua opera di progressiva demolizione delle certezze connesse all’omicidio, questo suo geniale “scetticismo criminale” (condotto con ferreo rigore razionale e impressionante consequenzialità), comincia fin da Il giudice e il suo boia, racconto che segna l’esordio letterario di Dürrenmatt. Il protagonista, l’anziano ispettore Bärlach, affiancato dall’agente Tschanz deve indagare sull’omicidio di un tenente della polizia di Berna, tuttavia questo delitto, a differenza di quelli con cui si aprono i gialli tradizionali, ai quali Dürrenmatt, è bene ribadirlo, esplicitamente si richiama, non è il punto di partenza di una serie di azioni che condurranno alla cattura del colpevole ma un uscio spalancato su una realtà (quella che viviamo) nella quale a regnare è il disordine e che ha nella morte procurata solo una delle sue infinite manifestazioni.

E allora non stupisce che il caso conduca Bärlach di nuovo a tu per tu con un uomo che aveva già incontrato in passato, una persona influente che anni prima aveva commesso un omicidio rimasto impunito: è grazie a questo incontro, che riapre vecchie ferite e contribuisce a far apparire ogni cosa sotto una luce nuova, che il disilluso ispettore comprende quanta distanza ci sia la giustizia, divinità intangibile da servire sottomettendosi a una ben precisa serie di regole (stabilite dall’uomo), e la sua applicazione, spesso frutto di scelte dolorosissime e quasi mai al riparo dall’arbitrio, o da meri calcoli di opportunità.

Nel fosco quotidiano disegnato da Friedrich Dürrenmatt, il male, semplicemente, è privo di un degno contraltare (o se vogliamo di un opposto altrettanto puro dal punto di vista concettuale); ecco perché coloro che danno la caccia ai criminali sono spesso dei vinti, degli sconfitti. Uomini non privi di una loro nobiltà d’animo né dell’acume investigativo che la tradizione letteraria ha attribuito a detective entrati nell’immaginario collettivo, ma nonostante ciò disarmati di fronte alla vita, e rassegnati alla sua sostanziale ingovernabilità.

Nella loro fragile lotta contro il caos, questi personaggi, che così tanto ci somigliano, non sono eroi perché vincono, ma perché, malgrado tutto, non si sottraggono alla battaglia. “Bärlach si alzò alle sei, senza aver dormito. Era domenica. Si lavò e indossò un altro abito. Poi telefonò a un taxi: la colazione l’avrebbe fatta nella carrozza ristorante. Prese il cappotto pesante e uscì nel grigiore del mattino; non aveva valigie. Il cielo era chiaro. Uno studente sbronzo, che puzzava di birra, barcollava sul marciapiede e si fermò a salutarlo. ‘Blaser,’ pensò Bärlach, ‘l’hanno già bocciato due volte in fisica, poveraccio. Allora uno comincia a bere’”.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Feltrinelli, è di Enrico Filippini. Buona lettura.
La mattina del tre novembre 1948, nel punto in cui la strada di Lamboing (uno dei villaggi del Tassemberg) esce dal bosco che degrada lungo il vallone del Twannbach, il gendarme di Twann, Alphons Clenin, trovò una Mercedes azzurra ferma sul ciglio della strada. C’era nebbia, come spesso accade nei mattini di tardo autunno; Clenin era già andato oltre ma poi si decise a tornare indietro. Passando aveva gettato una rapida occhiata attraverso i cristalli appannati e aveva avuto l’impressione che il conducente se ne stesse abbandonato sul volante. Pensò che l’uomo fosse ubriaco: era una persona normale, Clenin, e ricorreva sempre alle spiegazioni più ovvie.

Lo uccisi perché era di Vinaroz

Max Aub, Delitti esemplari, Sellerio
Max Aub, Delitti esemplari, Sellerio

Immaginate un assassinio. E chiedetevi quale movente, per un tale atto, sia più naturale, universale, comprensibile e condivisibile (squisitamente in via di principio, s’intende) del puro odio, di quell’accesso di violenza cieca, e rabbia, e furore, e desiderio di annientamento che alberga in ciascuno di noi, che silenzioso pulsa nei più inviolabili recessi del nostro cuore infiammando pensieri e nutrendo le più oscure fantasie. Uccidere dunque. Semplicemente. E per nessun’altra ragione che non sia la voglia di farlo. Bandito l’inutile ricorso (da dilettantesca trama gialla) a ragioni estrinseche (denaro, gelosia, vendetta o qualsiasi altra cosa possa venire in mente), spogliata la più terribile delle azioni della sua veste antropologica, psicologica e letteraria, quel che resta è l’omicidio in sé e per sé, il suo archetipo, la platonica rappresentazione ideale della morte e di colui che la dispensa: l’uomo. Ed è proprio quest’uomo, omicida per istinto, omicida perché uomo, inquietante rovescio della medaglia bel “buon selvaggio” descritto da Jean-Jacques Rousseau, il protagonista di un’opera bizzarra e affascinante, Delitti esemplari dello spagnolo Max Aub, scrittore imprevedibile e avvincente, suggestivo nei suoi arditi e beffardi equilibrismi tra fantasia e realtà (la sua biografia dell’inesistente pittore Jusep Torres Campalans in qualche misura ricorda il Pierre Menard, novello autore del Don Chisciotte, raccontato da Jorge Luis Borges in Finzioni) e nello stesso tempo capace di una prosa diretta, spigolosa e veemente, che lascia il lettore senza fiato e quasi impossibilitato a comprendere quanto di questo scrivere affannoso e tuttavia limpido sia frutto di mestiere e quanto invece si debba a una talentuosa, e tumultuosa, urgenza comunicativa. Volutamente scaltro, disseminato di trappole e false piste, il cammino letterario di Aub è un aperto atto di sfida; egli presenta i suoi lavori come futili esercizi, passatempi, curiosità per perdigiorno; narra con affettata condiscendenza, come se della sua fatica non gli importasse minimamente, e squaderna i suoi temi come inciampi di un cammino privo di meta, cose nelle quali si è imbattuto per un capriccio del destino. “Non gettiamo la croce addosso a nessuno”, scrive nel prologo di Delitti esemplari raccontando la genesi del libro e il modo in cui sono state raccolte le confessioni degli omicidi che lo compongono, “si è perduta la semenza, forse a causa del tempo cattivo. Il sale della saggezza non muove al riso; del resto non ce l’hanno più neppure i saggi, i quali si mordono la coda dopo essersi lasciati fagocitare dai loro figli. Cosa abbiamo coltivato? Cosa abbiamo raccolto? Ci resta soltanto il gioco, che dipende dal caso. C’è chi, felice, non si stanca mai di giocare. Io sì. E anche coloro che qui si confessano: il miope, il presbite, e intanto si danno botte da orbi”.

Geniale architetto di labirinti d’apparenza, irrazionalità e caos, Max Aub rivela nel momento stesso in cui nasconde, mostra il procedere dell’analisi razionale (o molto più modestamente, se si vuole, dell’opinione personale) dove sembra trovi spazio soltanto l’immediatezza dell’emozione – “Era più intelligente di me, più ricco di me, più generoso di me, era più alto di me, più bello, più disinvolto, vestiva meglio, parlava meglio; se voi credete che queste sono scuse, siete proprio stupidi. Ho sempre pensato alla maniera di sbarazzarmi di lui. Feci male ad avvelenarlo: soffrì troppo. Questo sì che mi dispiace. Avrei voluto che morisse di colpo” – incalza, provoca e sconvolge proprio quando mette tra parentesi il suo ruolo di autore a favore di quello passivo e inerte di cronista, di occasionale testimone (“Uccise la sorellina la notte della Befana per tenere tutti i giocattoli per sé”). Ma non inganni la confusione costruita ad arte dello scrittore spagnolo; una via d’uscita dalla sua stanza dei giochi, infatti, esiste. È la scomposizione del generale del particolare, dell’universale nel soffocato microcosmo del dettaglio la chiave d’accesso a quel particolarissimo “enigma letterario” chiamato Max Aub; comprendere che la ragione del suo essere scrittore coincide perfettamente con il significato di quel che scrive, dunque, non comporta altro che la piena accettazione delle regole del suo mondo, un mondo nel quale la verità esiste ma non ha il potere di salvare niente e nessuno, perché come tutte le cose che vivono è destinata a perire.

Eccovi l’inizio del prologo. La traduzione, per Sellerio Editore, è di Lucrezia Pannunzio Cipriani, ed è stata fatta sull’edizione del libro curata personalmente da Max Aub nel 1957. Buona lettura.
Questo è materiale di prima mano: trasferito direttamente dalla bocca alla carta, sfiorando appena l’orecchio. Confessioni senza storia: Chiare, confuse o dirette, non hanno altro scopo che di spiegare il furore. Raccolte in Spagna, in Francia ed in Messico nel corso di più di vent’anni, non potevo – oggi – migliorarle: questo spiega la loro semplicità. Certamente mi furono fatte con una precisa intenzione, quella di riaccostarsi a Dio e sfuggire così il peccato. Gli uomini sono esattamente come furono creati, e volerli ritenere responsabili di ciò che, d’un tratto, li spinge ad uscire da se stessi, è una pretesa che non condivido. Gli anni mi hanno aperto alla comprensione. Le ragioni che li hanno spinti al crimine sono raccontate in tutta franchezza, forse con un unico desiderio, quello di lasciarsi trascinare dalla loro pena. Ingenuamente – secondo me – dicono grandi verità.

Dove perfino i carnefici finiscono per essere vittime

Recensione di “La morte non dimentica” di Dennis Lehane

Dennis Lehane, La morte non dimentica, Piemme

Un romanzo giallo che ha lo spessore di una tragedia greca; il destino di un uomo che, simile a quello d’Edipo, porta in sé un’inevitabile sciagura; una colpa terribile (la reiterata violenza sessuale su un ragazzino) che distrugge una vita e, come la peggiore delle maledizioni, ne sconvolge irrimediabilmente altre fino a farsi eredità d’incubo. La morte non dimentica di Dennis Lehane è un libro di lacerante bellezza, complesso come un mosaico, imprevedibile come un labirinto; del thriller puro ha le atmosfere e l’immancabile crescendo di tensione, del dramma ha le coloriture della prosa e la minuziosa descrizione d’ambiente, ma a colpire davvero il lettore sono la precisione e l’acutezza della riflessione psicologica, a lasciare senza fiato è quella capacità unica di raccontare il dolore, di dar limpida voce all’urlo inarticolato del trauma, di rappresentare con verità, con autenticità, l’esplodere di una tragedia.

Il mondo di Lehane è quello degradato ma ostinatamente dignitoso della periferia cittadina (tutti i suoi lavori sono ambientati a Boston, città nella quale lo scrittore di origine irlandese vive); i suoi personaggi lottano, sopravvivono, inseguono un riscatto che per molti di loro ha la consistenza illusoria di un miraggio. Privi di illusioni, essi non mancano tuttavia d’innocenza, perché anche chi domani sarà uomo un tempo è stato bambino, e i bambini credono a ciò che vedono. Quel che vedono Jimmy, Dave e Sean in un giorno del 1975 all’apparenza identico a qualsiasi altro, quel che d’improvviso appare dinanzi ai loro occhi mentre, nel bel mezzo di una strada, stanno litigando, è una macchina “lunga e squadrata come quelle degli investigatori di polizia” con due uomini a bordo.
Dall’auto ne scende uno, quello che stava al volante. “Aveva l’aspetto tipico del poliziotto”, scrive Lehane amplificando, sottolineando quella sottile, insistente, maligna linea di continuità tra apparenza e realtà che scintilla nello sguardo spaventato dei bambini, “capelli biondi e corti, viso paonazzo, camicia bianca, cravatta sintetica nera a strisce gialle, la pancia pesante che ricadeva sulla fibbia della cintura come un sacco di patate. L’altro aveva un’aria poco sana: magro e sciupato, rimase seduto al suo posto, con una mano tra i capelli unti e scuri e lo sguardo fisso nello specchietto laterale per seguire i movimenti dei tre ragazzi”.
I finti poliziotti (in realtà una coppia di pedofili) portano via Dave; lo terranno sequestrato quattro giorni, rubandogli per sempre i suoi anni, il suo futuro. Questo l’antefatto del romanzo, che è anche il filo conduttore di quel che accade venticinque anni dopo, quando i tre ragazzi, ora adulti, ciascuno con una propria vita, vengono investiti da un nuovo, terribile evento: l’uccisione di Katie, la figlia di Jimmy. La responsabilità del caso tocca a Sean, diventato poliziotto, e la sua ricerca della verità è una lenta, inesorabile discesa nell’abisso; Lehane la narra magistralmente, mescolando alla perfezione gli elementi concreti dell’investigazione (il faticoso procedere di scoperta in scoperta, i pericoli rappresentati dalle false piste, il formarsi dei sospetti, il prendere corpo delle ipotesi) e quelli tormentosi della memoria, dei ricordi seppelliti a viva forza in un oscuro recesso della mente (il ritorno a un tempo perduto per sempre, la rievocazione malinconica e impotente di sodalizi d’infanzia, scoloriti chissà come nell’indifferenza oppure divenuti inimicizie palesi), e dà vita a una storia di impressionante cupezza, dove tutti, perfino i carnefici, finiscono per essere vittime, e dove anche la verità si rivela nient’altro che il beffardo rovescio della medaglia della finzione.
Dave, il ragazzino violentato che ora è marito e padre, si ritrova suo malgrado al centro delle indagini: il suo alibi è lacunoso e la sera dell’omicidio è successo qualcosa, qualcosa di brutto, che lui si ostina a non rivelare a nessuno, neppure alla moglie. Intanto Jimmy non sa darsi pace, vuole a tutti costi che sia fatta giustizia; di più, vuole vendetta, la pretende…
Dell’epilogo naturalmente taccio, mi limito solo a dire che non manca la sorpresa (peraltro ottimamente congegnata).
La morte non dimentica, da cui è stato tratto un bellissimo film, Mystic River, diretto da Clint Eastwood, è un romanzo impossibile da dimenticare; il suo palpitante respiro noir si fonde nell’inquieto procedere di un storia che ha la dimensione quasi superumana della letterarietà tragica e la sconvolgente realtà del fatto di cronaca.
Eccovi l’incipit (la traduzione per Piemme è di Francesca Stignani). Buona lettura.
Quando Sean Devine e Jimmy Marcus erano bambini, i loro padri lavoravano nella stessa fabbrica di dolci Coleman e rincasando portavano con sé l’odore del cioccolato caldo. Era un marchio indelebile sugli abiti, sulle lenzuola, sugli schienali dei sedili delle loro auto. La cucina di Sean sapeva di barretta al caramello, il bagno di cioccolato alle nocciole. A undici anni, Sean e Jimmy avevano sviluppato un tale odio nei confronti dei dolci, che avrebbero preso il caffè senza zucchero e rifiutato il dessert per tutto il resto della loro vita. Al sabato, il padre di Jimmy passava dai Devine per farsi una birra con il padre di Sean. Portava con sé anche il figlio, e mentre le birre diventavano sei, seguite da due o tre bicchierini di whisky, Jimmy e Sean giocavano nel cortile sul retro, qualche volta insieme a Dave Boyle. Dave era un ragazzino dai polsi sottili e dagli occhi spenti, che raccontava barzellette imparate dai suoi zii. Attraverso la finestra della cucina i ragazzi udivano il sibilo delle lattine di birra appena stappate, improvvisi scoppi di risa e lo scatto secco degli accendini quando il signor Devine e il signor Marcus si mettevano a fumare.