La verità, per come la si intende

Recensione di “La statua di sale” di Gore Vidal

Gore Vidal, La statua di sale, Fazi

“Si è detto molto – il santo stesso ne ha parlato – di come Agostino abbia rubato e mangiato delle pere da un frutteto milanese. Si presume che non si arrischiò più a trafficare (né tantomeno a mangiare) merce rubata e, una volta che si lasciò alle spalle questo crimine giovanile […] filò dritto verso la santità. Il fatto è che tutti noi abbiamo rubato delle pere; il mistero è perché così pochi di noi abbiano meritato aureole. Ho il sospetto che in certe vite conosciute ci sia a volte un momento improvviso in cui si deve scegliere. Mi sposo o ardo? Rubo o do agli altri? Chiudo la porta su una vita agognata per aprirne un’altra, deliberatamente, su dolore e sofferenza perché… Il ‘perché’ è la vera storia, che di rado viene raccontata […]. A diciannove anni, appena congedato dall’esercito, scrissi un romanzo, Williwaw (1946): fu ammirato, almeno in senso cronologico, come il primo dei romanzi di guerra. L’anno seguente scrissi il meno ammirato In a Yellow Wood (1947). Allo stesso tempo, mio nonno stava spianando il cammino alla mia carriera politica nel New Mexico […]. Sì, che ci crediate o no, nella più grande democrazia che il mondo abbia conosciuto […] le elezioni possono essere aggiustate senza clamore, come vi ha amabilmente spiegato Joe Kennedy […]. Stavo lavorando a La statua di sale. Se l’avessi pubblicato, avrei svoltato a destra e sarei finito, maledetto, a Tebe. Abbandonandolo, avrei girato a sinistra trovandomi nella santa Delfi. L’onore richiedeva che prendessi la strada per Tebe […]. Sapevo che la mia descrizione di una storia d’amore tra due ragazzi americani ‘normali’, come quelli con i quali avevo trascorso tre anni nell’esercito in tempo di guerra, avrebbe messo in discussione nel mio paese natio – che è sempre stato più simile alla Beozia, temo, che non ad Atene o alla spettrale Tebe – tutte le superstizioni sul sesso. Fino a quel momento, i romanzi americani sulle ‘inversioni sessuali avevano trattato di travestiti o di ragazzi solitari e cerebrali che avevano contratto matrimoni infelici e si struggevano per i marine. Io ruppi quello schema. I miei due amanti erano atleti e così attratti dal genere maschile che, nel caso di uno, Jim Willard, quello femminile era semplicemente irrilevante. La sua passione lo spingeva a riunirsi con la sua metà, Bob Ford: sfortunatamente per Jim, però, Bob aveva altri progetti sessuali, che comprendevano le donne e il matrimonio. Diedi il manoscritto ai miei editori di New York […]. Lo detestarono. Un vecchio editor disse: «Non ti perdoneranno mai per questo libro. Tra vent’anni ti attaccheranno ancora»”. Continua a leggere La verità, per come la si intende

Nell’amare, provare a vivere

Roberto Pazzi, La trasparenza del buio, Bompiani
Roberto Pazzi, La trasparenza del buio, Bompiani

La ricerca di sé, inquieta, tormentata, sfuggente (perché di sé implica l’accettazione, il coraggio di riconoscersi e la parallela ambizione di fuggire la clandestinità), si intreccia con la passione, e forse con l’amore, cercati, inseguiti con febbrile impazienza, pretesi con rabbia disperata da un uomo consumato dagli anni ma non ancora rassegnato, non completamente sconfitto. La frenesia della carne, lo stupefatto entusiasmo dello spirito e del cuore – strumenti entrambi, necessari eppure tragicamente insufficienti, a disposizione degli uomini per differire la morte, per cercare di non averne paura: fragile talismano la prima, impotente scongiuro il secondo – palcoscenico del quotidiano, regalano, a volte solo per pochi istanti, a volte per l’intero arco di un’esistenza, indispensabili illusioni: sembrano capaci di imbrigliare il tempo, di cancellare i rimpianti, di dare un senso all’oggi e di riempire di desiderio e d’aspettative il domani; hanno la pietà e la misericordia dei sogni, ma dei sogni, e dell’irrealtà, purtroppo condividono anche la sostanza. Ecco dunque che la loro caducità, riflesso della nostra, si fa eco struggente di un vivere debole, precario, goffo, di una resistenza timida, passiva, all’irrompere del dolore, allo spietato gioco del caso, alle conseguenze delle nostre scelte, di decisioni che troppo spesso hanno il respiro affannato e il volto stanco, segnato e infelice della costrizione e quasi mai lo scintillio orgoglioso della scelta. Tutto questo racconta, nel suo ultimo romanzo, intitolato La trasparenza del buio (Bompiani), lo scrittore, poeta e giornalista Roberto Pazzi. Attraverso una prosa semplice e immediata, ben calata in una maldestra modernità espressiva che privilegia l’immediatezza (non importa quanto superficiale, purché concreta, efficiente) alla bellezza e all’armonia della forma, alla musicalità della parola, che non si cura della preziosa coincidenza di forma e contenuto (caratteristiche che l’autore richiama a più riprese citando, con una sorta di nostalgico omaggio, grandi nomi della storia della letteratura e del pensiero: Emily Dickinson, José Saramago, Arthur Schopenhauer, Platone; e cui ricorre nelle brevi e intense descrizioni dei luoghi in cui è ambientato il romanzo: la raccolta Ferrara, Padova, così bella e insieme così buffa nel suo regale provincialismo, Verona, con le sue splendide piazze e la sua shakespeariana vanità), egli narra la tempesta amorosa di Giovanni Caonero, professore universitario omosessuale alle soglie della vecchiaia (ha quasi settant’anni), travolto, nel giro di pochi giorni, da tre sconvolgenti avventure, e così facendo si addentra nell’eterno mistero delle emozioni, si misura con l’insopprimibile bisogno, che è di ognuno di noi, di cercarci nell’altro, e attraverso l’altro sceglierci, riconoscerci, provare a rispettarci. E ad amarci.

In pari tempo Erinni ed Eumenidi, tumultuosi e tardivi, gli amori di Caonero divampano nella contraddizione: non è infatti che l’appetito sessuale a unire gli amanti, per il resto divisi da tutto; da differenze d’età, da incolmabili abissi culturali, da esperienze di vita opposte, da bisogni che non possono in alcun modo trovare conciliazione. Non ci sono che solitudine, e rimorso, e rimpianto, ad attendere il professore una volta soddisfatta la fame della carne; al termine di ogni esperienza egli torna a sé non come il viaggiatore che rientri a un sicuro porto dove trovare rifugio e riposo, ma come il prigioniero che, conclusa l’ora d’aria, si trascini fino alla sua cella. Schiavo del pregiudizio del mondo, e più ancora di quella sottile, insinuante vigliaccheria che in così tante occasioni ci spinge a mettere da parte ciò che pensiamo e vogliamo per timore di dispiacere agli altri e di attirarci la loro collera, il loro disprezzo, Giovanni Caonero spreca il presente così come ha sprecato tutta la sua vita, e giorno dopo giorno sempre più si spegne nell’abbraccio sfinito con il solo passato che ha rappresentato per lui il miraggio di una libertà sempre agognata e mai raggiunta: quello incarnato dalla nonna Giovanna, soprannominata “la Pazza” (come la madre di Carlo V, imperatore che governò su domini talmente vasti da non veder mai tramontare il sole) per il suo esibito e strafottente anticonformismo, e quello visceralmente vissuto da Milena, la sola donna capace di amare Caonero, e di esserne riamata.

Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.

I carabinieri li avevano scovati alle nove di sera, all’Antico Caffè Dante di Verona. A un tavolo d’angolo la nonna s’era fatta servire cioccolata calda, strudel e meringhe, poi i marron glacés di cui il nipotino andava pazzo, cercando nell’agenda squinternata un numero che voleva chiamare con il telefono a parete, com’erano molti apparecchi negli anni cinquanta. Intanto il suo Nane continuava a mirare col fucilino le vittime. Solo alle donne intimava: “Mani in alto!”. Il bambino l’aveva seguita la mattina, da Padova, venuta a prelevarlo da scuola per una visita medica. Sul taxi gli aveva poi detto la verità: “Macché dottore, ho ritrovato l’indirizzo del mio impresario, a Verona… e si va in giro per il mondo!”.

Essere. Per qualcun altro

Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Mondadori
Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, Mondadori

“Razza su cui pesa una maledizione, costretta a vivere nella menzogna e nello spergiuro perché sa che il suo desiderio – ciò che costituisce per ogni creatura la suprema dolcezza del vivere – è considerato punibile e vergognoso, inconfessabile; costretta e rinnegare il proprio Dio, giacché, se anche siano cristiani, quando compaiono in veste d’imputati alla sbarra del tribunale, devono, davanti al Cristo e al suo nome, difendersi come da una calunnia da ciò che è la loro stessa vita; figli senza madre, cui sono obbligati a mentire persino al momento di chiuderle gli occhi; amici senza amicizie, malgrado tutte quelle che il loro fascino sovente riconosciuto può far nascere e che il loro cuore, non di rado buono, saprebbe provare; ma è lecito chiamare amicizie le relazioni che vegetano solo col favore d’una menzogna e dalle quali il primo slancio di confidenza e di sincerità cui fossero tentati d’abbandonarsi li farebbe respingere con disgusto, a meno che non avessero a che fare con uno spirito imparziale, se non addirittura simpatetico, che in tal caso, tuttavia, fuorviato nei loro confronti da una psicologia convenzionale, attribuirebbe al vizio confessato anche l’affetto che gli è più estraneo, allo stesso modo che certi giudici suppongono e giustificano più facilmente l’assassinio negli invertiti e il tradimento negli ebrei, per ragioni tratte dal peccato originale e dalla fatalità della razza?”. È l’amore, in particolar modo l’amore omosessuale, considerato nel medesimo tempo con cruda razionalità e tormentata passione, il cuore narrativo e tematico di Sodoma e Gomorra, quarto volume della Recherche di Marcel Proust. Il grande scrittore francese lo racconta (anzi, non è eccessivo affermare, laddove si ponga la giusta attenzione alla sofferta sincerità della sua prosa, che lo confessi) attraverso i suoi personaggi; il nobile, fiero, eppure vinto e perduto signor di Charlus, e lui stesso, voce narrante del romanzo, innamorato di Albertine, che cerca il proprio appagamento in un amore totale, privo di barriere e restrizioni, capace di guardare, con identico interesse, agli uomini e alle donne. L’amore, l’amore naturale e nonostante ciò proibito, l’amore che sorge spontaneo e che tuttavia la società considera malato, immorale, vizioso più di certi vizi “come il furto, la crudeltà, la malafede, che però l’uomo comune, comprendendoli meglio, è più propenso a scusare”, si fa, nel mezzo del cammino etico, estetico ed esistenziale proustiano, simbolo della vita stessa, della sua invincibile irrazionalità, delle sue contraddizioni, delle sue ingiustizie. Per questo Proust alla vita l’accosta, o per dir meglio lo sovrappone, e nel descriverlo, nel disegnare con impressionante minuzia i contorni di un sentimento circondato dalla paura (di venire alla luce) e dall’esecrazione (cui inevitabilmente va incontro una volta divenuto di pubblico dominio), moltiplica i paragoni e gli esempi: la natura, la storia, l’arte, la religione, il mito, la politica, ogni umana manifestazione del genio, ogni atto sociale, ogni inclinazione è un possibile specchio di quel sentimento che a prezzo di enormi sacrifici e di una tragica condanna all’infelicità si sforza in ogni modo di celar se stesso pur ingegnandosi a trovar sfogo, soddisfazione.

Ma se ogni aspetto della vita, cui non fa eccezione neppure la morte (quella della nonna di Marcel, che proprio nel legame con Albertine troverà conforto al suo dolore), torna, come alla propria sorgente, all’amore, se nella circolarità di questa equivalenza il tempo degli uomini scorre ordinato nel suo incessante alternarsi di luce e ombra, ecco che oltre le allegorie e le similitudini trova il proprio spazio e la propria dimensione la perfetta coincidenza del vivere e dell’amare, della vita cercata, inseguita, sprecata e dell’amore cercato, inseguito, precariamente goduto e per questa ragione con sempre maggior determinazione preteso. Facce di un’identica medaglia, Marcel e il signor di Charlus donano interamente all’amore le loro esistenze; officianti e vittime, celebrano il sacrificio dell’essere: la restituzione a sé, che sola riposa nell’essere per qualcun altro.

Eccovi l’incipit. La traduzione per Mondadori, è di Giovanni Raboni. Buona lettura.

Come già sappiamo, quel giorno (il giorno in cui doveva aver luogo il ricevimento della principessa di Guermantes), prima di fare al duca e alla duchessa la visita che ho appena descritta, avevo spiato il loro ritorno e compiuto, durante il mio appostamento, una scoperta concernente, in particolare, il signor di Charlus, ma così importante, di per se stessa, che ho preferito rinviarne il racconto sinché non avessi, come ho ora, la possibilità di assegnargli il posto e lo spazio necessari.

Al principio di un nuovo viaggio

 

Marcel Proust, I Guermantes, Einaudi
Marcel Proust, I Guermantes, Einaudi

Morbida, sinuosa, fluida, declinata senza un ordine apparente, in una libertà piena e sorprendente che sembra rendere superfluo qualsiasi punto di riferimento, la memoria, l’inesauribile tesoro narrativo di Marcel Proust, nutrita dalla sovrabbondante ricchezza della prosa dell’autore francese, senza sosta si rinnova, quasi partecipasse in prima persona alle esperienze e ai vissuti di cui dovrebbe essere semplicemente il contenuto, lo scrigno, e diviene stupore, riscoperta, attualità. Nell’intensità emotiva di una scrittura a tal punto trasparente e sincera da sfiorare la nudità della confessione, il ricordo abbandona ogni sovrastruttura, ogni giudizio precostituito e si affaccia al mondo con curiosità virginale, di fanciullo, allo stesso modo godendo dell’ebrezza dei suoi splendori e patendo l’abisso delle sue miserie. Narrata come fosse l’oggi, la stagione di vita dell’autore che costituisce la trama de I Guermantes, terzo libro della Recherche (dei primi due ho già scritto in questo blog), esplora il mistero dell’uomo e dei suoi affetti; nei salotti raffinatissimi dell’aristocrazia di sangue, dove tutto, persino il reciproco sorridersi, o l’ammiccare improvviso, obbedisce a rigide regole di etichetta, Proust, voce narrante e personaggio, osserva come se non conoscesse nulla, come se a quell’ambiente fosse del tutto estraneo. Non c’è, naturalmente (né avrebbe senso che ci fosse), ombra di critica sociale nel letterario spaesamento dello scrittore (rampollo dell’alta società borghese), quanto piuttosto il riflesso di un cauto procedere, l’eco di una ricerca che ha la natura umana (e il suo carattere multiforme, sfuggente, imprevedibile) come proprio oggetto. Nel guardare agli uomini, a ciò che fanno, pensano, a quel che mostrano e soprattutto alle cose che nascondono, che si preoccupano di celare, nel raccontare l’eterno ritorno del loro esistere (che è l’esistere di ciascuno di noi), Proust annulla ogni distanza tra passato e presente; certo, le descrizioni perfette della vita di società riportano il lettore a un mondo scomparso, tuttavia non c’è nulla di davvero essenziale nel richiamo al passato; mai come in questo romanzo (e nel successivo Sodoma e Gomorra), l’ambientazione, pur magnifica per cura del dettaglio, è ridotta a sfondo, a macchia di colore dalla quale emerge, con i suoi tratti marcati, inconfondibili, l’essere umano. E con lui il suo mondo interiore, che Proust indaga con rispettoso pudore e insieme vorace curiosità, lasciandosi sedurre dai suoi chiaroscuri, e affascinare e terrorizzare dalla sua complessità, fino al momento in cui la sua sete di conoscere, il suo bisogno di scoprire, lo conducono oltre l’ultima delle soglie, dove non è più possibile occultare nulla. È allora che al lettore e al narratore insieme (come fossero una stessa persona) si rivela l’omosessualità del barone di Charlus, uno dei protagonisti del romanzo, verità scomoda e sconvolgente per il severo indirizzo morale del tempo cui tuttavia Proust non rifiuta di accostarsi. Con timore, ritrosia, ma anche con pietà.

Nel disegno complessivo della Recherche, I Guermantes si può considerare una specie di romanzo sui generis, un lavoro capace di rispettare il respiro narrativo dei libri che l’hanno preceduto e insieme un’opera che segna una svolta, che introduce una dimensione nuova della memoria e in essa trascina lettore e personaggi. In questa tappa del grand tour proustiano, dunque, un nuovo viaggio ha inizio; ignoti sono i lidi cui può condurre, ma ad essi, e ben più profondamente di quanto riusciamo a immaginare, apparteniamo. 

Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Mondadori, collana I Meridiani, è di Giovanni Raboni). Buona lettura.
Il pigolio mattutino degli uccelli sembrava insipido a Françoise. La minima parola pronunciata dalle donne la faceva sussultare; disturbata da ogni loro passo, se ne chiedeva il perché: avevamo traslocato. Non  che, al sesto piano della nostra abitazione, i domestici si muovessero meno; ma quelli li conosceva; i loro andirivieni se li era fatti amici. Adesso, persino al silenzio prestava un’attenzione dolorosa. E poiché il nostro nuovo quartiere pareva tanto calmo quant’era rumoroso il boulevard sul quale davano prima le nostre finestre, il canto d’un passante (nitido anche quando, da lontano, giunge fievole come un motivo d’orchestra) faceva venire le lacrime agli occhi a Françoise in esilio.

Uomini e donne alla periferia di ogni cosa

Giovanni Testori, L'Arialda, Feltrinelli
Giovanni Testori, L’Arialda, Feltrinelli

La Milano florida e soddisfatta di sé del boom economico è un orizzonte lontano e amaro per gli eroi popolari di Giovanni Testori, esercito derelitto di uomini e donne che nella veemenza del carattere cela la vergogna per la propria condizione e allontana come può il fastidioso imbarazzo della miseria. La povertà materiale è la loro tragedia; l’assenza di mezzi e possibilità la condanna che devono scontare in vita; la rinuncia ai sogni la misura della loro straziante quotidianità. E la scrittura graffiante del grande autore milanese (romanziere, commediografo, critico d’arte), con il suo stile scarno, aggressivo, immediato, nervoso, semplice eppure potente, come soltanto la lingua cresciuta per le strade, lungo i  marciapiedi, all’ombra dei cortili e nelle osterie odorose di vino e fumo sa essere, è la loro voce, il loro canto soffocato e dolcissimo. Confinati alla periferia di ogni cosa, i personaggi testoriani si raccontano per ciò che sono – mostrandosi nudi tanto nell’esaltante purezza dei sentimenti quanto nell’abiezione più profonda delle viltà e delle perversioni – in una sorta di rivisitazione laica (così coraggiosa ed estrema da risultar lacerante) del sacramento della confessione. Personaggi fieri, indomiti, come la camiciaia Arialda, protagonista dell’omonima tragedia (parte del composito ciclo di opere intitolato I segreti di Milano) pubblicata da Feltrinelli e incorsa in un’assurda censura “per turpitudine e trivialità”. Arialda cerca nell’amore e nella liberatoria gioia del sesso il proprio riscatto, ma nel girone infernale degli abietti, dove è reclusa l’umanità dipinta da Testori, non esiste salvezza. Ciascuno infatti ha colpe da pagare, inconfessabili segreti da scontare, debiti contratti da saldare; quello di Arialda è suo fratello Eros, giovane bellissimo e omosessuale, disposto a vendersi, a cedere alle lusinghe del rispettabilissimo mondo borghese, sempre alla ricerca di uno sfogo per i propri innominabili appetiti, per accumulare denaro, e con il denaro la tanto sospirata autonomia, ma non per questo incapace di provare tenerezza, e autentica passione, per un altro giovane, Lino, anch’egli pronto a tutto pur di guadagnare soldi. Per i due fratelli l’amore si rivela un vicolo cieco, una brutale delusione: Arialda paga la “natura malata” del fratello, oggetto di chiacchiere e di scandali interessati, e vede naufragare la possibilità di sposare il fruttivendolo Amilcare Candidezza, vedovo e padre di due figli, Gino, seduttore incallito, e Stefano, detto “Quatrettti”, mellifluo, intrigante, sempre alla ricerca di pettegolezzi da sfruttare a proprio vantaggio; Eros invece scopre quanto poco conti, in un mondo corrotto, la forza del suo sentimento; egli infatti vorrebbe evitare a Lino  il degrado della prostituzione ma nulla può contro il desiderio dell’amato di comprarsi, il più presto possibile, una moto, in sella alla quale, per un atroce scherzo del destino, troverà prematuramente la morte.

Attorno a queste figure principali altri vinti si muovono: Gaetana “la terrona”, rivale dell’Arialda, la figlia Rosangela, infelice preda di Gino, Oreste Scotti, lenone e spacciatore.
Andata in scena il 22 dicembre del 1960 al Teatro Eliseo di Roma per la regia di Luchino Visconti e con Rina Morelli nei panni di Arialda, la pièce, l’anno successivo, a Milano, venne tolta dal cartellone dopo una sola replica; considerata opera oscena in base all’articolo 528 del Codice Penale per “la successione di situazioni ambientali e personali torbide ed erotiche nel corso delle quali nessun bene e nessun valore si salva”, L’Arialda cominciò proprio grazie a questo provvedimento a imporsi per la radicalità e la modernità dei suoi temi. Testori racconta la dignità dell’amore, del sentimento considerato nella sua essenzialità, o meglio nella sua universalità, senza nascondersi dietro comode (e false) distinzioni di genere: fratelli nel dolore e nella sconfitta, Arialda ed Eros lo sono anche in spirito. Amano, entrambi, al limite delle loro capacità; per amore si sacrificano, all’amore si concedono, esattamente nello stesso modo, ed è la società, quella società che alla luce del sole sdegnata respinge ciò che nel chiuso delle proprie stanze brama, ad abbatterli, non la natura di quel che provano.
Il dramma di Arialda ed Eros (e quello parallelo di Rosangela e Gaetana) ha il respiro della tragedia classica, e l’aspra sincerità d’accenti dell’autore coinvolge e commuove. In una parola, L’Arialda è un capolavoro.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
I prati e le siepi intorno alla cava. Sul fondo le ultime cave. Il tramonto, immenso, cupo e violento, va spegnendosi nel cielo. Rumori di macchine. Qualche voce, qualche richiamo. Entrano l’Angelo e l’Adele.
L’Adele Angelo?
L’Angelo Eh?
L’Adele Va’ che bello!
L’Angelo Bello, cosa?
L’Adele Lì, sulla cava. Non vedi che colori?
L’Angelo E cosa vuoi che m’importino i colori?
I due si abbracciano
L’Angelo Aspetta, Adele. Aspetta che metto giù la bici.
L’Adele No. È meglio andare avanti.
L’Angelo Ma un bacio, almeno uno…
I due tornano ad abbracciarsi
L’Adele Angelo, la bici…
Una pausa
L’Angelo Adele?
L’Adele Cosa?
L’Angelo Non so…
L’Adele Cos’è che non sai?
L’Angelo Stasera, a furia di baci, ti mangerei.
L’Adele E tu fallo.

L’Angelo Sì, e poi, quando t’ho mangiata?

Vite alla periferia della vita

 

Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, Feltrinelli
Pier Vittorio Tondelli, Altri libertini, Feltrinelli

Musica della disperazione. Armonia letteraria dettata dai richiami allo stile degli autori più amati (Céline e Kerouac su tutti) e da una scrittura sovrabbondante, carnale, insistita, che come una ferita degenerata in piaga affastella fiammeggianti descrizioni di un’umanità alla deriva, abbandonata a se stessa, sospesa in un eterno presente, tempo fuori dal tempo simbolo di un esistere privo di qualsiasi possibilità di riscatto. Nei racconti che compongono la sua opera d’esordio, intitolata Altri libertini e pubblicata nel 1980, Pier Vittorio Tondelli (scomparso nel 1991, a soli 36 anni) dà voce a una realtà allo stesso tempo concreta e sfumata, la “periferia sociale” che è da sempre il regno maledetto dei vinti, di coloro che si sono irrimediabilmente perduti. Tossicodipendenti, prostitute e sbandati di ogni genere sono i protagonisti delle sue storie, e l’autore narra la loro quotidiana devastazione con accenti di vibrante sincerità e profonda partecipazione emotiva; disciplinato nella scelta della forma espressiva, incisivo nei dialoghi e nel taglio dei caratteri, annulla la distanza tra sé e ciò di cui parla immergendosi nella ruvida immediatezza del linguaggio parlato, e così facendo trasforma la scrittura in una commovente forma di condivisione emotiva. Più che scegliere di raccontare il perverso cortocircuito autodistruttivo dei suoi antieroi, Tondelli sembra offrire loro un’occasione per farsi sentire, per sfogare l’urgenza di ribellione da cui sono scossi (che in realtà non è altro che bisogno di comprensione, di attenzione, di laica, umanissima pietà) e rivendicare di fronte al “piccolo mondo” – l’Emilia contadina e provinciale, la “grassa e inumana Bologna” cantata da Guccini – che li ha visti nascere e indifferente assiste alla loro consunzione, il proprio diritto a essere se stessi malgrado tutto. E l’urlo strozzato di chi resiste, di chi vive, seppur ai margini, tra dosi spasmodicamente attese e subito bruciate e sesso consumato così, “perché tira la passera”, o venduto in un parco per quattro soldi (ma accade anche, e sono le volte migliori, in cui ci sia dia per puro desiderio, o per amore: “Finisco alla Montagnola che in quel periodo stan rimettendo a nuovo e non c’è tanto in giro. Non fatico ad andare a battere, l’unico ostacolo è che son schifiltoso e al massimo ne rimorchio uno perché poi mi viene a piacere troppo e dimentico di chiedere i soldi, e comunque, alla Montagnola, sotto un bel lampione scrostato nasce l’amore con Sammy, che è studente alla Johns Hopkins”), fa da contraltare alla miseria irrimediabile delle città, dei paesi, al palcoscenico sul quale si consuma il dramma della morte in vita.

Tondelli indugia nel dettaglio meschino, umiliante delle cose – “Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati” – ma solo per far risaltare quanto più possibile i sentimenti e il mondo interiore delle persone; le speranze, le illusioni, le passioni (soprattutto quelle amorose, riflesso delle esperienze dell’autore) che animano i reietti sono la misura della loro coscienza, del loro essere, della loro dignità. A ognuno di essi lo scrittore emiliano regala un’attenzione spoglia della facile e irritante condiscendenza della “gente perbene”; Tondelli, che non senza difficoltà e disagi ha preso coscienza e vissuto la propria omosessualità – “odiosa devianza” ancora oggi per molti difficile, se non impossibile, da accettare – si avvicina al prossimo raccontando, attraverso le sue vicende, anche se stesso. Scrivendo si rivela, essere umano tra gli altri, giovane sostanzialmente identico a quelli che descrive, e proprio come loro alla continua ricerca di un senso, di un perché, di una direzione da prendere. Ancorato al suo talento, riesce a non smarrirsi ma è il passo successivo quello più importante: forte della sua sensibilità, infatti, trasferisce nell’amara vivacità delle sue storie, facendola propria, l’inquietudine di una generazione, disegnando ritratti forse non indimenticabili, ma certamente autentici.
Altri libertini, assurdamente sequestrato dall’autorità giudiziaria per oscenità (quasi superfluo sottolineare che in tribunale autore ed editore vennero assolti con formula piena) è un libro intenso, carico di ironia, beffardo, disperato, testardo; non è perfetto, ma ogni pagina è entusiasticamente vera, è carne e spirito del suo autore. E Tondelli è un autore che merita considerazione.
Eccovi l’inizio di Viaggio, forse il più struggente tra i racconti che compongono il volume. Buona lettura.
Notte raminga e fuggitiva lanciata veloce lungo le strade d’Emilia a spolmonare quel che ho dentro, notte solitaria e vagabonda a pensierare in auto verso la prateria, lasciare che le storie riempiano la testa che così poi si riposa, come stare sulle piazze a spiare la gente che passeggia e fa salotto e guarda in aria, tante fantasie una sopra e sotto l’altra, però non s’affatica nulla. Correre allora, la macchina va dove vuole, svolta su e giù dalla via Emilia incontro alle colline e alle montagne oppure verso i fiumi e le bonifiche e i canneti. Poi tra Reggio e Parma lasciare andare il tiramento di testa e provare a indovinare il numero dei bar, compresi quelli all’interno delle discoteche o dei dancing all’aperto ora che è agosto e hanno alzato persino le verande per godersi meglio le zanzare e il puzzo della campagna grassa e concimata.

Lungo la via Emilia ne incontro le indicazioni luminose e intermittenti, i parcheggi ampi e infine le strutture di cemento e neon violacei e spot arancioni e grandifari allo iodio che si alzano dritti e oscillano avanti e indietro così che i coni di luce si intrecciano alti nel cielo e pare allora di stare a Broadway o nel Sunset Boulevard in una notte di quelle buone con dive magnati produttori e grandi miti. Ne immagino ventuno ma prima di entrare a Parma sono già a trentatré, la scommessa va a puttane, pazienza, in fondo non importa granché.

L’amore confinato in un ghetto

Sceglie l’elegante veste del romanzo Marguerite Radclyffe Hall (che fin da giovane rinunciò al proprio nome di battesimo e si fece chiamare John) per raccontare, ne Il pozzo della solitudine, il suo lavoro più noto e discusso, pubblicato nel 1928, una dolente storia di emarginazione e sacrificio: quella di Stephen Gordon – con ogni probabilità alter ego dell’autrice – figlia omosessuale di una coppia di aristocratici inglesi. Nel cadenzato procedere della narrazione, che ha il ritmo e la ricchezza delle grandi opere letterarie ottocentesche, la natura di Stephen emerge per contrasti. Il primo, e più marcato, è proprio quello con gli amatissimi genitori; una coppia “normale”, che gode della benigna considerazione dei vicini. All’ombra del loro affetto (specialmente di quello paterno), la giovane cresce felice, anche se la sua serenità è minata da dubbi e incertezze. Ancora fanciulla, cade preda di una passione che non comprende – ma che pure vive con appassionato ardore – per una delle cameriere in servizio nella tenuta di famiglia, e quando la scopre appartata con un uomo viene colta da un violento accesso nervoso.
Sconvolta dal trauma, terrorizzata da una diversità che pur non riuscendo a compiutamente a definire percepisce con acuta sensibilità, Stephen reagisce legandosi ancora di più al padre, che a differenza della madre sembra capirla e rassicurarla, e riducendo al minimo i contatti con i coetanei, i quali, indovinando in lei qualcosa di insolito, di strano, di sospetto, non esitano a trattarla con diffidenza, e in alcuni casi con aperta avversione (ed ecco il secondo, brutale contrasto). Ma all’appuntamento con la vita, con le sue logiche tanto insensate quanto ferree e con il suo disumano perbenismo, non è possibile sfuggire.
Narrando dell’adolescenza e poi della maturità di Stephen, delle prove cui viene sottoposta, della progressiva presa di coscienza della propria condizione, Radclyffe Hall non si stanca mai di sottolineare la purezza, la dignità e l’onestà dei sentimenti che la sua eroina nutre. L’unità di misura (squisitamente etica) del romanzo, anche nella parte centrale e poi nei densissimi e tragici capitoli conclusivi, continua a riposare sull’ambivalenza dei contrasti; da una parte Stephen, che ama con tutta se stessa e ancora prima del suo diritto all’amore difende la “verità” di quel che prova – il suo affetto nasce incorrotto, al pari di quello di qualsiasi altro essere umano, perché non è l’oggetto cui si rivolge a decidere della sua liceità, e meno che mai possono esserlo l’approvazione o il disprezzo del mondo, e più ancora perché lei semplicemente ama, proprio come prima di lei ha amato sua madre, nello stesso identico modo – dall’altra la società, che nel migliore dei casi ha i tratti ingenui di Martin, il giovane che per primo si innamora di Stephen costringendola ad affrontare, e finalmente accettare, la propria natura, e nel peggiore la durezza implacabile della madre, che nella propria figlia non vede che abiezione, e insieme la meschina viltà di Angela, la donna di cui Stephen si innamora perdutamente, pagando per questa sua bruciante passione un prezzo altissimo.
Alla continua, disperata ricerca di normalità, di quiete, del rispetto che si dovrebbe dare a ogni persona in quanto persona, Stephen Gordon, per natura omosessuale, così come per natura altri nascono eterosessuali (una posizione difficile da accettare ancora oggi e che all’epoca della pubblicazione del romanzo costò all’autrice una denuncia per oscenità e la messa al bando del suo lavoro) lotta con fierezza, con limpida nobiltà d’animo, pur nella piena coscienza dell’inevitabile sconfitta; diventa una scrittrice affermata, conosce e si innamora, ricambiata, della giovane Mary, ma deve comunque arrendersi al suo destino di “diversa”, alla condanna di ciò che è, e dare al proprio amore la sola forma che il mondo è disposto a concederle, quella del sacrificio.
Il pozzo della solitudine è un romanzo intenso, vibrante, avvincente; in alcuni momenti paga ridondanze stilistiche e qualche eccesso retorico, ma si tratta di difetti di poco conto, che non minano la completezza dell’architettura narrativa né pregiudicano la potenza espressiva del testo. Ma quel che più conta è che il libro di Marguerite Radclyffe Hall è una rivendicazione orgogliosa, un atto di coraggio. Una lettura che non lascia indifferenti.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Non molto distante da Upton-on-Severn, e precisamente tra questa località e le colline di Malvern, si stendeva la grande tenuta dei Gordon di Bramley, tutta adorna di boschi, ricca di case coloniche, ben difesa e abbondantemente irrigata da un fiumicello che, biforcandosi proprio nel punto più opportuno, alimentava due grandi laghi.
La villa, in perfetto stile georgiano, tutta in mattoni rossi, con graziose finestre sotto il tetto, esprimeva dignità e fierezza senza ostentazione, sicurezza di sé senza arroganza, quiete senza inerzia ed un signorile riserbo che, per chi ne conosca lo spirito, aggiungeva uno speciale valore all’abitazione. Somigliava, infatti, a certe vezzose donne che, ora vecchie, appartengono ad una generazione passata; donne che nella loro gioventù furono garbatamente appassionate, difficili a conquistarsi, ma che, una volta prese, seppero corrispondere ad ogni attesa. Esse passano, ma le loro dimore restano: e tale era Morton Hall.

Lady Anna Gordon era venuta a Morton Hall, sposa appena ventenne. Era piena di grazia, come solo sanno esserlo le donne irlandesi, e aveva nel suo portamento un non so che di fiero e di sereno, negli occhi l’espressione di una lunga attesa desiderosa e nel corpo tutta un’intensa promessa. Vero tipo di donna perfetta che Iddio creò in piena soddisfazione.