Cinematografo 1759

Voltaire, Candido, BUR
Voltaire, Candido, BUR

“Nel Candide oggi non è il «racconto filosofico» che più ci incanta, non è la satira, non è il prender forma d’una morale e d’una visione del mondo: è il ritmo. Con velocità e leggerezza, un susseguirsi di disgrazie supplizi massacri corre sulla pagina, rimbalza di capitolo in capitolo, si ramifica e moltiplica senza provocare nell’emotività del lettore altro effetto che d’una vitalità esilarante e primordiale. Se bastano le tre pagine del capitolo VIII perché Cunégonde renda conto di come, avendo avuto padre madre fratello fatti a pezzi dagli invasori, venga violentata, sventrata, curata, ridotta a far da lavandaia, fatta oggetto di contrattazione in Olanda e in Portogallo, divisa a giorni alterni tra due protettori di diversa fede, e così le capiti d’assistere all’autodafé che ha per vittime Pangloss e Candide e a ricongiungersi con quest’ultimo, meno di due pagine del capitolo IX sono sufficienti perché Candide si trovi con due cadaveri tra i piedi e Cunégonde possa esclamare: «Come hai mai fatto, tu che sei nato così mansueto, ad ammazzare in due minuti un giudeo e un prelato?» […]. La grande trovata del Voltaire umorista è quella che diventerà uno degli effetti più sicuri del cinema comico: l’accumularsi di disastri a grande velocità […]. È un gran cinematografo mondiale che Voltaire proietta nei suoi fulminei fotogrammi, è il giro del mondo in ottanta pagine, che porta Candide dalla Vestfalia natia all’Olanda, al Portogallo all’America del Sud alla Francia all’Inghilterra a Venezia in Turchia, e si dirama nei giri del mondo suppletivi dei personaggi comprimari maschi e soprattutto femmine, facili prede di pirati e mercanti di schiavi tra Gibilterra e Bosforo. Un gran cinematografo dell’attualità mondiale, soprattutto: coi villaggi massacrati nella guerra dei Sette Anni tra prussiani e francesi (i «bulgari» e gli «àvari»), il terremoto di Lisbona del 1755, gli autodafé dell’Inquisizione, i gesuiti del Paraguay che rifiutano il dominio spagnolo e portoghese, le mitiche ricchezze degli incas, e qualche flash più rapido sul protestantesimo in Olanda, sull’espandersi della sifilide, sulla pirateria mediterranea e atlantica, sulle guerre intestine del Marocco, sullo sfruttamento degli schiavi negri nella Guiana, lasciando un certo margine per le cronache letterarie e mondane parigine e per le interviste ai molti re spodestati del momento, convenuti al carnevale di Venezia. Un mondo che va a catafascio, in cui nessuno si salva in nessun posto”. È la forma, spiega con ragione Italo Calvino nell’introduzione a Candido, o l’ottimismo, l’opera più celebre di Voltaire (1759), pubblicata da Rizzoli nella traduzione di Piero Bianconi, il tratto più moderno (o per dir con maggior esattezza più affascinante per noi moderni) di questo piccolo, immortale capolavoro; e se è senza alcun dubbio vero che si debbono alla “torrenziale agilità narrativa” di Candido, all’incessante formicolare degli spiriti animali di una prosa meravigliosamente fluida, che, quasi fosse una formula magica, sembra capace di dar forma e corso agli eventi e non limitarsi a esserne semplice cronaca, la sua irresistibile malìa e l’impressionante facilità di lettura, è altrettanto certo che al limpido splendore formale del testo, alla grazia miracolosa dello stile corrisponda un’attualità di contenuti che, lungi dall’esaurirsi in una puntuale lettura e interpretazione del presente, si rivela una rigorosa analisi della storia e dell’uomo (delle leggi generali della storia e dell’uomo, che della storia è il principale attore e il primo motore) condotta secondo precisi criteri filosofici.

Così, al di là della maschera buffa che l’autore fa indossare ai suoi personaggi e agli accadimenti che li vedono a un tempo protagonisti e vittime, al di là dell’aperto sberleffo rivolto al suo tempo (e dunque a tutti i tempi), quel che Voltaire propone è un’idea del mondo che vede nel metafisico ottimismo di parte della filosofia seicentesca e nel suo contrario opposti da rifiutare in egual misura e per un’identica ragione, perché fondati su un concetto di finalità che, quand’anche si volesse supporre esistente e operante, resterebbe incomprensibile al limitato intelletto umano. Considerare il disordinato alternarsi di bene e male nelle cose del mondo secondo criteri capaci di svelare la direzione (l’unica e la sola) lungo la quale siamo tutti in cammino non è altro che illusione o sogno; in questo senso, dunque, la filosofia, incarnata tanto dal buffo Pangloss, il cui nome si potrebbe tradurre in “parolaio”, precettore di Candido, quanto dal cupo Martin, è il contrario di ciò che dovrebbe essere, è un girovagare dei sentimenti e non dell’intelletto, un predominare delle passioni e non del ragionamento, un inseguir menzogne certe a scapito della verità, non importa quanto essa sia fragile. E se il mondo, come ci dice Voltaire, non è altro che una confusione nella quale siamo gettati, quale altro compito può toccarci se non quello di costruire un ordine che sia alla nostra portata e alla nostra misura? Tralasciamo dunque il donchisciottesco compito di fornire di ciò che siamo e di quel che ci circonda la spiegazione ultima e carichiamoci sulle spalle l’agrodolce responsabilità di vivere: “Se questa giostra di disastri”, scrive ancora Calvino, “può essere contemplata col sorriso a fior di labbra è perché la vita umana è rapida e limitata; c’è sempre qualcuno che può dirsi più sfortunato di noi; e chi putacaso non avesse nulla di cui lagnarsi, disponesse di tutto ciò che la vita può dare di buono, finirebbe come il signor Pococurante senatore veneziano, che se ne sta sempre con la puzza sotto al naso, a trovar difetti dove non dovrebbe trovare che motivi di soddisfazione e ammirazione”.

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura a tutti.

C’era in Vestfalia, nel castello del barone di Thunder-ten-tronckh, un giovinetto che la natura aveva dotato di costumi assai mansueti. Gli si leggeva l’anima sul volto. Aveva il giudizio abbastanza retto, con uno spirito grandemente semplice; perciò credo lo chiamavano Candide.

Thomas Mann, scienziato e filosofo della vita

Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio
Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio

Si fonda sul paradosso La montagna incantata di Thomas Mann, uno dei grandi romanzi della storia della letteratura. Un paradosso che sembra avere il proprio centro di gravità nel protagonista del romanzo, il giovane ingegnere Hans Castorp, ma che fin dalle prime pagine si svela nel complessivo disegno dell’opera. Guardando all’uomo nella sua unità di corpo e spirito, Mann compie una scelta ardita: racchiude nel particolarissimo microcosmo di un sanatorio per tubercolotici l’intera esperienza di vita di un singolo. Parte dalla scoperta della malattia, dalla concretezza, a volte spietata, della scienza medica – Castorp, che al sanatorio va a trovare un cugino malato, e che ha in programma di fermarsi lì per tre settimane soltanto, accusa sintomi sospetti, viene sottoposto a una visita e quasi senza rendersene conto si ritrova degente – e immediatamente dopo si sofferma ad analizzare il contraccolpo psicologico di questo improvviso e drammatico cambiamento – le certezze del giovane, la sua esuberanza, la solida educazione borghese, il futuro già in parte pianificato, ogni cosa, nel suo orizzonte fino a quel momento così limpido, sembra farsi indistinta.

Eppure c’è un mondo ad attendere Castorp all’interno dell’istituto di cura; gli altri pazienti sono altrettante espressioni delle correnti di pensiero in voga e l’incontro con una donna gli spalanca le porte della passione amorosa (con tutto il corollario emotivo di slanci, entusiasmi, frustrazioni, tentennamenti e gelosie); giorno dopo giorno, insomma, quest’uomo, che si credeva pronto a entrare nella vita, sperimenta un nuovo inizio, un radicale ribaltamento di prospettiva, e riprende daccapo a nutrire il suo spirito. È come se la sua data di nascita coincidesse con l’ingresso in sanatorio, perché è qui che l’anima, dimentica delle impressioni accumulate fino a quel momento, si apre, con quella meraviglia immediata e quasi istintuale che nasce dalla conoscenza, al vitale ottimismo razionalistico dell’umanista italiano Settembrini (uno dei ricoverati con cui Castorp lega di più), lotta contro il fascino oscuro che esercitano su di lui le posizioni di un altro paziente, il gesuita Leo Naphta, che al contrario di Settembrini non nutre alcuna fiducia nell’uomo e non vede nella storia né razionalità né progresso, si lascia conquistare dall’ambigua figura di Mynheer Peepekorn, ricchissimo magnate che sembra interessato, più che a recuperare la propria salute, a organizzare raffinate feste e che fin dal suo arrivo attira l’attenzione della signora Chaucat, la donna che Castorp ama di un amore tanto intenso quanto infelice, destinato a non approdare a nulla.
In questa realtà che pare immobile e che invece consuma gli uomini come e più della vita “vera”, Castorp trascorre sette anni. Diviene un uomo nuovo (o forse diviene uomo per la prima volta) solo per perdere definitivamente tutto quel che ha conquistato nell’immenso teatro di guerra del primo conflitto mondiale.
E Mann, che per oltre 600 pagine ha narrato l’evoluzione del suo protagonista, ne ha seguito da vicino ogni cambiamento, che ha messo a disposizione di questo suo ambizioso “studio della vita” tutto il proprio bagaglio di conoscenze scientifiche e filosofiche, all’enormità dell’evento bellico non dedica che qualche riga. Perché la sua opera, uno dei più alti esempi di romanzo di formazione, comincia e finisce con Castorp e nel luogo in cui si definisce e si compie la sua vita. La morte, rappresentata all’inizio del libro come in abbozzo sotto le spoglie della malattia, scorre silenziosa come un fiume sotterraneo lungo tutto il libro (Castorp può sentirla, perfino vederla, toccarla in alcuni momenti, ma rimanendo sempre a distanza di sicurezza) per poi esplodere in tutta la sua virulenza nella cieca mattanza della guerra. Ma in un caso come nell’altro è solo un contraltare, una presenza che è la vita ad imporre, e La montagna incantata è un romanzo che ha la vita al proprio centro.
Ora la parola a Thomas Mann. Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
P.S. Suggerisco di acquistare il romanzo edito da Corbaccio, tradotto da Ervino Pocar e arricchito da un’appendice che raccoglie una lezione tenuta dallo stesso Mann agli studenti dell’Università di Princeton; l’argomento della lezione, naturalmente, è La montagna incantata.
Un semplice giovanotto era partito nel colmo dell’estate da Amburgo, sua città natale, per Davos-Platz nel Canton Grigioni. Andava in visita per tre settimane.
Da Amburgo fin lassù però il viaggio è lungo, troppo lungo, a dir il vero, per un soggiorno così breve. Si passa attraverso parecchi paesi, in salita e in discesa, dall’altipiano della Germania meridionale sin giù alle rive del “Mare svevo” e col battello sulle sue onde tramolanti, sopra abissi che un tempo erano considerati inesplorabili.
Di lì il viaggio si fraziona dopo essere progredito comodamente per linee dirette. Si hanno interruzioni ed intoppi. Nei pressi di Rorschach, località in territorio svizzero, ci si affida di nuovo alla ferrovia, ma si arriva soltanto fino a Landquart, una piccola stazione alpina dove si è costretti a cambiare treno. Dopo una sosta piuttosto lunga in quella zona ventosa e poco attraente, si prende una linea a scartamento ridotto, e nel momento in cui la locomotiva, piccola ma, come si vede, dotata d’insolita potenza di trazione, si mette in moto, comincia la parte propriamente avventurosa del viaggio, una salita ripida e costante che pare non debba finire mai. Infatti la stazione di Landquart si trova a un’altezza relativamente modesta; ora, invece, per una via scoscesa tra rocce selvagge, si monta davvero verso l’alta montagna.