Una crudele insensatezza

Recensione di “Il posto” di Annie Ernaux

Annie Ernaux, Il posto, L’Orma

C’è un momento in cui la diversità, che tutti contraddistingue, si fa estraneità? C’è un momento in cui questa semplice caratteristica, questo dato di fatto, diviene la perversione di se stessa, si tramuta in malattia, in qualcosa di odioso, detestabile, in conflitto? Esiste questo momento? È distinguibile da tutto ciò che da esso si origina? Come lo si scopre? Come lo si isola? In che modo lo si studia, lo si analizza, lo si decifra? La diversità, brandita come un’arma, j’accuse gettato addosso all’altro, agli altri, a chiunque, divinità multiforme invocata per proteggersi, per difendere la propria unicità, il proprio inviolabile io sono dalla montante marea d’uniformità che è tutti gli altri, patetico soliloquio di sussurri ossessivamente ripetuti come formule magiche, come scongiuri, nessuno capisce, nessuno comprende davvero, solo io, solo io, è il fiume carsico che scorre lungo le intensissime, dolorose, laceranti pagine de Il posto di Annie Ernaux, autobiografia ruvida giocata sul filo di una memoria sospesa tra affilata pietà e implacabile raziocinio. La scrittrice francese racconta di sé specchiandosi nei frammenti di ciò che non è e che pure ha contribuito a fare di lei la donna che lentamente emerge da questo suo lavoro di faticosa autocoscienza; quei frammenti altro non sono se non i suoi genitori, e prima di loro i padri e le madri di suo padre e di sua madre, vicinissimi nella misura di un tempo universale che si conta in millenni, in decine, centinaia di migliaia, di milioni di anni e nonostante ciò irraggiungibili nella percezione fin troppo umana del presente e del passato, nell’esperienza di condizioni di vita che cambiano senza sosta, rapidi come attimi, impercettibili come battiti di ciglia, tanto improvvisi da far dire a questa donna che si impone la fatica di un ricordo che non sia solo ricostruzione ma ricerca di una ragione, di un perché, che sia rivelazione dell’istante in cui tutto muta, in cui il legame della carne e del sangue da benedizione, da atto d’amore, da eredità, da trasmissione benigna cambia al punto da farsi minaccia, ombra, battaglia, “quando leggo Proust o Mauriac, non credo che rievochino il tempo in cui mio padre era bambino. Il tempo della sua infanzia è il Medioevo”.
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“Perché noi portiamo il fuoco”

Recensione de “La strada” di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy, La strada, Einaudi
Cormac McCarthy, La strada, Einaudi

Che cosa resta all’uomo quando a morire è il mondo? Che cosa resta di un uomo, di tutti gli uomini, quando ogni altro esistere si è spento? Che cosa significa aprire gli occhi, respirare, lottare in uno scenario di cenere e polvere assalito dal buio, frustato dal gelo, spazzato d’aghi di pioggia? Che senso hanno un padre e un figlio, e l’amore incondizionato che lega l’uno all’altro, in un terra derubata di compassione, strappata alla vita, selvaggia, regredita a una primordiale condizione di ferinità? Opporre scintille di compassione alle tenebre che avanzano ovunque, e parole all’opprimente silenzio dell’estinzione e dello sterminio, dove può condurre? A quale genere di salvezza? Quale speranza è possibile nutrire di fronte alla muta resa di tutte le cose? A tutte queste domande, ossatura dello splendido e inquietante romanzo La strada di Cormac McCarthy, il grande autore americano non offre risposte dirette, né alcuna altra soluzione.

Ambientando il suo lavoro nella cupa desolazione di un nulla sospeso in un presente opaco e imprecisato (probabile conseguenza di un olocausto nucleare), egli dilata le coordinate di spazio e tempo precipitandole in una dimensione metafisica dove un uomo e un bambino (ritratti senza nome, senza storia, come ombre e nello stesso tempo come archetipi), e la loro battaglia per sopravvivere, per resistere all’annientamento, per non perdere se stessi prima di perdere la vita, sono il riflesso dell’ombra di Dio: “Con la prima luce grigiastra l’uomo si alzò, lasciò il bambino addormentato e uscì sulla strada, si accovacciò e studiò il territorio a sud. Arido, muto, senza dio […]. Quando ci fu luce a sufficienza per usare il binocolo ispezionò la valle sottostante. Tutto sfumava nell’oscurità. La cenere si sollevava leggera in lenti mulinelli sopra l’asfalto. Studiò quel poco che riusciva a vedere. I tratti di strada laggiù fra gli alberi morti. In cerca di qualche traccia di colore. Un movimento. Un filo di fumo […]. Poi rimase seduto lì con il binocolo in mano a guardare la luce cinerea del giorno che si rapprendeva sopra la terra. Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato”.

Nell’esilità della trama – un adulto e un bambino lottano disperatamente contro la morte in un mondo al collasso – che la splendida, potente prosa di McCarthy trasforma in una vertiginosa riflessione su bene e male, innocenza e colpa, dinanzi al lettore si spalancano gli abissi profondissimi dell’abiezione e le irraggiungibili vette del sacrificio; al cospetto di una natura violata e cadaverica, il cui respiro non è che un continuo tossicchiare raffiche di vento freddo e dove la luce dell’alba è quasi indistinguibile dall’oscurità maligna della notte (“Di giorno il sole esiliato gira attorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano”), la pietà è una trappola mortale e insieme la sola possibile via d’uscita dall’incubo.

Quasi completamente orfano d’uomini, il grembo distrutto e sterile che un tempo era la casa comune di persone, bestie e piante, è attraversato da bande di sopravvissuti che non hanno più nulla di umano; razziatori, banditi, belve, mercenari leali all’unico imperativo che ancora sono in grado di comprendere, quello della propria esistenza in vita. Tra loro, un padre e suo figlio disperatamente si aggrappano al pallido ricordo dell’innocenza che doveva pur essere appartenuta loro, un tempo, e con tutte le forze difendono quel che ancora sono, quel che il mondo intero, giunto al suo termine, ancora non gli ha strappato di dosso: “Qualcosa lo svegliò. Si girò su un fianco e tese l’orecchio. Alzò lentamente la testa, con la pistola in mano. Abbassò gli occhi sul bambino e quando tornò a guardare verso la strada già si vedevano arrivare i primi. Oddio, mormorò. Allungò il braccio e scrollò il bambino senza distogliere gli occhi dalla strada. Avanzavano strusciando i piedi nella cenere e dondolando le teste incappucciate. Alcuni portavano maschere antigas. Uno aveva una tuta antiradiazioni. Macchiata e lurida. Camminavano ingobbiti con delle mazze in mano, dei pezzi di tubo. Tossivano. Poi sulla strada dietro di loro sentì quello che sembrava un camioncino diesel”.

Allegoria di un male terribile (con ogni probabilità incurabile) di cui già soffriamo, l’inferno disegnato da Cormac McCarthy, perfetta rappresentazione di un giudizio universale che ha decretato la condanna a morte del mondo, è un viaggio dolorosissimo (eppure anche colmo di struggente dolcezza) fin nel cuore di quel mistero insondabile ed eterno che ha nome uomo, un mistero che nulla può cancellare; non l’assenza di vita, e neppure la fine del mondo: “Quando si svegliò di nuovo gli sembrò che non piovesse più. Ma non era stato quello a svegliarlo. In sogno gli erano apparse delle creature che non aveva mai visto prima. Non parlavano. Gli sembrava che si fossero acquattate accanto alla brandina mentre dormiva e che al suo risveglio si fossero dileguate. Si voltò a guardare il bambino. Forse per la prima volta, capì che ai suoi occhi lui era un alieno. Un essere venuto da un pianeta che non esisteva più […]. Non poteva ricostruire il mondo perduto per compiacerlo senza trasmettergli anche il dolore della perdita, e pensò che forse il bambino lo sapeva meglio di lui […]. Forse quelle creature erano venute a metterlo in guardia. Su cosa? Sul fatto che non poteva riaccendere nel cuore del bambino ciò che era ormai cenere nel suo […]. Una parte di lui continuava a desiderare la fine”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Martina Testa. Buona lettura.

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo.

L’aristotelico rispetto del vero

Honoré de Balzac, Papà Goriot, Mondadori
Honoré de Balzac, Papà Goriot, Mondadori

È vizio l’eccesso di qualsivoglia virtù, ed è in qualche misura colpevole ogni anima che non abbia saputo educarsi alla moderazione, che non sia stata in grado di concepire limiti, che si sia consumata nella propria generosità, nell’affanno di un amore sovrabbondante e incontrollato. Questo l’universale metro di giudizio etico su cui si fonda Papà Goriot, uno dei romanzi più noti e amati di Honoré de Balzac. Pubblicata nel 1834, questa raffinata opera letteraria, oltre a farsi apprezzare per il crudo ritratto di una borghesia al tramonto e per la costruzione quasi perfetta dei profili psicologici dei protagonisti (quasi tutti accomunati da una pesante ombra di meschinità, da una miope e calcolata falsità, da un abito di untuoso opportunismo), colpisce per la forza e la radicalità della sua riflessione morale. La semplicità del racconto, che vede un padre, un tempo ricco, ridotto in miseria per amore delle figlie, sposate a nobili privi di scrupoli e attenti soltanto al rispetto delle convenzioni della buona società di cui fanno parte, è inversamente proporzionale al tema trattato, al lucido argomentare dell’autore, che non teme di mettere sotto accusa i sentimenti; nel disegnare la figura vinta e patetica di Goriot, nel raccontarne le vicissitudini, i penosi sacrifici cui si sottopone e le umiliazioni che riceve in cambio, nel dolente soffermarsi della scrittura sulla freddezza che le figlie riservano al loro genitore, Balzac condanna senza mezzi termini il totale annullamento di sé a favore di un altro. Insensibile alle critiche e al disprezzo che gli ospiti della modestissima pensione nella quale ha trovato ricovero (e dove intende trascorrere gli anni che ancora gli rimangono da vivere) gli rovesciano addosso quotidianamente, l’anziano Goriot descritto da Balzac non merita quasi di esser chiamato uomo; egli non si cura, è vero, del giudizio del mondo (e il mondo che lo circonda, va detto, ha ben poco diritto di giudicare chicchessia, e proprio per questo probabilmente non riesce ad astenersi dal farlo), ma soltanto perché la sola cosa che davvero gli importa è quel che di lui pensano le sue figlie, è da loro, o meglio dalla loro felicità, dal loro appagamento, per raggiungere il quale nessun prezzo è troppo alto da pagare, che egli dipende. L’amore incondizionato di cui Goriot si nutre (arrivando perfino a rinunciare al cibo, e a convincersi di poterlo sostituire con il balsamo spirituale della pietà e della riconoscenza), lungi dall’essere la sua più nobile qualità, è il veleno che lentamente lo uccide: la devozione ingenua, l’innocenza di un vecchio padre che da uomo d’affari non ha mai tenuto in gran conto i buoni sentimenti ed è stato risoluto e spietato nell’arricchirsi, non sono che fardelli, debolezze, difetti del carattere, e non a caso l’autore così li rappresenta negli altri personaggi centrali del suo romanzo; da un lato il giovane studente Rastignac, sedotto dalla nobiltà e dalla ricchezza che sempre dovrebbe accompagnarla (almeno nelle colorate fantasie di chi ha appena cominciato ad affacciarsi alla vita), che si commuove per la sorte del povero Goriot e nel medesimo tempo si incapriccia di una delle sue figlie, e che è tutto fuorché saldo nelle sue decisioni, dall’altro il cinico Vautrin (sulla cui identità l’autore ha in serbo una sorpresa), che proprio con Rastignac discute a più riprese di amore e dedizione smascherando l’egoismo che spesso è il primo e principale motore di questi palpiti del cuore.

Vautrin, per il quale i più sacri rapporti umani non sono che un gioco di scacchi da condurre con abilità e glaciale distacco, è agli occhi di Balzac un personaggio negativo uguale e contrario al vecchio Goriot e al fragile Rastignac; la disumanità del primo, infatti, non è sostanzialmente differente da quella dei secondi, poiché se l’uno volta consapevolmente le spalle alla compassione per poter sfruttare fino in fondo e con qualsiasi mezzo ogni possibile opportunità offertagli dalle circostanze, gli altri, fedeli al proprio cuore fino al punto da divenirne schiavi finiscono per sfarinarsi in ombre d’esistenza, in impalpabili spettri colmi di buone intenzioni il cui alito vitale è interamente demandato all’elemosina di uno sguardo, di una parola altrui.

Romanzo di crudele sincerità, Papà Goriot non va tuttavia rubricato con troppa semplicità come la compiaciuta confessione di uno spirito libero e orgoglioso; in molte delle pagine del romanzo brilla un umanesimo delicato e commosso che lo scrittore francese non manca di considerare con il rispetto che gli è dovuto. Ma proprio in virtù di questo rispetto, che è in primo luogo aristotelico rispetto della verità, Balzac non ne canta sterili lodi; si assume invece l’onere di un giudizio, e risoluto ci invita al confronto.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Mondadori, è di Giuseppe Pallavicini Caffarelli. Buona lettura.

La signora Vauquer, nata de Conflans, è una donna anziana che da quarant’anni tiene a Parigi una pensione familiare situata in rue Neuve-Sainte-Geneviève, tra il quartiere latino e il faubourg Saint-Marceau. La pensione, nota come Casa Vauquer, accetta sia uomini che donne, giovani e vecchi, senza che i costumi di questa rispettabile istituzione abbiano mai prestato il fianco alla maldicenza.

L’universo puro e feroce del mito

Sofocle, Edipo re, Garzanti
Sofocle, Edipo re, Garzanti

Di fronte agli inappellabili decreti del fato, la libertà dell’uomo non è che un fardello, il disperato piangere del neonato che con tutte le sue forze chiede di essere nutrito, rivendica il suo diritto a esistere, ma che può vivere solo per volontà altrui. L’oscurità e l’ignoto, materia dei suoi giorni, condannano all’impotenza, alla sterilità la sua volontà, le sue deliberazioni, ogni suo sforzo. E il suo futuro, ignorato, assume i contorni tragici e ineluttabili della punizione, della vendetta, nel momento in cui l’uomo, ribellandosi alla propria cecità, rifiutandosi di arrendersi al non sapere, armato soltanto di sospetti, dubbi e paure, sfida i propri limiti e prova a farsi tessitore del suo destino vestendosi d’onniscienza, ammantandosi di divinità. Non importa che questo suo affannarsi abbia il bene, o il tentativo di scongiurare il male, a proprio fine; non importa che a spingerlo siano la pietà, l’amore per la verità, l’eroismo, perché all’uomo non è consentito varcare i propri confini, procedere al di là di se stesso, disfarsi della propria mortalità, della propria imperfezione. Perché, come scrive Umberto Albini, “le cose divine […] non si possono scoprire, per quanti sforzi uno faccia”. Nel confronto tra umanità e divinità e nella sottomissione brutale, ingiusta, terribile della prima alla seconda, in un severo e trascendentale codice etico, che è legge ferrea dettata agli uomini e non docile strumento modellato dalle loro scelte, si raccoglie uno dei temi cardine dell’opera di Sofocle, e il grande autore greco lo approfondisce fino ad arrivare alle più estreme conseguenze nellEdipo re, primo capitolo del “trittico tebano” (che comprende anche Edipo a Colono e Antigone), unanimemente considerato il suo capolavoro. Edipo, eroe solo, come soli sono tutti i protagonisti delle tragedie sofoclee – ed è ancora Albini, nella ricca prefazione all’edizione Garzanti della trilogia, a definirne i caratteri essenziali con queste parole: “Sofocle […] crea una serie di figure monolitiche nella grandezza. Sono degli individui isolati, fuori del tempo, intransigenti, che procedono diritti per la loro strada: sono apparentati dalla caparbietà, dall’orgoglio, dalla rigidezza della linea di condotta. Vivono in un assoluto che rifiuta il compromesso […], sono al servizio di un’unica idea -, deve fronteggiare, da amato sovrano di Tebe, un’epidemia di peste. E sarà proprio la sua determinazione, sarà il prepotente desiderio di liberare i suoi sudditi da quel flagello, a condurlo alla rovina. Edipo, infatti, scopre, grazie al cognato Creonte, inviato a Delfi a interrogare Apollo sulle cause del morbo, che Tebe è stata colpita da quella maledizione a causa dell’omicidio del precedente re della città, Laio, ucciso lungo una strada, a un incrocio, per mano di alcuni briganti che non sono ancora stati catturati e puniti. Ma indovini e profeti, proprio quando sembrano offrire a Edipo una facile soluzione ai suoi travagli, gli spalancano dinanzi l’abisso. A compiere il primo passo è Tiresia, che, convocato dal sovrano affinché lo aiuti nella sua caccia ai colpevoli, dapprima rifiuta di rispondere alle domande che gli vengono poste, poi, incalzato dalla determinazione e dall’ira del suo signore, che giunge ad accusarlo di ordire un complotto ai suoi danni, gli rivela la verità che fino a quel momento ha custodito: è lui, Edipo l’assassino di Laio.

A questo punto, il macigno che impediva alla montagna di franare è stato smosso e nulla più può arrestare il compiersi del destino scritto dagli dei. Anzi, ogni azione tentata in questo senso si risolve nel suo contrario, a sottolineare sempre più l’inutilità, addirittura la follia del procedere dell’uomo quando ha l’ardire di respingere la propria sorte. Così, alla moglie Giocasta, che gli dice di non preoccuparsi troppo delle profezie, perché proprio una profezia aveva predetto a Laio che sarebbe morto per mano del figlio (che per questo lui ha fatto uccidere), mentre invece a finirlo sono stati dei briganti a un incrocio, Edipo non replica nulla, ma nella sua anima si addensano le perplessità e i timori perché egli, in fuga da quelli che credeva i suoi genitori naturali (re di Corinto), dopo che un oracolo gli aveva predetto che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, proprio a un incrocio aveva incontrato e ucciso un uomo, che potrebbe essere Laio. E in realtà proprio così sono andate le cose; Edipo, che per intervento di un messo giunto ad annunciargli la morte di Polibo, re di Corinto, scopre di essere figlio adottivo (salvato dalla pietà di un pastore, cui il suo vero padre, Laio, lo aveva affidato affinché lo uccidesse), deve affrontare la verità: pur avendo fatto ogni sforzo per sfuggire al proprio fato, egli ha adempiuto la profezia; ha ucciso il padre Laio e sposato la madre Giocasta, allo stesso tempo sua consorte e sua madre, e con lei ha generato quattro figli, che gli sono anche fratelli. Di fronte all’abominio, causato dalla pietà semplice di un uomo incapace di uccidere un neonato, Giocasta si uccide, mentre Edipo si acceca, condannandosi all’esilio.

Incolpevole eppure in qualche modo responsabile della propria terribile sorte, Edipo paga la sua sete di verità, la volontà di conoscere quel che soltanto agli dei è dato sapere, e in pari tempo sconta, nel modo più amaro, la sua mancata accettazione del decreto divino, la sua sterile fuga da se stesso. La nobiltà del parricidio mancato si muta del peggiore dei peccati (lassassinio del padre, il matrimonio e la congiunzione carnale con la madre) perché espressione di una tensione alla libertà che l’uomo non può pretendere per sé. Nell’universo puro e feroce del mito, nel suo splendore privo di innocenza, non si rinuncia a quel che si è, alla propria umanità, se non per brama di elevarsi al divino. Ed è, questo, un desiderio che non ha diritto ad alcun perdono, che non  merita pietà.

Eccovi l’inizio. La traduzione, per Garzanti, è di Ezio Savino. Buona lettura.

(Edipo). Creature, carne in cui Cadmo antico vive! Che è questo posarvi, inerti, qui da me, nel cerchio delle fronde, simbolo implorante? Tebe è carica di fumi, impasto di preghiere, di singhiozzi. Io sono retto: non da diverse labbra udrò le cose, creature. Vengo io. Eccomi. Edipo leggendario, polo di voi tutti. (Al Sacerdote di Zeus). Vecchio, chiarisci – sei tu la loro lingua, bravo interprete – che v’inchioda in questa posa: ansia, struggimento? Sta’ certo, mi protendo a tutto io, per impulso mio. Sarei ottuso con la sofferenza, a non curvarmi palpitando sulla vostra inerzia.

Lo psicologo, il padre e l’assassino

 

Michael Hjorth, Hans Rosenfeldt, Il discepolo, Einadi
Michael Hjorth, Hans Rosenfeldt, Il discepolo, Einaudi

Un thriller di pregevole fattura, costruito non tanto sull’intreccio (comunque complesso, ricco di colpi di scena, di tensione, e capace di coinvolgere dalla prima all’ultima pagina) quanto sul disegno, psicologico e caratteriale, dei personaggi, dei protagonisti come delle figure di contorno. La seconda avventura dello psicologo criminale Sebastian Bergman, seducente creatura letteraria inventata da Michael Hjorth e Hans Rosenfeldt (del loro ottimo esordio, intitolato Oscuri segreti, ho già scritto in questo blog), ha il pregio di riprendere esattamente dove si concludeva la precedente e insieme il coraggio di andare oltre, di inoltrarsi nel labirinto mentale di Bergman e di tutti coloro che per una ragione o per l’altra hanno a che fare con lui, di sfiorarne i cortocircuiti emozionali lasciando, quasi Hjorth e Rosenfeldt fossero spettatori e non autori del loro romanzo, alle conseguenze di ogni azione la libertà, vertiginosa e inebriante, di svilupparsi completamente. Al centro della storia (che suggerisco di leggere dopo Oscuri segreti), naturalmente c’è sempre Sebastian Bergman, ancor più ossessionato dai propri demoni e ancor più deciso a tenerli a bada con le armi spuntate della menzogna, dell’opportunismo, del calcolo interessato e di un egoismo talmente insistito di divenir grottesca maschera di sé, tuttavia questa volta il mondo intorno a lui è come se d’improvviso si fosse risvegliato, avesse preso coscienza e non fosse più disposto a subire i disperati capricci dello psicologo. A popolare quel mondo sono uomini e donne, persone cui Bergman non può più, come era abituato a fare, sputare addosso la propria indifferenza, perché tra loro c’è sua figlia, poliziotto della squadra omicidi con cui ha già collaborato una volta, che lo detesta, che ignora chi sia veramente quell’uomo così pieno di sé, che sembra divertirsi a umiliare chiunque incontri, e per di più è visceralmente attaccata a colui che crede essere suo padre. E accanto a sua figlia ci sono i colleghi; e come nel peggiore degli incubi c’è una minaccia. Inaspettata, terribile, impossibile. Un serial killer stupratore, Edward Hinde, catturato proprio da Bergman anni addietro, sembra essere tornato in azione; quattro donne sono già state uccise con il suo stesso modus operandi, ma non può essere lui l’autore degli omicidi perché l’uomo è chiuso in un carcere di massima sicurezza (il cui direttore, ed ecco un altro dei personaggi che stanno a fondamento della storia, è l’ex poliziotto Haraldsson, tanto volonteroso quanto goffo e affamato di un’ambizione che la sua scarsità di talento non può in alcun modo saziare) e non può avere contatti con l’esterno. Eppure i delitti hanno la sua impronta, chiara, trasparente, inequivocabile, pertanto Hinde deve essere coinvolto in qualche modo. Ma come? E chi uccide al suo posto? E perché lo fa? Semplice desiderio di emulazione? Oppure c’è qualcosa di più profondo? Di più terrificante?  

Bergman, chiamato a collaborare con la squadra investigativa (di cui sua figlia fa parte) per il suo ruolo di autorità indiscussa su Hinde (sul quale ha scritto due libri) lavora febbrilmente al caso, e intanto le menzogne che lo psicologo non può fare a meno di spargere intorno a sé sembrano stringersi a lui come spire di serpente finendo per avvicinarlo, ben più di quanto vorrebbe, proprio a Hinde e al suo emulo (di cui gli autori raccontano, con accenti difficili da dimenticare, il tragico passato di umiliazione, dolore e violenza), l’uno strumento della spietata ansia di vendetta dell’altro. Finché la verità, affannosamente nascosta da Bergman, non diviene lo strumento principe della libertà del suo nemico, la ragione per fuggire dal carcere e per riprendere quel che era stato costretto a interrompere. 

Asciutto, teso e serrato, lo stile di Hjorth e Rosenfeldt dà vita ad atmosfere talmente cupe da togliere il fiato; la prosa, elegante e equilibrata, descrive con precisione, sa essere incisiva nel raccontare l’orrore di cui l’uomo può essere capace ma rifiuta la facile scorciatoia della morbosità, dello scandalo esibito a bella posta. Nel ritmo incalzante di un giallo scritto meravigliosamente i due autori pongono all’attenzione del lettori temi importanti, scomodi (l’abuso sui bambini, la tragica pervasività del trauma, la responsabilità che ogni scelta, anche quella all’apparenza più banale, porta con sé), ma evitano, saggiamente, di pronunciare qualsiasi giudizio. 

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura

Quando il taxi imboccò Tolléns vag poco prima delle sette e mezza di sera, Richard Granlund non credeva che la giornata potesse peggiorare di molto. Quattro giorni a Monaco e dintorni. Viaggio d’affari. A luglio i tedeschi lavoravano quasi a pieno regime. Tavole rotonde con i clienti da mattina a sera, aziende, sale riunioni e un numero infinito di caffè. Era stanco ma soddisfatto. I nastri trasportatori di processo non erano la cosa più eccitante del mondo, forse, il suo lavoro stimolava di rado la curiosità e non rappresentava mai un argomento di conversazione durante cene o incontri, eppure vendevano bene, i nastri. Vendevano proprio bene.
 

Non si risolve una tragedia nascondendola

 

Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi
Guido Morselli, Un dramma borghese, Adelphi

Nella prigione di un corpo malato, che rende soffocante e insopportabile anche la raffinata ospitalità di un albergo, l’accogliente organizzazione delle camere, la sobria architettura degli spazi comuni; e da qui nell’abisso di un rapporto mai nato e d’improvviso esploso in una forma d’amore corrotta, disturbata, ossessiva, in un furente germogliare di irrazionale passione, in una pretesa d’esclusività sorda alla colpa e alla vergogna e testardamente ignara della realtà e delle sue regole, del vivere sociale e delle sue leggi, della morale e dei suoi dettati. In questo gorgo, in questo imbuto di emozioni, desideri e paure, in questa fredda e patetica fantasmagoria di sogni impossibili, Guido Morselli ambienta una delle sue opere letterarie più belle e difficili, Un dramma borghese, storia penosa e tragica dell’amore di una figlia, appena diciottenne, per il padre che non ha quasi mai visto e insieme al quale trascorre qualche giorno di vacanza (in realtà rovinata da malanni di cui entrambi cadono vittime) nei pressi del lago di Lugano. Morselli impone alla propria scrittura un rigore assoluto; lungo i territori indistinti e sempre mutevoli del romanzo psicologico, egli non si perde, né permette al racconto di scomporsi, sfilacciarsi, mancare d’intensità; così, il febbrile nascere e svilupparsi di un rapporto che trova entrambi gli attori impreparati (il padre da una parte, che ha sempre rinunciato al proprio ruolo, preferendo alla responsabilità genitoriale quella ben più comoda della professione – corrispondente dalla Germania di un importante giornale – e affidando l’educazione della sua unica figlia alla quotidianità regolata e stantia di un collegio; dall’altra la ragazza, che a metà strada tra ingenuità stolida e incosciente perversione immagina, forse anche a causa dell’età ormai adulta, di poter essere una figlia perfetta solo divenendo nel medesimo tempo anche moglie del proprio padre) e che sembra sempre sul punto di deragliare, sprofondare nell’inferno dell’incesto, viene con ferrea regolarità richiamato ai fatti, riportato alla banale evidenza delle cose, da un indugiare quasi fastidioso sulla fisicità dei protagonisti. Le malattie di entrambi vengono minuziosamente descritte, i bisogni dei corpi (il nutrimento, certo, ma anche la pulizia e le fondamentali necessità, dal sonno al lavoro di vescica e sfintere) ricapitolati, affinché a prendere il sopravvento non sia il cortocircuito emotivo e il dramma resti chiuso nel proprio quadro borghese, in quella riflessione più infastidita che davvero tormentata che sa guardare ai problemi, quali che siano, quasi esclusivamente dal punto di vista della loro pubblica “presentabilità”.  

Morselli, in questo romanzo claustrofobico, irritante, sospeso nello spazio e nel tempo come un respiro trattenuto troppo a lungo, si prende licenza di raccontare con l’egoistica familiarità di un diario personale e pare disinteressarsi completamente della squisitezza stilistica del suo lavoro; in realtà, egli chiede al lettore uno sforzo, la capacità di superare proprio quel velo di perbenismo tipico di una certa classe sociale che ammanta di fumo ogni cosa (proprio come la nebbia che, alzandosi dal lago, nasconde il paesaggio che circonda i protagonisti, costringendoli di nuovo a un rapporto fisico, materiale, e soprattutto esclusivo e terribile nella sua inevitabilità, con i mobili della camera, il letto in primo luogo) per giungere al cuore della sua narrazione, a quella “vita non vissuta” (la vita del lavoro, del collegio, dei giorni di villeggiatura, di vacanza, che vorrebbero porsi come semplice parentesi di normalità in un contesto che di normale non ha nulla, e che proprio per questo segnano l’inizio della fine) che è l’autentico “dramma borghese”, perché è vigliaccheria, rinuncia, scorciatoia, abbandono. Ancora una volta Morselli non solo dà prova di un talento letterario cristallino, ma si dimostra coraggioso, potente nel suo fervore etico e letterario, capace di affrontare i nodi più scomodi del nostro essere uomini (e del nostro essere vivi) senza rifugiarsi in nessuna comoda sovrastruttura (né ideale, né tantomeno religiosa) e senza vestirsi di verità o di preconfezionate certezze. Con un’umiltà che commuove, Guido Morselli, indaga, esplora, domanda; leva la propria voce per cercare di comprendere, offrendoci, quasi con noncuranza, capolavori. 

Eccovi l’incipit dell’opera. Buona lettura.

Così distante quel tempo, e privo di ogni attinenza con la mia vita quel mondo di sentimenti, di interessi, di azioni. Perché ho sognato poco fa, di pieno giorno, seduto di fronte alla finestra chiusa, quell’episodio insignificante, del resto ben dimenticato? Una notte di pioggia, al declino del favoloso Agosto ’43, sullo Jonio; siamo ossessionati dalle incursioni dei commandos, che sbarcano di sorpresa, assalgono le nostre postazioni, fanno saltare ponti e linee elettriche, catturano prigionieri. Devo consegnare ordini a un nostro osservatorio isolato, interrato da qualche parte in una zona a bosco, che poi risulterà non più lunga di un chilometro e larga assai meno, non lontano dalla costa. Abbiamo lasciato le moto sulla litoranea, ci siamo internati, io e il sottufficiale che mi accompagna, contando su una lampadina che si spegnerà quasi subito: e non sappiamo che trappola sia il fango della macchia mediterranea quando piove da due giorni, che arcano avvilente il buio e il silenzio della notte in un folto di piante selvaggiamente intricate.
 

La filosofia lucidissima e incoerente di un romanziere

 

Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori
Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Mondadori

Simboli dell’uomo, della sua miseria come della sua grandezza; incarnazioni, o per dir meglio momenti, dell’eterno conflitto tra bene e male; maschere tragiche e grottesche delle forze sociali, intellettuali e spirituali che agitavano la Russia di fine XIX secolo, i componenti della famiglia Karamazov (il padre Fedor, i figli Dmitrij, Ivan e Aleksej e l’illegittimo Smerdjakov), protagonisti de I fratelli Karamazov, l’ultimo e più ambizioso romanzo di Dostoevskij, sono soprattutto la più limpida rappresentazione dell’anima dell’autore, lo specchio delle sue lacerazioni. La loro voce è insieme quella insinuante del dubbio, quella carica di furore della ribellione e quella potente, sicura, quasi sovrumana dell’intimo convincimento, di un ideale di vita abbracciato per fede e con fede. Nel disegno dei caratteri di questi uomini perduti, sconfitti, annientati (con la sola eccezione di Aleksej) da se stessi prima che dall’oscurità del mondo, il grande scrittore russo realizza dei modelli, degli archetipi; è attraverso lo studio di Dmitrij e degli altri figli del volgare e dissoluto Fedor, infatti, che Dostoevskij riflette sull’umanità, sulle sue colpe e sulla sua pretesa innocenza. È, la sua, una meditazione coraggiosa, sofferta, intrisa di dolore autentico, di disperazione, eppure sorretta da un’incrollabile fiducia; romanziere eccelso, egli lascia che siano la sua prosa densa, il suo realismo intenso, puntuale, e nello stesso tempo così lieve e delicato nei toni, così sfumato, così meravigliosamente equilibrato e felice da parer magico, e il nitore del suo stile a raccontare il proprio mondo interiore e a costruir per esso, a beneficio del pubblico, vicende e intrecci e contesti narrativi, ma non smette mai di interrogarsi (e di sollecitare il lettore) su quelli che ritiene essere i fondamenti dell’esistere: il rapporto tra l’uomo e il suo prossimo, quello ancor più radicale dell’uomo con Dio, e la scelta, ineludibile, della pietà, della comprensione, di un’etica cristiana, di un umanesimo religioso, unico rimedio all’orgoglio razionalista e al suo conseguente ateismo morale, al veleno dello sfrenato individualismo, al contagio dell’idolatria materialista. Come scrive Fausto Malcovati nell’introduzione all’opera edita da Garzanti, “Con coraggio sorprendente per l’epoca in cui vive [Dostoevskij] rifiuta l’immagine convenzionale e astratta dell’uomo, il codice esterno di comportamento che la società a lui contemporanea accetta e impone, affronta i processi psichici più oscuri e contraddittori, dove l’uomo non può affidarsi ad alcuno dei suoi sostegni abituali, le dinamiche più sconcertanti tra individuo e società, intuizione e intelletto, libertà e legge, fede e ateismo, demonicità e santità, riaffermando la convergenza indispensabile tra mondo sociale, politico e mondo morale. Le antinomie tra le quali si muovono i suoi romanzi sono le stesse che scuotono ancor oggi il nostro mondo: non perdono anzi acquistano attualità di generazione in generazione. È stato definito sismografo delle scosse telluriche della società borghese in crisi di transizione: quelle scosse telluriche non hanno perduto a tutt’oggi la loro forza dirompente. Una cosa va comunque ricordata: Dostoevskij è un grande scrittore, non un filosofo, un pensatore. È un errore trarre dai suoi romanzi un sistema astratto di idee, isolarne il contenuto ideologico per dedurne costruzioni organiche: tale contenuto, privo della sua traduzione poetica, dà l’illusione della forma filosofica, ma è in realtà pieno di contraddizioni e di curiose incoerenze. La sua ricerca non va in direzione speculativa: il suo oggetto è la psiche umana imperfetta, l’anima ferita, ribelle, l’anima che anela all’armonia, che si dibatte tra il bene e il male, che cerca la sua realizzazione completa attraverso prove dolorose, angosciose lacerazioni”.

Diario di un conflitto, cronaca di un naufragio, I fratelli Karamazov è un romanzo d’enorme respiro, monumentale nella costruzione, di eccezionale radicalità nelle conclusioni, magistrale nello svolgimento (con al centro di tutto il brutale omicidio del padre, che come una maledizione lega le vite dei tre figli e le trascina verso un destino d’angoscia, morte ed espiazione). Nelle pagine di questo capolavoro ogni cosa è colta nella sua essenza, perfettamente rappresentata, resa indimenticabile: la povertà degli uomini e delle cose, la schiavitù degli appetiti, la presunzione della ragione, la colpa, intesa come piaga dell’anima, e la giustizia formale e opaca dei tribunali, di “Cesare” (che punisce gli atti senza mai essere in grado di comprenderne le motivazioni e per questo si riduce a mero meccanismo, a inumano ingranaggio sociale), il salvifico riparo della fede. 
 
Lasciatevi incantare da questo splendido lavoro, dall’inesauribile ricchezza tematica e stilistica di Dostoevskij. Non ve ne pentirete, perché non esiste seduzione più pura, né più sincera, di questa.
Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione è di Alfredo Polledro). Buona lettura.

Aleksjej Fjodorovic Karamazov era il terzo figlio di un proprietario del nostro distretto, Fjodor Pavlovic Karamazov, tanto noto ai suoi tempi (e ricordato, del resto, fra noi ancor oggi) per la tragica e oscura sua fine, avvenuta giusto tredici anni fa e della quale parlerò a suo luogo. Di questo «proprietario» (come da noi lo si chiamava, sebbene in tutta la sua vita non avesse quasi mai abitato nella sua proprietà) dirò ora solamente che era un tipo strano, come se ne incontrano però abbastanza spesso, e cioè il tipo dell’uomo non solo basso e corrotto, ma anche, in pari tempo, scervellato; era tuttavia di quegli scervellati che san fare egregiamente i loro affarucci d’interesse, e, a quel che sembra, questi soltanto. Fjodor Pavlovic, per esempio, aveva cominciato quasi dal nulla, era un proprietario minuscolo, che correva a pranzare di qua e di là alla tavola altrui, spiava ogni occasione di fare il parassita, e nondimeno gli si trovarono al momento della morte ben centomila rubli in contanti. E al tempo stesso però aveva continuato per tutta la vita a essere uno dei più scriteriati stravaganti del nostro intero distretto. Ripeto ancora: questa non è stupidità – la maggior parte di questi stravaganti è abbastanza intelligente ed astuta, – ma proprio mancanza di criterio, e per giunta di un carattere particolare, nazionale.

Il cuore di un uomo, e di uno scrittore, messo a nudo

Recensione di “Lettera al padre” di Franz Kafka


Franz Kafka, lettera al padre, Newton Compton
Franz Kafka, Lettera al padre, Newton Compton

Utilizzato come sinonimo di sinistramente grottesco, folle, incomprensibile, agghiacciante nella sua assurdità, l’aggettivo kafkiano ha in realtà ben poco a che vedere con le atmosfere di realtà sospesa che così comunemente gli vengono attribuite. E non perché una sorta di tetro surrealismo non si respiri tra le pagine dei romanzi e dei racconti di Franz Kafka (si potrebbe anzi dire che sono proprio questi toni, insistiti come urla strozzate che malgrado gli sforzi compiuti non riescono a lacerare l’aria e lentamente, tragicamente si spengono, la più vistosa caratteristica della sua opera, che presa nel suo insieme fa pensare a una labirintica dimensione d’incubo priva di vie d’uscita), ma per il fatto che quel che si presenta come segno distintivo del suo lavoro letterario ne costituisce la chiave di lettura, il rivestimento simbolico.

Sono il senso di colpa, sempre profondamente avvertito, per la passione per la lettura in seguito trasformatasi in un’ansia di scrivere che non conosceva requie, l’incapacità ad adeguarsi alle regole della società in cui viveva, il terribile sforzo quotidiano necessario ad abbandonare il regno protetto (e inaccessibile al resto del mondo) dei libri e delle storie per “immergersi nel reale”, la paura, o meglio il terrore sordo, che per tutta la vita ha provato nei confronti del padre, figura autoritaria, virile, impastata di concretezza, e il desiderio, sempre vanamente inseguito, di essere accettato da lui, e di essere compreso, e dunque amato, i temi reali e profondi della narrazione del grande scrittore boemo. In una parola, Franz Kafka scrive della sua vita; la trasfigura, certo, ne cela i contorni in una nebbia di dubbi, di interrogazioni senza risposta, di vicoli ciechi, ma non si allontana mai troppo dalle sue esperienze (in massima parte dolorose) di ragazzo e di uomo.
E se Joseph K., protagonista de Il processo, che l’autore magistralmente descrive come persona che più di ogni altra cosa temeva “che la vergogna gli sopravvivesse”, è un Kafka mascherato tra i tanti che il suo tormentato genio creativo ha negli anni modellato, identificabile ma mai pienamente riconoscibile; se un altro perduto “vinto” letterario, il giovane di cui si narra nel La condanna, che in seguito a un furioso litigio con il padre decide di uccidersi, è invece quasi un ritratto dell’autore – al punto che di questo racconto Kafka scrive nel Diario: “l’ho scritto tutto d’un fiato […] dalle dieci di sera alle sei del mattino […]. La fatica e la gioia erano terribili, mentre vedevo come la storia si sviluppava davanti a me, come ero trasportato avanti dalle acque. A più riprese, nel corso di questa notte, mi portai sulle spalle tutto il peso di me stesso – Kafka uomo emerge nudo e senza mediazioni nella splendida e struggente Lettera al padre, scritta nel 1919 e mai consegnata al destinatario.
In questo scritto, Kafka più che raccontarsi si confessa. Parla al padre, per lui “misura di tutte le cose”, e prova a spiegargli che cosa, nel loro rapporto, è mancato, che cosa non ha funzionato. Non c’è rabbia nelle sue parole, che scorrono pacate, quasi rassegnate; Kafka non vuole dare colpe o prendersi rivincite, tutto quel che cerca è un terreno comune, una possibilità di dialogo, di chiarimento. Offre al padre il suo cuore, nella speranza che egli finalmente sappia riceverlo.
Colpisce e commuove questa pura forma di “esistenzialismo letterario”; la sincerità di Kafka brilla in ogni sua parola, così come in ogni sua parola emerge, senza possibilità di equivoco, il disperato bisogno di essere ascoltato, capito. Niente è strumentale in questa lettera; Kafka non utilizza il suo talento per convincere, per ottenere qualche facile vantaggio, ma solo per spiegare. Il suo rammarico per non essere mai stato in grado di corrispondere alle aspettative del padre (che, proprio come era lui, lo voleva forte, deciso, robusto nel fisico e militaresco nel comportamento) – “… mi incitavi quando facevo bene il saluto e marciavo a tempo, ma io non ero un soldato in nuce, oppure mi incoraggiavi quando riuscivo a fare delle grandi mangiate bevendoci sopra addirittura birra, o quando cercavo di canticchiare canzoni che non capivo o ripetevo a pappagallo i tuoi modi di dire preferiti, ma niente di questo facevo parte del mio futuro”, scrive Kafka, e al lettore non è difficile immaginarlo piangere e rimproverarsi aspramente per questa sua incapacità di essere uomo, l’uomo che il padre avrebbe voluto che fosse – è un semplice controcanto all’emergere della sua vera natura (quella di un ragazzo gracile, timido, sognatore, innamorato dei libri, alla ricerca di un sorriso, di un cenno d’incoraggiamento, di un atto d’amore gratuito, donato per quel che si è; di più, indipendentemente da quel che si è), null’altro.
Alle parole, Kafka, che per tutta la vita le ha così tanto amate, ha affidato il compito più arduo e più alto: raccontare se stesso a suo padre. Illuminare se stesso a beneficio del genitore. Fare ciò che lui, giorno dopo giorno, non è stato capace di fare. Forse mai, nella storia della letteratura, la scrittura è stata così preziosa. E così autentica.
Eccovi l’inizio della lettera. Buona lettura.
Caro papà,
recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un discorso. Se ora tento di risponderti per lettera, anche questa sarà una risposta molto incompleta, perché anche quado scrivo mi bloccano la paura di te e le sue conseguenze, e perché la vastità del tema oltrepassa di gran lunga la mia memoria e la mia intelligenza.
La questione, per te, si è sempre presentata in termini molto semplici, almeno quando ne parlavi con me e, indiscriminatamente, di fronte ad estranei. Ti sembrava che le cose stessero all’incirca così: tu hai lavorato duramente tutta la vita sacrificando tutto per i tuoi figli, per me in particolare; insomma, io sarei vissuto senza pensieri, con la più ampia libertà di studiare quel che mi piaceva, senza alcun motivo di preoccupazioni materiali, vale a dire di preoccupazioni in genere. In cambio non hai preteso alcuna gratitudine, tu conosci «la gratitudine dei figli», ma almeno una certa compiacenza, un segno di simpatia; io invece mi sono sempre rifugiato nella mia stanza, tra i libri, con amici esaltati, in idee stravaganti, sfuggendoti; non ti ho mai parlato a cuore aperto, non ti ho mai accompagnato al tempio, non ti sono mai venuto a trovare a Franzensbad, d’altronde non ho mai posseduto il senso della famiglia, non mi sono mai occupato del negozio e dei tuoi affari, la fabbrica te l’ho lasciata sul gobbo per poi piantarti in asso, ho dato man forte a Ottla nelle sue cocciutaggini e mentre per te non muovo un dito (neppure un biglietto per il teatro ti ho mai procurato), per gli amici farei qualunque cosa. Riassumendo il tuo giudizio su di me, se ne ricava che tu non mi rinfacci atteggiamenti poco dignitosi o malvagi (escludendo forse il mio ultimo progetto matrimoniale), ma freddezza, estraneità, ingratitudine. E me le rinfacci come se la colpa fosse solo mia, come se con una sterzata io avessi potuto sistemare tutto in altro modo, mentre tu non avresti nessuna colpa, se non quella di essere stato troppo buono con me.

Questa tua idea fissa la ritengo legittima solo nel senso che anch’io, riguardo alla nostra estraneità, credo nella tua assoluta mancanza di colpa. Ma io sono altrettanto innocente, nel modo più assoluto. Se riuscissi a fartelo ammettere, forse sarebbe possibile non dico una nuova vita, ormai siamo entrambi troppo vecchi, ma almeno una sorta di tregua, e se non la cessazione almeno un attenuarsi dei tuoi continui rimproveri.