Non dall’intendere ma dall’essere intesi

Recensione di “Tropico del Cancro” di Henry Miller

Henry Miller, Tropico del Cancro, Mondadori

“Quando il romanzo di Henry Miller Tropico del Cancro apparve nel 1935, ebbe un’accoglienza solo cautamente laudativa, ovviamente condizionata in alcuni dal timore d’apparire amanti della pornografia. Tra coloro che lo lodarono, ci furono T.S. Eliot, Herbert Read, Aldous Huxley, John Dos Passos, Ezra Pound […]. Tropico del Cancro è un romanzo in prima persona, o, se preferite, un’autobiografia in forma di romanzo. Miller stesso sostiene che è una biografia vera e propria, ma il ritmo e la narrazione sono propri del romanzo. È la storia della Parigi americana, ma non secondo i comuni criteri, in quanto gli americani che vi compaiono risultano persone senza quattrini. Negli anni della prosperità, quando i dollari abbondavano e il cambio del franco era basso, Parigi fu invasa da un tale sciame di artisti, scrittori, studenti, dilettanti, turisti, debosciati e fannulloni di professione quale il mondo non ha probabilmente visto mai […]. È di questo mondo […] che Miller scrive, ma egli si limita alla sua parte più oscura, a quel margine sottoproletario che ha potuto sopravvivere alla crisi economica perché composto in parte di autentici artisti e in parte di autentici furfanti […]. Nessun materiale letterario poteva essere meno promettente. Quando Tropico del Cancro fu pubblicato gli italiani invadevano l’Abissinia, e i campi di concentramento di Hitler erano già rigurgitanti. I centri intellettuali del mondo erano Roma, Mosca e Berlino. Non sembrava il momento in cui un romanzo di pregio considerevole dovesse essere scritto su degli americani falliti in cerca di qualcuno che offrisse loro da bere al Quartiere Latino. Naturalmente un romanziere non è obbligato a scrivere direttamente di storia contemporanea, ma un romanziere che trascuri i più importanti avvenimenti mondiali del momento è di solito o un superficiale o un perfetto idiota […]. Ma di tanto in tanto compare un romanzo che si apre su tutto un nuovo mondo, rivelando non l’insolito e il bizzarro, ma semplicemente ciò che è familiare […]. Miller ha una sfumatura di questa particolarità […] leggetene cinque, dieci pagine e proverete quel particolare benessere che viene non tanto dall’intendere quanto dall’essere intesi. ‘Quest’uomo sa tutto di me’ voi pensate, ‘ha scritto tutto questo proprio per me’. È come udire una voce che vi parla, una cordiale voce americana, priva di qualsiasi gigioneria, scevra di finalità moralistiche, con solo l’implicito assunto che siamo tutti uguali. Per il momento vi siete liberato delle menzogne e delle semplificazioni, della stereotipata, burattinesca caratteristica della solita narrativa, anche se eccellente, e vi trovate di fronte alle identificabili esperienze degli esseri umani […]. Perché la verità è che molte persone comuni, forse una vera e propria maggioranza, parlano e si conducono esattamente come in questo romanzo”. Continua a leggere Non dall’intendere ma dall’essere intesi

Il gioco del mondo. E delle lettere

Recensione di “Rayuela” di Julio Cortázar

Julio Cortázar, Rayuela – Il gioco del mondo, Einaudi

“A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina dove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo”. Al principio del suo romanzo più noto e discusso, Rayuela – Il gioco del mondo, Julio Cortázar offre al lettore qualcosa di simile a una bussola, uno strumento utile a orientarsi nel labirinto delle sue pagine, suggerendogli nel medesimo tempo di ignorare entrambe le alternative proposte e di procedere secondo un estro personalissimo, lasciandosi trascinare da un’intuizione, per esempio, oppure abbandonandosi al caso, a una lettura che abbia come unico criterio il più assoluto disordine, che sia essenzialmente arbitrio. Soltanto in questo modo, infatti, Rayuela, che “è molti libri, ma soprattutto è due libri”, può essere letto (ed esplorato, scoperto, reinventato persino); soltanto in questo modo, con Rayuela – che nel suo essere romanzo, nel suo narrare, nel suo avanzare sinuoso e ipnotico continuamente si sporge oltre il linguaggio, oltre sé, continuamente insegue quella realtà che riposa dentro il reale e che del reale è l’ombra, il sogno, il senso ultimo, o forse solo un senso, un possibile senso che aiuti a comprendere l’assenza di senso di ogni giorno, di ogni veglia, di ogni fatto, di tutto ciò che si può considerare oggetto di conoscenza – è possibile immedesimarsi, rivedersi nei suoi personaggi, sentire, nelle loro parole, la nostra voce. Continua a leggere Il gioco del mondo. E delle lettere

L’uomo, il capitano e l’altro da sé

Recensione di “Rayuela” di Julio Cortázar

Julio Cortazár, Rayuela – Il gioco del mondo, Einaudi

“A modo suo questo libro è molti libri, ma soprattutto è due libri. Il primo, lo si legge come abitualmente si leggono i libri, e finisce con il capitolo 56 e alla pagina dove tre evidentissimi asterischi equivalgono alla parola Fine. Conseguentemente il lettore potrà prescindere senza rimorsi di coscienza da quel che segue. Il secondo, lo si legge cominciando dal capitolo 73 e seguendo l’ordine indicato a piè pagina d’ogni capitolo”. Al principio del suo romanzo più noto e discusso, Rayuela – Il gioco del mondo, Julio Cortázar offre al lettore qualcosa di simile a una bussola, uno strumento utile a orientarsi nel labirinto delle sue pagine, suggerendogli nel medesimo tempo di ignorare entrambe le alternative proposte e di procedere secondo un estro personalissimo, lasciandosi trascinare da un’intuizione, per esempio, oppure abbandonandosi al caso, a una lettura che abbia come unico criterio il più assoluto disordine, che sia essenzialmente arbitrio. Soltanto in questo modo, infatti, Rayuela, che “è molti libri, ma soprattutto è due libri”, può essere letto (ed esplorato, scoperto, reinventato persino); soltanto in questo modo, con Rayuela – che nel suo essere romanzo, nel suo narrare, nel suo avanzare sinuoso e ipnotico continuamente si sporge oltre il linguaggio, oltre sé, continuamente insegue quella realtà che riposa dentro il reale e che del reale è l’ombra, il sogno, il senso ultimo, o forse solo un senso, un possibile senso che aiuti a comprendere l’assenza di senso di ogni giorno, di ogni veglia, di ogni fatto, di tutto ciò che si può considerare oggetto di conoscenza – è possibile immedesimarsi, rivedersi nei suoi personaggi, sentire, nelle loro parole, la nostra voce. Continua a leggere L’uomo, il capitano e l’altro da sé

Jules Maigret, la gemma più preziosa di Georges Simenon

Georges Simenon, Pietr il Lettone, Adelphi
Georges Simenon, Pietr il Lettone, Adelphi

Il linguaggio secco, puntuale, dettagliatamente burocratico della procedura, il tecnicismo delle comunicazioni cifrate, gli elementi procedurali di un’indagine squadernati con la massima chiarezza, senza la minima preoccupazione di carattere stilistico, in omaggio a un realismo che non ha né vuole avere alcunché di letterario ma che è d’importanza fondamentale nella costruzione di un’atmosfera, di un ambiente, e nella creazione dei personaggi che in quell’atmosfera e in quell’ambiente vivono, agiscono e muoiono. E subito al di là di questa studiata aridità formale, di questa prosa scarna e faticosa, strumento d’inchiesta al pari di un pedinamento, di una sorveglianza, di un interrogatorio, l’aprirsi alla molteplicità di significati e al labirinto d’emozioni del romanzo psicologico, e il voluttuoso arrendersi ai colpi di scena, alle sorprese e alla violenza del mystery. La ricchezza della scrittura di Georges Simenon, autore tra i più prolifici della storia della letteratura e creatore del celeberrimo commissario Jules Maigret, della polizia giudiziaria di Parigi, protagonista di un’innumerevole serie di romanzi e racconti, pretende attenzione, concentrazione, dedizione. Il suo narrare è di una bellezza folgorante eppure semplice, a prima vista quasi banale; nelle sue pagine scintillano preziosissime gemme, ma nessuno dei doni dispensati dal grande scrittore belga si coglie con facilità. Nel suo mondo, nella realtà umida, nebbiosa, malata e pietosa, feroce e compassionevole di Simenon e Maigret bisogna calarsi per intero, sentirsela addosso, abitarla proprio come se si fosse un elemento della storia, farsi carico, senza reticenze né dubbi, della responsabilità della lettura: ecco allora prendere corpo, dinanzi agli occhi e alla fantasia, un suggestivo mosaico fatto di descrizioni magistrali (di città intere o di sordide stanze) riassunte in poche righe capaci di catturare l’essenziale, ciò che dà senso a tutto quanto, a quel che esplode nella cruda verità della luce così come alle cose, o alle persone, che restano nell’ombra, dimenticate, o peggio perdute; contrappuntato da dialoghi folgoranti, che in un momento capovolgono uno scenario, fanno precipitare gli eventi; e ancora reso inconfondibile da un senso di oppressione così sottile e nello stesso così marcato da sembrar tangibile, incombente come una nera nuvola temporalesca; dall’ombra sottile, appuntita di una minaccia partorita dalla vita stessa, frutto degenere di decisioni prese, scelte fatte, strade percorse, di rimorsi che bruciano sulla pelle come ferite, di colpe cui è impossibile voltare le spalle; e infine attraversato dalla fatica della lotta, tragicamente impari, combattuta dai vivi contro il loro esistere, tumorale grumo di caos refrattario a ogni ordine, a ogni imposizione.

Al centro di questo complesso disegno, nella prima avventura del commissario Maigret, intitolata Pietr il Lettone, troneggia la figura scivolosa e poliedrica del truffatore Pietr, uomo elegante, sicuro di sé, deciso, e nello stesso tempo personalità tormentata, indecifrabile Giano bifronte che costringe Maigret a un duro lavoro d’indagine giocato su un duplice piano: quello sfibrante di una costante sorveglianza da una parte, e dall’altra lo scavo minuzioso nel passato di una persona che più di qualsiasi altra cosa vorrebbe cancellare se stessa. E proprio come il commissario, il romanzo procede su un doppio binario, indugiando sul corpo massiccio di Maigret, sulla sua insistita presenza negli stessi luoghi frequentati da Pietr (soprattutto l’elegantissimo Hotel Majestic di Parigi), sottolineando la caparbietà del suo agire: “La presenza di Maigret al Majestic aveva inevitabilmente qualcosa di ostile. Era come un blocco di granito che l’ambiente rifiutava di assimilare. Non che somigliasse ai poliziotti resi popolari dalle caricature […]. Ma la struttura era plebea. Maigret era enorme e di ossatura robusta […]. Aveva in particolare un modo tutto suo di piazzarsi in un posto che talora era risultato sgradevole persino a molti colleghi. Era qualcosa di più della sicurezza ma non era orgoglio. Arrivava solido come il granito, e da quel momento pareva che tutto dovesse spezzarsi contro di lui, sia che avanzasse, sia che restasse piantato sulle gambe leggermente divaricate”. E poi intrecciando a quell’empito di fisicità la logica impalpabile ma ferrea del ragionamento, la paziente analisi degli indizi, la scintilla improvvisa dell’intuizione; fino al momento in cui sentieri all’apparenza opposti convergono in uno stesso punto, quello in cui poliziotto e malfattore sono destinati a incontrarsi, e, l’uno all’altro, a svelare se stessi.

Eccovi l’incipit di Pietr il Lettone. La traduzione, per Adelphi, è di Yasmina Mélouah. Buona lettura.
“C.I.P.C. a Sureté di Parigi. Xvzust Cracovia vimontra m ghks triv psot uv Pietr il Lettone Brema vs tyz btolem”. Il commissario Maigret, della 1° Squadra mobile, alzò la testa ed ebbe l’impressione che il brontolio della stufa di ghisa posta al centro dell’ufficio e collegata al soffitto da un grosso tubo nero si stesse affievolendo. Spinse da parte il telegramma, si alzò pesantemente, regolò la valvola e gettò tre palate di carbone nel focolare, Poi, in piedi, con le spalle rivolte al fuoco, caricò la pipa e si allentò il colletto che, per quanto molto basso, gli dava fastidio.

In un’alba di macerie e desideri

 

Ernest Hemingway, Fiesta (il sole sorgerà ancora), Mondadori
Ernest Hemingway, Fiesta (il sole sorgerà ancora), Mondadori

Nel vuoto palcoscenico di città ridotte alle luci e ai tavoli di locali e bistrot, un gruppo di amici, reduci di guerra (e ancor più di vita, sopravvissuti a un’esistenza di cui non comprendono il senso, lo scopo), sembra lottare contro il tempo opponendo al suo scorrere una resistenza passiva fatta di incontri e ozio, di chiacchiere torrenziali e innocue, studiate per restare alla superficie di ogni cosa ed evitare prese di posizione, responsabilità e il tocco gelido della verità. Nel caotico rincorrersi di appuntamenti fissati quasi al solo scopo di dimenticarli, o disinteressarsene, in un disperato, inutile girotondo di finzioni, il trauma del conflitto appena combattuto e delle ferite fisiche e spirituali che ha lasciato riappare di continuo come un rimorso, una colpa, un destino, a ricordare a tutti e a ognuno l’inevitabilità del dolore e della sconfitta. È in questo scenario d’ombra, che ha la duplicità clownesca dello spettacolo e che, nella sua esibita sete di felicità e appagamento sperimenta l’abisso sconfinato del nulla, che Ernest Hemingway ambienta Fiesta (il sole sorgerà ancora), romanzo d’esordio pubblicato a New York nel 1926 e a Londra l’anno successivo. La semplicità perfino eccessiva della trama – che al termine di una prima parte che si può considerare introduttiva e serve all’autore per presentare al lettori i protagonisti della storia, raccontandone solo una scarna biografia, utile a mettere in luce più le loro fragilità e debolezze che qualsiasi altra caratteristica, si esaurisce nella narrazione, quasi un resoconto, di un viaggio a Pamplona per assistere alla tradizionale corsa dei tori per le strade cittadine e alle successive corride – ha il suo perfetto corrispondente in uno stile asciutto, povero persino, che alterna la puntualità delle descrizioni (gli scorci di Parigi, gli alberghi visitati, le taverne di Pamplona, la maestosa potenza dei tori, la severa e in qualche caso un po’ posticcia dignità dei toreri) alla conturbante esplosività delle confessioni, della sincerità amara e disillusa stimolata dall’ubriachezza, dalla stanchezza, dalla ribellione a un’esistenza soffocante, consumata in uno sterile gioco delle parti. “Robert alla rivista aveva una piccola segretaria. La più dolce creaturina del mondo e lui la trovava meravigliosa, e poi arrivai io e trovò meravigliosa anche me. Allora lo costrinsi a sbarazzarsi di lei, dopo che l’aveva portata a Provincetown da Carmel, quando aveva trasferito la sede della rivista, e non le pagò neanche il biglietto per tornare in California. Tutto per far piacere a me […]. Be’, probabilmente è vero che chi di spada ferisce di spada perisce. Non è un’immagine letteraria? […].Senti, Robert, tesoro. Lascia che ti dica una cosa. Non ti dispiace, vero? Non fare scene con le tue ragazze. Cerca d’evitarle. Perché non sei capace di fare scene senza piangere, e poi ti autocommiseri al punto che non ricordi più quel che ha detto l’altra persona. Andando avanti così, non riuscirai mai a ricordare neanche una conversazione. Cerca invece di star calmo. Lo so che è molto difficile. Ma ricorda, lo fai per la letteratura. Dovremmo tutti fare sacrifici per la letteratura. Guarda me. Io me ne vado in Inghilterra senza protestare. Tutto per la letteratura. Dobbiamo tutti aiutare i giovani scrittori”. 

Hemingway, che nella storia si ritaglia uno spazio vestendo i panni dell’io narrante Jack Barnes (e poco importa che al principio del libro egli si premuri di scrivere che nessun personaggio è il ritratto di una persona reale), reso impotente dalle lesioni riportate al fronte e prigioniero di un amore impossibile (per Brett Ashley, che durante la guerra, da infermiera, si prese cura di lui e perse l’uomo che amava, e da quel momento decise di rincorrere la propria autodistruzione offrendosi all’anestesia dell’alcol e alla libertà illusoria della promiscuità sessuale), dà vita a un romanzo a chiave che profuma d’autenticità, saturo di un senso di sconfitta che lascia scossi, sgomenti, ma che in qualche misteriosa maniera riusciamo senza fatica a comprendere. Come se gli appartenessimo.
Mens morbida in corpore sano; così aveva definito Ernest Hemingway il critico e traduttore russo Ivan Kashkeen (lo scrive Fernanda Pivano nell’introduzione all’opera completa dello scrittore americano edita da Mondadori, collana I Meridiani); la sua scrittura, a parere di Kashkeen, conteneva insieme, in una ricchezza rigogliosa e contraddittoria, “il pessimismo sanguigno e la disperazione repressa, la sincerità cinica di tante sue pagine e il suo cattolicesimo scettico, l’abile rozzezza e la complicata semplicità, la brevità tautologica dei suoi dialoghi e la precisione dei suoi accenni, infine il suo spasmodico sorriso senza gioia: groviglio di conflitti che ha le sue radici nella tragica disarmonia Mens morbida in corpore sano, la discordia mentale che minaccia di provocare la disintegrazione del corpo e la sua distruzione”. Di tutto questo parla Fiesta (il sole sorgerà ancora), in un abbozzo di discorso che non è che il primo capitolo di una lunga, lunghissima riflessione.
Eccovi l’incipit dell’opera (traduzione di Ettore Capriolo per Mondadori). Buona lettura.
Robert Cohn era stato un tempo campione di pugilato di Princeton, categoria pesi medi. Non crediate che questo, come titolo pugilistico, a me faccia una grande impressione, ma per Cohn significava molto. Non gli importava niente della boxe, anzi la detestava, ma l’aveva imparata, con fatica e sino in fondo, per reagire a quel senso d’inferiorità e di insicurezza che gli derivava a Princeton dall’essere trattato come un ebreo. Traeva insomma una certa gioia intima dalla consapevolezza di poter mettere fuori combattimento chiunque avesse fatto lo spocchioso con lui, ma, essendo un ragazzo molto timido e assolutamente perbene, non si batté mai se non in palestra. Era il miglior allievo di Spider Kelly.

Lolita, faticosa forma di un desiderio

Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi
Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi

Esiste una ristretta cerchia di scrittori la cui prosa, miracolosamente lieve e nello stesso tempo così penetrante da riuscire non soltanto a raccontare il vero ma addirittura a dargli forma, in qualche modo a costruirlo, non conosce confini, restrizioni, limiti, divieti. Incurante di ogni cautela, sordo allo scandalo e al disprezzo che potrebbe suscitare, a incolmabile distanza da tutto ciò che conta universale approvazione, il talento narrativo di questi autori, libero e incorrotto com’è, si esprime secondo regole proprie, e assumendosi in pieno la responsabilità della propria voce arriva a far coincidere la parola e la sua declinazione con  l’atto “divino” della creazione dal nulla. Così, originate dalla scrittura, le cose respirano e vivono in quella dimensione, ed è soltanto lì, in quel continente di sogno, bellezza e miseria, in quel “giardino dai sentieri che si biforcano” che promette infinite possibilità che vanno conosciute, vissute e giudicate. Membro a pieno diritto di questa affascinante élite estetico-intellettuale è senza dubbio Vladimir Nabokov, che nel suo riconosciuto capolavoro, Lolita, pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1955, regala accenti nuovi (di più, una seconda vita) a temi che costituiscono una ricchissima eredità letteraria: l’ossessione, la vendetta, l’amore, la fanciullezza e la maturità, considerate nel loro fluire come età della vita e insieme come momenti unici, distinti, condannati alla separazione e alla solitudine. 

 
L’intreccio, notissimo, ha il tono orgogliosamente sincero della confessione, al punto che il romanzo stesso, grazie a un magistrale rovesciamento di prospettiva, a una radicale ridefinizione dei ruoli che arriva ad annullare presenza e operato dello scrittore a tutto vantaggio del suo personaggio principale, unico io narrante della vicenda, sembra un’emanazione del protagonista, il professor Humbert Humbert, nato nel 1910, figlio di “un uomo amabile e indulgente, una macedonia geni razziali: cittadino svizzero, aveva antenati francesi e austriaci, con un tocco di Danubio nelle vene”. Finanche la dodicenne Dolores, la ragazzina nei cui confronti Humbert sviluppa una travolgente passione che poco alla volta si trasforma in attaccamento morboso, in un incoerente, febbrile desiderio di prossimità fisica (chiara antitesi di ogni rapporto autentico e trasparente negazione di un’intimità serena e feconda); colei cui egli sacrifica tutto in una grottesca discesa agli inferi che non ha fine e che lo porta a sposarne per meschino interesse la madre e, una volta scoperto, a vagabondare per gli Stati Uniti nel vano tentativo di allontanare una volta per tutti i sospetti, i pettegolezzi, la curiosità importuna del prossimo con il suo carico di moralità a buon mercato, buona per il ricco come per il povero, per la carne come per l’anima, fino a condurlo all’atto estremo dell’omicidio, non è altro che la forma di un pensiero, di un’idea, il faticoso, precario concretizzarsi di un desiderio.
Dolores-Lolita, che esiste esclusivamente nel vivere disordinato e convulso di Humbert, al tempo stesso suo patrigno, amante e compagno, la ninfa che lo conquista e lo stravolge, che riesce a parlare ai suoi sensi e per questo li seduce  – “Avevo coscienza di due sessi, nessuno dei quali era il mio; l’anatomista li definirebbe entrambi femminili, ma ai miei occhi, attraverso il prisma dei miei sensi, erano «come il giorno e la notte». Adesso so spiegarmi razionalmente tutto questo ma a venti o trent’anni non capivo il mio tormento con tanta lucidità. Mentre il mio corpo sapeva per cosa spasimava, la mia mente respingeva ogni suo appello. Ero a tratti spaventato e pieno di vergogna, a tratti pervaso da un temerario ottimismo. I tabù mi strangolavano. Gli psicoanalisti mi corteggiavano, cianciando di pseudoliberazioni di pseudolibido” – non appena viene travolta dalla realtà, non appena fugge dall’illusione d’eternità ostinatamente tessuta da Humbert, sfiorisce, si corrompe, in qualche misura muore. Non a caso i suoi “assassini” sono il contraltare dell’adulto-bambino Humbert: da una parte il mellifluo commediografo Quilty, il cui nefando interesse verso la ragazza lascia su di lei cicatrici indelebili, dall’altra Richard, il giovane marito e futuro padre, all’oscuro del passato della donna che ha sposato e animato da sentimenti del tutto privi dell’opacità che caratterizzava quelli di Humbert. Divenuta donna, trattata da donna, Lolita cessa per sempre di essere ninfa; tutto ciò che rimane di lei non è che pallida memoria del tragico fallimento del professor Humbert Humbert.

Lolita è un romanzo magnifico, un canto di sirena di “abbagliante grandezza” (la felicissima espressione è di Pietro Citati). È un libro imprescindibile e di rigoglioso splendore, il racconto perfetto di qualcosa di profondo, suggestivo e terribile; una materia calda, viva, potente, che affidata ad altri mani avrebbe probabilmente prodotto solo un patetico balbettio.
Eccovi l’incipit (la traduzione, edizione Adelphi, è di Giulia Arborio Mella).
Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita. Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io in quell’estate. Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata. Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini alle nobili ali. Guardate questo intrico di spine.

Un puzzle faticoso e senza fine

Fred Vargas, La trilogia Adamsberg, Einaudi
Fred Vargas, La trilogia Adamsberg, Einaudi

Pochi sarebbero disposti a credere che Jean-Baptiste Adamsberg sia un poliziotto, anzi, addirittura un commissario. Pochissimi, quasi nessuno a dire il vero, specie tra i suoi colleghi. Difficile dar loro torto, perché quest’uomo indecifrabile, distratto, pedante nel parlare, affascinato da tutto ciò che è curioso, insolito, capace, quasi si trattasse di una sorta di mago, o più probabilmente di un astuto fenomeno da baraccone, di indovinare la crudeltà che suppura dalle persone (da quel che dicono, dai loro gesti, persino dalle loro espressioni), refrattario a qualsiasi genere di metodo razionale di indagine, trascurato fin quasi alla trasandatezza nel vestire e incapace di giustificare le sue intuizioni, è quanto di più lontano esista da un investigatore. Eppure nel suo lavoro è bravo, quasi infallibile. A dimostrarlo sono i molti casi risolti, e le conseguenti promozioni, gli avanzamenti di carriera, e infine la scrivania da commissario a Parigi, quinto arrondissement, un’intera squadra ai suoi ordini. E numerosi omicidi su cui fare luce.

Jean-Baptiste Adamsberg, personaggio nato dalla fantasia della scrittrice francese Fred Vargas (pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau), è il protagonista di molti suoi romanzi; l’autrice lo dipinge con divertito affetto, sottolineandone, insieme all’eccentricità, il suo drammatico contraltare, una condanna senza appello alla solitudine. Adamsberg, che compare per la prima volta sul palcoscenico letterario nel romanzo giallo L’uomo dei cerchi azzurri, ha la medesima consistenza di un alito di vento. La sua vita personale è indistinta, impalpabile, impossibile da identificare, come un viso ritratto in una foto buia e sfuocata; niente sembra riuscire ad ancorarlo alla realtà, né l’amore (che pure è sincero, intenso e doloroso) per la fidanzata Camille, tradita a più riprese senza nessuna particolare ragione, né l’amicizia o il cameratismo con i collegi (soprattutto con il robusto Danglard, detective preciso e pedante, padre di troppi figli, uno dei quali nemmeno suo, abbandonato dalla moglie). Adamsberg, semplicemente, sembra aver rinunciato alla fatica di vivere; non oppone argine al caso, a tutto quello che può accadere, non si preoccupa di dare un indirizzo alla propria esistenza, la accetta, proprio come si accettano i capricci del tempo, subendoli, al massimo prendendo con sé un ombrello se ci si accorge, prima di uscire di casa, che fuori sta piovendo.
Adamsberg è un puzzle faticoso e senza fine; se ne possono ricostruire i contorni, poi è giocoforza fermarsi. Come Danglard, come Camille (colei che più di tutti lo ha conosciuto e che forse proprio per questo alla fine si è arresa), il lettore, attratto dalla tela di ragno dello stile agrodolce di Fred Vargas, dal suo continuo fluttuare tra la cupezza e una specie di lieve e piacevole noncuranza, non fatica ad affezionarsi a questo poliziotto differente da qualsiasi altro, scoprendolo pezzo per pezzo proprio come Adamsberg, pezzo per pezzo, mette in fila il suo arruffato procedere nelle indagini, ne trae le conclusioni e cattura l’assassino.
E tuttavia il geniale commissario, a differenza dell’intreccio del romanzo, che alla fine si scioglie, resta un enigma, qualcosa di irrisolto, una sfumatura di disordine (emotivo e razionale) in un mondo tornato per un momento, dopo la cattura del colpevole, a essere ordinato, rassicurante, facile. Così, non resta che tuffarsi in un nuovo romanzo, in un’altra indagine, nel buio di anime corrotte, nell’insopportabile fetore della morte violenta, nel gorgo soffocante della vendetta, nella giostra malata dei moventi, sempre uguali e sempre diversi, che dovrebbero spiegare la ferocia, l’annientamento, la tragica amputazione di una vita. Nella speranza di riportare alla luce un nuovo pezzo del commissario, un’altra tessera del puzzle.
Le prime tre investigazioni di Jean-Baptiste Adamsberg (il già citato L’uomo dei cerchi azzurri, l’incalzante L’uomo a rovescio e l’originalissimo Parti in fretta e non tornare, dove torna a mietere vittime forse il più terribile flagello della storia umana, la peste) sono state raccolte in un unico volume, intitolato La trilogia Adamsberg: quasi un migliaio di pagine che si leggono d’un fiato.
Eccovi l’incipit del primo dei tre romanzi. Buona lettura.
Mathilde tirò fuori l’agenda e scrisse: «Il tizio seduto alla mia sinistra mi prende per i fondelli». Bevve un sorso di birra e lanciò un’altra occhiata al vicino, un tizio immenso che da dieci minuti tamburellava con le dita sul tavolo. Aggiunse all’agenda: «Si è seduto troppo vicino, come se ci conoscessimo, invece io non l’ho mai visto. Non c’è molto altro da dire su questo tizio che porta un paio di occhiali neri. Sono seduta all’aperto al Café Saint-Jacques e ho ordinato una birra alla spina. La bevo. Mi concentro sulla birra. Non trovo niente di meglio da fare». Il vicino di Mathilde continuava a tamburellare sul tavolo.
– C’è qualcosa che non va? – domandò lei.
Mathilde aveva la voce bassa e molto roca. L’uomo reputò che fosse una donna, e che fumasse tantissimo.
– Niente. Perché? – domandò l’uomo.
– Credo che mi dia sui nervi vederla giocherellare con il tavolo. Oggi tutto mi irrita.
Mathilde finì la sua birra. Era scipita, tipico di una domenica. Mathilde aveva l’impressione di soffrire più degli altri del comunissimo male da lei chiamato il male del settimo giorno.