L’ambiguità, l’eroismo, la solitudine

Recensione di “Dove nessuno ti troverà” di Alicia Giménez-Bartlett

Alicia Giménez-Bartlett, Dove nessuno ti troverà, Sellerio

Uomo o donna? Semplice pastore o criminale inafferrabile e spietato? Assassino senza scrupoli o montanaro ignorante abituato soltanto alla compagnia degli animali? E ancora, fiero militante della lotta partigiana antifranchista o bandito senza bandiera né ideale? Chi si nasconde dietro la misteriosa figura nota in tutta la Spagna con il nome di “Pastora”? A queste domande, che si situano al crocevia tra storia e leggenda, tra cronaca e mito, cerca di dare una risposta la scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett nel bel romanzo intitolato Dove nessuno ti troverà, vincitore nel 2011 del premio Nadal de novela. La vicenda narrata dalla Bartlett ha come protagonista una persona reale, Teresa Pla Meseguer, nata da una povera famiglia di contadini e affetta da una malformazione degli organi genitali che le attirò, fin dalla più tenera età, scherno e ostilità, ma assieme a lei, o per meglio dire attorno a lei, l’autrice costruisce un ritratto cupo, doloroso e violento di una Spagna incapace di superare il terribile trauma della guerra civile. Nel prendere le mosse dal “mistero Meseguer”, nemico pubblico numero uno del Paese, incubo e ossessione della Guardia Civil, capace di sfuggire per anni alla cattura grazie alla sua perfetta conoscenza delle montagne e dei loro segreti, la Bartlett, mescolando abilmente noir, avventura e ricostruzione storica, finisce per dar forma a un potente e crudo romanzo politico che è un trasparente, lucidissimo atto d’accusa al proprio Paese. Continua a leggere L’ambiguità, l’eroismo, la solitudine

Il sussurro della giustizia, l’urlo della vendetta

Recensione de “Le ragioni del sangue” di Alessandro Gennari

Alessandro Gennari, le ragioni del sangue, Garzanti

Un romanzo che del giallo ha le atmosfere, l’andamento, le sorprese, i colpi di scena, le false piste e il progressivo disvelamento dei fatti, e nel medesimo tempo una storia oscura che affonda le proprie radici nel nostro passato recente, nella tragedia del secondo conflitto mondiale e poi nell’abisso della guerra civile italiana, nell’incubo, eroico ma non certo privo di terribili efferatezze, della Resistenza, sanguinoso scontro fratricida tra partigiani e occupanti. Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari, insignito del premio Bagutta Opera Prima nel 1995, è un’opera cruda e violenta, un racconto potente, di vibrante sincerità, una testimonianza scomoda e ostinata, un urlo che lacera il silenzio. La scelta di raccontare eventi trascorsi (una parte della nostra comune memoria di popolo che ancora oggi suscita divisioni e riapre ferite mai del tutto guarite) nelle serrate cadenze di un thriller ha una duplice valenza, letteraria e simbolica.

Da una parte rende il racconto fluido e coinvolgente, regalando il giusto ritmo alla narrazione, mentre dall’altra spinge il lettore a confrontarsi con un’idea di verità spinta fino alle sue estreme conseguenze. Cos’è, infatti, il vero, chiede l’autore, se non radicale presa di coscienza, completa riappropriazione di qualcosa che ci appartiene? “Tradotta” nella soluzione di un caso, nella cattura del colpevole, nel ristabilimento di un rassicurante equilibrio sociale, la verità del giallo classico qui cambia radicalmente volto e diviene qualcosa di molto prossimo alla giustizia, alla riparazione dei torti.

Non a caso, il vero protagonista del romanzo di Gennari è un morto, Antonio Marga, padre del personaggio che è l’io narrante della vicenda: un uomo, un soldato, un eroe celebrato al suo funerale con queste parole: “Come tanti giovani della sua generazione, Antonio Marga dovette interrompere gli studi, fu costretto a mettere fine a una brillante carriera artistica perché ricevette una cartolina che lo chiamava a partire per la guerra. Una guerra che non sentiva, che certo non condivideva. Poteva quindi rifiutarsi di partire, nascondersi. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Ma in quegli anni, partire per la guerra era un dovere. Per quanto oggi suoni incomprensibile, di fronte alla chiamata della Patria non ci si tirava indietro, né si giudicava se fosse giusto o sbagliato… Per tre anni Antonio fece il suo dovere di soldato, in Albania e in Grecia, e quando si trattò di scegliere tra la collaborazione con i tedeschi e la prigionia, ancora una volta non esitò a compiere la scelta più difficile. Fu deportato nei campi di concentramento nazisti, dove patì la fame e il freddo nelle baracche, insieme ai compagni che vedeva spegnersi uno dopo l’altro. E arrivò infine a Dachau, dove apprese a che punto poteva arrivare la vergogna di appartenere alla specie umana. Qui contrasse un’infezione polmonare, una malattia talmente grave che i suoi stessi carnefici furono indotti a sbarazzarsi di lui. Considerato ormai inservibile, fu rispedito a casa e dovette affrontare con le poche forze superstiti il lungo viaggio di ritorno, sorretto unicamente dal desiderio di rivedere la sua terra, e i suoi cari…”.

Ma il ritratto a tutto tondo di un elogio funebre, il ricordo filtrato dalla pietà, o forse solo dalla consapevolezza dell’inutilità di una tardiva confessione, ha poco o nulla a che vedere con la realtà dei fatti; ed è con questa realtà, in un drammatico crescendo di rivelazioni, che si trova a fare i conti il figlio di Marga, gettato nei chiaroscuri di una vita che non gli appartiene e che pure è quanto di più caro egli possieda.

Le ragioni del sangue è un bellissimo romanzo, scritto magistralmente, un’opera da riscoprire, eredità di un grande scrittore scomparso troppo presto.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Mio padre morì una mattina di gennaio fredda e senza neve. Paola mi telefonò svegliandomi dopo una brutta notte in cui avevo sognato che il diluvio inghiottiva la città. Parlava sottovoce, sforzandosi di non piangere. Sentivo qualcuno singhiozzare accanto a lei, l’altra mia sorella, forse, o la cameriera. Ancora intontito, avevo la sensazione di ascoltare qualcosa che già sapevo, di vivere un episodio già successo. Riattaccai pensando alle fastidiose incombenze che mi aspettavano, al funerale in chiesa e agli appuntamenti da annullare. Mi resi conto che stavo reagendo come avrebbe fatto lui, ricordai la sua espressione infastidita alla notizia della morte di mio nonno e per un istante lo sentii vicino e complice, mi accorsi di volergli bene come da bambino, quando giocava con me.

Essere uomini o non esserlo. Senza vie di mezzo o scorciatoie

 

Testimonianza e analisi, registrazione dei fatti e loro interpretazione, cronaca storica e riflessione intimista, Uomini e no, capolavoro di Elio Vittorini, si può considerare, per struttura e scelta linguistica, quasi un romanzo sperimentale. L’opera, ambientata a Milano nel 1944, racconta la lotta partigiana di Enne 2, capitano dei Gruppi d’Azione Patriottica, cellule combattenti impegnate nella resistenza alle truppe nazifasciste, ma le sue gesta, gli attentati e le sanguinose rappresaglie scatenate per vendetta dai militari tedeschi, pur essendo il fulcro della narrazione, non la esauriscono. Accanto alla tragedia della guerra, infatti, alla disumanità dell’odio e della cieca volontà di annientamento, che trasformano le persone nel loro opposto (e qui troviamo la prima, possibile chiave di lettura dello splendido titolo del romanzo), si consuma il dramma personale di Enne 2, scandito dal suo infelice amore per Berta, donna sposata che, pur corrispondendo la passione di lui non trova la forza per abbandonare il marito e finisce per rovinare tutto, condannando, oltre a se stessa, anche l’amato, che decide di sacrificare la propria vita in un’ultima, disperata missione (“Sembra che io abbia un incantesimo in te”, confessa l’uomo a Berta durante un loro incontro, “che io debba vederti quando sono al limite. Quando ho voglia di perdermi. E quando ti vedo accade il contrario. E questo dico che sembra un incantesimo. Che appena ho raggiunto il limite debba ritrovarti e avere il contrario”). Nel raccontare la guerra, nel descrivere una Milano in rovina, ininterrotto cumulo di macerie fin dove lo sguardo riesce a correre, lo scrittore siciliano si affida spesso all’immediatezza del linguaggio parlato, del discorso diretto. Gli accadimenti, sia quelli estrinseci e terribili degli scontri (gli agguati degli uomini della Resistenza, le risposte violentissime dei soldati), sia le emozioni, le paure, le angosce e le speranze dei protagonisti, vengono proposte al lettore praticamente senza mediazione letteraria: le persone raccontano ciò che hanno fatto, visto, provato, e in tal modo condividono, apertamente e senza finzioni, non soltanto il mero fatto ma la maniera in cui lo hanno vissuto, compreso, interpretato, metabolizzato. Sarebbe un errore considerare questa precisa scelta espressiva di Vittorini esclusivamente dal punto di vista tecnico, perché le parole pronunciate, che sono flusso di coscienza, proprio come le folli logiche di guerra svelano gli uomini (e dunque anche coloro che non lo sono); la dicotomia insanabile tra la responsabilità che comporta “essere qualcuno” e l’abisso morale che caratterizza tutti coloro che “non sono capaci di essere” – il filo rosso che corre lungo tutto il libro – torna in più occasioni in forma di dubbio, ricerca, interrogazione, ed è per questo che l’autore dà voce alle sue creature, per provare a rispondere, attraverso loro, al quesito fondamentale dell’esistenza: ha senso vivere senza essere?
Uomini e no non è un libro politico, né un elogio della Resistenza. Certo, l’autore si schiera a favore della lotta di liberazione e avversa dichiaratamente la barbarie fascista e nazista, ma il suo mondo, abitato in egual misura dagli “uomini” e dai “no”, non è né semplice né scontato. Non basta essere un comandante sanguinario e implacabile come Cane nero – indimenticabili le pagine a lui dedicate, pagine sofferte, potentissime, cariche di indignazione, di rabbia, di disgusto – per meritarsi la vergognosa qualifica di “no”; la viltà di chi vive (verso sé, gli altri, la vita stessa) è una possibilità che alberga in ognuno, un pericolo, spesso una tentazione cui è difficile resistere. Vittorini lo sa, per questo neppure lui si sottrae all’impegnativa prova di un esame di coscienza. Come autore, come scrittore, si assume fino in fondo non soltanto la responsabilità del romanzo, ma interviene in esso, inserendosi nella vicenda con contributi personali (con pagine in corsivo al principio di alcuni capitoli), ragionando, mettendosi a nudo, perfino discutendo – grazie a quella sospensione di ogni ordine razionale che solo la letteratura rende possibile – con i personaggi che ha creato.
Romanzo di eccezionale intensità e di ineguagliabile spessore drammatico, raccontato, oltre che con immenso talento, con rara sincerità, Uomini e no è una di quelle opere “universali” capaci di parlare a ogni generazione. Nell’urgenza della sua ricerca etica, nel suo umanesimo disperatamente urlato, rivendicato malgrado tutto e tutti come unica possibile speranza, come sola via d’uscita (dalla guerra, ma non solo) è un’opera attualissima. Un punto di riferimento dal quale non è possibile prescindere.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura
I. L’inverno del ’44 a Milano è stato il più mite che si sia avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole. Il libraio ambulante di Porta Venezia diceva: «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. È dal 1908 che non avevamo un inverno così mite».
«Dal 1908?» diceva l’uomo del posteggio biciclette. «Allora non è un quarto di secolo. Sono trentasei anni».
«Bene» il libraio diceva. «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da trentasei anni. Dal 1908».
Egli aveva perduto il suo banco nei giorni della distruzione di agosto; aveva lasciato la città; e non è ritornato a Porta Venezia che al principio di dicembre per poter vedere questo che vedeva: il più mite inverno di Milano dopo il 1908.
Splendeva il sole sulle macerie del ’43; splendeva; ai Giardini, sugli alberi ignudi e sulle cancellate; ed era una mattina nell’inverno; era gennaio. Un uomo si fermò davanti al banco dei libri, portava una bicicletta per mano.
«Buongiorno» il libraio gli disse.
«Buongiorno».
«Che inverno, eh!».
«Che inverno è?».
«È l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo».
Si avvicinò l’uomo del posteggio.
«Da un quarto di secolo?» disse. «O dal 1908?».

«Dal 1908» disse il libraio. «Dal 1908».

Il passato dei fatti, la memoria degli uomini

 

Difficile affrontare un’opera a buon diritto entrata nel novero dei grandi capolavori della letteratura e di cui si parla come di una lettura irrinunciabile. Difficile approcciarla, persino se ci si limita a raccontarne banalmente la trama, tanto è universalmente nota; arduo, insomma, esserne all’altezza. D’altro canto, soprattutto con i libri accade spesso che “quel che tutti conoscono”, quel che è “impossibile non leggere”, sia stato letto davvero in ben pochi casi; così, anche occuparsi di un romanzo famosissimo qual è La storia di Elsa Morante può rivelarsi un esercizio non sterile. Scritto in tre anni, dal 1971 al 1974, e ambientato a Roma durante il secondo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra, questo splendido lavoro non narra soltanto l’odissea di una famiglia (quella formata dalla vedova trentasettenne Ida Ramundo, di professione maestra elementare, da suo figlio adolescente Nino e dal piccolo Giuseppe, nato proprio nel 1941, quando il romanzo prende avvio, in seguito a una violenza sessuale subita da un giovane soldato tedesco di nome Gunther), si allarga alla descrizione delle difficili condizioni di vita della popolazione, si sofferma sui patimenti causati dalla guerra, sulla miseria diffusa, sugli orrori incancellabili e irrimediabili che ogni scontro bellico porta con sé. Pur senza mai trascurare i componenti di quella famiglia, indiscussi protagonisti del romanzo, né allontanarsi troppo dal loro punto di vista, l’autrice si misura con l’eredità del passato intesa come memoria condivisa, come patrimonio (più spesso fardello) comune: compone un affresco nel quale i destini individuali non sono che parti di un tutto, e lo fa tolstojanamente, esponendo all’impietosa luce della realtà dei fatti un tragico momento di storia, e insieme a esso la vita di coloro, uomini, donne, bambini, che ne hanno fatto parte.
Il dolente realismo della scrittura di Elsa Morante, il suo stile caratterizzato da sobrietà assoluta, da un’umanissima condivisione della sofferenza descritta, sembra farsi cronaca nel mero dettaglio del succedersi degli accadimenti (la scrittrice romana non permette distrazioni al lettore; la sua “storia” è lo svolgersi della storia, e questo svolgersi lei lo richiama con forza al principio di ogni nuovo capitolo, il cui titolo coincide con l’anno in cui succedono determinate cose, che si apre con un riassunto dei fatti di maggior rilievo divisi nell’arco dei dodici mesi), ma questo, per quanto importante, è solo un aspetto, e il più estrinseco, dell’opera. Ne La storia, infatti, quel che accade è semplice materiale narrativo; nei confronti di ciò che è stato Elsa Morante ha solo il dovere della precisione documentaristica, dell’esattezza dello studioso (che soddisfa pienamente nelle aperture dei capitoli citate in precendenza); il cuore del romanzo è altrove, nelle persone, nei loro sentimenti, nelle azioni che compiono, in quel che sognano, desiderano, nelle faticose parole con cui cercano di esprimere se stessi e nei silenzi nei quali cercano rifugio; e ancora nella pietà laica che la Morante dimostra per ognuno di loro, nello sguardo limpido, sincero e commosso che sa offrire a destini privi di speranza, a esistenze segnate dalla sconfitta.
Esistenze come quella di Giuseppe, figlio di una violenza balbettante e timida, di un bisogno d’amore che per vergogna di sé è divenuto rabbia; del fratellastro Nino, fascista quasi per gioco, per spavalderia, e poi partigiano pronto a tutto nella violenza insensata e brutale dello scontro fratricida che ha portato l’Italia alla Liberazione; della loro madre, il cui argine alle durezze e alle asprezze della vita, nobile e disperato, giorno dopo giorno va incontro al proprio ineluttabile disfacimento; del giovane anarchico Davide Segre, talmente oppresso dal dolore da trovare scampo solo nell’illusione della droga, nella dose, destinata ad aumentare impercettibilmente di volta in volta.
La storia è un bellissimo romanzo. La vicenda che racconta è dura, straziante, e non lascia spazio alla speranza. Tuttavia non è priva di calore e non si chiude nel più cupo pessimismo. Perché i vinti cui Elsa Morante dà voce non dimenticano, neppure per un istante, la loro umanità. Spogliati di tutto, privati della vita, del battito del cuore e del respiro, conservano la propria anima. E forse, suggerisce l’autrice, esistere non è che questo; conservare, nel breve tratto di cammino che dobbiamo fare, la nostra anima. O almeno provare a farlo.
Se non l’avete ancora fatto, leggete La storia.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie. Né il soldato si distingueva dagli altri della sua serie: alto, biondino, col solito portamento di fanatismo disciplinare e, specie nella posizione del berretto, una conforme dichiarazione provocatoria.
Naturalmente, per chi si mettesse a osservarlo, non gli mancava qualche nota caratteristica. Per esempio, in contrasto con la sua andatura marziale, aveva uno sguardo disperato. La sua faccia si denunciava incredibilmente immatura, mentre la sua statura doveva misurare metri 1,85, più o meno. E l’uniforme – cosa davvero buffa per un militare del Reich, specie in quei primi tempi della guerra – benché nuova di fattura, e bene attillata sul suo corpo magro, gli stava corta di vita e di maniche, lasciandogli nudi i polsi rozzi, grossi e ingenui, da contadinello o da plebeo.

Gli era capitato, invero, di crescere intempestivamente, tutto durante l’ultima estate e autunno; e frattanto, in quella smania di crescere, la faccia, per difetto di tempo, gli era rimasta ancora uguale a prima, tale che pareva accusarlo di non avere neanche la minima anzianità richiesta per l’infimo suo grado. Era una semplice recluta dell’ultima leva di guerra. E fino al tempo della chiamata ai suoi doveri militari, aveva sempre abitato coi fratelli e la madre vedova nella sua casa nativa in Baviera, nei dintorni di Monaco.