L’universo puro e feroce del mito

Sofocle, Edipo re, Garzanti
Sofocle, Edipo re, Garzanti

Di fronte agli inappellabili decreti del fato, la libertà dell’uomo non è che un fardello, il disperato piangere del neonato che con tutte le sue forze chiede di essere nutrito, rivendica il suo diritto a esistere, ma che può vivere solo per volontà altrui. L’oscurità e l’ignoto, materia dei suoi giorni, condannano all’impotenza, alla sterilità la sua volontà, le sue deliberazioni, ogni suo sforzo. E il suo futuro, ignorato, assume i contorni tragici e ineluttabili della punizione, della vendetta, nel momento in cui l’uomo, ribellandosi alla propria cecità, rifiutandosi di arrendersi al non sapere, armato soltanto di sospetti, dubbi e paure, sfida i propri limiti e prova a farsi tessitore del suo destino vestendosi d’onniscienza, ammantandosi di divinità. Non importa che questo suo affannarsi abbia il bene, o il tentativo di scongiurare il male, a proprio fine; non importa che a spingerlo siano la pietà, l’amore per la verità, l’eroismo, perché all’uomo non è consentito varcare i propri confini, procedere al di là di se stesso, disfarsi della propria mortalità, della propria imperfezione. Perché, come scrive Umberto Albini, “le cose divine […] non si possono scoprire, per quanti sforzi uno faccia”. Nel confronto tra umanità e divinità e nella sottomissione brutale, ingiusta, terribile della prima alla seconda, in un severo e trascendentale codice etico, che è legge ferrea dettata agli uomini e non docile strumento modellato dalle loro scelte, si raccoglie uno dei temi cardine dell’opera di Sofocle, e il grande autore greco lo approfondisce fino ad arrivare alle più estreme conseguenze nellEdipo re, primo capitolo del “trittico tebano” (che comprende anche Edipo a Colono e Antigone), unanimemente considerato il suo capolavoro. Edipo, eroe solo, come soli sono tutti i protagonisti delle tragedie sofoclee – ed è ancora Albini, nella ricca prefazione all’edizione Garzanti della trilogia, a definirne i caratteri essenziali con queste parole: “Sofocle […] crea una serie di figure monolitiche nella grandezza. Sono degli individui isolati, fuori del tempo, intransigenti, che procedono diritti per la loro strada: sono apparentati dalla caparbietà, dall’orgoglio, dalla rigidezza della linea di condotta. Vivono in un assoluto che rifiuta il compromesso […], sono al servizio di un’unica idea -, deve fronteggiare, da amato sovrano di Tebe, un’epidemia di peste. E sarà proprio la sua determinazione, sarà il prepotente desiderio di liberare i suoi sudditi da quel flagello, a condurlo alla rovina. Edipo, infatti, scopre, grazie al cognato Creonte, inviato a Delfi a interrogare Apollo sulle cause del morbo, che Tebe è stata colpita da quella maledizione a causa dell’omicidio del precedente re della città, Laio, ucciso lungo una strada, a un incrocio, per mano di alcuni briganti che non sono ancora stati catturati e puniti. Ma indovini e profeti, proprio quando sembrano offrire a Edipo una facile soluzione ai suoi travagli, gli spalancano dinanzi l’abisso. A compiere il primo passo è Tiresia, che, convocato dal sovrano affinché lo aiuti nella sua caccia ai colpevoli, dapprima rifiuta di rispondere alle domande che gli vengono poste, poi, incalzato dalla determinazione e dall’ira del suo signore, che giunge ad accusarlo di ordire un complotto ai suoi danni, gli rivela la verità che fino a quel momento ha custodito: è lui, Edipo l’assassino di Laio.

A questo punto, il macigno che impediva alla montagna di franare è stato smosso e nulla più può arrestare il compiersi del destino scritto dagli dei. Anzi, ogni azione tentata in questo senso si risolve nel suo contrario, a sottolineare sempre più l’inutilità, addirittura la follia del procedere dell’uomo quando ha l’ardire di respingere la propria sorte. Così, alla moglie Giocasta, che gli dice di non preoccuparsi troppo delle profezie, perché proprio una profezia aveva predetto a Laio che sarebbe morto per mano del figlio (che per questo lui ha fatto uccidere), mentre invece a finirlo sono stati dei briganti a un incrocio, Edipo non replica nulla, ma nella sua anima si addensano le perplessità e i timori perché egli, in fuga da quelli che credeva i suoi genitori naturali (re di Corinto), dopo che un oracolo gli aveva predetto che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, proprio a un incrocio aveva incontrato e ucciso un uomo, che potrebbe essere Laio. E in realtà proprio così sono andate le cose; Edipo, che per intervento di un messo giunto ad annunciargli la morte di Polibo, re di Corinto, scopre di essere figlio adottivo (salvato dalla pietà di un pastore, cui il suo vero padre, Laio, lo aveva affidato affinché lo uccidesse), deve affrontare la verità: pur avendo fatto ogni sforzo per sfuggire al proprio fato, egli ha adempiuto la profezia; ha ucciso il padre Laio e sposato la madre Giocasta, allo stesso tempo sua consorte e sua madre, e con lei ha generato quattro figli, che gli sono anche fratelli. Di fronte all’abominio, causato dalla pietà semplice di un uomo incapace di uccidere un neonato, Giocasta si uccide, mentre Edipo si acceca, condannandosi all’esilio.

Incolpevole eppure in qualche modo responsabile della propria terribile sorte, Edipo paga la sua sete di verità, la volontà di conoscere quel che soltanto agli dei è dato sapere, e in pari tempo sconta, nel modo più amaro, la sua mancata accettazione del decreto divino, la sua sterile fuga da se stesso. La nobiltà del parricidio mancato si muta del peggiore dei peccati (lassassinio del padre, il matrimonio e la congiunzione carnale con la madre) perché espressione di una tensione alla libertà che l’uomo non può pretendere per sé. Nell’universo puro e feroce del mito, nel suo splendore privo di innocenza, non si rinuncia a quel che si è, alla propria umanità, se non per brama di elevarsi al divino. Ed è, questo, un desiderio che non ha diritto ad alcun perdono, che non  merita pietà.

Eccovi l’inizio. La traduzione, per Garzanti, è di Ezio Savino. Buona lettura.

(Edipo). Creature, carne in cui Cadmo antico vive! Che è questo posarvi, inerti, qui da me, nel cerchio delle fronde, simbolo implorante? Tebe è carica di fumi, impasto di preghiere, di singhiozzi. Io sono retto: non da diverse labbra udrò le cose, creature. Vengo io. Eccomi. Edipo leggendario, polo di voi tutti. (Al Sacerdote di Zeus). Vecchio, chiarisci – sei tu la loro lingua, bravo interprete – che v’inchioda in questa posa: ansia, struggimento? Sta’ certo, mi protendo a tutto io, per impulso mio. Sarei ottuso con la sofferenza, a non curvarmi palpitando sulla vostra inerzia.

Il Trecento di Boccaccio, realtà d’oggi

 

Giovanni Boccaccio, Decameron, Mursia
Giovanni Boccaccio, Decameron, Mursia

Dalla città di Firenze, flagellata dalla peste, dieci giovani di elevata condizione sociale (sette uomini e tre donne) fuggono e trovano rifugio in campagna. Qui, per ingannare il tempo e trovar diletto nel reciproco stare insieme, decidono di raccontare ciascuno una novella; fissato un preciso rituale, che prevede l’elezione quotidiana di un “re” cui spetta decidere il tema dei racconti, ecco che la narrazione comincia. Così nasce, con un intreccio che sembra non voler tracciare distinzioni nette tra il dramma rappresentato dall’esplodere dell’epidemia e la gioiosa, quasi impertinente leggerezza dei compagni d’avventura, il Decameron di Giovanni Boccaccio, uno dei massimi capolavori della storia della letteratura. Ironia, beffa, provocazione, divertita licenziosità e motteggio arguto, carnevaleschi travestimenti del reale, danno misura e respiro alle cento storie che compongono questa meravigliosa opera, non a caso definita dall’autore “Prencipe Galeotto”; osservatore attento delle “cose del mondo”, Boccaccio affida alla pagina scritta e a uno stile travolgente, irrefrenabile, ricchissimo di invenzioni e tagliente fino alla perfidia nella costruzione dei caratteri le proprie impressioni; i suoi giudizi sulla natura degli esseri umani sfumano nell’irrisione, nella presa d’atto (solo apparentemente rassegnata) della loro sostanziale mancanza di innocenza. Gli equivoci, gli inganni, i tradimenti, le passioni d’amore spinte all’estremo, il cui epilogo spesso scatena il riso, trasformando l’audace agire dei personaggi in un patetico, fanciullesco, girotondo d’appetiti, raccontano le debolezze degli uomini per quel che sono, e se è vero che questo procedere non offre alcun tipo di consolazione o salvezza (perché non l’edificazione morale interessa l’autore, ma il puro entusiasmo del narrare, in sé spontaneo e vero), è altrettanto vero che non manca mai una sincera partecipazione alle disavventure vissute dai diversi protagonisti. Nella consapevolezza di non poter “guarire” le persone dai loro mali, Boccaccio, uomo tra gli uomini, parla di loro nello stesso modo in cui parlerebbe di se stesso, riconoscendosi schiavo della propria natura: a questo proposito scrive Cesare Segre, nella prefazione al testo pubblicato da Mursia, che “la ricchezza di avviamenti stilistici, oltre a denotare l’intensità con cui lo scrittore si adegua, «simpatizzando», ai vari livelli di umanità sui quali si distribuiscono le novelle, viene a misurare, nel suo complesso, le dimensioni di un’area vitale completamente coperta. Non più, insomma, una scelta tra «commedia» e «tragedia» (nel senso medievale), o la preminenza di uno dei due indirizzi, bensì una visione in cui «commedia» e «tragedia» costituiscono i due estremi a cui si può spingere, con infinite variazioni intermedie, l’azione dell’uomo. Si coglie qui la modernità dello scrittore: perché la riduzione di questi due estremi dell’avventura terrestre su uno stesso piano implicava da un lato l’attenuazione di una gerarchia classistica rigida – in base alla quale l’appartenenza a un dato ceto predisponeva quasi a una data dignità di comportamento -; dall’altro, anche, l’esautorazione degli ideali trascendenti, la cui presenza non può non ordinare a sé, nella misura in cui ne portino più o meno visibile il segno, le azioni individuali”.

Libero dal dovere morale dell’esempio e dall’ossequio alla fede (intesa come imitazione, nella vita terrena, del modello cristiano), Boccaccio non pone freni alla virulenza del proprio sarcasmo: misurando ogni cosa attraverso l’uomo e le sue molteplici imperfezioni, scardina ogni verità, viola ogni dogma, rovescia ogni ordine costituito, arrivando a toccare il cuore del vero. È uomo frate Cipolla, per questo non stupisce né suscita scandalo che prometta “a certi contadini di mostrare loro la penna dello agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono San Lorenzo” (decima novella della quinta giornata), e allo stesso modo sono uomini (cioè carne) frate Rinaldo, che “si giace con la comare; truovalo il marito in camera con lei, e fannogli credere che egli incantava i vermini del figliocco” (terza novella della sesta giornata), un monaco, che “caduto in peccato degno di gravissima punizione, onestamente rimproverando al suo abate quella medesima colpa, si libera della pena” (quarta novella della prima giornata), e Masetto da Lamporecchio, che “si fa mutolo e diviene ortolano di un munistero di donne, le quali tutte concorrono a giacersi con lui” (prima novella della terza giornata).
Opera modernissima, profonda, liberatoria, dissacrante e saggia, il Decameron non è soltanto un capolavoro, è una lettura imprescindibile. Perché il trascorrere dei secoli non ha cambiato quasi nulla, e il Trecento di Boccaccio, per molti versi, è ancora il nostro mondo.
Eccovi l’inizio del proemio. Buona lettura.
Umana cosa è l’aver compassione agli afflitti; e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere, e hannol trovato in alcuni: fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno, o gli fu caro, o già ne ricevette piacere, io son uno di quegli. Per ciò che, dalla mia prima giovinezza infino a questo tempo oltre modo essendo stato acceso d’altissimo e nobile amore, forse più assai che alla mia bassa condizione non parrebbe, narrandolo io, si richiedesse, quantunque appo coloro che discreti erano e alla cui notizia pervenne io ne fossi lodato e da molto più reputato, nondimeno mi fu egli di grandissima fatica a sofferire, certo non per crudeltà della donna amata, ma per soperchio fuoco nella mente concetto da poco regolato appetito: il quale, per ciò che a niuno convenevol termine mi lasciava contento stare, più di noia che bisogno non m’era spesse volte sentir mi facea. Nella qual noia tanto rifrigerio già mi porsero i piacevoli ragionamenti d’alcuno amico e le sue laudevoli consolazioni, che io porto fermissima oppinione per quello essere avvenuto che io non sia morto.