“Come una donna raccoglie il seme del suo amante”

Recensione di “Resteranno i canti” di Franco Arminio

Franco Arminio, Resteranno i canti, Bompiani

Per Franco Arminio l’organo della vista sono le parole, molto prima degli occhi. Le parole sanno posarsi su dettagli che fino a un minuto prima erano invisibili, illuminandoli. Nascono nel silenzio, ma ridanno voce ai paesi spopolati. Sanno di essere fragili, ma non temono ‘il lupo nascosto dietro lo sterno’. In una perenne oscillazione tra uno scrivere che cerca la vertigine e uno scrivere che dà gloria all’ordinario, Arminio si muove senza tregua tra i due poli della sua poesia: l’amore e la Terra, il corpo e l’Italia, la morte e lo stupore. Si tratta di festeggiare quello che c’è e di cercare quello che non c’è. Fedeli ai paesaggi, seguendo la strada di una poesia semplice, diretta, non levigata, questi versi sono una serena obiezione al disincanto e alla noia. La politica, l’economia, le cosiddette scienze umane, sono gomme lisce nella neve. Solo la poesia ha le catene”. Con queste parole, nel risguardo di copertina, viene introdotta la splendida, intensissima raccolta di liriche di Franco Arminio intitolata Resteranno i canti, un viaggio del cuore, dell’anima e del suolo alle radici del mondo, un tremito dei sensi scossi dalla bellezza e dal timore, accarezzati dall’attesa e dal silenzio, vivificati dai versi, dalle voci, dai sussurri, dalla perfezione intatta delle sillabe, talmente preziose da dover essere raccolte sotto la bocca, “come una donna raccoglie il seme del suo amante”. La scrittura di Arminio è un’esplosione dolce, è la quiete della gravidanza e il luminoso trauma della nascita, è l’atto irrimediabile e colmo d’amore dell’esistere, è il lacerarsi liberatorio del sacco amniotico e il pianto sbigottito del neonato di fronte alla magnificenza delle cose; poi, come attimi, come squarci, come pause, come parentesi durante le quali il fiato si raccoglie per poter continuare a parlare, a raccontare, a mostrare, a indicare, perfino a segnare a dito nell’urgenza di partecipare, condividere, essere con qualcuno e di qualcuno, ecco giungere una pienezza diversa, la tranquilla brevità di alcune lettere (Lettera della fedeltà, Lettera dalla cenere), il concentrato ordine delle riflessioni (Elogio dell’inquietudine), il sereno abbandono della confessione (Istruzioni per l’uso, dove Arminio guarda alla poesia con commossa devozione e fedeltà, e a lei fratello e amante la conduce tra le genti: “Con la poesia non bisogna essere egoisti, oltre che leggerla per sé bisogna leggerla anche agli altri. Anzi, più ci tocca e più nasce spontaneo il desiderio di condividerla. La poesia è un farmaco, ma è anche una malattia, contagiosa e capace di rivelarci a noi stessi, come tutte le esperienze più estreme. È bello leggere poesia in famiglia, farne un’abitudine prima del pranzo e della cena. Oggi si celebra tanto il cibo, ma è raro che lo si preceda con un piccolo antipasto per lo spirito. E non pensiamo alla poesia come una cosa per pochi. Leggiamo le poesie insieme a un barista, a un benzinaio, a un notaio, offriamole a chi ci ama, a chi ha avuto un dolore. Offriamo poesia agli anziani, ai non vedenti, alle persone sole, anche agli animali: la poesia ha molto amato gli animali, e ne è ricambiata”. Continua a leggere “Come una donna raccoglie il seme del suo amante”

Se non ho denaro…

Recensione di “Fiorirà l’aspidistra” di George Orwell

George Orwell, Fiorirà l’aspidistra, Mondadori

A partire dall’adattamento del celebre passo della Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, con la velenosa sostituzione del termine amore con denaro – “Anche se io parlassi tutti i linguaggi degli uomini e degli angeli, se non ho denaro divengo un rame sonante e un tintinnante cembalo. E quantunque avessi il dono della profezia e intendessi tutti i misteri e tutta la scienza; e benché io avessi tutta la fede, talché io potessi muovere le montagne, se non ho denaro non sono nulla…” – Fiorirà l’aspidistra di George Orwell sembra somigliare a un livido, rabbioso pamphlet antiborghese, a una sorta di resa dei conti tra l’autore, le proprie aspirazioni, i compromessi rifiutati e quelli accettati. E in effetti il romanzo, denso di riferimenti autobiografici, contiene tutti questi temi: Gordon Comstock, protagonista della storia e alter ego del grande scrittore inglese, si ribella ostinatamente al proprio destino e rifiuta le poche certezze (economiche innanzitutto) che la famiglia è in grado di assicurargli per inseguire il sogno di divenir poeta. Pubblica in giovane età un volume di versi, riceve anche qualche lusinghiera recensione, ma presto il suo lavoro sprofonda nell’indifferenza generale e a due anni dall’uscita sopravvive, impolverato, nello scaffale invendibili della libreria nella quale lavora (“C’era anche il suo infelicissimo libretto, slittato fin lassù, bene in alto fra gli invendibili. Topi, di Gordon Comstock. Uno smilzo volumetto in ottavo piccolo, prezzo tre scellini e sei pence, ridotto ora a uno sparuto scellino. Dei tredici critici che lo avevano recensito (e The Times Lit. Supp. aveva dichiarato che rappresentava “una promessa eccezionale”) nemmeno uno s’era accorto del gioco non troppo sottile che si nascondeva nel titolo. E nei due anni dacché si trovava nella libreria McKechnie, non un solo cliente, non uno, aveva mai tolto Topi dal suo scaffale”). Ma è a questo punto, subito dopo la presentazione di questo ribelle testardo e sconfitto, che il romanzo si svela per quello che è: un’agrodolce critica sociale, una dichiarata presa di posizione politica e nello stesso tempo la dettagliata cronaca di come un sogno nobile possa trasformarsi, per egoismo, presunzione, malintesa fedeltà a se stessi e ai propri principi, in una perniciosa ossessione (quella per il denaro e per il successo personale, di cui la ricchezza è patente dimostrazione). Continua a leggere Se non ho denaro…

Fummo sconfitti e fummo vincitori

Recensione di “Confesso che ho vissuto” di Pablo Neruda

Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi
Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, Einaudi

“… Tutto quello che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono… Mi inchino dinanzi a loro… Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo… Amo tanto le parole… Quelle inaspettate… Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono… Vocaboli amati… Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo rugiada… Inseguo alcune prole… Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia… […]. Tutto sta nella parola… tutta un’idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un’altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l’aspettava e che le obbedì […]. Che buona lingua la mia, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori… Avanzavano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell’appetito vorace che non s’è più visto al mondo… Trangugiavano tutto, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi… Dovunque passassero non restava pietra su pietra… Ma ai barbari dagli stivali, dalle barbe, dagli elmi dai ferri dei cavalli, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti… Fummo sconfitti… E fummo vincitori… Si portarono via l’oro e ci lasciarono l’oro… Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto… Ci lasciarono le parole”. La parola, la lingua, l’accendersi dei significati, la capacità di cogliere, nella declinazione di un suono, il mutare di un tempo, l’avverarsi di una speranza, l’urgenza di un bisogno; e la gratitudine, la riconoscenza, l’appassionata fedeltà che alla parola, strada maestra lungo la quale un luminoso destino poetico si è compiuto, l’uomo deve; l’amore dichiarato con eterna esuberanza di fanciullo; la sete prepotente, l’incalzante fame di lettere, parole, frasi, di significati e di senso, di quell’orizzonte letterario che è espressione della vita perché di essa è il primo, indispensabile nutrimento. È dunque prima di ogni altra cosa (e non potrebbe essere altrimenti) un omaggio alla lingua, la splendida, commovente autobiografia di Pablo Neruda intitolata Confesso che ho vissuto (in Italia pubblicata da Einaudi nella traduzione di Luca Lamberti e con una bella nota introduttiva di Jaime Riera Rehren); portatrice di luce, messaggera di bellezza e verità e allo stesso tempo strumento principe di lotta, la parola, nelle sue infinite sfaccettature, è essenzialmente speranza e dignità; è il desiderio di riscatto delle masse oppresse, quelle che Neruda conobbe dapprima nel suo Cile martoriato e poverissimo, e in seguito rivide in ogni angolo del mondo, che amò e di cui, attraverso la meraviglia dei suoi versi, divenne voce e coscienza, ed è resistenza contro ogni oppressione; è il grido di ribellione soffocato nel sangue ma non spento della Spagna libera e repubblicana che senza timore affronta le milizie franchiste, ed è la sua eco caparbia che varca confini viaggiando senza sosta, moltiplicandosi, attirando a sé moltitudini sempre più grandi, come una buona novella interamente umana. Così, tra le pagine di una prosa magnifica, lussureggiante, che ha i profumi e l’esuberanza della natura incontaminata del Sudamerica, che vive del respiro stessa della terra e del cielo, lungo un’incessante lirica d’amore che la prosa esalta invece di nascondere, Neruda racconta la poesia narrando se stesso; le sue peripezie d’uomo, che sempre sono conseguenza delle sue scelte di poeta, svelano l’ingenuità e l’innocenza di un cuore puro e nello stesso tempo la tenacia e il coraggio di chi ha deciso, una volta per sempre, di schierarsi, di vivere in nome di alcuni principi e in spregio di tutto il resto.

Poeta tra la gente e per la gente, Pablo Neruda offre di sé un ritratto diseguale, forse disarmonico, ma di assoluta onestà. Nella ragione come nel torto, egli difende le sue posizioni; comunista militante, soffre per le atrocità e le storture con le quali i suoi occhi, il suo cuore e la sua anima sono costretti a fare i conti ma non per questo si allontana dall’idea, dall’ideale, dal sogno, da quell’avvenire che continua a sentire così prossimo. Egli condanna ma subito dopo contrattacca, rifiutandosi di inciampare nelle contraddizioni che pure vede ovunque, persuaso che il domani socialista ormai alle porte sia quel paradiso che l’uomo da sempre brama, da sempre merita e ormai da troppo tempo attende, e che per esso non ci sia sacrificio che non si debba compiere.

L’amore per la parola, dunque, è in Neruda amore per l’uomo, e la poesia, che di parole vive, è ciò che allontana e spegne la sofferenza, il dolore, l’ingiustizia. La poesia cura, vestendo di meraviglia la più terribile povertà, elevando gli ultimi alle sublimi altezze delle loro anime, all’immortalità dei loro spiriti.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

… Sotto i vulcani, accanto ai ghiacciai, fra i grandi laghi, il fragrante, il silenzioso, lo scarmigliato bosco cileno… I piedi affondano nel fogliame morto, un ramo si spezza, i giganteschi raulí innalzano la loro increspata statura, un uccello della selva glaciale sfreccia, batte le ali, si posa fra l’ombra dei rami.

 

La lingua muta del realismo viscerale

Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi
Roberto Bolaño, I detective selvaggi, Adelphi

Un balletto di significati, un gioco linguistico di rimandi, un cortocircuito stilistico, un canestro stracolmo di parole per raccontare il silenzio. Nell’ordinata cronologia del diario, nelle cui pagine si intrecciano – e trovano equilibrio – la rigida successione dei fatti riportati e il confuso affastellarsi dei pensieri, delle fantasie e dei sogni, e nella conseguente scelta di una prosa all’apparenza semplice, spontanea e autoreferenziale, il percorso narrativo de I detective selvaggi di Roberto Bolaño, romanzo ellittico e spiazzante, sardonico e tragico, somiglia al ciglio di un precipizio, a un tortuoso sentiero assediato dal vuoto. Ed è il vuoto, infatti, il nulla, l’assenza (o comunque si voglia chiamare l’inesistente, posto che abbia un senso dargli un nome, qualificarlo) il vero protagonista di questo lavoro dello scrittore cileno, che attraverso la voce del diciassettenne Juan García Madero, iscritto suo malgrado al corso di laurea in Giurisprudenza (“Io non volevo studiare Giurisprudenza ma Lettere, mio zio però ha insistito e alla fine ho dovuto cedere. Sono orfano. Diventerò avvocato. Ho detto così a mio zio e mia zia, e dopo mi sono chiuso in camera e ho pianto per tutta la notte. O almeno per una buona parte”), racconta di un movimento d’avanguardia poetica, il realvisceralismo, e dei suoi fondatori, Arturo Belano e Ulisses Lima figure sospese tra caricatura e mito. Nei panni di Madero, che si ritrova arruolato nelle file del realismo viscerale per pura forza d’inerzia (o se si vuole come meccanico effetto di una causa – “Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale. Come è ovvio, ho accettato”), Bolaño disegna una generazione (siamo in Messico, negli anni settanta) mettendone a nudo la sostanziale sterilità; il chiaroscuro della sua pungente ironia stravolge la poesia e la sua ansia d’esprimere, di dar senso al mondo, di interpretarlo, perfino modellarlo, trasformandola nel suo opposto, in una creatura letteraria fantastica, impossibile, che non si definisce se non per contrasto con qualsiasi altro linguaggio (in primis quello di Octavio Paz), che non si identifica se non per negazione, se non elencando tutto ciò che non è. Poetica “priva di parole”, il realismo viscerale, proprio come i suoi portabandiera, è un oggetto misterioso, sfuggente, le cui labili tracce l’autore, dapprima attraverso il diario di Madero, poi, nella seconda parte del romanzo (la più corposa e densa), affidandosi alle testimonianze di un nutrito gruppo di persone che nel corso di vent’anni (dal 1976 al 1996) ha, per le ragioni più diverse, avuto a che fare con Lima e Belano, a loro volta impegnati nella ricerca di una donna, Cesárea Tinajero, prima ispiratrice del realvisceralismo, segue muovendosi come farebbe un investigatore: raggranellando indizi, sistemandoli, elaborando teorie e sottoponendole al vaglio dei fatti volta a volta accertati.

Lungo le essenziali, filosofiche coordinate di spazio e tempo, l’indagine di Ulises Lima e Arturo Belano (ricostruita grazie a ricordi altrui) si salda alle caotiche, irriverenti, folli pagine del diario di Madero, con le quali il romanzo si apre e si chiude, per sfociare, al termine di un labirintico cammino impastato di realtà e finzione che non può non far pensare alle raffinate suggestioni letterarie di Jorge Luis Borges (che da giovane aderì al movimento ultraista), in un silenzio così assoluto da togliere il fiato. Solo nella sua irraggiungibilità, dunque, la verità inseguita dai due realvisceralisti (la verità su Cesárea Tinajero, che è la verità sulla poesia, che a sua volta è qualsiasi verità con la quale ci misuriamo) ha significato; solo nella misura in cui non si lascia cogliere, in cui rimane obiettivo da raggiungere, essa esiste, perché offre a coloro che la cercano un indirizzo, una direzione. E poco o nulla importa che questa direzione non conduca a una meta perché è il viaggio a bastare a se stesso; così Bolaño, che per centinaia e centinaia di pagine si è dedicato quasi esclusivamente ai personaggi del romanzo lasciando sullo sfondo l’ambiente nel quale si muovevano (Citta del Messico al principio, poi i diversi Paesi toccati da Lima e Belano nelle loro incessanti peregrinazioni), nella parte conclusiva della sua opera si getta nell’arida vastità del deserto di Sonora (rifugio della Tinajero), punteggiata da villaggi anonimi e moribondi, specchio della lingua muta del realismo viscerale: “Il paese di Villaviciosa è un paese di fantasmi […].È più che altro un paese di gente stanca e annoiata. Le case sono di adobe anche se, a differenza di altri villaggi da cui siamo passati in questo mese folle, qui hanno, quasi tutte, un cortile davanti e un cortile dietro e certi cortili sono di cemento, cosa curiosa. Ci sono, da quanto ho potuto vedere, due bar, un negozio di alimentari e basta. Il resto sono case. Si commercia per strada, sui marciapiedi della piazza o sotto gli archi dell’edificio più grande del paese, la casa del sindaco, dove a quanto pare non vive nessuno”.

Eccovi, invece dell’incipit, la prima delle testimonianze che formano la seconda parte del romanzo. La traduzione, per Adelphi, è di Ilide Carmignani. Buona lettura.

Ah, ragazzi, dissi, che bella cosa che siete venuti, entrate, forza, fate come se foste a casa vostra, e mentre loro imboccavano il corridoio, quasi a tentoni perché il corridoio è buio e la lampadina era fulminata e non l’avevo cambiata (non l’ho cambiata nemmeno adesso), io li precedetti saltellando di gioia fino in cucina, dove tirai fuori una bottiglia di mezcal Los Suicidas, un mezcal che fanno solo nel Chihuahua, produzione limitata, non creda, del quale fino al 1967 mi spedivano a casa due bottiglie l’anno. Quando mi voltai i ragazzi erano in sala a contemplare i miei quadri e a esaminare dei libri e io non potei fare a meno di ripetere ancora una volta quanto ero felice di quella visita. Chi vi ha dato il mio indirizzo, ragazzi? Germán, Manuel, Arqueles? E loro allora mi guardarono come se non capissero e poi uno disse List Azurdibe e io dissi ma sedetevi, accomodatevi, ah, Germán List Azurbide, è come un fratello, si ricorda sempre di me, è sempre così alto e così bello?

La voce del teatro e del tradimento

Recensione di “Un cadavere a Deptford” di Anthony Burgess

Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti
Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti

“C’era un filosofo che narrava di un gatto che miagolava perché lo lasciassero uscire e che poi miagolava di nuovo perché lo facessero rientrare. Ma, nell’interim tra un miagolio e l’altro, quel gatto esiste? In noi tutti alberga l’atteggiamento solipsistico, che non è che un simulacro della potenza dell’Onnipotente, il quale mantiene Tutto in essere, vale a dire che quanto si trova sotto i nostri occhi esiste, ma che è sufficiente che distogliamo lo sguardo, o che qualcuno ce lo distolga, perché venga disintegrato completamente, seppure temporaneamente”. È nei panni di un anonimo attore di teatro che lo scrittore britannico Anthony Burgess, in uno dei suoi ultimi lavori, intitolato Un cadavere a Deptford, ci racconta la vita avventurosa, scandalosa e geniale del drammaturgo e poeta Christopher Marlowe, dopo William Shakesperare la voce più luminosa e suggestiva del teatro elisabettiano.

E lo fa rivendicando all’immaginazione, considerata a un tempo come ancella del vero e come inestinguibile scintilla creatrice ex nihilo, il diritto e il dovere di farsi storia, racconto, indagine, mito, ricostruzione, leggenda, cronaca, invenzione – “quello che un uomo immagina”, egli scrive, “è spesso […] la sostanza reale e vera di quello che ha veduto”. Burgess, spericolato acrobata del linguaggio, stempera in uno stile multiforme, che sorprende il lettore a ogni pagina, la propria fedeltà alle regole del romanzo storico; l’Inghilterra del XVI secolo, dilaniata dalle dispute teologiche tra cattolici e protestanti, in aperto contrasto con la Spagna e alle prese con complotti interni tesi a restaurare il dominio della chiesa di Roma sull’isola, è disegnata con cura fin nei dettagli, ma ogni avvenimento, dal più grande e importante al più insignificante, vive di vita propria nella lanterna magica dell’ispirazione marlowiana, nella sensibilità acutissima e disperata di quest’uomo devoto soltanto ai versi, fedele amante dell’incanto del palcoscenico eppure condannato a tradire a più riprese la propria ispirazione (e dunque se stesso) per non essere costretto a rinunciarvi definitivamente.

Figura controversa, oscura, per molti versi enigmatica, in gran parte delineata dalle feroci accuse che gli sono state rivolte – ateo, bestemmiatore, omosessuale, agente al soldo della Regina responsabile dell’eliminazione di numerosi cattolici – Christopher Marlowe, che morì a soli 29 anni (il 30 maggio del 1593) spietatamente ucciso in un locanda di Deptford per mano uomini che fino a poco tempo prima gli erano stati, se non amici, compagni d’avventura, fu uomo di lettere nello stesso modo in cui fu semplicemente uomo: traendo ispirazione dal tumultuoso intreccio di arte e vita che segnò i suoi giorni.

Ipocrita e dissimulatore per necessità (lui, annoiato studente di teologia al collegio Corpus Christi – “Orbene, immaginiamolo a Cambridge”, scrive l’“attore” Burgess, “studente del collegio Corpus Christi, nelle sue brache grezze, nella sua giubba rappezzata, nelle sue calze ispessite dai rammendi, nel suo avvilente grembiule, costretto, per la natura della sua borsa universitaria, la Parker, al tedioso studio della teologia e a prendere, al compimento, gli ordini religiosi” – Marlowe impara l’arte pericolosa e sottile della menzogna e del doppio gioco nei ranghi delle spie al servizio del regno; lui, che fino a quel momento aveva concepito tutto ciò “che non è verità”, o meglio tutto quello che esiste nel regno infinito della possibilità, come innocenza e dolcezza, come un ininterrotto rimare di musica e bellezza, si trova alle prese con qualcosa di completamente nuovo e sconvolgente.

Inganni e mistificazioni, promesse non mantenute, giuramenti fatti e immediatamente dopo dimenticati, lealtà dichiarate e cancellate, tradimenti di ogni sorta messi in atto per il trionfo della “ragion di Stato” gli spalancano dinanzi al cuore e all’intelletto l’abisso senza fondo del potere, che sarà la più terribile e seducente delle sue muse. Così, l’orrore dell’uomo per le conseguenze sanguinose delle lotte di potere starà a fondamento dei magnifici edifici tragici dell’autore e renderà immortali gli eroi nati dalla sua penna: Tamerlano, Faustus, Edoardo II.

Scrittore di immenso talento, capace di abbigliare il proprio narrare tanto con le vesti sozze e scomposte del chiacchierar di strada di beoni e tagliagole (tra gli altri, un George Orwell realmente esistito) quanto con i ricchi e colti paludamenti delle dissertazioni filosofiche, delle ragionate professioni d’ateismo e dei confronti sulla scrittura per il teatro (compreso uno tra Marlowe e un William Shakespeare non ancora “grande bardo”), Burgess rende a Marlowe un omaggio appassionato e sincero. Non ne nasconde debolezze e meschinità come non ne esagera i meriti. Figlio di un tempo privo di requie e pietà, il grande commediografo va consapevolmente incontro alla propria fine; egli tuttavia resta miracolosamente ancorato alla sola eternità concessa ai mortali; quella dello spirito, delle lettere, delle scienze, della continua ricerca.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la bella nota conclusiva dell’autore. La traduzione, per Garzanti, è di Lydia Salerno. Buona lettura.

P.S. Questo mese Il Consigliere Letterario compie tre anni. Questo è il post numero 365. Volevo ringraziare tutti coloro che mi hanno seguito fin qui. Mi auguro che continuerete a farlo e che a voi si aggiungeranno molti altri, perché io continuerò a scrivere di libri.

Nel 1940, alcuni mesi prima che avesse inizio la Battle of Britain, la Luftwaffe si abbatté su Moss Side, Manchester, su cui era di passaggio mentre andava a distruggere Trafford Park. In quel momento, in piena notte, a Moss Side, io, che avevo rimandato l’arruolamento nell’esercito britannico, me ne stavo seduto a battere a macchina la mia tesi di laurea su Christopher Marlowe. Le visioni dell’inferno del Dr Faustus non mi pareveno troppo lontane dalla realtà di quell’epoca. «Brucerò i miei libri – ah Mefistofele». La Luftwaffe avrebbe bruciato i miei libri, e anche la mia tesi. Mefistofele, come avrebbe mostrato Thomas Mann nel suo Doktor Faustus, non era un semplice spettro teatrale. Decisi allora che, prima o poi, su Marlowe avrei scritto un romanzo. Il 1964, quarto centenario dalla sua nascita, lo fu anche per il quadricentenario di William Shakespeare e ubi maior minor cessat. Quell’anno pubblicai il romanzo Non come il solo, una speculazione fantastica sulla vita amorosa di Shakespeare. Ora, con il quarto centenario del suo omicidio, vorrei rendere – per quanto mi è possibile, dato che ormai sono uno scrittore che invecchia – un qualche omaggio a Marlowe. Questo testo ha una certa pretesa di scientificità. Tutti i fatti storici possono essere verificati. Uno dei malfattori elisabettiani di cui conosciamo il nome si chiamava George Orwell, ed è quindi imbarazzante nominarlo, ma la verità non deve concedere troppo alla discrezione o alla delicatezza: dopo tutto, quel sicario da dimenticare aveva più diritto di accampare pretese su quel nome di quanto ne avesse Eric Blair. Un contributo importante mi è derivato dalle biografie di John Bakeless e F.S. Boas e dall’utilissima «vita informale» di H.R. Williamson. Lo studio più recente sul Marlowe-spia è The Reckoning di Charles Nicholl (di cui ho preso a prestito il nome per uno dei torturatori del mio libro). La ricerca scientifica continuerà, ma la verità verissima dei napoletani non si potrà mai sapere. La virtù di un romanzo storico è anche il suo vizio: la risoluta affermazione della possibilità come fatto. Ma l’uomo Marlowe, pur non essendo al di sopra del sapere scientifico, ci sorride un po’ ironico e continua a sconvolgerci e, talvolta, a esaltarci. Non a caso Ben Johnson definì mighty line, verso potente, il suo verso sciolto. Shakespeare forse oscurò il poeta Marlowe, ma non lo sovrastò né prese il suo posto. Quella voce inimitabile seguita a cantare.

Come pallide stelle al giungere dell’alba

Recensione di “Fervore di Buenos Aires” di Jorge Luis Borges

Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, Adelphi
Jorge Luis Borges, Fervore di Buenos Aires, Adelphi

È un esercizio allo stesso tempo arduo e seducente approcciare l’opera poetica di un autore splendido e complesso come Jorge Luis Borges (di cui ho già scritto in questo blog). Scrittore magnifico, ineguagliabile per ricchezza stilistica e profondità tematica, ma soprattutto uomo di lettere e di cultura nel senso più pieno e nobile del termine, Borges nacque (e non solo cronologicamente) nel lieve sussurro dei versi. Ha forma lirica il suo giovanile entusiasmo per la bellezza, l’amore geloso per Buenos Aires riverbera limpido in brevi quadri descrittivi che rapiti raccontano angoli e scorci della città colti quasi per caso, per una benevola disattenzione del fato, o degli dei, risuona forte, nelle sue pagine, una certa spavalderia espressiva (caratteristica dell’ultraismo, movimento d’avanguardia che aveva contribuito a creare), ma accanto a tutte queste cose, che in qualche modo definiscono il perimetro all’interno del quale si muove il Borges poeta, già si intravedono, come pallide stelle al giungere dell’alba, alcuni dei nodi fondamentali del suo inesausto narrare in prosa: l’enigma del tempo, che inaspettatamente ci si rivela (In quell’ora in cui la luce ha una finezza di sabbia/entrai in una strada ignota, aperta in nobile spazio di terrazza […] Solo dopo pensai che quella strada della sera era estranea,/come ogni casa è un candelabro dove le vite degli uomini ardono come candele isolate,/che ogni immediato nostro passo cammina sul Golgota), la simbolica immensità del labirinto, al cui interno vive ogni senso e ogni assenza di esso, e che Buenos Aires (specie in Fervore di Buenos Aires, il primo libro di poesie pubblicato), considerata come un luogo-non luogo dal suo cittadino più illustre, appare destinata ad incarnare (I miei passi claudicarono quando stavano per calpestare l’orizzonte/e restai tra le case, quadrangolate in isolati differenti ed uguali/come se fossero tutte quante monotoni ricordi ripetuti di un solo isolato), il mistero della vita e della morte e lo spazio sconfinato della filosofia e della metafisica, che non è se non un ramo della letteratura fantastica (Ciecamente reclama durata l’anima arbitraria/quando l’ha assicurata in vite altrui, quando tu stesso sei lo specchio e la replica/di coloro che non raggiunsero il tuo tempo e altri saranno (e sono)/la tua immortalità sulla terra).     

Ecco dunque che Fervore di Buenos Aires, pubblicato per la prima volta nel 1923 e abbondantemente rivisto in occasione di una nuova pubblicazione nel 1969 (è in questa versione che il libro compare nel primo volume delle opere complete edito da Mondadori, collana i Meridiani), si può considerare come un doppio esordio (e stanno qui, a mio giudizio, il fascino e la difficoltà richiamati in apertura, nei giochi di luce di una lettura che sembra sfidarti a coglierne tutte le sfumature) ; è infatti il canto di un giovane poeta e insieme l’annuncio di un viaggio in terre inesplorate e misteriose, e poi ancora più distante, fino ai confini di mondi confusamente intravisti.

A queste terre, a questi mondi, Jorge Luis Borges conduce il lettore attraverso i suoi racconti, i romanzi e i saggi, tracciando, nel solco di una sostanziale continuità esistenziale e artistica tra prosa e poesia (ribadita anche da quanto scrive nel prologo dell’edizione del 1969 di Fervore di Buenos Aires: “Non ho riscritto il libro. Ho mitigato i suoi eccessi barocchi, ho limato asperità, ho cancellato sentimentalismi e vaghezze e, nel corso di questo compito talora grato e talora scomodo, ho sentito che quel ragazzo che nel 1923 lo scrisse era già essenzialmente […] il signore che adesso si rassegna e corregge […]. Per me, Fervore di Buenos Aires prefigura quanto avrei fatto dopo), un itinerario di conoscenza che non ha eguali nella storia della letteratura.  

Eccovi una delle poesie a mio avviso più intense e riuscite del libro: La rosa. Buona lettura.
La rosa, 
l’immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza, 
quella del nero giardino nell’alta notte, 
quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera, 
la rosa che risorge dalla tenue cenere
per l’arte dell’alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto, 
quella che sempre sta sola, 
quella che sempre è la rosa delle rose,
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto, 
la rosa irraggiungibile. 

Dormono, dormono sulla collina

 

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Mondadori
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, Mondadori

“Ottant’anni, una vita passata a inseguire la poesia e, dopo averla incontrata per una breve e felice stagione, a rimpiangerla, a cercare con accanimento di ritrovarla. Edgar Lee Masters è l’uomo di un solo straordinario libro, con il passare del tempo amato più all’estero che in patria”. Ecco quanto si legge nella prefazione all’edizione Mondadori dell’Antologia di Spoon River, capolavoro letterario che l’autore scrisse all’età di quarantacinque anni, tra il maggio del 1914 e i primissimi giorni di gennaio del 1915. I versi febbrili – disordinati e saturi d’emozione come soltanto un’ispirazione improvvisa e rapinosa riesce a essere – delle sue poesie-epitaffio (ogni componimento racconta la vita, il più delle volte riassunta in rimorsi e rimpianti, degli abitanti della piccola cittadina di Lewistown, nella quale Masters crebbe, ma è presente anche un altro borgo, Petersburg, dove i suoi nonni paterni vissero per gran parte della vita) danno vita a un canto meravigliosamente armonico, appassionato e struggente insieme, a un racconto travolgente, fiabesco e oscuro che si legge d’un fiato e che pure, pagina dopo pagina si interrompe bruscamente, rivelando lo spettacolo meraviglioso e patetico di uomini e donne e dei loro giorni trascorsi tra pianti, risa, passioni, desideri e sconfitte. Lo splendore dell’Antologia di Spoon River è ovunque: nell’intimità di esistenze impantanate nel sogno di un’irraggiungibile felicità che si fanno specchio della condizione dell’uomo nel mondo, del significato ultimo del suo essere vivo; nell’apertura del libro, in quelle tombe disseminate su una collina, dove tutti riposano e dove la fine si fa inizio, dove il tempo mortale di ciascuno di loro trasfigura nella circolare eternità del tempo naturale, dell’infinito avvicendarsi delle stagioni, e diviene principio della narrazione; nella perfezione descrittiva dei sentimenti, del segreto palpitare dei moti dell’animo (“Lo so che raccontava che io avevo catturato l’anima sua/con una tagliola che lo faceva sanguinare a morte”; “Padre, mai potrai conoscere/l’angoscia che afflisse il mio cuore per la mia disobbedienza,/il momento che sentii la ruota spietata della locomotiva/affondare nella carne urlante della mia gamba”; “A tutto il paese senza dubbio poteva sembrare/che io andassi di qui e di là senza una direzione./Ma qui lungo il fiume al crepuscolo puoi vedere i pipistrelli che volano a zig-zag/qui e là – devono volare in quel modo per procurarsi il cibo”).

Poeta autentico, Edgar Lee Masters ha scritto sulle ali di un’ambizione smisurata; si è assunto un compito sublime e terribile e ha dipinto l’universale nella minuzia del particolare. Al laborioso riposo dei morti di Spoon River non ha affidato soltanto recriminazioni, miserie ed egoistici particolarismi; al pari di un dio, o di un demone, egli ha sottratto uomini e donne all’oblio cui erano destinati per donar loro l’immortalità delle idee, la perfezione dei pensieri, l’invulnerabilità di ciò che si crede per fede, l’irrefrenabile potenza della convinzione. La poesia che abbatte ogni barriera, che sa parlare una lingua differente da tutte le lingue conosciute e proprio per questa ragione comprensibile a chiunque, non è quella miracolosa del verso, della purezza intangibile dello stile, ma quella ruvida, sincera, spontanea dell’io che urla se stesso, è lo strillo acuto del neonato, della vita che trionfa. E così, i corpi tumulati sulla collina, prima insieme e poi ciascuno per sé, divengono voci di un dover essere del mondo che è il sogno ad occhi aperti del poeta: non c’è tema che Masters nei suoi ritratti abbia timore di toccare, non c’è argomento di fronte al quale si ritragga, dalla follia militarista al libero arbitrio. Come dimenticare il rovente j’accuse di Knowlt Hoheimer, il “primo frutto della battaglia di Missionary Ridge”: “Quando ho sentito la pallottola entrarmi nel cuore/ho desiderato di essere rimasto a casa e di andare in prigione per il furto dei maiali a Curl Trenary,/invece che involarmi e arruolarmi./Mille volte meglio la prigione della contea che essere sepolto sotto una statua di marmo con le ali,/con sopra scritte le parole Pro patria./ A proposito, che vogliono dire?”; o l’amara disillusione della signora Merritt, che sconta, di fronte alla spietata maschera perbenista della società, il suo “peccato d’amore”: Silenziosa davanti alla giuria,/neanche una parola di risposta al giudice/che mi chiedeva se io non avevo qualcosa da dire contro la sentenza,/scuotevo soltanto la testa./Cosa potevo dire a della gente che pensava/che una donna di trentacinque anni è colpevole/quando il suo amante di diciannove anni uccide suo marito?”; o ancora la metafora sulla libertà che all’improvviso si fa realtà e uccide il suo più grande ammiratore, Roger Heston: “Oh, quante volte Ernest Hyde ed io/abbiamo discusso sul libero arbitrio./ La mia metafora favorita era la mucca di Prickett tenuta legata al pascolo,/e libera, come si sa, nella misura consentita dalla lunghezza della fune./Un giorno mentre al solito si discuteva,/guardando la mucca che tirava la fune per spingersi oltre il cerchio che aveva pelato mangiando,/il piolo venne fuori e sollevando la testa quella cicaricò./«Cos’è questo, libero arbitrio o cos’altro?» disse Ernest correndo./Io caddi proprio quando quella m’incornò a morte.”?
Opera tra le più celebri della storia della letteratura, L’Antologia di Spoon River è un libro imprescindibile; per quanto oggi risenta di una certa stanchezza (più stilistica che di contenuto a mio avviso), tra le sue pagine soffia inesausto un alito di verità, che tutti riguarda e a tutti appartiene.
P.S. Da questo libro, Fabrizio De Andrè, altra monumentale figura di poeta, ha tratto ispirazione per uno dei suoi dischi migliori, intitolato Non al denaro, non all’amore né al cielo. Nel caso non lo conosciate, mi permetto di suggerirvelo insieme all’Antologia di Spoon River.
Eccovi l’incipit, la poesia intitolata La Collina. Buona lettura.
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
il debole di volontà, il fortebraccio, il clown,
il bevitore, l’aggressivo?
Uno consunto dalla febbre,
uno si è bruciato nella miniera,
uno fu assassinato in una rissa,
uno è morto in galera,
uno è caduto dal ponte lavorando duro per moglie e figli –
tutti, tutti ora dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella, Kate, Mag, Lizzie ed Edith,
la cuor tenero, l’anima semplice, la chiassosa,
l’orgogliosa, la felice? –
tutte, tutte ora dormono sulla collina.
Una è morta di parto clandestino,
una di un amore contrastato,
una tra le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio ferito, all’inseguimento
del desiderio del cuore,
una dopo una vita passata lontano tra Londra e Parigi
fu riportata al suo piccolo spazio vicino a Ella e a Kate
e a Mag –
tutte, tutte ora dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dove sono zio Isaac e zia Emily,
e il vecchio Tony Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva potuto parlare
con gli uomini venerabili della rivoluzione? –
Tutti, tutti ora dormono sulla collina.
Hanno portato loro figli morti in guerra,
e figlie schiantate dalla vita, e gli orfani piangendo, –
tutti, tutti ora dormono, dormono, dormono sulla collina.
Dov’è il vecchio Fiddler Jones violinista
che ha eseguito la vita per tutti i suoi novant’anni,
sfidando neve e pioggia a petto nudo,
bevendo, ribellandosi, che non gli importava nulla di una moglie,
né dei parenti, né dei soldi, né dell’amore, né del cielo?
Eccolo qui! che farfuglia del pesce fritto di un tempo,
delle corse dei cavalli di tanti anni fa a Clary’s Grove,
di quello che una volta

Abe Lincoln disse a Springfield.