Vernichtungslager

Thomas Keneally, La lista di Schindler, Fassinelli
Thomas Keneally, La lista di Schindler, Frassinelli

“Schindler scoprì attraverso le sue fonti che le camere a gas di Belzec erano state completate nel marzo di quell’anno sotto la supervisione di una ditta di Amburgo e di ingegneri delle SS provenienti da Oranienburg. Stando alla testimonianza di Bachner, le camere a gas potevano sostenere tremila uccisioni giornaliere. Erano in fase di costruzione dei forni crematori, per timore che gli antiquati sistemi di eliminazione dei cadaveri ponessero un freno ai nuovi metodi di sterminio. La medesima società impegnata a Belzec aveva installato lo stesso genere di attrezzature a Sobibor, nel distretto di Lublino. Era già stato concesso l’appalto e i lavori di costruzione erano già parecchio avanzati per un’altra installazione a Treblinka, vicino a Varsavia. Camere a gas e forni crematori erano già operanti sia nel campo principale di Auschwitz sia nell’enorme campo II, a Birkenau, pochi chilometri oltre Auschwitz […]. Infine per la zona di Lòdz c’era un campo a Chelmno, anch’esso attrezzato secondo le nuove tecnologie. Riproporre questi argomenti ai giorni nostri equivale a ribadire dei luoghi comuni della storia. Ma scoprirne l’esistenza nel 1942, vederseli piovere addosso dal cielo di giugno, equivaleva a subire uno choc totale, uno sconvolgimento in quella zona del cervello in cui dimorano le idee più solide sul conto dell’umanità e delle sue possibilità. Quell’estate in tutta l’Europa alcuni milioni di persone, fra cui Oskar e gli abitanti del ghetto di Cracovia, adattavano faticosamente l’economia della loro anima all’idea di Belzec e di altri posti simili disseminati nelle foreste della Polonia”. Nella sterminata letteratura dedicata all’annientamento del popolo ebraico pianificato e in larga parte realizzato dall’esercito hitleriano negli anni del secondo conflitto mondiale, nella più che abbondante messe di informazioni a disposizione di chiunque, dallo studioso più puntuale al cittadino più disinteressato e distratto, il pregio maggiore de La lista di Schindler dello scrittore australiano Thomas Keneally, biografia solo in minima parte romanzata dell’industriale tedesco Oskar Schindler, che giunse a compromettersi con i più alti papaveri del regime nazista, moltiplicando regalie e corruzione, pur di salvare la vita agli oltre mille lavoratori ebrei impiegati nella sua fabbrica, è quello di dare al lettore il senso della sorpresa, dello sgomento, dell’incredulità. Di fronte a un’opinione pubblica che ha ormai accettato l’indicibile orrore e la perenne vergogna rappresentata dai campi di sterminio (Vernichtungslager), l’autore ha saputo restituire intatto l’animo terrorizzato eppure ancorato alla vita con tutte le proprie forze di un popolo destinato alla distruzione. Nelle dense pagine del suo libro, nel procedere quasi faticoso di una prosa ordinata, che non lascia spazio a nessuna raffinatezza formale per concentrarsi sui fatti, sugli accadimenti così come si sono verificati e sui documenti o le testimonianze orali che provano l’autenticità di ogni vicenda riportata, Thomas Keneally dà vita a un affresco di emozioni contrastanti, a un palpitare d’anime costantemente sospese tra orrore e speranza (quelle degli ebrei), caparbietà e sconforto (quella di Schindler, disposto a tutto pur di salvare gli uomini e le donne di cui aveva deciso di prendersi cura ma non sempre convinto di riuscire nel suo arduo e assai pericoloso intento), cupidigia, delirio d’onnipotenza e strisciante senso di colpa (quelle degli ufficiali nazisti a più riprese foraggiati da Schindler, e in primis quella del sadico Amon Goeth, comandante del campo di lavoro costruito a poca distanza dalla fabbrica di Schindler e all’interno del quale l’industriale sottrasse ebrei pagandoli in denari, oggetti preziosi, liquori e sigarette e in qualche caso persino vincendoli al gioco); e questo brulicare continuo di luce e buio, braccato dalla ferocia bestiale degli aguzzini in divisa, capaci di dare la morte senza neppure prendersi la briga di inventarsi una giustificazione, di troncare vite con una nettezza da Parche e una spietatezza che solo gli uomini (la stragrande maggioranza degli uomini, di cui i fantocci hitleriani non sono che una delle infinite possibili perversioni) sembrano possedere come naturale istinto, si muove senza sosta, barcollante e insicuro ma tenace, verso l’illusoria aurora boreale della libertà, verso lo spettacolo meraviglioso e irraggiungibile della normalità ritrovata, dell’incubo che finalmente, al risveglio, si dissolve, finché, come un miracolo compiuto quando più a nessuno è rimasta la forza di credere, la tanto agognata salvezza non si fa realtà, finché le promesse di Schindler smettono di mormorare nel vento e si fanno carne, la carne martoriata e afflitta, ma ancora calda e nervosa e pulsante, delle persone che quell’uomo, a costo della propria incolumità, ha condotto vive oltre il sanguinoso tracollo dell’impero nazionalsocialista.

Rigoroso documento storico che del romanzo ha solo l’estrinseca architettura narrativa ma non per questo si legge con fatica, La lista di Schindler è un lavoro che non solo coinvolge e affascina, ma permette al lettore di guardare da una prospettiva inedita una pagina di storia divenuta scomoda eredità universale. Rinunciando al compito impossibile di dirci qualcosa di realmente nuovo sulla Shoah, sull’atrocità rappresentata dai suoi numeri e dai suoi metodi, questo libro lascia che a fiorire e a farsi sentire sia l’esistere interiore delle vittime del nazismo, uno spirituale ardore che allora e per sempre ha unito i vivi e i morti.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Frassinelli, è di Marisa Castino. Buona lettura.

Nel cuore dell’autunno polacco un giovane alto, con un costoso cappotto e uno smoking a doppio petto, sul cui risvolto spiccava una grande svastica d’oro su smalto nero, uscì da un palazzo signorile della via Straszwskiego, ai margini del centro storico di Cracovia. Vide subito il suo autista che lo aspettava, emettendo sbuffi di fiato condensato, presso la porta aperta di una enorme limousine Adler, che sfavillava nonostante il buio in cui era immersa. «Attento al marciapiede, Herr Schindler», disse l’autista. «È ghiacciato come il cuore di una vedova».

La dimenticata eternità dello shtetl

Recensione de “I fratelli Ashkenazi” di Israel Joshua Singer

Israel J. Singer, I fratelli Ashkenazi, Longanesi
Israel J. Singer, I fratelli Ashkenazi, Longanesi

“Il tema della decadenza borghese […] acquista una fisionomia del tutto particolare quando viene vissuto e trattato da una prospettiva ebraica, o meglio ebraico-orientale, e cioè ancorata all’integrità umana, culturale e religiosa dell’Ostjudentum […]. Quando si parla degli Ostjuden […] il termine ‘borghese’ pare acquistare una carica positiva, calda ed affettiva: nei lineamenti dell’ebreo orientale non assimilato si vuol scorgere il volto di un’individualità assoluta non scalfita dalla storia, la quale assume i connotati di un’ideale filosofia classico-borghese […]. Alla lacerazione dell’uomo contemporaneo, strappato da tutte le radici e da tutte le ‘Madri’, si contrappone il mitico ordine di una famiglia fondata sul legame personale tra padri e figli, sull’onorabilità, su consuetudini e costumi piccolo-borghesi”.

Nell’introduzione a I fratelli Ashkenazi, il romanzo più ambizioso e significativo di Israel Joshua Singer, pubblicato nel 1936, Claudio Magris delinea il senso complessivo di quest’opera monumentale, ne individua l’argomento principale, che per l’autore è tanto la pietra angolare del suo lavoro quanto un mero pretesto narrativo tra i tanti, dà ragione della scelta linguistica adottata (lo yiddish, testimonianza fiera di una storia, di una cultura, di un intero mondo) – “La lingua degli Ostjuden”, spiega, “lo yiddish, si presenta come il simbolo di un linguaggio intersoggettivo che realizza su scala internazionale l’immediatezza familiare ed esemplare del dialetto. Mentre le grandi letterature mondiali parevano esasperare le contingenze e le particolarissime fratture dell’uomo occidentale […], lo yiddish di milioni di umiliati e offesi sparsi pel mondo e uniti al di sopra d’ogni frontiera sembrava celebrare […] passioni perenni come l’omerico scudo di Achille” – e in questo modo consegna al lettore la sola chiave interpretativa possibile del romanzo, l’indispensabile bussola che permette non solo di non perdersi nelle quasi 800 pagine dell’affresco di Singer e nei circa 100 anni di storia raccontati, ma soprattutto di coglierne l’enorme ricchezza tematica (e il parallelo fervore stilistico).

In questo suo capolavoro doloroso e vibrante, ci dice Magris, Singer, fedele alla propria lingua (lo yiddish è il linguaggio di una ben precisa comunità, quella degli ebrei ashkenaziti, cioè tedeschi, emigrati dalla Germania in Polonia e in alcuni territori della Lituania e dell’Ucraina per sfuggire alle persecuzioni), al suo significato e al suo contesto, prende le mosse dal particolare: dapprima egli segue l’eco di quella lingua, ne descrive il rincorrersi e il moltiplicarsi nei cortili, nelle case, nelle strade povere e polverose dei villaggi (shtetl, in ebraico), ne sottolinea le vibrazioni malinconiche ed esaltate trasmesse durante le preghiere in sinagoga e in famiglia, negli elaborati riti di celebrazione del Sabato e delle altre festività.

Poi, quasi per forza dinerzia, lo scenario si amplia; l’autore scompone tutto ciò che la lingua ha creato semplicemente evocandolo, pronunciandolo, e lo inserisce in un contesto più ampio; nello scorrere del tempo, nel formarsi di pagine di storia (I fratelli Ashkenazi copre un periodo che va dalla prima metà del XIX secolo fino agli anni trenta del successivo, un arco di tempo segnato dagli sconvolgimenti del primo conflitto mondiale e della rivoluzione russa), Israel Joshua Singer segue il brulicare di vita della cittadina polacca di Lodz, nata come agglomerato di tessitori, intrecciando le private vicissitudini delle famiglie che la abitano (le più ricche ed eminenti al pari delle più povere e insignificanti; e in particolar modo quella di Reb Abraham Hirsh e dei suoi due figli gemelli Simcha Meyer e Jacob Bunim, gli Ashkenazi che danno il titolo al romanzo) a ben più grandi rivolgimenti.

Moltiplicato da una interminabile teoria di specchi, ogni tratto distintivo di questa “comunità-mondo” che l’avvento del nazismo annienterà definitivamente – il fervore pietistico dei chassidim contrapposto al razionalismo degli ebrei “in odore dateismo”, che non possono non guardare con aperto disappunto, anzi con vera e propria ostilità, alla fede appassionata e cieca dei primi; l’attrazione-repulsione per i gentili e la loro realtà, in primo luogo quella degli affari mondani, del successo terreno, che gli ebrei aspirano non solo a raggiungere ma a dominare; la dedizione all’autorità e al lavoro e lo svilupparsi della coscienza individuale e di classe, fenomeno parallelo al progressivo mutamento di Lodz, che da piccolo, operoso centro specializzato nella tessitura a mano diviene primario centro industriale – varcano i propri confini per farsi temi universali.

Così, il ricorso a Dio nelle difficoltà adombra il tragico destino che attenderà gli ebrei negli anni bui del Reich hitleriano, proprio come nell’attivismo febbrile, astuto e vendicativo di Simcha Meyer, che, spinto dalla sua brama di potere, diventa il primo e più potente imprenditore di Lodz, salvo poi perdere tutto e riconsiderare, con amarezza e pentimento, molte delle sue scelte, riverbera il comandamento etico che ammonisce a non dimenticare quel che si è (dunque a non dimenticare Dio), per non dover sopportare il peso (intollerabile) della perdita di sé.

Mentre nella straripante volontà di vivere di Jacob Bunim, il gemello di Simcha Meyer, in tutto e per tutto diverso da lui, opposto nel fisico e nel carattere, risuona fortissimo il bisogno degli ebrei di essere compresi, accettati e amati e insieme la paura del compromesso, del prezzo da pagare per un’ombra di felicità, o solo per un istante di pace, per la promessa di una tregua.

Saga familiare, romanzo storico, preziosissimo testamento letterario, I fratelli Ashkenazi è un libro magnifico e potente, un’opera magistrale, che vive in quel miracoloso punto d’equilibrio dove s’incontrano il particolare e l’universale, il singolo e l’intero consesso umano.

Eccovi l’inizio. La traduzione (edizione Longanesi) è di Bruno Fonzi. Buona lettura.

Sulle strade polverose che dalla Slesia e dalla Sassonia, attraverso cittadine e villaggi devastati dalle guerre napoleoniche, entravano in Polonia, passavano lunghe processioni di carri e barrocci carichi di uomini, di donne, di bambini e di masserizie. Nei campi, i contadini polacchi, servi dei nobili locali, si fermavano dietro gli aratri e, facendosi schermo con la mano per ripararsi dal sole e dalla polvere, rimanevano a fissare quegli strani veicoli con quegli strani carichi. Le contadine, appoggiandosi alla vanga, rialzavano sulla fronte i fazzoletti colorati per veder meglio. Bambini dai capelli chiarissimi, vestiti soltanto d’una camicia di rozza tela, si trascinavano fuori dalle capanne di fango, dai recinti di fascine intrecciate, e con i cani del villaggio improvvisavano rumorose accoglienze ai viaggiatori.

All’incrocio di due mondi estranei

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi
Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi

“Sii un ebreo in casa tua e un uomo quando ne esci” afferma David Karnowski rivolto al figlio neonato al termine della cerimonia di circoncisione. Resta fedele, con l’intelletto e il cuore, al tuo mondo, al tuo credo, alla verità, e vivi tra gli altri, allo stesso modo degli altri, in tutto ciò che, pur senza essere essenziale, non è privo d’importanza: l’istruzione, la lingua, il lavoro. Adoperati affinché due mondi, destinati a essere estranei l’uno all’altro, trovino in te un punto di contatto, un equilibrio, un’ombra di pace. La benedizione pronunciata da David Karnowski, e la speranza che riverbera in essa, sono il filo conduttore e la chiave interpretativa del romanzo La famiglia Karnowski di Israel J. Singer (fratello maggiore del più noto Isaac, premio Nobel per la Letteratura nel 1978), imponente saga familiare che, nel raccontare le vicissitudini di tre generazioni, copre un arco di tempo che va dalla fine dell’Ottocento fino ai primi, drammatici anni della dittatura nazista. La prosa severa di Singer evoca inquietudine, spaesamento, precarietà; nelle sue pagine risuonano tanto il flebile sussurro della speranza, della preghiera e della supplica quanto la voce limpida e chiara della volontà, della fierezza, della dignità. In questi estremi opposti, nella quiete apparente carica di ansie e di tormenti delle donne, dei rabbini e degli studiosi, e nella lotta tenace, testarda degli uomini per l’affermazione, il prestigio, l’assimilazione e il riconoscimento, risuona l’eco di un’unica, amara consapevolezza: quella di essere ebreo, dunque straniero, sempre, in ogni tempo e in qualsiasi luogo. E’ una genealogia del dolore e dell’umiliazione quella cui dà vita e sostanza Israel J. Singer; egli dipinge in tutte le possibili sfumature di colore l’affresco tragico di un riscatto mancato (o meglio, di un riscatto impossibile), mostra senza reticenze l’intollerabile vergogna dell’identità sistematicamente violata, descrive, con disillusa onestà, il quotidiano martirio di chi, senza ragione, viene privato del diritto di essere se stesso. E nel trascorrere degli anni e nell’alternarsi delle generazioni, l’autore racconta, attraverso la vita di tre protagonisti – il capostipite David, razionalista, ammiratore di Moses Mendelssohn e seguace del suo approccio illuminista alla fede, che decide di abbandonare la natia Polonia e la soffocante ritualità superstiziosa della comunità hassidica d’appartenenza in favore della colta e aperta Berlino; il figlio Georg, che proprio a Berlino, dopo un’adolescenza turbolenta, diverrà medico di successo e sposerà, suscitando non poco scandalo, una gentile, una donna tedesca; e infine il nipote Jegor, a un tempo goy (non ebreo) ed ebreo, puro e impuro, ariano solo in parte, perseguitato allo stesso modo dall’orgoglio del padre e del nonno e dalle dementi teorie razziali del nazismo nascente, che individuano in lui un facile bersaglio – la fatica d’esistere di chi è costretto, con ogni mezzo, a guadagnarsi la sopravvivenza, il respiro, lo schiudersi degli occhi al giorno.

Tra gioie e sofferenze, rovesci e fortune, i Karnowski, e con loro migliaia di altri ebrei tedeschi, insediati in Germania da generazioni oppure immigrati da poco dallest, alimentano con coraggio, disciplina, qualche volta persino con astuzia (è il caso dell’acuto commerciante Solomon Burak, uno dei caratteri più riusciti del romanzo, consapevole del fatto che agli occhi del mondo “l’ebreo è impuro ma i suoi soldi sono kasher” e pronto a sfruttare a proprio favore la seduzione irresistibile del denaro) il sogno ingenuo della patria, della condivisione. Tedeschi tra i tedeschi, gli ebrei si danno da fare per la prosperità della nazione, allo scoppio del primo conflitto mondiale combattono nelle trincee, muoiono, sopportano gli stenti dei durissimi anni del dopoguerra e infine si arrendono alla retorica distorta ma piena di fascino della “patria rinascente”, che, bisognosa di un nemico, di qualcuno cui addossare la responsabilità delle proprie sventure, decide di nutrire il proprio popolo (gli ariani, il puro sangue tedesco) d’odio e di cieco desiderio di vendetta. Ricomincia allora, per coloro che per tempo riescono a salvarsi dagli aguzzini saliti al potere, l’eterno peregrinare, questa volta al di là dell’oceano, nell’immensa, accogliente e misteriosa terra d’America, dove, spogliati di tutto tranne del loro essere ebrei, giungono i Karnowski. Di nuovo poveri, di nuovo miseri, di nuovo alla ricerca di un angolo dove essere, senza vergogna né colpa, ciò che sono dalla nascita: ebrei.

Romanzo partigiano ma mai insincero, potente nella prosa, incisivo nella capacità d’analisi, colto e di grande lucidità nella concezione della storia, dell’uomo, del male e del bene, frutto di un pessimismo deterministico che convince tanto quanto spaventa, La famiglia Karnowski è un’opera di notevole spessore. Il lavoro, magnifico (l’ultimo), di un grande scrittore.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Anna Linda Callow. Buona lettura.

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante. La genialità era inscritta nelle alte fronti da studioso e negli occhi profondi e inquieti, neri come il carbone. Ostinazione e sfida si leggevano sui nasi forti e sproporzionati che spiccavano beffardi e arroganti nei loro volti scarni: poche confidenze! E’ per via di questa testardaggine che nessuno in famiglia era diventato rabbino, anche se non sarebbe stato difficile, e tutti avevano intrapreso la via del commercio.

Alla ricerca di Dio nella terra dei goyim

 

L’eccitata fantasia di un bambino, la sua sensibilità nervosa, fiammeggiante, che di ogni esperienza disegna arabeschi e intanto immagina, interpreta, sogna il progressivo formarsi del mondo. E la voce dei genitori; il soffio caldo e rassicurante della madre, poi l’autorevole timbro paterno, ragione di tutto quel che accade e principio stesso della vita. Lungo i confini di questo orizzonte semplice, elementare (patrimonio prezioso e condiviso della prima età dell’uomo), premono, come barbari eserciti invasori, il dolore del mondo e il suo irrazionale procedere: la Grande Depressione che travolge gli Stati Uniti d’America, la contemporanea presa del potere da parte di Adolf Hitler in Germania, lo strisciante diffondersi del veleno antisemita da una parte e dallaltra dellAtlantico. David Lurie, protagonista dell’intenso romanzo di formazione di Chaim Potok intitolato In principio, vive questi sconvolgimenti come altrettante tappe della sua tormentata crescita personale; protetto dai familiari, ebrei polacchi immigrati a New York, circondato dalla rigida ritualità della comunità religiosa cui appartiene, segnato, specie durante l’infanzia, da una serie di problemi di salute (conseguenza di una fortuita caduta della madre, inciampata sulle scale di casa mentre stava tornando dall’ospedale con il piccolo in braccio), David, nei suoi primi anni, sperimenta in forme diverse la sofferenza, il senso di colpa, l’umiliazione e la paura, quasi che la vita volesse in qualche modo prepararlo ai colpi più duri: il crollo borsistico del 1929 e l’incubo nazista. Nella sua memoria restano indelebilmente impressi questi “incidenti” – il canarino amato dalla madre volato via dalla finestra che aveva lasciato aperta; il cane di una vicina, da lui scacciato perché si era avvicinato troppo alla culla nella quale dormiva il fratellino, finito in mezzo alla strada e investito da un’auto; l’odio di Eddie Kulanski, un ragazzo del quartiere che detestava gli ebrei “con quella sorta di rabbia folle e demoniaca che per me rimane incomprensibile […] ancora oggi. Aveva solo sei anni, ma il suo odio portava il marchio di un millennio. Qualche mese prima del mio sesto compleanno per poco non mi uccise accidentalmente”; ed è su questi traumi che la sua personalità poco alla volta si forma. I concetti di bene e male, la realtà di Dio che emerge, come da una fitta nebbia, dallo studio dei testi sacri, dalla stretta osservanza delle feste, dalla chiara voce del rabbino in sinagoga, la scoperta allo stesso tempo esaltante e amara dell’amicizia, l’amore e il suo opposto, estremi di cui sembra intessuta l’anima di ogni ebreo, in qualsiasi parte del mondo egli si trovi, la terra prossima e sconosciuta dei goyim, i non ebrei, assieme ai quali David vive giorno dopo giorno senza tuttavia mai mescolarcisi davvero, la sua ortodossa purezza, rivendicata con orgoglio dagli “adulti” ma percepita come un fardello dal suo cuore di bimbo; è una marea montante di situazioni, e di conseguenti impressioni, quella che investe il giovanissimo David, e che egli racconta, come in un diario, cercando un possibile senso (forse lunico senso possibile) in una sentenza del Midrash: “Gli inizi sono sempre difficili”.
E appunto a un nuovo, terribile inizio, il crack finanziario che mette in ginocchio il Paese costringe il fiero padre di David (“Prima che il nostro mondo andasse in pezzi e affondassimo nel decennio della Depressione, abitavamo in una bella via, ampia e alberata”), proprio come la tragedia della Shoah, del sistematico sterminio di milioni di ebrei – cui la famiglia di David assiste impotente dall’America, nutrita di speranza e d’illusione e insieme consumata nell’attesa febbrile di notizie dei parenti rimasti in Polonia – mette i sopravvissuti di fronte a un’unica alternativa: ricominciare, tornare alla vita per non soccombere definitivamente all’annientamento. L’inizio, un inizio differente da quello degli anni d’infanzia, attende anche David ormai adulto, che con coraggio compie le proprie scelte, e, alla ricerca della “verità” (sul suo popolo e dunque su se stesso), di una prospettiva più ampia, più articolata di quella che può offrirgli il suo ambiente di riferimento, decide di studiare anche la Bibbia, il testo sacro dei goyim. In conflitto con la famiglia per questo suo proponimento, isolato dalla comunità, David affida a dolenti sfoghi personali il proprio bisogno di comprensione, la propria ansia di conoscenza, la propria sete dassoluto: “La Torah non è la parola di Dio rivelata a Mosè sul Sinai. Ma non si tratta nemmeno di storie per bambini o favole o leggende, oppure miti che abbiamo mutuato dai pagani. Io la amo […].  Voglio scoprire che cos’è. Sono pazzo? Devo cercare nel mondo profano nuovi strumenti per scoprire che cos’è. Il mio mondo ortodosso detesta quegli strumenti e ne è terrorizzato. Capisci? C’è qualcuno che capisce […]? Voglio conoscere la verità sugli inizi del mio popolo”. Abbracciare la vertigine della libertà ed esserne pienamente responsabile è il nuovo, difficilissimo inizio di David Laurie.
Come in altri suoi romanzi, Potok narra con accenti vigorosi e commossi la contraddittoria bellezza di un microcosmo ricchissimo di cultura e di storia; egli osserva il proprio mondo con fedeltà piena e sincero amore, ma non con la cieca obbedienza del soldato. David, proprio come altri indimenticabili eroi dello scrittore e rabbino americano (su tutti, il Danny Saunders di Danny l’eletto, già trattato in questo blog), vive pienamente la propria appartenenza, godendone i frutti ma anche mettendola in discussione quando lo ritiene indispensabile; egli comprende l’isolamento cui il popolo ebraico si è condannato per resistere “all’odio del mondo” ma si domanda, senza sosta, se questa sia davvero la sola risposta possibile. E non teme di cercarne altre, quale che sia il prezzo da pagare.
Eccovi l’inizio del romanzo (la traduzione, nell’edizione Garzanti, collana Gli Elefanti, è di Mara Muzzarelli). Buona lettura.
Gli inizi sono sempre difficili.
Ricordo che mia madre mi mormorò queste parole una volta che ero a letto con la febbre. «I bambini si ammalano spesso, tesoro. Succede, ai bambini. Gli inizi sono sempre difficili. Presto starai bene».
Ricordo che una sera scoppiai a piangere perché non ero riuscito a capire un passo difficile di un commentario biblico. A quel tempo avevo circa nove anni.
«Vuoi capire tutto immediatamente?», domandò mio padre. «Tutto così? Hai cominciato a studiare questo commentario solo la settimana scorsa. Gli inizi sono sempre difficili. Lo studio richiede molta applicazione. Leggilo e rileggilo ancora».
L’uomo, che negli anni successivi mi guidò negli studi, mi accoglieva calorosamente nel suo appartamento e quando eravamo seduti alla scrivania mi diceva con la sua voce gentile: «Sii paziente, David. Il Midrash dice: “Gli inizi sono sempre difficili”. Non puoi inghiottire tutto il mondo in una volta sola».

Ora lo ripeto a me stesso quando mi trovo di fronte a una nuova classe all’inizio dell’anno scolastico oppure sto per cominciare un nuovo libro o un articolo. Gli inizi sono sempre difficili. Insegnare come faccio io è particolarmente difficile, perché tocco i sensibili nervi della fede, gli inizi delle cose. Spesso gli studenti ne sono scossi. Ripeto loro ciò che fu detto a me: «Siate pazienti. State imparando un nuovo modo di comprendere la Bibbia. Gli inizi sono sempre difficili». E a volte aggiungo quello che ho imparato per conto mio: «Specialmente un inizio che vi create da soli. Quello è il più difficile di tutti».