Non dall’intendere ma dall’essere intesi

Recensione di “Tropico del Cancro” di Henry Miller

Henry Miller, Tropico del Cancro, Mondadori

“Quando il romanzo di Henry Miller Tropico del Cancro apparve nel 1935, ebbe un’accoglienza solo cautamente laudativa, ovviamente condizionata in alcuni dal timore d’apparire amanti della pornografia. Tra coloro che lo lodarono, ci furono T.S. Eliot, Herbert Read, Aldous Huxley, John Dos Passos, Ezra Pound […]. Tropico del Cancro è un romanzo in prima persona, o, se preferite, un’autobiografia in forma di romanzo. Miller stesso sostiene che è una biografia vera e propria, ma il ritmo e la narrazione sono propri del romanzo. È la storia della Parigi americana, ma non secondo i comuni criteri, in quanto gli americani che vi compaiono risultano persone senza quattrini. Negli anni della prosperità, quando i dollari abbondavano e il cambio del franco era basso, Parigi fu invasa da un tale sciame di artisti, scrittori, studenti, dilettanti, turisti, debosciati e fannulloni di professione quale il mondo non ha probabilmente visto mai […]. È di questo mondo […] che Miller scrive, ma egli si limita alla sua parte più oscura, a quel margine sottoproletario che ha potuto sopravvivere alla crisi economica perché composto in parte di autentici artisti e in parte di autentici furfanti […]. Nessun materiale letterario poteva essere meno promettente. Quando Tropico del Cancro fu pubblicato gli italiani invadevano l’Abissinia, e i campi di concentramento di Hitler erano già rigurgitanti. I centri intellettuali del mondo erano Roma, Mosca e Berlino. Non sembrava il momento in cui un romanzo di pregio considerevole dovesse essere scritto su degli americani falliti in cerca di qualcuno che offrisse loro da bere al Quartiere Latino. Naturalmente un romanziere non è obbligato a scrivere direttamente di storia contemporanea, ma un romanziere che trascuri i più importanti avvenimenti mondiali del momento è di solito o un superficiale o un perfetto idiota […]. Ma di tanto in tanto compare un romanzo che si apre su tutto un nuovo mondo, rivelando non l’insolito e il bizzarro, ma semplicemente ciò che è familiare […]. Miller ha una sfumatura di questa particolarità […] leggetene cinque, dieci pagine e proverete quel particolare benessere che viene non tanto dall’intendere quanto dall’essere intesi. ‘Quest’uomo sa tutto di me’ voi pensate, ‘ha scritto tutto questo proprio per me’. È come udire una voce che vi parla, una cordiale voce americana, priva di qualsiasi gigioneria, scevra di finalità moralistiche, con solo l’implicito assunto che siamo tutti uguali. Per il momento vi siete liberato delle menzogne e delle semplificazioni, della stereotipata, burattinesca caratteristica della solita narrativa, anche se eccellente, e vi trovate di fronte alle identificabili esperienze degli esseri umani […]. Perché la verità è che molte persone comuni, forse una vera e propria maggioranza, parlano e si conducono esattamente come in questo romanzo”. Continua a leggere Non dall’intendere ma dall’essere intesi

Dentro le ascelle dei poveri a respirare

 

George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra, Mondadori
George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra, Mondadori

Un romanzo che vive nella sottrazione, che si alimenta della nudità della scrittura nello stesso modo in cui altre opere vengono nutrite dal rigoglio espressivo della prosa, dall’eleganza della forma, e in tal modo riconosce all’essenziale realismo della cronaca piena dignità letteraria. A ben guardare un romanzo che nega se stesso per raccontarsi come esperienza , come vissuto, e rappresentare il senso ultimo del lavoro dello scrittore così com’è stato concepito dall’autore stesso: “Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: «Voglio produrre un’opera d’arte». Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio attirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare”. Così George Orwell (in Perché scrivo, 1946), parole che in quel momento suonavano come dichiarazione programmatica e manifesto politico (“Ogni riga di lavoro serio che ho prodotto dal 1936”, aggiunge infatti Orwell, “l’ho scritta, direttamente o indirettamente, contro il totalitarismo e per il socialismo democratico così come lo intendo io”), ma che erano state anticipate, nel loro significato a un tempo universale ed emotivo, dal suo esordio, Senza un soldo a Parigi e a Londra, pubblicato nel 1933. Diario, libro di memorie, indagine sociologica, duro pamphlet di denuncia, Senza un soldo a Parigi e a Londra, che per ambientazione (la periferia, urbana ed esistenziale, di queste due metropoli e di coloro che sono costretti ad abitarvi, costruendo a fatica la propria sopravvivenza giorno dopo giorno) sembra richiamare suggestioni dickensiane, è un resoconto serrato, lucido e impietoso di quel che è, nei fatti, la condizione di povertà. È una diagnosi della miseria, e delle conseguenze che ha su coloro cui si abbatte, precisa come lo sarebbe quella di una malattia. Orwell non si concede scappatoie, né licenze artistiche; si limita a descrivere, come un disegnatore in una copia dal vero, a rappresentare quel che vede e vive, e lascia che siano le parole, spogliate di ogni orpello come lo sono gli uomini e le donne indigenti (dunque privati di tutto, o quasi), a colpire, scuotere, sconvolgere. “Nel complesso il primo contatto con la miseria è un fatto curioso. Ci avete pensato tanto, alla miseria: l’avete temuta tutta la vita, sapevate che prima o poi vi sarebbe piovuta addosso; ma in realtà tutto è totalmente, prosaicamente diverso. V’immaginavate che fosse una cosa semplicissima, e invece è quanto mai complicata. V’immaginavate che sarebbe stata terribile, ma è soltanto squallida e noiosa. Innanzitutto scoprite l’abiezione della miseria, gli espedienti ai quali vi costringe, le complicate meschinità, le pitoccherie […]. E poi ci sono i pasti, che rappresentano la difficoltà maggiore […]. Scoprite che cosa vuol dire avere fame […]. Scoprite il tedio, che è compagno inseparabile della miseria […]. Scoprite che quando un uomo va avanti una settimana a pane e margarina non è più un uomo; è solo un ventre con qualche organo accessorio”.  

Il rovescio della medaglia della miseria è la carità, lo sforzo che si compie per contrastarla, l’aiuto pubblico offerto dalle istituzioni a vagabondi, senzatetto, derelitti di ogni sorta. Un sistema che profuma di misericordia ma puzza del sudore e del sudiciume degli ospiti di dormitori e ospizi ammassati come bestie in camerate spoglie e fredde, distesi su tavolacci malamente coperti da lenzuola che nessuno si preoccupa mai di cambiare e lavare, e che è così compreso nella dignità del proprio ruolo da dimenticarne, troppo spesso (altra lezione dickensiana), l’autentico significato, e di conseguenza la misura, e l’umanità, incancellabile malgrado tutto, di coloro che di quell’attenzione dovrebbero beneficiare. L’umanità schiacciata di un ebreo affamato che divora con aria colpevole un pezzo di pancetta, e quella umiliata dall’assurdo rigore “rieducativo” preteso dai benefattori come un diritto: “[…] ho passato la notte in parecchi dormitori dell’Esercito della Salvezza e ho visto che, sebbene fra l’uno e l’altro ci sia qualche differenza, in tutti vige la stessa disciplina quasi militare […]. In alcuni ci sono anche funzioni religiose obbligatorie una o due volte la settimana, e chi non le frequenta deve lasciare il dormitorio. Il fatto è che nell’Esercito della Salvezza è talmente radicata l’abitudine di considerarsi un istituto di beneficienza, che non si può gestire nemmeno un dormitorio pubblico senza farlo puzzare di carità”. 

Scritto etico (e come tale anche profondamente politico), Senza un soldo a Parigi e a Londra non offre soluzioni. Non è, come ammette lo stesso Orwell, che una storia, un racconto che non ambisce né a insegnare né ad ammonire, ma che a colui che questa storia ha vissuto in prima persona qualcosa ha lasciato: “Non penserò mai più che tutti i vagabondi siano furfanti ubriaconi, non mi aspetterò gratitudine da un mendicante quando gli faccio l’elemosina, non mi sorprenderò se i disoccupati mancano di energia, non aderirò all’Esercito della Salvezza, non impegnerò i miei abiti, non rifiuterò un volantino, non gusterò un pranzo in un ristorante di lusso. Questo tanto per cominciare”.
Eccovi l’incipit (traduzione di Isabella Leonetti). Buona lettura.
Parigi, rue du Coq d’Or, le sette del mattino. Una sequela di urla strozzate e furibonde dalla strada. Madame Monce, la padrona dell’alberghetto di fronte al mio, era uscita sul marciapiede per apostrofare una pensionante del terzo piano. Aveva i piedi nudi infilati negli zoccoli e i capelli grigi appiccicati alla fronte.
MADAME MONCE: «Sacrée salope! Quante volte le ho detto di non schiacciare le cimici sulla carta da parati? Cosa crede, di averlo comprato, lalbergo? Non può buttarle dalla finestra come fanno tutti? Espèce de trainée».
LA DONNA DEL TERZO PIANO:«Va donc, eh! Vieille vache!».

Il reale vestito di fiaba: la letteratura etica di Dickens

 

Charles Dickens, Racconti di Natale, Mondadori
Charles Dickens, Racconti di Natale, Mondadori

Nelle commosse scene di serenità familiare, nelle descrizioni d’ambiente, nelle caratterizzazioni spesso indimenticabili dei personaggi, il Natale dickensiano ha la perfezione dell’opera d’arte. Il grande autore inglese ha saputo renderlo unico; lo ha impreziosito con la grazia dello stile e lo ha raccontato (con il medesimo trasporto con cui si narrano storie di eterno fascino, che non ci si stanca mai d’ascoltare) a lettori di ogni età, mescolando l’ingenuità, il candore e l’apertura verso il fantastico e il soprannaturale proprie della fiaba al dettaglio duro, scomodo, diretto che caratterizza il realismo letterario e in modo particolare gli scritti di denuncia sociale. Ma il merito maggiore di Charles Dickens sta nell’essere riuscito a cogliere (e difendere e preservare) lo spirito di questa festa adattandolo alle urgenze e ai bisogni dei suoi tempi, alle drammatiche disuguaglianze da cui erano segnati. L’insistere garbatamente tenace su azioni e comportamenti di chiaro valore morale (l’altruismo, la solidarietà, la bontà, la capacità di accettare la povertà e in tal modo trasformarla nella più autentica delle ricchezze), cui fanno da vivace contraltare le meschinità e le cattiverie incarnate da alcuni protagonisti dei suoi intrecci – il più noto dei quali è senza dubbio alcuno l’arcigno e avido Scrooge, “eroe” della meravigliosa Ballata di Natale, che dopo aver ricevuto la visita di tre Spiriti, quello del Natale Passato, del Natale Presente e del Natale Futuro, comprende i propri errori, si ravvede e riesce a salvar se stesso – evidenzia senza possibilità d’equivoco il fondamento etico delle “novelle natalizie”. Raccolte nel volume Racconti di Natale, queste storie (ottimamente tradotte da Emanuele Grazzi nella collana Oscar Classici di Mondadori), oltre a essere ineguagliabili capolavori di scrittura, sono una testimonianza, un manifesto politico, un sogno: riflettono Dickens, le sue convinzioni, i suoi sentimenti, le sue speranze. L’eccezionale ricchezza della prosa, l’intensità dei sentimenti che suscita, l’irrefrenabile forza comica di alcuni momenti, la tragica desolazione di altri (quelli in cui l’autore si sofferma sulle gravi condizioni di indigenza in cui versa la gran parte della popolazione e sull’intollerabile sfruttamento della mano d’opera, soprattutto di quella infantile, fondamento dei metodi di produzione della nuova età industriale, quasi un’eco letteraria delle spietate cronache engelsiane contenute ne La situazione della classe operaia in Inghilterra) sono altrettante dichiarazioni d’intenti: Dickens “sfrutta” la semplicità del Natale per schierarsi dalla parte degli umili, applaudire il loro coraggio e additarlo ad esempio, e per chiedere a gran voce più giustizia e una società nuova che abbandoni una volta per tutte ogni perversa, disumana logica d’oppressione.

A torto considerato scrittore “per ragazzi”, Charles Dickens sa bene quanto di utopico c’è nelle sue teorizzazioni sull’eguaglianza; egli è perfettamente consapevole di quali siano i motori che muovono il mondo, conosce le leggi non scritte cui obbediscono i consessi sociali (qualsiasi consesso sociale), ma non per questo si arrende: nei suoi Racconti di Natale, la chiara distinzione tra bene e male, il lieto concludersi delle vicende narrate, il ritratto dei protagonisti, “eccessivo” tanto nella virtù quanto nel vizio (i buoni lo sono completamente, e i malvagi altrettanto, eppure riescono a trovare in sé la scintilla di misericordia necessaria a soffocare i propri egoismi), il ricorso al miracoloso (l’attivismo di spettri e fantasmi nella già citata Ballata di Natale e nella novella intitolata Il patto con il fantasma, il ruolo rivelatore dell’incubo di Trotty in Le campane), in una parola tutto quel che potrebbe indurre un lettore disattento a considerare queste storie innocui passatempi, è la trasparente cifra della sua “coscienza sociale”. L’irrealizzabilità dei sogni dello scrittore si veste di fiaba non perché incapace di affrontare la durezza della realtà, ma per la ragione opposta: poter essere raccontata, portata in mezzo alla gente. È infatti a ciascun uomo preso nella sua singolarità che Dickens vuole parlare, è alla cellula della società che egli si rivolge, nella tenace convinzione che il solo cambiamento concretamente possibile sia quello che nasce nel cuore dell’uomo. Il Natale, con la sua atmosfera unica, non è che un meraviglioso pretesto.
A partire dalla Ballata di Natale, i Racconti di Natale (peraltro non tutti a tema natalizio) sono una splendida lettura. Non sottovalutatela.
Eccovi l’inizio della Ballata di Natale. Buona lettura.
Marley era morto. Tanto per incominciare, e su questo punto non c’era dubbio possibile. Il registro della sua sepoltura era stato firmato dal suo sacerdote, dal chierico, dall’impresario delle pompe funebri e da colui che conduceva il funerale. Scrooge lo aveva firmato, e alla Borsa il nome di Scrooge era buono per qualsiasi cosa che egli decidesse di firmare. Il vecchio Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.
Badate bene che con questo io intendo di dire che so di mia propria scienza che cosa ci sia di particolarmente morto in un chiodo confitto in una porta; personalmente, anzi, propenderei piuttosto a considerare un chiodo confitto in una bara come il pezzo di ferraglia più morto che si possa trovare in commercio. Ma in quella similitudine c’è la saggezza dei nostri antenati, che le mie mani inesperte non possono permettersi di disturbare, altrimenti il paese andrà in rovina. Vogliate pertanto permettermi di ripetere con la massima enfasi che Marley era morto come un chiodo confitto in una porta.
Scrooge sapeva che era morto? Senza dubbio: come avrebbe potuto essere altrimenti? Scrooge e lui erano stati soci per non so quanti anni; Scrooge era il suo unico esecutore testamentario, il suo unico amministratore, il suo unico erede, il suo unico amico e l’unico che ne portasse il lutto; e neanche Scrooge era così terribilmente sconvolto da quel doloroso avvenimento da non rimanere un eccellente uomo d’affari anche nel giorno stesso del funerale e da non averlo solennizzato con un affare inatteso e particolarmente buono.