Nobel immortali

Quel che non dimenticherò

Compilata la classifica delle migliori letture del 2018, anche per allontanare la mestizia causata dalla scomparsa di molti grandi scrittori (Amos Oz non è che l’ultimo nome in ordine di tempo) mi consolo, sperando di dare un po’ di sollievo anche a voi, o almeno qualche buon consiglio, compilando un altro elenco, quello dei romanzi di autori premi Nobel che a mio avviso dovremmo tutti leggere. Accanto al titolo, come sempre, la mia recensione. Buona lettura, e sinceri auguri di buon anno.

  1. John Maxwell Coetzee, Aspettando i barbari Einaudi (la recensione la trovate qui
  2. Mo Yan, Grande seno, fianchi larghi Einaudi (la recensione la trovate qui)
  3. Alice Munro, In fuga Einaudi (la recensione la trovate qui)
  4. Isaac B. Singer, La famiglia Moskat Tea (la recensione la trovate qui)
  5. John Steinbeck, Furore Bompiani (la recensione la trovate qui)
  6. Elias Canetti, Auto da fè Garzanti (la recensione la trovate qui)
  7. Grazia Deledda, Canne al vento Bompiani (la recensione la trovate qui)
  8. José Saramago, Cecità Einaudi (la recensione la trovate qui)
  9. Nagib Mahfuz, Vicolo del mortaio Feltrinelli (la recensione la trovate qui)
  10. Saul Bellow, Il dono di Humboldt Mondadori (la recensione la trovate qui)
  11. Gabriel Garcia Marquez, Cent’anni di solitudine Mondadori (la recensione la trovate qui)
  12. Heinrich Böll, Opinioni di un clown Mondadori (la recensione la trovate qui)
  13. Ivo Andric, Il ponte sulla Drina Mondadori (la recensione la trovate qui)
  14. Gao Xingjian, La montagna dell’anima Rizzoli (la recensione la trovate qui)
  15. Günter Grass, Il tamburo di latta Feltrinelli (la recensione la trovate qui)
  16. Albert Camus, La peste Bompiani (la recensione la trovate qui)
  17. Orhan Pamuk, Il mio nome è Rosso Einaudi (la recensione la trovate qui)
  18. Thomas Mann, Doctor Faustus Mondadori (la recensione la trovate qui)
  19. Kenzaburo Oe, Il salto mortale Garzanti (la recensione la trovate qui)
  20. Mario Vargas Llosa, La città e i cani Einaudi (la recensione la trovate qui)

All’incrocio di due mondi estranei

Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi
Israel J. Singer, La famiglia Karnowski, Adelphi

“Sii un ebreo in casa tua e un uomo quando ne esci” afferma David Karnowski rivolto al figlio neonato al termine della cerimonia di circoncisione. Resta fedele, con l’intelletto e il cuore, al tuo mondo, al tuo credo, alla verità, e vivi tra gli altri, allo stesso modo degli altri, in tutto ciò che, pur senza essere essenziale, non è privo d’importanza: l’istruzione, la lingua, il lavoro. Adoperati affinché due mondi, destinati a essere estranei l’uno all’altro, trovino in te un punto di contatto, un equilibrio, un’ombra di pace. La benedizione pronunciata da David Karnowski, e la speranza che riverbera in essa, sono il filo conduttore e la chiave interpretativa del romanzo La famiglia Karnowski di Israel J. Singer (fratello maggiore del più noto Isaac, premio Nobel per la Letteratura nel 1978), imponente saga familiare che, nel raccontare le vicissitudini di tre generazioni, copre un arco di tempo che va dalla fine dell’Ottocento fino ai primi, drammatici anni della dittatura nazista. La prosa severa di Singer evoca inquietudine, spaesamento, precarietà; nelle sue pagine risuonano tanto il flebile sussurro della speranza, della preghiera e della supplica quanto la voce limpida e chiara della volontà, della fierezza, della dignità. In questi estremi opposti, nella quiete apparente carica di ansie e di tormenti delle donne, dei rabbini e degli studiosi, e nella lotta tenace, testarda degli uomini per l’affermazione, il prestigio, l’assimilazione e il riconoscimento, risuona l’eco di un’unica, amara consapevolezza: quella di essere ebreo, dunque straniero, sempre, in ogni tempo e in qualsiasi luogo. E’ una genealogia del dolore e dell’umiliazione quella cui dà vita e sostanza Israel J. Singer; egli dipinge in tutte le possibili sfumature di colore l’affresco tragico di un riscatto mancato (o meglio, di un riscatto impossibile), mostra senza reticenze l’intollerabile vergogna dell’identità sistematicamente violata, descrive, con disillusa onestà, il quotidiano martirio di chi, senza ragione, viene privato del diritto di essere se stesso. E nel trascorrere degli anni e nell’alternarsi delle generazioni, l’autore racconta, attraverso la vita di tre protagonisti – il capostipite David, razionalista, ammiratore di Moses Mendelssohn e seguace del suo approccio illuminista alla fede, che decide di abbandonare la natia Polonia e la soffocante ritualità superstiziosa della comunità hassidica d’appartenenza in favore della colta e aperta Berlino; il figlio Georg, che proprio a Berlino, dopo un’adolescenza turbolenta, diverrà medico di successo e sposerà, suscitando non poco scandalo, una gentile, una donna tedesca; e infine il nipote Jegor, a un tempo goy (non ebreo) ed ebreo, puro e impuro, ariano solo in parte, perseguitato allo stesso modo dall’orgoglio del padre e del nonno e dalle dementi teorie razziali del nazismo nascente, che individuano in lui un facile bersaglio – la fatica d’esistere di chi è costretto, con ogni mezzo, a guadagnarsi la sopravvivenza, il respiro, lo schiudersi degli occhi al giorno.

Tra gioie e sofferenze, rovesci e fortune, i Karnowski, e con loro migliaia di altri ebrei tedeschi, insediati in Germania da generazioni oppure immigrati da poco dallest, alimentano con coraggio, disciplina, qualche volta persino con astuzia (è il caso dell’acuto commerciante Solomon Burak, uno dei caratteri più riusciti del romanzo, consapevole del fatto che agli occhi del mondo “l’ebreo è impuro ma i suoi soldi sono kasher” e pronto a sfruttare a proprio favore la seduzione irresistibile del denaro) il sogno ingenuo della patria, della condivisione. Tedeschi tra i tedeschi, gli ebrei si danno da fare per la prosperità della nazione, allo scoppio del primo conflitto mondiale combattono nelle trincee, muoiono, sopportano gli stenti dei durissimi anni del dopoguerra e infine si arrendono alla retorica distorta ma piena di fascino della “patria rinascente”, che, bisognosa di un nemico, di qualcuno cui addossare la responsabilità delle proprie sventure, decide di nutrire il proprio popolo (gli ariani, il puro sangue tedesco) d’odio e di cieco desiderio di vendetta. Ricomincia allora, per coloro che per tempo riescono a salvarsi dagli aguzzini saliti al potere, l’eterno peregrinare, questa volta al di là dell’oceano, nell’immensa, accogliente e misteriosa terra d’America, dove, spogliati di tutto tranne del loro essere ebrei, giungono i Karnowski. Di nuovo poveri, di nuovo miseri, di nuovo alla ricerca di un angolo dove essere, senza vergogna né colpa, ciò che sono dalla nascita: ebrei.

Romanzo partigiano ma mai insincero, potente nella prosa, incisivo nella capacità d’analisi, colto e di grande lucidità nella concezione della storia, dell’uomo, del male e del bene, frutto di un pessimismo deterministico che convince tanto quanto spaventa, La famiglia Karnowski è un’opera di notevole spessore. Il lavoro, magnifico (l’ultimo), di un grande scrittore.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Anna Linda Callow. Buona lettura.

I Karnowski della Grande Polonia erano noti per il loro carattere testardo e provocatore, ma allo stesso tempo stimati per la vasta erudizione e l’intelligenza penetrante. La genialità era inscritta nelle alte fronti da studioso e negli occhi profondi e inquieti, neri come il carbone. Ostinazione e sfida si leggevano sui nasi forti e sproporzionati che spiccavano beffardi e arroganti nei loro volti scarni: poche confidenze! E’ per via di questa testardaggine che nessuno in famiglia era diventato rabbino, anche se non sarebbe stato difficile, e tutti avevano intrapreso la via del commercio.

Soli, in una terra abitata e sconosciuta

 

Nadine Gordimer, Nessuno al mio fianco, Feltrinelli
Nadine Gordimer, Nessuno al mio fianco, Feltrinelli

È un Sudafrica inquieto, libero dalle odiose catene dell’apartheid ma non ancora cosciente di esserlo e incapace di distinguere tra orgoglio legittimo e vuota tracotanza, quello che fa da sfondo a Nessuno al mio fianco di Nadine Gordimer, tormentato romanzo intimista che attraverso l’odissea personale di due coppie di amici si interroga tanto sul futuro di un Paese sospeso tra inferno e paradiso quanto sulla necessità (e insieme sulla loro sostanziale inafferrabilità) dei rapporti interpersonali, siano essi d’amore, d’amicizia, di filiazione o militanza. Nella fatica di una scrittura che sembra annaspare alla ricerca di se stessa, prigioniera di eventi quasi impossibili da raccontare, l’autrice sudafricana, premio Nobel per la Letteratura nel 1991, rivendica una volta di più il proprio credo politico schierandosi senza riserve a favore dei neri e del loro diritto all’autodeterminazione e a condizioni di vita degne. Ma questa presa di posizione, pur inequivocabile, sfuma nelle debolezze e nelle contraddizioni personali del personaggio che la incarna, l’avvocato bianco Vera Stark (la protagonista dellopera), responsabile di un centro di consulenza legale impegnato a dirimere cause legate al possesso e allo sfruttamento della terra e donna e madre e amante consumata da desideri e passioni che non riesce in alcun modo a controllare. Non a caso, è il linguaggio immediato e greve dei corpi quello che emerge dalle pagine del romanzo della Gordimer, ed è il bisogno sempre frustrato di intimità che il sesso promette e offre con generosa noncuranza a dar forma alla sua prosa, che del corpo di Vera Stark ha la pienezza, il profumo, la tensione e la stanchezza. L’avvocato Stark, specchio, nel suo quotidiano impegno professionale, del disordine di una nazione, è simbolo di una irrimediabile solitudine nel suo esistere privato: sposata poco più che adolescente a un soldato, divorziata, di nuovo moglie di un uomo che a lei sacrifica tutto (a partire dalle sue ambizioni artistiche) e ancora amante di un collega e infine amica e complice di un leader di colore, e in tutto questo madre di due figli lontanissimi da lei, questa donna si muove in una dimensione sospesa, in un orizzonte cangiante e irriconoscibile, stretta nell’abbraccio estraneo di un luogo che lei sente come proprio ma che in qualche misura la respinge e la respingerà sempre, a causa del colore, immodificabile, della sua pelle. E la condanna all’isolamento sociale di Vera Stark, una punizione comminata senza colpa – uguale e contraria, in questo, ai rigori della prigione patiti da uomini responsabili soltanto di essere maggioranza nera in una terra troppo a lungo dominata dai bianchi – è nello stesso tempo quella di un popolo e quella universale dell’umanità stessa, incatenata a un ineluttabile destino di sconfitta.

Al cieco arrancare di Vera Stark fa da apparente contraltare l’impegno civile di una coppa di amici, i Maqoma. Lui, un pericoloso passato da militante di un movimento di liberazione, si ritrova d’improvviso messo da parte nel nuovo Sudafrica che punta alla rinascita; lei, che negli anni della clandestinità delluomo ha vissuto impotente il terrore della moglie e della madre, ignara di tutto ciò che riguardava il marito, scelta a sorpresa tra i rappresentanti di un Paese in ginocchio che si sta preparando a risorgere. Ancora una volta, però, la dimensione pubblica non è che un fugace scintillio, una pozza di luce subito inghiottita nel cono d’ombra di vite singole e nella caotica trama del loro intrecciarsi. Dei Maqoma, infatti, Nadine Gordimer illustra i patimenti, i dubbi, le paure, le delusioni, le emozioni: l’amarezza dell’uomo, Didymus, incapace, dopo decenni vissuti in prima linea, di rassegnarsi alla marginalità del proprio ruolo, e l’ansia nervosa della moglie Sibongile, ritratta da lontano, come in uno scatto fotografico fuori fuoco, nel suo ruolo istituzionale ma presente fino a diventare fastidiosa, ingombrante e importuna nel suo ruolo di madre della giovanissima Mpho, figlia di un Sudafrica mai conosciuto prima del definitivo ritorno della famiglia nel Paese d’origine ma che pure le scorre impetuoso nel sangue al punto da farle preferire la miseria della township in cui vive la nonna paterna agli agi di casa e da risvegliarne gli istinti, già maturi, di donna. Uniti negli ideali ma irrimediabilmente divisi dal colore della pelle e da tutto quel che questa barriera effimera eppure insuperabile porta con sé come fosse uno scandaloso peccato originale, i Maqoma e gli Stark sperimenteranno, per vicende che poco o nulla hanno a che fare con la politica, il dolore dell’allontanamento reciproco, il rancore sordo che origina dal ritenersi vittima di un torto e infine la resa incondizionata al silenzio, sola risposta possibile all’impossibilità di riconoscersi, accettarsi e comprendersi.

Nessuno al mio fianco non è un romanzo di facile lettura. Ha il ritmo sofferto di una presa di coscienza, esplora con ostinazione quasi ossessiva il mistero della sessualità, come se ci fosse, nella chimica dell’attrazione, qualche riposta capace di trascendere la finitezza della carne, per capitolare, alla fine, di fronte a una sostanziale assenza di senso. Ma in questo lento avanzare, come di chi procede nella melmosa immobilità di una palude, Nadine Gordimer sa regalare al lettore lo splendore improvviso di riflessioni che lasciano senza fiato. Parole fatte della stessa sostanza di cui sono fatti gli uomini.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Feltrinelli, è di Marco Papi. Buona lettura.
E quello chi era? C’è sempre qualcuno che nessuno ricorda. Nelle fotografie di gruppo soltanto quelli che sono diventati celebri, nel bene o nel male, o le facce che possono essere ricordate attraverso comuni esperienze, occupano lo spazio e il tempo appiattiti sulla lucida carta. Chi poteva essere? Le mani penzoloni, i piedi ben allineati per la macchina fotografica, il sorrisetto di profilo rivolto al personaggio che doveva diventare il centro del momento immortalato, la sola immagine sviluppata con maggior intensità, e ai margini di questo centro focale c’è un appendice, che potrebbe anche essere tagliata fuori perché, nel riconoscimento e nel particolare ricordo che desta la fotografia, la figura periferica non è mai stata presente.

Lontano come un desiderio. O una speranza

Recensione di “L’ultima favola russa” di Francis Spufford

Francis Spufford, L’ultima favola russa, Bollati Boringhieri

L’utopia comunista, il sogno di una società giusta, dell’uguaglianza, anzi della fratellanza tra gli uomini, finalmente realizzato; il profetico comandamento di Marx “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” divenuto realtà; le immense potenzialità di un’economia pianificata, perfettamente equilibrata nella produzione come nella distribuzione, trasformate in un sistema autonomo e autosufficiente; la promessa della costruzione di un mondo davvero diverso, di una nuova età dell’oro, della felicità e dell’abbondanza per tutti, mantenuta, realizzata. Insomma, l’idea, la più rivoluzionaria nella storia dell’umanità, incarnata. Ed è proprio l’idea, con tutto il suo carico di meraviglia e la sua entusiastica vitalità, la materia narrativa del brillantissimo romanzo-saggio di Francis Spufford L’ultima favola russa, insignito nel 2011 dell’Orwell Prize.

L’autore sceglie di raccontare l’illusione (o forse la disillusione) di un intero popolo costruendo un circolare intreccio di storie a metà tra invenzione e documentata ricostruzione, e affidandosi a uno stile spumeggiante, sorprendentemente raffinato e solido, ironico, arguto, di divulgativa chiarezza nei passaggi più difficili (come gli studi sulla possibile rivoluzione cibernetica e i nodi e le difficoltà delle strategie industriali) e nello stesso tempo fantastico, chimerico, sovrabbondante. Richiamandosi apertamente alla tradizione fiabesca del grande folclorista Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Spufford non si limita a restituire intatto un determinato periodo storico (per la precisione il decennio dominato dalla figura di Nikita Krusciov, primo segretario del comitato centrale del partito comunista sovietico dal 1953 al 1964) ma ne fa rivivere per intero l’atmosfera, permeata dalle attese della gente comune, elettrizzata dal crescente ottimismo dei leader, nutrita dai progetti di scienziati come il geniale matematico Leonid Kantorovic, padre della programmazione lineare e premio Nobel per l’economia nel 1975.

La favola russa di Spufford (l’ultima prima del gelido inverno brezneviano e del successivo, definitivo crollo dell’apparato politico-economico) è un omaggio divertito e commosso a una stagione irripetibile, un ricordo nostalgico, un’invenzione bizzarra e affascinante che della verità ha il profumo, o per dir con maggior esattezza il desiderio: “Se le favole occidentali”, spiega l’autore, “iniziano con uno sfasamento temporale – «C’era una volta» si dice, sottintendendo un altro tempo, un allora anziché adesso – le skazki russe trasportano il lettore nello spazio: «In un certo reame, in un certo stato» oppure «In un paese lontano», rimandando a un altrove, a un anziché qui. Eppure si tratta sempre di un altrove riconducibile alla madre Russia. All’orizzonte compare sempre una città cinta da una palizzata, con le chiese dalle cupole a cipolla. Il governante è sempre uno zar, Ivan o Dmitrij. Il cielo sempre immenso. È la Russia, sempre e comunque la Russia, quel caro, spaventoso territorio sconfinato ai margini dell’Europa, grande come tutto il resto d’Europa messo insieme. E allo stesso tempo non lo è. È la Russia della fantasia, che non combacia mai perfettamente con lo Stato di cui porta il nome, al quale è vicina quanto un desiderio è vicino alla realtà. E altrettanto lontana”.

È nello scarto tra il desiderio e la sua realizzazione, nell’illusione che poco alla volta ma inesorabilmente cede il passo alla logica implacabile della realtà che il libro di Francis Spufford prende vita; la pesante ombra del fallimento storico dell’Unione Sovietica che ne permea ogni pagina, che incombe come un destino ineluttabile, non è che un tassello del suo mosaico, perché lo scrittore, pur muovendosi nel solco di un rigoroso realismo (il libro ha un corposo apparato di note, essenziali per seguire il racconto, che si snoda per quasi 500 pagine), lascia sempre aperta la porta del possibile; lo fa creando personaggi ispirati a figure reali ma dotate di una propria autonomia di pensiero (è il caso, per esempio, della biologa Zoja Vajnstejn, il cui corrispettivo storico è la genetista Raissa Berg), grazie ai quali può permettersi di alterare, anche se mai sostanzialmente, il corso della storia, e soprattutto non abbandonando mai lo spirito più autentico della narrazione fiabesca, uno dei cardini della cultura popolare russa. Perché nelle fiabe accadono meraviglie di ogni genere, e accadono in Russia.
Eccovi l’inizio del libro (traduzione è di Carlo Prosperi, edizione Bollati Boringhieri). Buona lettura.

Stava arrivando il tram, in uno stridio di metallo e scintille bianche e blu che sprizzavano verso il buio dell’inverno. Con la testa altrove, Leonid Vital’evic aggiunse il proprio contributo alla spinta esercitata dalla folla sgomitante e fu sollevato insieme al resto della collettività oltre il gradino posteriore, nella ressa di carne umana al di là della porta a fisarmonica. «Forza, cittadini! Spingete!» disse una signora bassina accanto a lui, come se avessero una scelta, come se potessero decidersi se muoversi o no quando tutti, nei tram di Leningrado, erano costretti all’eterna lotta per passare dall’ingresso sul fondo all’uscita sul davanti in tempo per la fermata giusta. Eppure il miracolo sociale si ripeteva sempre: da qualche parte, all’estremità opposta, un gruppetto di passeggeri veniva vomitato sull’asfalto e un’onda scomposta percorreva la carrozza, una peristalsi tramviaria che a forza di gomiti e spalle creava lo spazio appena sufficiente in cui pigiarsi prima che la porta di entrata si richiudesse. Le lampadine gialle che pendevano dal tettuccio vacillarono, e il tram si rimise in marcia con un ronzio crescente.

Credere comunque nell’uomo, fidando in Dio

 

Due dimensioni, e altrettanti linguaggi, in apparenza in contrasto tra loro, si sovrappongono ne Il dottor Zivago, unico romanzo di Boris Pasternak, ferocemente avversato in patria ma che valse al suo autore, nel 1958, il premio Nobel per la letteratura; da una parte la costruzione di un ampio e densissimo orizzonte temporale, che copre eventi di eccezionale portata (dai falliti rivolgimenti proletari del 1905 allo scoppio del primo conflitto mondiale e allo spartiacque della rivoluzione d’ottobre; dai massacri fratricidi della guerra civile fino alla tragedia collettiva scatenata dai nazisti, all’invasione tedesca della Russia e alla successiva, rovinosa ritirata delle truppe del führer), declinati con la scarna puntualità del cronista, dall’altra le intime confessioni dello scrittore, il riflesso cristallino della sua visione del mondo incarnata nelle prese di posizione dei suoi personaggi, nel complesso universo morale dei suoi fragili eroi. La realtà storica che dà nutrimento alla narrazione di Pasternak è allo stesso tempo un preciso riferimento – cronologico, sociale, politico e culturale – e uno sfondo nebuloso, verrebbe quasi da dire inessenziale se paragonato alle travolgenti vicissitudini dei singoli; nella studiata illusione di un intreccio di estrema semplicità (la tormentata storia d’amore tra Jurij Zivago, medico e poeta, e Larisa Fëdorovna Guichard, figlia di una famiglia europea un tempo facoltosa), Boris Pasternak offre al lettore una chiave di interpretazione del proprio tempo (che tuttavia ha l’ambizione di guardare all’eterno e all’universale, all’uomo nella sua essenzialità, prescindendo dalle condizioni materiali specifiche, comunque destinate a cambiare) che ha il proprio fondamento in un’etica battezzata nella carità cristiana e in un umanesimo limpido e autentico, abbracciato con forza di fede e vissuto con una radicalità che non conosce né ammette compromessi. Ed è proprio nei passaggi in cui l’autore svela se stesso che il romanzo cessa di essere semplicemente una “storia raccontata” per divenir espressione del fatto stesso di esistere, della responsabilità della vita, della sua fatica e del suo senso, sospeso tra speranza e tragedia. Alle tenebre che da ogni parte circondano gli esseri umani, Pasternak oppone la pacata fermezza di una razionalità vivificata dalla compassione e l’ostinazione commossa di chi ha scelto la fratellanza con il prossimo, e da questa posizione non solo critica, ma rifiuta completamente le logiche perverse della guerra prima e della “rivoluzione dal basso” poi.
“Penso che se la belva che dorme nell’uomo si potesse fermare con una minaccia”, scrive Pasternak con un coraggio, una profondità di sentimenti e un’onesta intellettuale che hanno pochi eguali nella storia della letteratura, “la minaccia della prigione o del castigo d’oltretomba, poco importa quale, l’emblema più alto dell’umanità sarebbe stato un domatore da circo con la frusta, e non un profeta che ha sacrificato se stesso. Ma la questione sta in questo, che, per secoli, non il bastone ma una musica ha posto l’uomo al di sopra della bestia e l’ha portato in alto: una musica, l’irresistibile forza della verità disarmata, il potere d’attrazione del suo esempio. Finora si riteneva che la cosa essenziale del Vangelo fossero le massime e le regole morali contenute nei comandamenti, mentre per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita d’ogni giorno, spiegando la verità al lume dell’esistenza quotidiana. Alla base di questo sta l’idea che i legami fra i mortali sono immortali e che la vita è simbolica perché ha un significato”. E ancora (e questa volta è Lara a parlare): “Tu forse ricordi meglio di me come tutto, in un momento, abbia cominciato ad andare in disfacimento: il funzionamento dei treni, il rifornimento delle città, le basi dell’armonia familiare, i fondamenti morali della coscienza […]. Allora sulla terra russa venne la menzogna. Il male peggiore, la radice del male futuro fu la perdita della fiducia nel valore della propria opinione. Si credette che il tempo in cui si seguivano le suggestioni del senso morale fosse passato, che bisognasse cantare in coro e vivere di concetti altrui, imposti a tutti. Cominciò a estendersi il dominio della frase, prima in veste monarchica, poi rivoluzionaria. Questo traviamento della società coinvolse tutto, contagiò tutto”.
Forse nessuna critica dell’autoritarismo e del pensiero unico, pur poggiando su basi teoriche quasi inesistenti, ha saputo colpire con così letale precisione il proprio bersaglio, e probabilmente è per questa ragione che il potere sovietico contrastò quest’opera con ogni mezzo a sua disposizione, almeno finché non fu costretto a capitolare di fronte all’“irresistibile forza della verità disarmata”, che ha fatto di questo lavoro un classico immortale. Leggete Il dottor Zivago, non lo dimenticherete.
Eccovi l’inizio del romanzo, buona lettura (la traduzione è di Pietro Zveteremich. Le poesie di Zivago in fondo al volume sono state tradotte da Mario Socrate).

Andavano e sempre camminando cantavano eterna memoria, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto. I passanti facevano largo al corteo, contavano le corone, si segnavano. I curiosi, mescolandosi alla fila, chiedevano: “Chi è il morto?” la risposta era “Zivago”. “Ah! allora si capisce”. “Ma non lui. La moglie”. “È lo stesso. Dio l’abbia in gloria. Gran bel funerale”. Scoccarono gli ultimi minuti, scanditi, irrevocabili. “La terra del Signore e la sua creazione, l’universo e ogni cosa vivente”. Il prete nel gesto della benedizione getto un pugno di terra su Màrija Nikolàevna. Fu intonato “Con gli spiriti giusti”. Poi tutto prese un ritmo spaventoso. La bara fu chiusa, inchiodata, calata nella fossa. Tambureggiò la pioggia delle palate di terra, rovesciata in fretta, con quattro vanghe, sulla cassa, finché non si formò un piccolo tumulo. Sopra vi salì un ragazzo di dieci anni. Soltanto quello stato d’inebetito torpore, che di solito prende alla fine d’ogni impotente funerale, poté creare l’impressione che il bambino volesse tenere un discorso sulla tomba della madre. 

Come scoiattoli chiusi in una gabbia

 

Nel grottesco, tragicomico orizzonte del teatro di Luigi Pirandello l’uomo è nello stesso tempo protagonista e naufrago, unico polo d’attrazione delle storie raccontate e vittima designata di quelle stesse vicende, che paiono costruite apposta per ritorcersi contro di lui, quasi fossero pronte a consumare una vendetta preparata da tempo. I personaggi del grande autore siciliano, insignito nel 1934 del premio Nobel per la Letteratura, prigionieri di un’esistenza d’ombra, vivono senza appartenere a se stessi, senza riconoscersi, confinati in ruoli che non si sono scelti, ed è proprio nella sovrapposizione artistica del palcoscenico, dove le consapevoli maschere d’attore si fondono con le identità indistinte di protagonista e comprimari del testo, che tutte le contraddizioni esplodono, dando vita a un quadro generale di caos e miseria spogliato di senso, di ogni possibile ordine (a partire da quello etico), e nel quale la sola opzione possibile è quella di un patetico brancolare nelle tenebre. Schiantata da se stessa, l’umanità disegnata da Pirandello si consuma nello sconfinato deserto dell’ignoranza e dell’inconsapevolezza, contentandosi di recitare la propria parte, di somigliare in tutto e per tutto, come scrive Massimo Bontempelli, “a uno scoiattolo che passa la vita a far girare vorticosamente la sua piccola prigione”.
Terribile e ridicolo, minaccioso, incombente eppure buffonesco, maligno e liberatorio come una risata, questo teatro degli equivoci e dell’assurdo, questa esplosione di follia che rovescia il mondo a testa in giù è in realtà – ed è ancora Bontempelli a spiegarlo con chiarezza assoluta e impressionante incisività – “il tragico e altissimo documento e monumento della fatalità che parve, all’aprirsi del tempo nuovo, ruinare l’umana civiltà e tutte le sue conquiste di venticinque secoli […]. La vita delle persone pirandelliane è grottesca e terribile: sono esse le vittime, non più come in Sofocle, della crudeltà d’Olimpo che le saetta dalle nubi; non più, come in Shakespeare, della indomabilità delle loro stesse passioni; non più, come in Ibsen, d’una legge morale ch’essi non sanno considerare se non come convenzione sociale: sono le vittime della torbida e lucida persuasione d’un immane nulla tutt’intorno all’uomo, centro e insieme circolo estremo d’un universo di raggio infinito, vittime della sostituzione di un ‘così è se vi pare’ all’apprendimento e all’accettazione vitale d’una costruzione di leggi”.
Paradigma dello spaesamento pirandelliano è il menagramo Rosario Chiàrcaro, protagonista dell’agrodolce atto unico La patente. Chiàrcaro, vittima della superstizione popolare, ha fama di essere un infallibile “jettatore”, una persona al cui fianco cammina la sfortuna e che è sufficiente incontrare per strada per ritrovarsi con qualche guaio tra capo e collo. Condannato da questa sua discutibile fama, Chiàrcaro è costretto a subire e sopportare le reazioni della gente al suo passaggio, a vederli girare i tacchi d’improvviso, toccare ferro, fare gli scongiuri, segnarsi, insomma, tentare in ogni modo di evitare che la malasorte li colpisca, finché, esasperato, non decide di denunciare per diffamazione il figlio del sindaco del paese e un assessore, colpevoli proprio di aver inequivocabilmente dimostrato al povero Chiàrcaro il loro irrazionale terrore. Del caso si occupa il severo giudice istruttore D’Andrea, persuaso che jella e jettatori siano solo un prodotto dell’ignoranza e deciso a rendere giustizia al malcapitato querelante, ed è qui che il normale andamento delle cose precipita nel suo opposto e la verità muta in menzogna, perché Chiàrcaro, di fronte a uno sbigottito magistrato, dichiara di essere proprio un uccello del malaugurio e pretende dal rappresentante della legge una patente che certifichi la sua condizione. Preso in giro da tutti, pubblicamente umiliato, senza più un lavoro, l’uomo vuole essere esattamente quel che gli altri credono sia, qualcuno da temere, da cui stare lontani, uno “jettatore patentato” cui pagare un obolo per evitare di essere colpiti dal suo potere malefico. Così, in un gustosissimo confronto tra ragione e ossessione, con Chiàrcaro che si presenta dinanzi al giudice vestito da perfetto menagramo, quasi fosse una celebre maschera della tradizione, un Arlecchino, un Pulcinella – “Rosario Chiàrcaro”, scrive con impareggiabile maestria lautore, s’è combinata una faccia da jettatore che è una meraviglia a vedersi. S’è lasciato crescere su le cave gote gialle una barbaccia ispida e cespugliosa; s’è insellato sul naso un paio di grossi occhiali cerchiati d’osso che gli danno l’aspetto d’un barbagianni; ha poi indossato un abito lustro, sorcigno, che gli sgonfia da tutte le parti, e tiene una canna d’India in mano col manico di corno. Entra a passo di marcia funebre, battendo a terra la canna a ogni passo, e si para davanti al giudice” – la tragica farsa si snoda fino all’impagabile finale (che non svelo), che certifica, nel ghignante trionfo del disordine irrazionale, l’irrimediabile solitudine esistenziale dei fragilissimi eroi di Pirandello.
Eccovi l’incipit della commedia, un piccolo, entusiasmante gioiello di stile e di mefistofelica perfidia che si divora d’un fiato. Buona lettura.
Stanza del giudice istruttore D’Andrea. Grande scaffale che prende quasi tutta la parte di fondo, pieno di scatole verdi a casellario, che si suppongono zeppe d’incartamenti. Scrivania, sovraccarica di fascicoli, a destra, in fondo; e, accanto, addossato alla parete di destra, un altro palchetto. Un seggiolone di cuoio per il Giudice, davanti la scrivania. Altre seggiole antiche. Lo stanzone è squallido. La comune è nella parete di destra. A sinistra, un’ampia finestra, alta, con vetrata antica, scompartita. Davanti alla finestra, come un quadricello alto, che regge una grande gabbia. Lateralmente a sinistra, un usciolino nascosto.
Il giudice D’Andrea entra per la comune col cappello in capo e il soprabito. Reca in mano una gabbiola poco più grossa d’un pugno. Va davanti alla gabbia grande sul quadricello, ne apre lo sportello, poi apre lo sportellino della gabbiola e fa passare da questa nella gabbia grande un cardellino. 

La storia, interminabile epopea dei vinti

Recensione di “Grande seno, fianchi larghi” di Mo Yan

 

Mo Yan, Grande seno, fianchi larghi, Einaudi
Mo Yan, Grande seno, fianchi larghi, Einaudi

Un remoto angolo della Cina (Gaomi, provincia dello Shandong), un villaggio e i suoi abitanti, e in questo villaggio una famiglia in particolare, gli Shangguan, composta da moglie, marito, dai genitori dell’uomo e dalle sette figlie della coppia. Intorno, a perdita d’occhio, la natura rigogliosa, quasi selvaggia, sovrumana, eterna, indifferente a tutto quel che accade eppure in qualche modo esempio e monito per gli uomini. Questo l’essenziale scenario in cui Mo Yan, Premio Nobel per la Letteratura 2012, ambienta il suo monumentale Grande seno, fianchi larghi, affresco storico e saga generazionale che racconta gli ultimi settant’anni del proprio Paese, dall’invasione giapponese del 1937 alla tragedia della guerra civile, dal trionfo del partito comunista, sfociato nella dittatura maoista, fino all’attuale capitalismo di Stato. “Scrittore senza cultura”, “scrittore contadino” (secondo la sua stessa definizione), Mo Yan non inquadra i fatti, gli accadimenti, non ricostruisce; il passato, al pari del presente, gli serve da semplice orientamento, da scenario, quello su cui concentra tutto il proprio impegno di narratore sono i singoli vissuti che si originano dalle vicende. In una parola, non il sanguinoso arrivo dei “diavoli giapponesi”, né l’eroismo (inevitabilmente contraddittorio, feroce, ingiusto) della resistenza; non le devastazioni del conflitto intestino, la deriva ideologica maoista, i lunghi, insopportabili periodi di carestia, né il sogno, spesso venato d’incubo, della corsa all’arricchimento capitalista, ma le risposte degli uomini e delle donne del popolo a tutti questi rivolgimenti, la loro capacità di adattarsi a essi come il loro soccombere. Prigionieri di tradizioni e convenzioni che sembrano immutabili, le persone comuni, e in special modo le donne, è come se trascinassero le loro esistenze lungo un sentiero già percorso (in quello stesso, identico modo) da milioni di altri, obbedienti a un destino inscritto nel semplice fatto di essere vivi; per questa ragione guardano a quel che accade, alla Storia, come si guarda a un estraneo incontrato per caso, con una sorta di quieto fatalismo (“apri la porta, se sarà fortuna, allora sarà fortuna, e se sarà disgrazia, non serve non rispondere, la disgrazia non se ne andrà comunque”).

Non a caso è una donna, un’indimenticabile figura di donna, la protagonista di Grande seno, fianchi larghi: Shagguan Lu, moglie feconda costretta all’adulterio (il marito è sterile) non solo per dare un senso alla propria vita ma per non essere uccisa. Come ogni altra donna (del villaggio, della provincia, della Cina e probabilmente anche del resto del mondo), Shangguan Lu ha valore – merita, cioè, i privilegi del matrimonio e del mantenimento, cui peraltro contribuisce in buona misura – solo se in grado di garantire la discendenza del suo sposo partorendo un figlio maschio; è per questo che dopo tre anni di infruttuosi tentativi, trascorsi sopportando ogni genere di violenza fisica e di umiliazione per quel suo ventre “testardamente vuoto”, si concede ad altri, dapprima senza quasi esserne consapevole e tuttavia con disperazione infinita (il padre delle prime due bambine è suo zio), poi con una sempre più accesa volontà di rivalsa (verso il marito e i genitori di lui), ma il destino avverso si accanisce, donandole esclusivamente femmine. Soltanto la sua ultima gravidanza sarà frutto d’amore, un amore brevissimo e tragico (il suo amante, un prete occidentale, le darà due gemelli, l’ennesima figlia, nata cieca, e il tanto agognato maschio, che viene alla luce, nelle splendide pagine che aprono il libro, proprio il giorno dell’invasione giapponese) che solo per qualche istante colmerà di dolcezza gli sfortunati giorni di Shangguan Lu.
Responsabile di una famiglia numerosissima (il marito e suo padre vengono trucidati dagli invasori, la suocera invece sopravvive per miracolo ma impazzisce), la donna consacra l’intera sua vita alla prole; è con essa e attraverso essa – attraverso i matrimoni delle figlie con proprietari terrieri, dirigenti del partito comunista, stranieri, attraverso i loro sacrifici, che in un caso arrivano fino alla scelta estrema della prostituzione, della vendita di sé, unico mezzo per assicurare sostentamento al resto della famiglia – che assisterà, sopportando privazioni terribili, al trasformarsi della sua patria. Intanto il figlio, Jintong, sul quale si appuntavano le più grandi speranze, cresce debole, privo di carattere, talmente dipendente dal latte materno da rifiutare qualsiasi cibo solido e sviluppare una vera e propria ossessione per i seni che lo segnerà fino all’età adulta.
Madre e figlio, Lu e Jintong (e assieme a loro la sterminata teoria di personaggi che ne incrocia il cammino), sono la storia della Cina; Mo Yan la offre al lettore guardando con i loro occhi, pensando con le loro teste, facendo proprie le loro esigenze (mangiare, sopravvivere, arrivare a domani in un modo o nell’altro) e in questo modo sottolinea l’incommensurabile frattura che divide i grandi disegni politico-sociali (la glaciale utopia maoista in primis) dalle genti cui dovrebbero essere destinate. La sua scrittura ha il respiro della terra e del cielo, la semplicità intoccabile ed eterna di quel che da sempre si tramanda attraverso il racconto orale, la cruda schiettezza della testimonianza e la sottile magia del mito, della fiaba (in una delle sorelle Shangguan trova dimora lo spirito Uccello, una delle tante entità soprannaturali che abitano le credenze popolari cinesi); è un arcobaleno di sfumature lungo il quale si dipana una commovente epopea di sconfitti.
Grande seno, fianchi larghi è un libro impegnativo, a tratti estenuante; non è una lettura per tutti, è una sfida, ma vale la pena accettarla. 899 pagine offrono tesori preziosissimi, e l’ultimo capitolo prima dell’appendice, interamente dedicato a Shangguan Lu, è un ritratto di madre che per intensità ha pochi eguali nella storia della letteratura.
Eccovi l’inizio. Buona lettura, e buon anno a tutti.
Nello spazio liscio e immacolato innumerevoli corpi celesti si muovevano avanti e indietro come le spolette di un telaio. Mandavano una calda luce rosata, alcuni avevano forma di seni, altri di glutei. Sembravano muoversi a loro piacere, ma in realtà seguivano ciascuno un’orbita precisa. Ognuno cantava la sua melodia, e sfrecciava seguendo il proprio cammino lungo traiettorie incrociate. Contemplando questa grande armonia, padre Ma Luoya gridò, con gli occhi pieni di lacrime: – Signore altissimo, ci sei solo tu, tu solo! – E il suo grido lo svegliò di soprassalto. Il prete stava tranquillamente sdraiato sul kang. Ammirava gli scintillanti raggi rossi splendere sul seno rosato della Vergine Maria, e sul volto paffutello del Bambin Gesù dal culetto nudo che teneva in braccio. A causa dell’acqua piovuta dal tetto l’estate prima, macchie di umido si erano formate sul quadro a olio appeso alla parete, e sul volto della Madonna e del bambino era comparsa un’espressione ebete e feroce, come quella di un nano. Un ragnetto dalle zampe lunghe e sottili tesseva la sua tela di argentini fili di seta. Appeso davanti alla finestra luminosa, dondolava spinto da una fresca brezza. «Al mattino si annunciano buone notizie, la sera ricchezze». Di fronte al ragno, quella donna bellissima dall’incarnato di porcellana aveva pronunciato questa frase. Ma quali belle notizie mi posso aspettare? Quali belle notizie? Nella testa di Ma Luoya balenavano ancora le immagini a forma di seno e sedere di quei corpi celesti. Allungando il dito gonfio si pulì gli occhi dalle secrezioni giallastre. Sentiva provenire dalla strada il rullio delle ruote dei carri. Dalla palude distante giungeva il richiamo della gru dalla cresta rossa e si udiva persino il belato risentito della capra da latte. I passeri sbattevano con ruvidi fruscii sulla carta fissata alla finestra. 

Il cuore dell’uomo messo a nudo

 

Gao Xingjian, La montagna dell'anima, BUR
Gao Xingjian, La montagna dell’anima, BUR

Una prosa evocativa, potente, che sembra avere lo stesso respiro della natura che descrive e partecipare della sua sovrumana immortalità, dell’eterna circolarità del suo tempo, scandito dall’alternarsi delle stagioni. Ne La Montagna dell’Anima, Gao Xingjian, Premio Nobel per la letteratura nel 2000, racconta di un viaggio diverso da qualsiasi altro. A compierlo, per ragioni tra loro diversissime, sono due persone, il primo in cerca di un luogo di cui ha sentito meraviglie (la Montagna dell’Anima che dà il titolo al romanzo), il secondo – uno scrittore perseguitato dal regime al potere, alter ego dell’autore – in cerca di un senso da dare alla propria esistenza. A unire il destino di entrambi è la sete d’assoluto, riflessa nell’incanto della foresta incontaminata che ricopre la montagna così come nei luoghi attraversati dallo scrittore, nei villaggi brulicanti di vita, nelle singole storie degli abitanti, e nei ricordi che di volta in volta destano. 

La Montagna dell’Anima è un libro unico, un capolavoro indimenticabile, e Gao Xingjian una delle voci più limpide e intense della letteratura contemporanea, un autore da leggere assolutamente. Quest’opera, di vertiginosa bellezza, non è soltanto un lavoro stilisticamente perfetto, un capolavoro di eleganza, un magistrale esercizio di stile che lascia sbalorditi per la sua raffinatezza formale; è, ed è certamente questa la cosa più significativa, un romanzo coraggioso, sfrontato e disarmante come la verità. Verità a fianco della quale questo scrittore si è sempre schierato, senza temere di pagare il prezzo di questa sua scelta.
Eccovi due estratti del romanzo. L’inizio e un piccolo momento del viaggio dello scrittore.
Sei salito all’alba su una corriera traballante, di quelle che in città non si usano più, e dopo dodici ore di sobbalzi su impervie strade di montagna, sei arrivato in questa cittadina del sud. Con lo zaino in spalla e un borsone in mano, fermo alla stazione  invasa da cartacce di gelati e avanzi di canna da zucchero, scruti l’umanità che ti circonda. Uomini piegati da sacchi di ogni dimensione e donne con bambini in braccio scendono dagli autobus o attraversano il piazzale, mentre giovani con le mani libere, senza sacchi né ceste, pescano dalle tasche semi di girasole, se li ficcano in bocca uno dietro l’altro e sputano la scorza con gesti abili ed eleganti, emettendo un leggero sibilo. Hanno l’aria spensierata e disinvolta, tipica del luogo. Sono a casa, perché dovrebbero sentirsi a disagio? Le loro radici affondano in queste terre da generazioni, è inutile che tu venga qui da tanto lontano a cercare le tue.
Hai vagato da una città all’altra, da un capoluogo di distretto a uno di provincia, da una provincia all’altra, da una regione all’altra e così via, senza fine. Talvolta in un vicolo dimenticato dalla pianificazione urbana ti è capitato di scoprire d’improvviso una vecchia casa con la porta aperta. Ti fermavi e gettavi un’occhiata al cortile con i panni stesi su bastoni di bambù, avevi l’impressione che bastasse entrare per tornare all’infanzia e ravvivare i ricordi appannati […]. Devi sapere che ciò che cerchi è raro. Non essere incontentabile, dopotutto puoi ottenere solo ricordi vaghi e indistinti come sogni, ricordi che non fanno mai appello alle parole. Quando li enunci sono solo frasi concatenate, nient’altro che frammenti passati al setaccio attraverso le strutture della lingua.