Cristo delle trincee

Recensione di “E Johnny perse il fucile” di Dalton Trumbo

Dalton Trumbo, E Johnny prese il fucile, Bompiani

Cosa resta di un giovane tornato dalle trincee del primo conflitto mondiale senza più volto, cieco, sordo, muto e privo di tutti e quattro gli arti? Cosa si può dire di lui? Che è morto anche se il suo cuore non si è fermato? Che è vivo perché il suo cervello non smette di pensare e di inviare impulsi elettrici a quel che resta della sua carne, al tronco e allo stomaco violentato da un tubo d’acciaio attraverso cui passa l’indispensabile nutrimento? Cosa possono dire i medici di questo ragazzo, ferito tra milioni di feriti, mutilato tra milioni di mutilati eppure così diverso da ciascuno di loro da essere un caso unico al mondo? Di averlo salvato? Di averlo condannato? Di essere riusciti in un miracolo o di aver dato corso a un orrore indicibile? E cosa può dire di se stesso questo ragazzo? Cosa può pensare? Cosa può desiderare? Cosa può sperare? Di fronte a tutte queste domande, molte delle quali destinate a rimanere senza risposta (o per dir con più esattezza destinate a non avere una risposta soddisfacente), ossessivamente ripetute a se stesso, si trova, come dinanzi a una parete liscia e immensa impossibile da scalare, l’ex soldato Joe Bonham, protagonista di E Johnny prese il fucile dello sceneggiatore americano Dalton Trumbo. Continua a leggere Cristo delle trincee

Il teorema della speranza. E dell’infelicità

Recensione di “Il matematico indiano” di David Leavitt

David Leavitt, Il matematico indiano, Mondadori
David Leavitt, Il matematico indiano, Mondadori

C’è sincera ammirazione, oltre a un pizzico di compiaciuta perfidia, nella descrizione dell’ambiente accademico di Cambridge di inizio Novecento che David Leavitt offre ne Il matematico indiano, coinvolgente romanzo pubblicato nel 2007 e che due anni più tardi si è aggiudicato il premio Grinzane Cavour per la narrativa straniera. La storia che racconta è quella, vera (seppur modificata per ragioni squisitamente narrative), dell’amicizia intellettuale tra l’insigne matematico G.H. Hardy e uno sconosciuto contabile indiano, Srinivasa Ramanujan, geniale mente matematica costretta all’anonimato (e quel che è peggio alla clandestinità dei propri studi) dal semplice fatto di non essere nato in Occidente e dalla sfortunata condizione sociale. Dopo aver scritto, senza ottenere risultati, ad altri professori, Ramanujan decide di rivolgersi ad Hardy, che, colpito dai calcoli e dai teoremi che l’uomo acclude al suo scritto, gli risponde. È da qui che prende avvio tutta la vicenda, che l’autore sceglie di raccontare attraverso due differenti scansioni temporali: il personale ricordo di Hardy (che avrebbe dovuto costituire il tema di una conferenza organizzata all’Università di Harvard a parecchi anni di distanza dagli avvenimenti) e la narrazione vera e propria dei fatti.

Quel che prepotentemente emerge da questo doppio binario espositivo è l’umana fragilità di tutti i protagonisti del romanzo. A partire da Hardy, tanto rigoroso nel suo lavoro quanto incapace di vivere la propria vita al di fuori dell’ambiente universitario (peraltro sopportato con estremo disagio), per continuare con i suoi colleghi del corpo insegnante, tutte eminenti personalità del panorama culturale mondiale (il filosofo e logico Bertrand Russell, che Leavitt malignamente dichiara affetto da pestilenziale alitosi, e che, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, paga in prima persona la strenua difesa delle proprie convinzioni pacifiste; l’economista John Maynard Keynes; il padre della filosofia analitica George Edward Moore; John Littlewood, altro grande matematico, che nasconde i propri tormenti dietro una spensieratezza di facciata, tutti membri dell’esclusivo club studentesco degli Apostoli, alle cui riunioni settimanali partecipano per dare sfogo alla propria “normalità”, cercando – e in qualche caso addirittura mendicando – tra gli altri aderenti, considerazione, attenzione e amore; e ancora il brillante studente Ludwig Wittgenstein, scandalizzato proprio dalla “libertà” di quelle riunioni) e infine con Ramanujan stesso, consumato dal desiderio di veder riconosciuto il proprio valore, di prendersi la rivincita su tutti coloro che, per gran parte della vita, lo hanno ignorato, ma incapace di adattarsi alla vita di un college inglese e imbarazzato dall’eccesso di attenzioni che gli vengono riservate.
“Compagno di strada” dei suoi personaggi, Leavitt ne coglie con commovente sensibilità tutte le sfumature di carattere e lascia che siano le scelte, le decisioni, i dubbi, i ripensamenti, i rimpianti di ciascuno a dettare i tempi del suo racconto e a dare volto e cuore alla materia fredda (anche se solo in apparenza) dei numeri, che tuttavia lo scrittore americano presenta al lettore con impeccabile e fascinosa chiarezza (le pagine che riportano i tentativi di dimostrazione dell’ipotesi di Riemann, il lavoro di una vita di Hardy, e per certi versi anche di Ramanujan, si leggono con il medesimo trasporto dei capitoli dedicati agli amori dello stesso Hardy, al suo ruvido ateismo, alla rassegnata nostalgia del giovane indiano per la giovanissima moglie lontana, alla sua complicata situazione familiare, al generale sconvolgimento prodotto dalla Grande Guerra); il risultato di questo lavoro, impreziosito da una scrittura fluida e di notevole eleganza formale, è un romanzo bellissimo, al tempo stesso crepuscolare e avvincente, magicamente sospeso tra realtà e invenzione.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
L’uomo seduto accanto al podio sembrava vecchissimo, almeno agli occhi dei suoi ascoltatori, per la maggior parte giovanissimi. In realtà non aveva ancora sessant’anni. La sfortuna degli uomini che sembrano più giovani della loro età, pensava spesso Hardy, è che a un certo punto della vita oltrepassano un confine e cominciano a sembrare più vecchi di quanto non siano. Quando era uno studente universitario a Cambridge, veniva regolarmente scambiato per un ginnasiale in visita. Quando era già un docente, veniva regolarmente scambiato per un laureando. Adesso l’età lo aveva raggiunto e superato, e sembrava l’incarnazione dell’anziano matematico che il progresso si è lasciato alle spalle. “La matematica è un gioco per uomini giovani” – lui stesso avrebbe scritto queste parole di lì a pochi anni – e per lui era durato più che per molti altri. Ramanujan era morto a trentatré anni. Gli ammiratori odierni, affascinati dalla leggenda di Ramanujan, facevano congetture sui risultati che avrebbe potuto conseguire se fosse vissuto più a lungo, ma l’opinione personale di Hardy era che non avrebbe ottenuto molto. Era morto lasciandosi il lavoro migliore alle spalle.
Questo avveniva a Harvard, nella New Lecture Hall, l’ultimo giorno d’agosto del 1936. Hardy era uno dei numerosissimi studiosi convocati da tutto il mondo per ricevere la laurea ad honorem in occasione del trecentesimo anniversario dell’università. Tuttavia, a differenza della maggior parte dei partecipanti, non era lì – e neppure era stato invitato, intuiva – per parlare del suo lavoro o della sua vita. Questo avrebbe deluso il suo pubblico. Volevano sentirlo parlare di Ramanujan.

Dalla Bosnia al resto del mondo

Recensione de “Il ponte sulla Drina” di Ivo Andric

Ivo Andric, Il ponte sulla Drina, Mondadori
Ivo Andric, Il ponte sulla Drina, Mondadori

La profondità dell’analisi sociale e politica di Ivo Andric, l’ampiezza e l’acutezza dei contesti storici nei quali ambienta i suoi romanzi, l’attenzione alle vite dei singoli, considerati, con tolstojana pietà, fulcro del procedere della storia, si devono principalmente alla sua non comune sensibilità, alla sua inesauribile umanità. Cantore di una terra, la Bosnia, allo stesso tempo tormentata e insignificante (quantomeno se paragonata, senza l’approfondimento che meriterebbe, ai destini di nazioni come l’Inghilterra, la Germania, la Francia, l’Italia), ricchissima di tradizioni e di cultura, luogo di incontro di etnie diverse e soprattutto liquido confine tra Oriente e Occidente, Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961, racconta, con stile inimitabile – capace di mescolare tra loro lirismo, allegoria, simbolismo, ricostruzione storica, riflessioni psicologiche e filosofiche – l’irriducibile complessità di questo angolo di mondo.

La diffusa condizione di povertà e di ignoranza, la semplicità della vita contadina, la spiritualità vivissima che emerge e prende forma nel potente afflato religioso del popolo, il rassicurante richiamo a una sorta di immutabile continuità (che ostinata sopravvive allo scorrere degli anni) legata al ripetersi di antichi riti; tutto questo Andric lo restituisce con la leale, aperta sincerità del testimone ma anche con la trascinante passione di chi sa di essere parte integrante della vicenda che racconta.

Nel suo romanzo più famoso, Il ponte sulla Drina, il grande autore bosniaco narra ben quattro secoli di storia; la sua prosa si concentra sui dettagli di un microcosmo periferico e via via allarga il proprio sguardo fino a comprendere l’intera Europa, e poi il mondo, sconvolto e trascinato oltre se stesso, in una realtà che non si credeva neppure capace di immaginare, dall’esplodere del primo conflitto mondiale. La sua scrittura sembra possedere le medesime caratteristiche della gente che descrive; ha la loro forza, la loro pazienza (che a un primo sguardo si rischia di scambiare per rassegnazione ma che in realtà è straordinaria forza di volontà), ne riflette la semplicità così come l’impressionante vastità del loro mondo interiore; e in un continuo mutare di accenti descrive la vita degli abitanti della cittadina di Visegrad.
Tagliata in due dal fiume Drina, Visegrad è unita da un ponte, fatto costruire nel Cinquecento dal visir Mehemed Pascià Sokolovic. Simbolo della sofferenza e del sacrificio di numerosissimi cristiani (che gli uomini del visir al potere hanno impiegato per la sua realizzazione), il ponte è tuttavia anche ciò che concretamente unisce le due religioni nemiche, quella cristiana e quella musulmana, e gli uomini che le rappresentano. Ed è tra le sue arcate e lungo il suo passaggio (circa duecentocinquanta passi di lunghezza) che, giorno dopo giorno, questi nemici imparano a conoscersi, a vivere, e forse a comprendersi l’un l’altro. Fin quando la guerra non segna il loro ingresso nel mondo, quello stesso mondo di cui hanno sempre fatto parte ma che per secoli si sono illusi di poter osservare da lontano, come spettatori in un teatro.
Il ponte sulla Drina è un’opera splendida, che coniuga il rigore del saggio storico al fascino classico del romanzo. Eccovi l’inizio, buona lettura.

Per la maggior parte del suo corso il fiume Drina s’apre la strada attraverso anguste gole tra scoscese montagne o attraverso profondi canon dai fianchi a picco. Soltanto in alcuni tratti le sue sponde si allargano in aperte pianure per formare, su una o entrambe le rive, distese solatie, in parte piane, in parte ondulate, atte a essere lavorate e abitate. Un ampliamento di questo genere si trova anche qui, presso Visegrad, nel punto in cui la Drina scaturisce con un’improvvisa svolta dalla profonda e stretta gola formata dai Massi di Butko e dai monti di Uzvanica. La curva della Drina è oltremodo angusta e le montagne ai due lati sono talmente ripide e ravvicinate che sembrano un massiccio compatto, dal quale il fiume scaturisce come da una cupa muraglia. Ma qui le montagne si allargano improvvisamente in un anfiteatro irregolare, il cui diametro, nel punto più ampio, non supera la quindicina di chilometri in linea d’aria.