I foruncoli e le mammelle del merito

Recensione di “Una bellezza russa” di Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov, Una bellezza russa, Adelphi

È la desolazione dell’uomo solo, privato della patria, derubato dell’odore della terra che lo ha visto nascere, dell’infinità del cielo sul quale ha spalancato gli occhi, della povertà delle case che lo hanno protetto, degli inconfondibili suoni da cui è stato cullato e che poco alla volta, giorno dopo giorno, sono divenuti la voce che egli ha donato al mondo, con la quale ha cercato di conoscerlo, provato a comprenderlo. È la tragedia di una solitudine per la quale non esiste rimedio; è lo scandalo di un abbandono assoluto, che puzza di morte, il cui vuoto incolmabile è quello di immensi campi bruciati, resi sterili dalla violenza feroce del fuoco; è il pianto liberato dinanzi a una bara aperta, quel colmare gli occhi di lacrime che non conosce comunanza e si chiude a ogni possibile comprensione; è il fallimento dell’amore come rimedio al dolore, il suo naufragio, specchio di quello esistenziale di chi sa che non potrà più rivedere il proprio Paese. Tutto questo è il filo rosso che unisce tra loro i racconti di Vladimir Nabokov pubblicati nella raccolta intitolata Una bellezza russa (in Italia edita da Adelphi nelle traduzioni di Dmitri Nabokov, Franca Pece, Anna Raffetto e Ugo Tessitore), un insieme di storie che del grande romanziere russo naturalizzato statunitense offre un profilo inedito. Quel che di questo magnifico scrittore ci hanno detto i romanzi, infatti – la sua ineguagliabile raffinatezza narrativa, la radicalità dei temi toccati, sfumata dalla perfezione della prosa ma in nulla depotenziata nella sua essenza, la filosofica circolarità dell’umorismo, tanto venato d’amarezza quanto vestito dei colori sgargianti della deformazione grottesca, via maestra per indicare il vero – qui è in buona misura messo da parte; in queste pagine a prevalere è un tono quasi dimesso, un grigiore uniforme, che è tanto nelle cose quanto nei personaggi, tanto nelle ambientazioni quanto negli interiori paesaggi dei protagonisti. Continua a leggere I foruncoli e le mammelle del merito

Un precipitare d’anni e d’emozioni

Recensione di “In fuga” di Alice Munro

Alice Munro, In fuga, Einaudi

Una frattura, un baratro che si spalanca d’improvviso interrompendo traumaticamente la rassicurante monotonia dei giorni che seguono ai giorni. Uno spezzarsi della vita, un frantumarsi di abitudini, uno sfarinare di certezze, un chimico dissolversi, un precipitare di emotive sostanze che tornano mutate in altro, a volte addirittura nel proprio opposto, a volte invece semplicemente rafforzate in quelle che un tempo non erano che sfumature, sospetti, pallide sensazioni, dalla loro esplorazione del tempo, da quel malato contrarsi degli anni che è incancellabile testimonianza del dolore provato. L’abisso, la sua epifania, sconvolgente eppure in qualche misterioso modo attesa, quasi respirasse, al pari di una vita nel grembo materno, nella trama delle cose, in ciò che resiste al di sotto della mutevole superficie del mondo, e le conseguenze cui conduce, sono la chiave, contenutistica e narrativa della splendido e straziante volume di racconti di Alice Munro intitolato In fuga (in Italia edito da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso). Nei suoi brevi, intensissimi quadri di vita (tre dei quali, i racconti intitolati Fatalità, Fra poco e Silenzio hanno identica protagonista e continuità tematica) la scrittrice canadese, premio Nobel per la Letteratura nel 2013, disegna ritratti di donne tormentate non tanto da ben identificate paure quanto dall’impossibilità di non cadere in qualche errore, di non inciampare in una distrazione, un infortunio, una leggerezza che potrebbe rivelarsi catastrofica. Continua a leggere Un precipitare d’anni e d’emozioni

I dannati e il loro inferno

Recensione di “Racconti” di Friedrich Dürrenmatt

Friedrich Dürrenmatt, Racconti, Feltrinelli

Hanno l’atmosfera inquietante degli incubi e i contorni bui e inafferrabili di una realtà decisamente troppo folle, o terribile, o grottesca, o assurda per essere vera i Racconti di Friedrich Dürrenmatt pubblicati da Feltrinelli; storie scritte nell’arco di quarant’anni (dal 1942 al 1985) che, pur toccando i generi più diversi, hanno il loro denominatore comune nella scelta degli argomenti trattati, nell’antropologica “curiosità” dell’autore, nella sua filosofica analisi del male, nel confronto aperto, spigoloso, tra la parola scritta e il mondo, cui la letteratura si rivolge come a suo privilegiato oggetto d’analisi e che è nello stesso tempo chiamata a interpretare e comprendere. Al di là delle ovvie differenze di stile, quel che davvero colpisce in questo libro è il progressivo mutare del respiro narrativo degli intrecci; mentre all’inizio emerge con forza il bisogno di dar forma, razionalità a una storia, di inquadrarla e in tal modo evidenziarne il senso (e dunque il fine ultimo), in lavori più maturi e strutturati quest’ansia cede il passo alla pura suggestione della parola, alla sua capacità di creare situazioni, personaggi e da lì procedere alla costruzione di scenari più ampi, più gravidi di implicazioni. Continua a leggere I dannati e il loro inferno

Tra sogni, ricordi e dybbuk

Recensione di “Racconti” di Isaac B. Singer

Isaac B. Singer, Racconti, Corbaccio

Una geografia che resiste tenace nei ricordi dei sopravvissuti, che al di là della polvere degli anni, della volontà di annientamento dell’uomo sull’uomo e dei verdetti della storia, replica se stessa nelle leggende orali, nelle memorie piene d’orrore, nella volontà di rivincita o forse soltanto nel rifiuto dell’oblio. Una geografia fitta di luoghi che, così come sono stati in passato, non esistono più né mai torneranno a essere, una geografia legata a una stagione e a un vivere che quasi sfumano nell’inconsistenza del sogno a occhi aperti, stretta come un abbraccio attorno alle società chiuse dei villaggi, alle millenarie tradizioni che ne scandivano il perpetuarsi, all’eterno ricorso ai libri di preghiera, alla devozione al Dio creatore dell’universo e ai dubbi che i suoi imperscrutabili disegni fanno sorgere perfino nelle anime dei più pii fra i pii, all’improvviso manifestarsi del meraviglioso e dell’inesplicabile, le cui maschere possono indifferentemente essere quelle colme di pietà e grazia del miracolo e quelle ghignanti e beffarde della maledizione. Questa geografia di terre e uomini che è a un tempo cronaca ed epopea spirituale, eco di un pensiero e di un sapere antichi quando l’idea stessa di tempo e racconto tragicomico di destini individuali e collettivi è il luccicante palcoscenico all’interno del quale Isaac B. Singer ambienta i suoi splendidi e suggestivi Racconti, in Italia raccolti e pubblicati da Corbaccio. Continua a leggere Tra sogni, ricordi e dybbuk

Nascita di una nazione

Recensione de “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer

Geoffrey Chaucer, I racconti di Canterbury, Mondadori

“I ‘Canterbury Tales’ (che il Chaucer ideò intorno al 1387) costituiscono la vasta e multiforme epopea della società medievale inglese, colta nel periodo in cui questa stava passando dal feudalesimo all’organizzazione nazionale. Tale trasformazione, che aveva avuto inizio assai prima della nascita del poeta e si sarebbe compiuta molto tempo dopo la sua morte, fu affrettata durante il corso della sua vita da profondi rivolgimenti politici ed economici. Mentre la guerra dei cento anni con la Francia […], incominciata come guerra dinastica e feudale, andava assumendo un carattere etnico e «imperialista», una spaventosa epidemia di peste colpiva l’Inghilterra: in soli tre mesi […] la popolazione del regno venne ridotta da quattro a due milioni circa. In una società in cui di solito il mutare delle condizioni di vita era molto lento, le conseguenze economiche d’uno spopolamento così rapido si fecero sentire ancor più […]. Durante questo periodo di grandi mutamenti nella struttura della società, ebbe inizio in Inghilterra un movimento religioso precorritore della riforma protestante. La Chiesa, che aveva civilizzato il paese insegnando ai ricchi la carità e ai potenti la moderazione, era stata a sua volta corrotta dalla ricchezza e dalla potenza […]. Continua a leggere Nascita di una nazione

L’elemento nuovo

Recensione de “La saggezza di Padre Brown” di Gilbert Keith Chesterton

Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown
Gilbert Keith Chesterton, La saggezza di Padre Brown

Danzano sul sottile filo d’acciaio di un’ironia garbata e pungente, di un sarcasmo compiaciuto che sembra voler fare da contraltare all’oscurità del delitto, all’ombra del male, di una serenità quieta, incardinata nella certezza trascendente della fede e nello stesso tempo vestita della medesima imperfezione che è degli uomini, i racconti che compongono la seconda raccolta delle avventure di Padre Brown, intitolata La saggezza di Padre Brown (della prima raccolta, Il candore di Padre Brown, ho già scritto qui). Continua a leggere L’elemento nuovo

La guerra di Berto

Recensione de “La colonna Feletti” di Giuseppe Berto

Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio
Giuseppe Berto, La colonna Feletti, Marsilio

Il tono sommesso, crepuscolare, che sembra quasi raccontare in tono di scusa la guerra d’Etiopia, lo smarrimento italiano di fronte alla solennità della terra d’Africa, l’ingenua arroganza del conquistatore contrapposta alla dignità dell’invaso, dello sconfitto, l’umanità travolta dal conflitto e che al conflitto cerca di opporsi come può; rifugiandosi nella disciplina severa del soldato o rincorrendo senza sosta un significato, un’emozione, una scintilla, qualcosa capace di aiutare quel tempo e quei luoghi ad ancorarsi alla memoria, a farsi esperienza, a diventare vita: “Cercava di suscitare in sé una commozione, per rendere poi più facile e individuabile il ricordo. Una sera, tanti anni fa, davanti a un paese chiamato così e così, stanco dopo una lunga giornata di cammino sull’altipiano del Beghmeder-Lastà, io ho pensato questo e questo, e c’era il sole basso che passava tra gli eucaliptus. Non gli veniva niente da pensare, niente d’importante almeno, e di sicuro non se ne sarebbe ricordato. Un mese fa, ad esempio. Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarsi dove si fosse trovato e cosa avesse visto un mese fa. Neppure di oggi sarebbe rimasto nulla, era la fine di una giornata come tante […]. Del resto, doveva ammettere che l’attrattiva più pericolosa di quella vita era appunto la mancanza di dimensione, dimensione anche morale, naturalmente, e quindi mancanza di responsabilità: lasciarsi vivere, da un giorno all’altro”. ù

E il sussurro della verità, in questa prosa lenta e dolorosa che avanza a fatica, trascinandosi come un esercito in un acquitrino, è quello personale dell’autobiografia; così, nel narrare la guerra, Giuseppe Berto prima di tutto narra se stesso. La sua adesione, prima alla drammatica impresa coloniale e poi al secondo conflitto mondiale, esposta nella sua nudità di semplice vissuto, di scelta, priva di qualsiasi stucchevole trionfalismo, vuota di giustificazioni e all’opposto ricchissima di dignità, del silenzioso eroismo di coloro che, malgrado tutto, lottano per restare “vivi e se stessi”, la generosa sincerità dell’autore, che non celebra e non accusa, che non rinnega nulla di ciò che ha fatto ma non per questo tace la sofferenza patita, il vuoto lasciato dagli amici perduti, lo sfinimento del corpo e dello spirito, commuovono e sorprendono.

Nei racconti di guerra e di prigionia di Giuseppe Berto raccolti nel volume intitolato La colonna Feletti non si respira né il viziato pentimento di un antimilitarismo abbracciato in ritardo né l’intransigenza di una convinzione, di un credo; le sue storie, certo, raccontano di vinti e non di vincitori, di morti più che di sopravvissuti (o di sopravvissuti che al fronte o nei campi di detenzione hanno irrimediabilmente perduto una parte di sé), ma nelle schiere di derelitti cui egli dà voce – e dei quali fa parte, Berto stesso, infatti, catturato nel 1943, trascorrerà tre anni a Hereford, in Texas, da internato – a emergere non sono, come ci si potrebbe aspettare, il rimpianto o la rabbia, bensì una limpida consapevolezza di quel che accade e la sua accettazione, non supina, non rassegnata, ma totale, piena, completa.

La guerra, dunque, così come Giuseppe Berto la restituisce in queste pagine, non è che la stazione di un’anonima via della croce; è il tempo dilatato e immobile, opprimente come afa e riempito di nulla, dei soldati inchiodati nelle postazioni in attesa di lanciarsi all’assalto del nemico (Sosta a Cassino), è il coraggio di immolarsi per l’ideale che si è deciso di abbracciare, malgrado la giovanissima età, malgrado la vita, la vita stessa, urli di non farlo, di cambiare idea, di tradire tutto e tutti per poter restare fedeli a sé (Necessità di morire), è la severità del campo di prigionia rispettata ma non subita (25 luglio nel Texas, La conversione, Avvenimento a Hereford), è la voglia di resistere, di esistere e di amare che sboccia improvvisa dove il suolo è più arido, più sterile che mai, in un corpo ferito sistemato in un letto d’ospedale (Il seme tra le spine), è l’eredità, spesso insostenibile, delle decisioni prese, che trasforma il dopoguerra dei vinti in un calvario senza fine (È passata la guerra).

Ma soprattutto è, nel racconto che dà il titolo al libro, puntuale cronaca di un massacro realmente accaduto (l’annientamento di una pattuglia italiana) che ha gli accenti e le sfumature di una lunga confessione, un omaggio, un riconoscimento, una testimonianza. Scrive in proposito Cesare De Michelis nella postfazione al libro edito da Marsilio: “[…] Berto ricorda nel suo primo racconto la drammatica sconfitta di una pattuglia italiana che invano cerca di sfuggire alla morte, senza rancore verso il nemico, senza esaltarsi di fronte al sacrificio di tante vite, pago di scorgere di fronte alla morte il volto più autentico degli uomini, il loro più nobile attaccamento alla vita […]. Il racconto d’esordio scritto appena tornato alla vita civile è davvero – come lo definì Berto stesso – «un curioso racconto», perché in esso si sommano, e poi si contraddicono, il proposito «di pagare un tributo di omaggio e riconoscenza» ai commilitoni tragicamente rimasti uccisi in un’impresa di guerra e il desiderio di evocare uno stato d’animo eccitato e spavaldo, del quale resisteva soltanto la nostalgia nel povero mondo provinciale dove era ormai per sempre tornato. Così l’originario proposito agiografico si scolora nel malinconico ricordo di una stagione rimpianta non per l’eroica gloria dei conquistatori ma piuttosto per la maschia solidarietà di uomini semplici, «ai quali rincresce molto morire, e non arrivano mai a pensare alla Patria o al Fascismo, ma soltanto ad un dovere di soldati e di compagni». Questo primato di un forte e netto impegno morale travolge qualsiasi tentazione puramente o astrattamente letteraria o, al contrario, apertamente propagandistica e suggerisce invece toni anticipatamente neorealistici, tanto è appassionata l’attenzione alla concretezza dell’esperienza, anche nei suoi aspetti meno clamorosi, e determinante la tensione a cavarne una lezione che la riassuma, vanificando qualsiasi aneddotica in una esemplare parabola”.

Eccovi l’inizio de La colonna Feletti. Buona lettura.

Maharenà era soltanto il capo dei portaordini, eppure sarebbe stato difficile immaginare il Comando di Battaglione senza di lui. Alto e robusto, sui quarant’anni, coi capelli e la barba lanosi e crespi, parlava l’italiano abbastanza bene, con una lieve cadenza meridionale: per quattro anni, da giovane, aveva fatto l’attendente ad un ufficiale barese.

Tutto cominciò e finì con una pietra

Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore, Garzanti
Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Garzanti

L’inesprimibile, forse, è quel che appartiene a tutti. Un sentire che ognuno sa di provare e per questo crede di conoscere, ma che quando si accinge ad analizzare, a descrivere, sfugge di mano, rifiuta di essere ridotto a oggetto di studio, respinge la soffocante univocità di una definizione. È come se l’universalità del suo manifestarsi, frammentandosi nei vissuti e nelle esperienze dei singoli, divenisse l’opposto di sé, si facesse unicità, e in questa veste rivendicasse l’irrinunciabile diritto alla propria sostanziale inconoscibilità. Sorta di “immagine allo specchio” di Dio, il cui esistere è in rapporto diretto con il ragionamento che prova, che dimostra l’essere, l’amore, presente in qualsiasi vita, non sopporta razionalità alcuna; intorno ad esso non c’è che un continuo discorrere, un confrontarsi incessante che somiglia all’impossibile fuga da un labirinto, il cercare affannoso e inconcludente del cacciatore di tesori, l’ingenuo e fragile interrogare di chi crede sia la favola la veste preferita della verità. Così, l’amore è tanto un eterno argomento di discussione quanto un vicolo cieco; è paradosso e contraddizione, è il nutrimento che non è possibile rifiutare e che pure non sazia, la fonte cui abbeverarsi senza che vi sia modo di estinguere la sete. Di questo amore, inteso come assenza di significato prima ancora che di speranza, racconta, tra pudore, ritrosia e generosi slanci di sincerità che hanno il sapore agrodolce delle confessioni e l’abbandono emotivo delle sconfitte, Raymond Carver in una delle sue più note e amate raccolte di racconti, esplicativa ed enigmatica a partire dal titolo: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Nei brevi (in qualche caso brevissimi) quadri di vita che compongono l’opera, lo scrittore americano isola un momento, un istante nel flusso del tempo, evidenziandone l’ineluttabilità; il mondo sordido e oscuro nel quale si muovono i suoi personaggi, un mondo dove a dominare sono la miseria morale e materiale, una polverosa infelicità e la coscienza viva, feroce, dello scarto incolmabile che separa quel che si desidera da ciò che si ha, è uno scenario da tragedia classica, orfana però di grandezza e splendore, impoverita, umiliata, fatta a pezzi. Al posto degli immutabili decreti del fato, o dell’indefettibile volontà del dio, da cui, nella letteratura greca, i destini degli esseri umani dipendevano per intero, Carver mette in scena le scheletriche decisioni di uomini abbruttiti dall’alcol, le prese di posizione di mariti frustrati e abbandonati, i sordi rancori covati per anni e poi esplosi nella violenza bruciante di un litigio definitivo, l’indifferenza dei figli, cresciuti come incidenti di percorso nella devastazione incolore di famiglie mai sbocciate; esausti, impotenti, assenti, i personaggi carveriani amano nell’identico modo in cui vivono, assediati da una precarietà odiosa e insistente, oppressi da un’ombra di sofferenza, incatenati alla propria meschinità come forzati o pazzi: “Quando Bill e Linda si sposarono, Jerry fece da testimone. Il ricevimento era al Donnelly Hotel, naturalmente, e Jerry e Bill fecero un gran casino tenendosi sottobraccio e tracannando bicchieri di ponce. Ma a un tratto, in mezzo a tutta quell’allegria, Bill guardò Jerry e pensò che sembrava molto più vecchio, molto più vecchio dei suoi ventidue anni”.

Asciutta, essenziale, scarna, la scrittura di Raymond Carver è simile alla lama di luce che penetra da uno spiraglio lasciato aperto, è il vorticare di un raggio di sole che caparbio si è fatto strada tra i pesanti tendaggi sistemati davanti a una finestra; viola la penombra di una stanza quanto basta perché si possa adeguatamente immaginare tutto ciò che non si riesce a vedere con chiarezza, e si posa sugli elementi fondamentali, su tutto ciò che è necessario compaia perché una storia prenda forma e si strutturi. Tra le sue pagine sature di disperazione, nelle case, negli interni anonimi che descrive, esausti, gonfi di respiri rochi, dove si rincorrono rimpianti sussurrati come scongiuri e condanne senza appello pronunciate con voce rotta dal pianto, la sua prosa si posa lieve come un soffio, e come un soffio arriva dovunque, dappertutto si annuncia accarezzando strade, alberi e persone, sfiorando tetti e vetri; e sempre annuncia l’amore, in ogni dove inseguito, braccato, stanato, quellamore che fa capolino per un istante e subito torna a nascondersi, a rifugiarsi nell’irraggiungibilità, negando consolazione al tormento di un uomo incapace di accettare che sua moglie, che lui ama così tanto, e non la moglie di un altro, di qualsiasi altro, muoia a causa di un male terribile – “Perché non qualcun altro? Perché non quei due di stasera? Perché non tutti quelli che non hanno mai problemi? Perché non loro invece di Edith?” – o lasciando perduti, nel loro sforzo di fare chiarezza, di trovare risposte, di capire se stessi e gli altri, un gruppo di amici e amanti raccolti attorno a un tavolo: “Sentivo il cuore che mi batteva. Sentivo il battito del cuore di ognuno. Sentivo il rumore umano che facevamo tutti, lì seduti, senza muoverci, nemmeno quando la stanza diventò tutta buia”.

Riconosciuto capolavoro letterario, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore è un lacerante viaggio nell’abisso del cuore umano, un’odissea che non conosce requie né lieto fine, la misura esatta del mistero che ciascuno di noi rappresenta e incarna.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Garzanti, è di Livia Manera. Buona lettura.

In cucina, si versò ancora da bere e guardò i mobili della camera da letto nello spiazzo davanti casa. Il materasso era nudo e le lenzuola a righe colorate erano sopra il comò, accanto ai guanciali. Per il resto, tutto aveva più o meno lo stesso aspetto che in camera da letto – comodino e lampada dalla parte di lui, comodino e lampada dalla parte di lei. La parte di lui, la parte di lei.

Marley, fantasma tra i tanti

Charles Dickens, Da leggersi all'imbrunire, Einaudi
Charles Dickens, Da leggersi all’imbrunire, Einaudi

Colmo di disperato rimorso, ridotto in ceppi, terribile a vedersi eppure in qualche misura anche patetico, debole, infelice, lo spettro di Marley, insostituibile socio in affari (e in perfidi egoismi) del misantropo Ebenezer Scrooge, è con ogni probabilità uno dei più riusciti caratteri soprannaturali nati dalla penna di Charles Dickens. Simbolo di una coscienza (e di un’esistenza) ormai quasi del tutto perduta e insieme strumento del suo ravvedimento e principio di una nuova vita, l’apparizione che apre il celeberrimo Canto di Natale (di cui ho già scritto in questo blog) racconta non solo del genio creativo del grande scrittore inglese ma anche della sua particolare inclinazione per il misterioso e l’inesplicabile, dell’attrazione provata verso quel mondo impalpabile eppure sempre presente (all’immaginazione, se non al raziocinio) dove dimorano i morti, dove respira l’orrore, dove ogni umana certezza si dissolve, e non ultimo dell’entusiastico interesse nutrito nei confronti del gotico letterario, così gravido di cupezza e così trionfalmente ricco di suggestioni. Marley tuttavia, pur nella sua scintillante perfezione, non è che un personaggio tra i tanti, un fantasma in una moltitudine; una creazione certamente eccentrica, per molti versi indimenticabile, e nonostante ciò nient’altro che un’apparizione, una splendida opera d’arte destinata a impreziosire una sovrabbondante galleria di “ritratti d’oltretomba”. Di questi ritratti e della loro genesi narra l’agile e preziosa antologia Da leggersi all’imbrunire (significativamente sottotitolata Racconti di fantasmi), raccolta di novelle macabre e spaventose che offrono, di Dickens, se non un profilo inedito, un quadro d’insieme non privo di sorprese. Impareggiabile narratore brillante, umorista finissimo, umanista intransigente e leggiadro, critico feroce delle disuguaglianze e delle storture sociali, Charles Dickens – che in questa raccolta viene presentato al lettore nei panni inediti (e senz’altro stretti, perché esclusivi) di “scrittore dell’occulto” – emerge in tutta la sua complessità nell’introduzione al volume (a cura di Malcolm Skey) e nella sua postfazione (dedicata ai padri, ai precursori e ai teorici della “letteratura spettrale” vittoriana); è tra queste pagine, infatti, che, tanto nella puntualità della biografia quanto nell’esuberante estemporaneità dell’aneddoto, si definiscono con precisione il contesto nel quale ha avuto modo di svilupparsi questa peculiare passione dickensiana, l’impatto che ha prodotto (sia in ambito privato sia dal punto di vista squisitamente professionale) e i frutti creativi che ha generato.

Ecco dunque che dallo spirito del romanziere evocato nel 1927 nientemeno che da Arthur Conan Doyle durante una seduta nel corso della quale Dickens “avrebbe rivelato la propria presenza sillabando sulla planchette lo pseudonimo «Boz», da lui usato in alcune delle primissime opere a stampa (per esempio Il circolo Pickwick)”, si passa alla descrizione di un ben preciso lato del suo carattere, figlio, oltre che di una personale propensione, di un innegabile condizionamento sociale: “È verissimo che Dickens (come quasi tutti i suoi contemporanei) provava un forte interesse per le cose dell’altro mondo e per le «interferenze» di questo nella vita quotidiana che egli, da bravo ex cronista e giornalista parlamentare, dipingeva nei suoi romanzi a tinte ferocemente realistiche. Non solo: arrivava persino a praticare una forma di mesmerismo (o «magnetismo animale»), di cui sono documentati almeno due casi […]. Sono noti anche l’amicizia e il rispetto che Dickens provava per Sir John Elliotson […], medico geniale e controcorrente, il quale nel 1838 fu costretto a dimettersi dalla cattedra all’Università di Londra per lo scandalo che destavano il suo entusiasmo per la «frenologia e il magnetismo animale», per non parlare delle popolarissime sedute mesmeriche che teneva nella sua residenza privata […]. Con tutto ciò, occorre […] sottolineare […] che i riferimenti nelle opere di Dickens allo spiritismo in quanto tale […] sono immancabilmente in tono beffardo”.

Questa sfaccettata rappresentazione è allo stesso tempo uno studio dell’uomo e dello scrittore e una bussola stilistica e interpretativa indispensabile al lettore per godere appieno tutto quel che rende meravigliosa la prosa dickensiana; l’ironia finissima, l’impeccabile precisione delle descrizioni d’ambiente, i geniali arabeschi fisico-psicologici che in pochissimi tratti definiscono un carattere fin nei minimi dettagli; caratteristiche uniche, che come gemme risplendono anche tra l’ombra densa d’inquietudine che abita l’inspiegabile, rendendo perfino l’incubo un viaggio entusiasmante.

Eccovi l’inizio del primo racconto della raccolta, intitolato Fantasmi natalizi. Buona lettura.

Nell’aria aleggerà per tutto il tempo un profumo di caldarroste e di altre buone cose, dal momento che stiamo narrando racconti d’inverno – anzi, a essere sinceri, storie di fantasmi – intorno al fuoco di Natale; e nessuno si muove, se non per spingersi un poco più vicino alle braci. Ma questo non ha importanza.

Un’illimitata geografia di possibilità

Recensione di “Sei problemi per Don Isidro Parodi” di Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares

Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Sei problemi per don Isidro Parodi, Adelphi
Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Sei problemi per don Isidro Parodi, Adelphi

Nel mondo chiuso e nello stesso tempo privo di confini della letteratura; in un’erudizione vastissima, capace di contenere in sé il vero e il suo opposto, di dare alla finzione la medesima sostanza di ciò che è reale e di far scivolare il consueto in un’invenzione fantastica perfettamente plausibile; nella rivisitazione curiosa, colta e originale dei generi; nella geniale costruzione di labirinti narrativi. E poi nell’intrecciarsi di inesistenti biografie, nella continua ricerca di un libro che senza essere mai nato è tutti i libri che sono già stati scritti e tutti quelli che ancora devono essere immaginati, nell’elaborazione di una storia che sia universale e insieme esploda, come un fuoco d’artificio, in mille e mille particolarismi, nella moltiplicazione degli specchi e nell’eternità, illusorio sussurro del tempo degli uomini.

Abita qui, in questo crocevia filosofico-letterario, il senso della scrittura di Jorge Luis Borges, uno degli autori più significativi del Novecento; qui hanno le loro radici lo stile raffinatissimo e inimitabile, il respiro della prosa, quieto come la superficie di un lago e misterioso, abissale, quasi incommensurabile nell’elaborazione dei temi e degli argomenti, lo sperimentalismo che sembra caratterizzare ogni opera ma che in realtà non è che la manifestazione di un talento particolare, meglio ancora, unico: quello di trovare nelle parole, in tutte le parole e in ogni loro possibile combinazione, una sorgente inesauribile di significati, una illimitata geografia di possibilità.

In questo sorprendente, spiazzante, irresistibile spazio dell’anima e della mente, la voce di Borges non soltanto risuona inconfondibile, perfino stentorea nella sua garbata pacatezza; sa anche, quando si presenta la giusta occasione, mescolarsi ad altre, espandersi in un’eco, allargarsi in cerchi concentrici: accade, per esempio, nell’affascinante e grottesco Sei problemi per don Isidro Parodi, scritto con Adolfo Bioy Casares. Compongono quest’opera ingegnosa e intrigante, un magnifico esercizio di stile, un divertissement prezioso, un riuscitissimo scherzo dalle palpitanti atmosfere noir presentato e raccontato da una “penna” inventata eppure più che verosimile – quella del dottor Honorio Bustos Domecq, nato “nella località di Pujato (provincia di Santa Fe) nell’anno 1893”, che scrisse questi racconti per “combattere il freddo intellettualismo in cui hanno sprofondato questo genere letterario [il giallo] Sir Conan Doyle, Ottolenghi, ecc.” -, sei intricati casi che vengono sottoposti all’acuto vaglio deduttivo di un investigatore tanto infallibile quanto improbabile. Perché il protagonista di queste storie agili e dense, ricchissime e polverose come magazzini abbandonati, ironiche e leggere, l’Isidro Parodi del titolo, è un carcerato, condannato (ingiustamente, va da sé) nientemeno che per omicidio. E forse è per questo, per il fatto di sangue di cui è stato ritenuto responsabile, che questo detenuto tranquillo, che senza patema né preoccupazione alcuna consuma i suoi giorni nella cella 273 del penitenziario nazionale di Buenos Aires, riesce a risolvere, semplicemente ascoltando gli affannati resoconti dei suoi “clienti”, i complicatissimi affari che li riguardano, e che sempre hanno a che fare con misteriosi delitti.

Il delizioso rincorrersi delle personalità degli autori, così simile al perfetto splendore della danza, al suo equilibrio miracoloso e fragile, dà vita a pagine indimenticabili, fitte di dialoghi arguti, abitate da personaggi meravigliosamente folli – valga per tutti il Molinari del primo racconto del libro, intitolato I dodici segni dello Zodiaco, che al cospetto di Parodi così si descrive: “Mi creda, io sono un giovane moderno, uno che vive al passo coi suoi tempi; mi piace divertirmi, ma mi piace anche meditare. Mi rendo conto che abbiamo ormai superato la fase del materialismo; le comunicazioni e le sedute del Congresso eucaristico mi hanno colpito profondamente […]. Io, come cattolico, ho rinunciato al centro spiritico Onore e patria, ma ho capito che i drusi formano una comunità progressista e sono più vicini al mistero di molti di quelli che vanno a messa la domenica” – colme di entusiasmanti colpi di scena.

Il rispetto del meccanismo narrativo del giallo classico e il suo patente tradimento (nella pressoché totale assenza di azione, nella brillante inverosimiglianza delle situazioni descritte, nella messe di rimandi letterari, nell’ordinata, quasi militaresca indistinzione di vero e falso) costituiscono, in aperta sfida al principio di non contraddizione, i pregi maggiori di un autentico, purissimo gioiello letterario.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Lucia Lorenzini. Buona lettura.

Il Capricorno, l’Acquario, i Pesci, l’Ariete, il Toro, meditava Achille Molinari, nel dormiveglia. Poi ebbe un attimo di incertezza. Vide la Bilancia, lo Scorpione. Capì di essersi sbagliato; si risvegliò tremando. Il sole gli aveva scaldato la faccia. Sul tavolino da notte, sopra l’Almanacco Bristol e alcuni numeri di La Fija, la sveglia Tic Tac segnava le dieci meno venti. Sempre ripetendo i segni, Molinari si alzò. Guardò fuori dalla finestra. All’angolo c’era lo sconosciuto.