Il nodo inestricabile

Recensione di “Americanah” di Chimamanda Ngozi Adichie

Chimamanda Ngozi Adichie, Americanah, Einaudi

“Alexa, e gli altri ospiti, e forse anche Georgina, capivano tutti la fuga dalla guerra, dal tipo di povertà che distruggeva l’animo umano, ma non avrebbero capito il bisogno di scappare dall’opprimente letargia dell’assenza di scelta. Non avrebbero capito perché persone come lui, cresciute con cibo e acqua abbondanti ma impantanate nell’insoddisfazione, abituate fin dalla nascita a guardare altrove, da sempre convinte che la vita vera fosse altrove, ora fossero decise a fare cose pericolose, illegali, come partire; nessuno di loro moriva di fame, o subiva violenze, o veniva da villaggi bruciati, ma aveva semplicemente sete di scelte, di certezze”. Forse è proprio qui la barriera insormontabile, nella strutturale incapacità dell’Occidente, finanche il più aperto, il più evoluto, il più progressista, di comprendere su scala più vasta di quella nazionale il concetto di mobilità sociale. Quel desiderio, quel bisogno, quella necessità che a volte assume le sinistre fattezze dell’ossessione di fare qualcosa, centrare un obiettivo, realizzarsi, inseguire (e raggiungere) la vita che ci si è immaginati, quell’andare un po’ più in là di dove sono arrivati i nostri padri, e prima di loro i nostri nonni, quel superarli per poi essere applauditi proprio da coloro abbiamo lasciato indietro, che abbiamo battuto, e che per anni e anni si sono sacrificati in ogni modo possibile affinché noi potessimo fare esattamente quello: lasciarceli alle spalle, progredire, avvicinare anche di un solo gradino in più il mistero della felicità. Continua a leggere Il nodo inestricabile

Inappropriato. Come la tragedia

Recensione de “La macchia umana” di Philip Roth

Philip Roth, La macchia umana, Einaudi
Philip Roth, La macchia umana, Einaudi

Il comportamento appropriato nella tragedia classica. Ecco il titolo di un corso il cui argomento verrebbe esaurito prima ancora di cominciare a trattarlo. Perché se appropriato è “la parola in codice corrente per frenare ogni deviazione dalle sane linee di condotta e mettere così ognuno «a suo agio»”, se ciò che è appropriato risulta essere in ogni occasione ciò che è opportuno, conveniente e forse in qualche caso, per puro colpo di fortuna, perfino giusto (o se non proprio giusto, non del tutto sbagliato, almeno), come può esserci spazio per qualsiasi altro comportamento? Che senso può avere una scelta diversa da quella appropriata? Perché decidersi per l’errore se non perché si ha l’intenzione manifesta di scandalizzare, di ignorare le regole, di sconvolgere? Appropriato, lingua universale di quel che la società, il consesso umano, non solo accetta ma promuove e benedice, koiné di un’etica pubblica e privata limpida e condivisa, è la strada lungo cui incamminarsi, il luminoso sentiero della virtù che tutti, misericordiosamente, attende e accoglie. Appropriato, dunque. Eppure, pensandoci, riflettendo, viene da chiedersi se esista qualcosa di più pericoloso e infido di questa menzognera “misura di tutte le cose”, di questo pregiudizio travestito da ordalia. Cosa, infatti, può dirsi appropriato per chi è chiamato a decidere tra quel che gli detta la propria coscienza individuale e ciò che prevede la legge cui tutti sono chiamati a obbedire? Cosa può esserci di appropriato per una Antigone? E cosa invece per Achille? Quale appropriato comportamento potrebbe salvarlo dall’ira che lo travolge? Come riuscirebbe, la tragedia greca, a insegnarci ciò che da millenni ci insegna se i suoi eroi avessero a propria disposizione il comodo rifugio di ciò che è appropriato? Se davvero bastasse comportarsi in modo appropriato per risolvere qualsiasi conflitto, o meglio per eliminarlo alla radice, potrebbe esistere Medea? Avrebbe senso leggere di Elettra? Meditare sul destino di Edipo? Ma su Edipo, Medea, Elettra, Achille noi meditiamo e ci interroghiamo da millenni, ritrovando nei loro conflitti i nostri, comprendendo, attraverso le loro traversie, le nostre, di certo più piccole, più meschine, più volgari, ma identiche nella sostanza, identiche nella misura in cui un essere umano è essenzialmente identico a un altro. Così, è anche grazie a questi esempi che impariamo che appropriato non è che una convezione, un metro di giudizio tra i tanti, una fin troppo comoda scappatoia dalla vertigine della libertà, e dalla responsabilità che sempre ad essa si accompagna. Ed è proprio di mancanza di appropriatezza che viene accusato il professor Coleman Silk, protagonista de La macchia umana di Philip, romanzo magnifico e dolorosissimo che attraverso l’odissea di un uomo colpevole in prima istanza di aver scelto di essere libero, affronta imprescindibili dilemmi etici. Stimato professore universitario, preside di facoltà, classicista di indiscusso spessore, uomo in egual misura ammirato e temuto, Coleman Silk si ritrova oggetto di una vergognosa e strumentale campagna denigratoria; circondato da un perbenismo di facciata ridicolo e nello stesso tempo terrificante nella sua pretesa di essere preso sul serio, di essere ascoltato, Silk viene accusato di razzismo. Il suo imperdonabile sbaglio? Aver usato, nei confronti di due ragazzi di colore che non si erano mai fatti vedere a lezione, un termine che in gergo viene pronunciato in senso spregiativo. Pur essendo chiaro a tutti che l’accusa non ha ragion d’essere, e che, nel peggiore dei casi, Silk deve solo attendere che passi un po’ di tempo perché l’accanimento verso di lui esaurisca la propria spinta e si spenga senza conseguenze, egli sceglie di dimettersi. Non rinuncia a difendersi, spiega in tutte le sedi opportune quel che è già evidente di per sé, e cioè che il termine da lui usato era da intendersi solo ed esclusivamente in senso letterale, ma decide comunque di lasciare l’università. Perché lo fa? Perché, malgrado abbia ragione, preferisce che ad averla vinta siano coloro che lo accusano? Perché Silk nasconde un segreto, un segreto che nessuno conosce, un segreto per il quale non esiste alcuna scelta appropriata, un segreto che ha causato a lui e alla sua famiglia atroci sofferenze ma al quale egli è rimasto sempre fedele, proprio come lo è un eroe tragico al proprio destino, non importa quanto cupo esso sia.

Il professor Coleman Silk, sposato a una donna bianca, padre di quattro figli sani e bianchi, è un nero. Un nero dalla carnagione così pallida da sembrare bianco, un nero che un giorno, in giovanissima età, decide di essere bianco, di vivere da bianco tra i bianchi, di rifiutare il lussuoso ghetto di un’istruzione superiore assicurata da un’università prestigiosa ma frequentata esclusivamente da “gente di colore”, di voltare le spalle ai sacrifici di suo padre, all’amore di sua madre e dei suoi familiari. Coleman Silk è un nero che dice a se stesso di essere bianco, e lo dice e lo ripete con tale convinzione da costruire nella sua fantasia una famiglia bianca con la quale rimpiazzare la sua famiglia, da inventarsi una storia di questa famiglia, una storia che potrebbe benissimo essere vera se non fosse così insopportabilmente falsa. All’ombra della sua appropriata famiglia bianca, protetto dalla benevola pigmentazione della sua pelle, Coleman Silk morde la vita ottenendo successi in serie e diventando esattamente quel che ha sempre desiderato essere: un professore. Fino al giorno in cui, per un grottesco, diabolico arabesco del caso, su di lui (un nero!) si abbatte l’accusa di razzismo; assurda certo, talmente campata in aria da non meritare la minima attenzione, ma sconvolgente per chi, più di qualsiasi altra cosa, desiderava essere bianco. Ecco perché Silk sceglie di andarsene dall’ateneo che è stato la sua casa per quasi quarant’anni, ed ecco perché, nella sua deriva, nel suo naufragio, nella sua ansia di distruggere i simulacri di regole condivise che reggono il palcoscenico di cartapesta di quel che è appropriato, egli trova in una donna che ha la metà dei suoi anni (e sulle spalle un carico di sofferenze che nessun essere umano dovrebbe essere costretto a sopportare) l’anima gemella, l’amica e l’amante, colei cui il dolore ha tolto l’obbligo della più elementare buona educazione.

Schiavi affrancati dall’infelicità, lebbrosi segnati a dito per colpe che non hanno commesso (ma consumati dai rimorsi per gli sbagli che hanno effettivamente compiuto e che solo loro sembrano conoscere), Coleman Silk e la sua amante Faunia Farley vivono sfidando il mondo, denunciandone la pavidità, il perbenismo, la disgustosa ipocrisia; cercando, nella verità della loro ribellione, un perdono irraggiungibile, un’assoluzione impossibile ma forse non del tutto immeritata.

Romanzo magnifico, sorretto da una prosa perfetta, La macchia umana è un’opera indimenticabile; una tragedia moderna che dei classici ha la radicalità, la lucidità d’analisi e la severa, terribile ineludibilità.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Vincenzo Mantovani. Buona lettura.

Fu nell’estate del 1998 che il mio vicino Coleman Silk – che prima di andare in pensione, due anni addietro, era stato per una ventina d’anni professore di lettere classiche al vicino Athena College, dove per altri sedici aveva fatto il preside di facoltà – mi confidò che all’età di settantun anni aveva una relazione con una donna delle pulizie trentaquattrenne che lavorava al college.

Tra colpa e imperfetta innocenza

Erskine Caldwell, 38 racconti, Mondadori
Erskine Caldwell, 38 racconti, Mondadori

Non è facile raccontare con leggerezza il sud degli Stati Uniti al principio del Novecento. Sorridere rispettosamente (con quella teatrale condiscendenza che solo l’esatta conoscenza delle cose può regalare) delle dure condizioni di vita di uomini e donne; di quel sapere contadino, impasto di ignoranza ed esperienza vecchio di centinaia d’anni che è insieme eredità e fardello di generazioni perdute, scomparse persino dalla memoria dei vivi; di comunità ignare del trascorrere del tempo, legate a un’etica sociale rude e miope, che premia tenacia, fatica, volontà e forza fisica e si disinteressa di tutto il resto; della ferita aperta del razzismo, divenuta abito tanto per i bianchi oppressori quanto per i neri vittime, e di ogni altra ingiustizia che ne discende; di qualsiasi peccato infanghi quella terra. Non è facile essere lievi di fronte al dolore; riconoscerne la dignità, l’importanza (quella reale al pari dell’artistica) eppure ostinarsi a guardare al di là di esso, accettandolo per ciò che è senza tuttavia arrendersi alla considerazione, al pensiero, alla convinzione (spesso talmente evidente da apparire incontrovertibile) che sia tutto ciò che è. Tra coloro che si sono dedicati con successo a questo compito, tanto arduo quanto affascinante, figura lo scrittore e giornalista americano Erskine Caldwell, voce autentica e brillantemente ingenua di un angolo d’America ordinario, anonimo e povero; limpida eco di un microcosmo sospeso tra colpa e imperfetta innocenza. Nei suoi 38 racconti Caldwell sfoggia un talento letterario che non è azzardato definire “timido” e che si traduce in una meditata semplicità espressiva sorretta da un linguaggio corretto ma del tutto esente da responsabilità, fluido e nello stesso tempo comune. Egli scommette tanto sulle proprie qualità di narratore quanto sulla dignità di quel che descrive e così facendo riesce sia ad esaltare la scrittura sia a farne una deliziosa caricatura. Cittadino e testimone di un mondo piccolo e grigio dove è opinione comune che la vita sia “così monotona e noiosa che non vale lo sforzo di viverla”, Erskine Caldwell da una parte mostra l’infondatezza di questa tesi (anzi di questa diceria, divenuta verità per colpa di “scrittori di articoli, di riviste e conferenzieri” che hanno fuorviato il pubblico per talmente tanto tempo da trasformarla in una “superstizione, di quelle che si portano con sé dalla nascita”) e dall’altra sembra darle credito, sforzandosi di raccontare le sue “storie da nulla” come farebbero degli amici chiacchierando tra loro dell’ultima novità accaduta in paese. Il risultato di questo suo finissimo lavoro artistico è un libro prezioso, una raccolta di quadri di vita scritti con entusiastica vitalità, partecipi, sognanti e crudi; in molti casi Caldwell narra per sottrazione, limitandosi a dare al lettore le coordinate di una vicenda, a tratteggiarne i protagonisti, per poi lasciare il resto alla sensibilità, all’immaginazione, al cuore (è il caso dello straziante La bambina della mamma, che tratta di un aborto clandestino, del dolcissimo La stagione delle fragole, delicata storia d’amore la cui composizione l’autore così giustifica: “A me piace questo racconto. È vero che non risolve problemi e non attinge sublimità filosofiche; e certo non potrebbe passare come esempio di una novella-modello. Ma dopo tutto quello che ne è stato detto, a me piace ancora”, e dello splendido Il primo autunno, che si misura con la morte e con il suo improvviso apparire, tragedia che l’autore per primo confessa di non riuscire a spiegare), altre volte invece egli lascia respiro alla prosa, quasi si accorgesse di non poter tracciare confini a ciò che ha da dire, quasi fosse, nei confronti della storia raccontata, nient’altro che l’estensore (come ne La ragazza meticcia e ancor più in In ginocchio davanti al sole nascente, il racconto più lungo, nonché il più spietato, della raccolta; non a caso entrambi centrati sulle questioni razziali).

Raffinato esercizio stilistico mascherato da innocuo divertissement; ragionato e intrigante puzzle letterario che pezzo dopo pezzo ricostruisce fin nei dettagli una stagione (dell’individuo e della società) che pur appartenendo irrimediabilmente al passato non è ancora scomparsa (e forse non scomparirà mai), il volume che contiene i 38 racconti di Erskine Caldwell è una lettura sorprendente. Imprevedibile come un temporale estivo, sottile e incisiva, ha lo stesso misterioso potere che hanno i gesti d’amore, quello di lasciarci addosso un’ombra di felicità.

Eccovi l’inizio di Candy-Man Beechum, che Caldwell presenta con queste parole: “Preferirei scrivere un altro racconto come questo che un romanzo di trecento pagine”. La traduzione, per Mondadori, è di Augusta Mattioli. Buona lettura.
Dieci miglia delle paludi di Ogeecheee si stendevano dalla segheria alla cima dell’altura, ma era solo una bella passeggiata per Candy-Man. Era uno spettacolo degno di essere visto guardarlo percorrere quella piccola valle della Georgia centrale! «Dove vai, Candy-Man?». «Fa’ largo a questi miei piedi che volano, perché vado a trovare la mia ragazza. A quest’ora lei è già ritta sulle punte dei piedi ad aspettarmi». I conigli correvano a rifugiarsi nei tronchi cavi degli alberi, dove quelle grosse scarpe non li potevano raggiungere.

La lunga strada verso l’umanità

Harper Lee, Il buoi oltre la siepe, Feltrinelli
Harper Lee, Il buio oltre la siepe, Feltrinelli

La prosa di Harper Lee ha il ritmo dolcemente ipnotico dei racconti che si ascoltano intorno al fuoco, delle storie che ci accompagnano verso il sonno. È quieta, avvolgente, regolare come un respiro, come la carezza del mare lungo la rena, e allo stesso tempo è curiosa, vivace, attraversata da scosse elettriche di entusiasmo e da un desiderio, che sembra destinato a rimanere inappagato, di conoscenza, di risposte.

Nel suo capolavoro, Il buio oltre la siepe, meritatamente diventato un classico della letteratura, la scrittrice americana si misura con un tema delicatissimo, quello dell’educazione alla tolleranza, e lo declina in quasi tutte le sue sfumature, affrontandone le diverse implicazioni con coraggio e limpida onestà intellettuale.
Tolleranza, nelle comunità chiuse del sud degli Stati Uniti negli anni trenta, significa prima di tutto questione razziale, dunque diffidenza, quando non aperta ostilità e persecuzione della popolazione bianca nei confronti dei neri, ed è questo, infatti, il cuore del romanzo, che racconta l’impari lotta condotta dall’avvocato Atticus Finch (bianco), difensore di un uomo di colore accusato di violenza carnale, contro un intero paese pronto al linciaggio e perfino contro il sistema della giustizia, talmente inquinato dal pregiudizio da aver dimenticato (o peggio, rinnegato) i propri principi fondanti.
Ma tolleranza è anche il difficile percorso di crescita di una bambina, Scout, una delle figlie dell’avvocato Finch, la cui esperienza del mondo e delle cose si muove tra inconciliabili opposti: da una parte l’opprimente atmosfera della cittadina in cui vive, satura di odio trattenuto a fatica, di preconcetti, di approssimative e manichee distinzioni tra ciò che è bene (cioè accettato dai più) e ciò che è male (cioè inviso ai più); dall’altra i pacati ma netti insegnamenti di Atticus, la fermezza con la quale difende la propria indipendenza di pensiero, l’esempio che offre ai suoi bambini scegliendo di percorrere, costi quello che costi, la strada meno facile, quella che probabilmente non condurrà né al successo né alla generale approvazione, ma che non causerà mai rimpianto né vergogna.
Ed è proprio a Scout, alla sua innocenza assetata di vita, conoscenza, amore e gioia, alla sua naturalissima paura di tutto ciò che non comprende, che Harper Lee affida la narrazione della storia. Raccontando di Atticus, del suo modo di essere padre, del suo lavoro di avvocato difensore, delle reazioni che il processo a un nero accusato di un crimine odioso scatena nel resto del paese e dei suoi sforzi per capire tutto quel che accade intorno a lei (nel suo microcosmo di bimba così come nel mondo che la circonda), la piccola comincia a percorrere la strada che la condurrà alla maturità, una strada nella quale bellezza e orrore, luce e oscurità si mescolano come i colori nella tavolozza di un pittore. La nostra strada, che lo splendido romanzo di Lee ci aiuta ad attraversare.
Eccovi l’incipt dell’opera. Buona lettura
Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a football non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere la palla al volo.
Poi, quando di anni ne furono trascorsi tanti da poterli ormai ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalire molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.
Ma allora, ribattevo io, se si voleva proprio risalire alle origini, perché non dire che la colpa era di Andrew Jackson? Se il generale Jackson non avesse incalzato gli indiani creek lungo il ruscello, Simon Finch non avrebbe risalito l’Alabama con la sua piroga, e dove saremmo noi, a quest’ora? Eravamo troppo grandi, ormai, per risolvere la controversia a botte; consultammo nostro padre Atticus, e lui disse che avevamo ragione tutti e due.