Sostanza, accidente, illusione

Recensione di “Ubik”, di Philip K. Dick

Philip K. Dick, Ubik, Fanucci
Philip K. Dick, Ubik, Fanucci Editore

La miglior birra mai prodotta? Un caffè istantaneo che per gusto, aroma e fragranza non conosce rivali? Un rivoluzionario condimento per insalate? Un portentoso balsamo per capelli? Un deodorante dall’irresistibile profumo? Un infallibile rimedio contro l’insonnia? Una pellicola in grado di garantire la perfetta conservazione del cibo? La soluzione definitiva per ogni problema di alito cattivo? Che cos’è esattamente Ubik? Probabilmente ognuna di queste cose prese singolarmente e il loro insieme, il tessuto connettivo del reale (o per dir meglio, di ciò che noi pensiamo sia la realtà) e le sue manifestazioni; in una parola, il mondo osservato tanto dal punto di vista del suo creatore quanto da quello delle creature che lo popolano.

Mistero allo stesso tempo buffo e tragico, Ubik, motore immobile trascendente e immanente di tutto ciò che esiste (ma anche di ciò che diviene, e persino dell’atto stesso del divenire, del mutare), è principio e fine della conoscenza, coincidenza d’opposti, verità ultima e incessante negazione di qualsiasi verità. Ubik, bizzarro capolavoro filosofico-letterario di Philip K. Dick mascherato da avventuroso romanzo di fantascienza, è una magistrale prova d’autore e un divertissement raffinatissimo e geniale, è un labirinto inestricabile di ipotesi e teorie e il sogno liberatorio di una mente che brama la vertigine dell’allucinazione, è la geometria impazzita di un tempo che ha le sembianze di un futuro remoto ma l’essenza del presente ed è il rifiuto rabbioso di questo tempo e delle logiche da cui è dominato (in particolar modo quelle, onnipotenti e onnipresenti, del commercio, della sistematica mercificazione) declinato nell’esplosività meravigliosa ed effimera di fuochi d’artificio di macabro humour.

Come scrive Carlo Pagetti nell’introduzione al romanzo pubblicato da Fanucci (traduzione a cura di Paolo Prezzavento), Ubik, uno e trino, “è il nucleo allo stato puro dell’ideologia capitalistica americana […] è una sostanza divina, come l’olio con cui veniva unto – anointed – il capo del sovrano, assomiglia allo sperma della Balena, di cui scrive Melville in Moby Dick […] è la sostanza sfuggente di cui è fatta non solo la fantascienza, ma la letteratura in senso più generale”.

In Ubik, dunque, dove il fine è la continua ricerca e la meta, come il concetto di Dio nel pensiero medievale, è ovunque e in nessun luogo, tutto è travestimento, illusione, inganno; alla fin troppo trasparente allegoria della trama (l’intera vicenda si svolge all’interno degli angusti e miseri confini dello spionaggio commerciale, portato al parossismo dalle eccezionali capacità dei suoi interpreti, telepati da una parte, e inerziali, cioè individui dotati di talenti in grado di annullare i poteri dei loro avversari, dall’altra) si uniscono le numerose metafore che, mentre danno sostanza alla narrazione, illuminano la struttura profonda dell’opera: l’animazione sospesa che consente ai defunti (ai loro cervelli, in verità), ospitati in speciali strutture dette moratorium, di restare in contatto con i vivi; il tempo, che d’improvviso cessa di procedere con linearità dall’oggi al domani e si riavvolge su se stesso, trascinando i protagonisti del romanzo in un passato liquido, che senza sosta regredisce; l’evento scatenante (un attentato dinamitardo ai danni di un gruppo di inerziali, assunti per scoprire eventuali infiltrati in una multinazionale), la strage che, al contrario di quel che ci si aspetterebbe, non indirizza gli eventi in una determinata direzione ma spariglia le carte confondendo ancora una volta vita e morte (chi è davvero rimasto ucciso nell’esplosione della bomba? Il capo della spedizione Glen Runciter oppure tutti gli altri, a partire dal suo braccio destro Joe Chip, convinto di essere sopravvissuto?); e infine le figure, coincidenti nella loro inafferrabilità, di Jory, un giovanissimo cadavere (anch’egli, naturalmente, mantenuto in stato di animazione sospesa) il cui cervello è affamato di vite altrui, e di Pat, una inerziale unica nel suo genere, la cui eccezionalità, che dovrebbe risolvere qualsiasi problema e invece contribuisce a complicare ulteriormente le cose, l’autore, dapprima nei panni di Joe Chip e poi in quelli del suo collega G.G. Ashwood, descrive così: “Il precog prevede una varietà di futuri, posti l’uno accanto all’altro come cellette in un alveare. Per lui una di queste è più luminosa delle altre, per cui la sceglie. Una volta che l’ha scelta, l’anti-precog non può fare nulla; l’anti-precog deve essere presente quando il precog si trova in fase di decisione, non dopo. L’anti-precog fa in modo che tutti i futuri sembrino ugualmente reali al precog; mette fuori uso la sua capacità di scegliere […]. ‘Lei riesce ad andare indietro nel tempo’ disse G.G. Ashwood […]. ‘Il precog che subisce il suo influsso vede ancora un futuro predominante; come hai già detto, la possibilità più luminosa. E la sceglie, a ragione. Ma perché a ragione? Perché è la più luminosa? Perché questa ragazza […] Pat controlla il futuro; quella luminosa possibilità è tale perché lei è andata nel passato e lo ha cambiato. Cambiando il passato, lei cambia il presente, un presente che comprende il precog; lui ne è condizionato senza saperlo, il suo talento sembra funzionare, e invece non funziona affatto’”.

L’efficace semplicità dello stile narrativo è con ogni probabilità il maggior pregio di Ubik; il suo formale nitore, infatti, spalanca le porte alla curiosità del lettore, nutre il suo desiderio di far luce su un enigma che si infittisce pagina dopo pagina e così finisce per condurlo in un’indimenticabile e inquietante esplorazione delle nostre più radicate certezze e di ciò che resta quando vengono meno.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Alle tre e trenta del mattino del 5 giugno 1992, il miglior telepate del Sistema Solare scomparve dalla mappa situata negli uffici della Runciter Associates a New York City. Ciò fece squillare i videofoni. Lorganizzazione Runciter aveva perso le tracce di troppi psi di Hollis nel corso degli ultimi due mesi; questa ulteriore sparizione non ci voleva.

L’inventore della verità

Non ci sono molti modi di raccontare la realtà inventandola. Si può scegliere, attraverso l’artificio della metafora, di stare accanto alle cose dando loro un’altra forma ma lasciandole invariate nella sostanza, oppure optare, ed è quanto fa il surrealismo, per una completa riscrittura del vero, per una sua ricollocazione storica e geografica (è il caso, per esempio, dell’immaginario villaggio di Macondo creato da Gabriel García Márquez per il suo capolavoro, Cent’anni di solitudine). Un’altra strada percorribile è quella della ricerca puramente formale, dell’uso spregiudicato e geniale del linguaggio (fin troppo ovvio citare, a questo proposito, gli Esercizi di stile di Raymond Queneau), e un’altra ancora, probabilmente la più estrema, è quella che, pur cavalcando lo sperimentalismo espressivo, impone a esso precise regole d’utilizzo e lo forza a tal punto da renderlo docile materiale narrativo, lingua al servizio del romanzo. Boris Vian, artista eclettico (è stato scrittore, cantautore, traduttore e trombettista jazz) morto d’infarto a soli 39 anni, ha optato proprio per quest’ultima soluzione. Nel suo lavoro più famoso, La schiuma dei giorni, pubblicato nel 1947, la straripante immaginazione creatrice dell’autore, tradotta in una prosa ricchissima, imprevedibile, che quasi in ogni pagina regala sorprese (volta a volta esercitandosi in descrizioni personali e d’ambiente tanto precise quanto folli, oppure esplodendo e risolvendosi, come uno splendido fuoco d’artificio, in una trovata estemporanea e felicissima, in un neologismo, nel raffinato sarcasmo di un anagramma costruito a bella posta – come dimenticare Jean Sol Partre, il filosofo idolatrato da uno dei protagonisti del libro?), si distende armoniosa negli accenti dolcissimi e struggenti di una storia d’amore (c’è forse un argomento più classico, verrebbe quasi da dire più abusato, per un romanzo?).
Cantore di un reale vestito dassurdo, di un mondo di sogno (e d’incubo) dove il possibile è inestricabilmente legato al suo contrario, Vian racconta la speranza e il naufragio esistenziale di una coppia di giovani, Colin e Chloe, dandy facoltoso e annoiato lui, ragazza tanto bella quanto fragile lei, destinata a una fine precoce, allo stesso tempo terribile e splendida (a condannarla è una ninfea che le fiorisce testarda nel polmone). Sullo sfondo della loro relazione, così assoluta da oscurare qualsiasi altra cosa, respira una Parigi fredda, impersonale, meccanica – quasi un contraltare dellinarrestabile esuberanza di vita dei due amanti – nella quale comunque la bellezza non è scomparsa del tutto, e riluce nelle calde melodie jazz e nella pienezza dei rapporti d’amicizia. Qui Colin e Chloe assaporano la semplicità di bastare a se stessi, ma la loro felicità è di breve durata.
La cura per il male di Chloe (riempire la casa in cui vive di fiori sempre freschi per far sì che la ninfea non sbocci) è estremamente costosa e Colin, per la prima volta in vita sua, è costretto a lavorare per sostenere le spese. Sperimenta così l’alienazione della fabbrica, l’insensatezza e la cieca volgarità della logica produttiva – denunciata con accenti che oggi fanno sorridere ma che, nella trasfigurazione poetico-allegorica, sanno ancora cogliere nel segno; importa poco, infatti, che la questione da risolvere non sia più, ammesso che lo sia mai realmente stata, quella della completa liberazione dalla “schiavitù del lavoro”, perché il problema delle condizioni, spesso disumane, che è costretto ad accettare chi deve lavorare per vivere, resta di estrema attualità, e Vian lo racconta con una così dolente e partecipata sincerità da far pensare che in qualche modo sia stato capace di indovinare il futuro – e poco alla volta, proprio come la donna che ama, si spegne. Accanto ai due ci sono soltanto gli amici più cari, il loro originalissimo maggiordomo Nicolas e un’altra coppia, formata da Chick e Alise (il cui amore soccombe dinanzi all’ossessione di Chick per il filosofo Partre, ironica incarnazione di una cultura trionfante e istituzionalizzata che, travolta dal proprio successo, si riduce a patetica parodia di se stessa), ma non c’è nulla che possano fare per impedire che il destino di Chloe e Colin si compia.
Storia d’amore, dramma a sfondo sociale, omaggio commosso alla vita, alla giovinezza e alla bellezza, La schiuma dei giorni è un’opera che si presta a letture molteplici; la narrazione ha la tenerezza della fiaba, il linguaggio lo splendore ipnotico e incomprensibile di un’aurora boreale, i personaggi una purezza d’animo e d’intenti che sbalordisce e conquista. 
È un caotico angolo di paradiso il mondo interiore di Boris Vian, una terra vergine ricca soprattutto d’emozioni. Poterla esplorare è un privilegio.
Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, le poche righe d’introduzione scritte dall’autore. Una meravigliosa dichiarazione d’intenti dell’uomo e dello scrittore. Buona lettura.
L’essenziale, nella vita, è dare giudizi a priori su tutto. In effetti, sembra che le masse stiano sempre dalla parte del torto, e che gli individui abbiano sempre ragione. Bisogna tuttavia stare attenti a non dedurre nessuna regola di condotta da questa constatazione: certe regole non hanno bisogno di esser formulate per essere seguite. Solo due cose contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington. Il resto sarebbe meglio che sparisse, perché il resto è brutto, e la dimostrazione contenuta nelle poche pagine seguenti deriva tutta la sua forza da un unico fatto: la storia è interamente vera, perché io me la sono inventata da capo a piedi. La sua realizzazione materiale in senso stretto consiste essenzialmente in una proiezione della realtà, in un’atmosfera obliqua e surriscaldata, su un piano di riferimento irregolarmente ondulato, e un poco distorto. Come si vede, è una tecnica confessabile, ammesso che ce ne siano.

Il commovente sogno di Tartarino

Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona, BUR
Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona, BUR

Sognatore malinconico al pari del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, arrendevole nella sua ingenuità come il candido Samuel Pickwick di Charles Dickens, Tartarino di Tarascona, tragicomico personaggio nato dalla fantasia di Alphonse Daudet, incarna il fascino irresistibile dell’immaginazione, il desiderio, che è di tutti gli uomini, di abbandonare, anche solo per un momento, la propria vita e il suo incolore scorrere per entrare nel regno magico della fantasia e divenire finalmente altro da sé, l’eroe indomito, il fiero cavaliere, l’invincibile campione… figure raccontate in decine di libri, lette, amate e a tal punto idealizzate e interiorizzate da essere ormai quasi una seconda natura. Tartarino ha l’anima e il cuore della Provenza, appare sanguigno di carattere, ma i suoi atteggiamenti non sono che posa; nella gestualità arruffata, così come nel colorito motteggio, egli costantemente si sforza di assomigliare a quel che vorrebbe essere, cerca di impressionare, di lasciare un segno. La sua sete d’avventura, raccontata con spensierata vivacità, con la furba leggerezza di linguaggio di una burla, conquista il lettore e lo muove al riso, un riso che sgorga con estrema facilità, ora sottile, quasi sommesso, ora trionfante ed eccessivo, ma proprio come accade al Don Chisciotte, la cui umanità non capitola mai, nemmeno di fronte alla più umiliante delle disavventure, anche Tartarino, che ha nel romantico hidalgo di Cervantes (ma in qualche modo anche nella sua goffa spalla) il proprio modello – non a caso, al principio del terzo capitolo del secondo episodio, quando, entusiasta e bellicoso, Tartarino mette piede in Algeria, l’autore si lascia andare a un semiserio omaggio al grande spagnolo quasi declamando: “O Michele Cervantes Saavedra, se è vero ciò che si dice, che cioè nei luoghi dove dimorarono i grandi uomini qualcosa di essi erra e ondeggia nell’aria fino alla fine dei secoli, ciò che restava di te sul lido barbaresco dovette trasalire di gioia vedendo sbarcare Tartarino di Tarascona, questo tipo meraviglioso di francese del Mezzogiorno, in cui si erano incarnati i due eroi del tuo libro, Don Chisciotte e Sancio Pancia – per quanto vesta, senza neppure rendersene conto, i panni del buffone, non cessa di essere persona, e non perde la propria dignità”. 

Certo, il guascone tronfio che non sa fare altro che lamentarsi della noia che da ogni parte lo circonda, soffocandone l’autentica natura, e che agogna farsi cacciatore e braccare, nella selvaggia Africa, nientemeno che il maestoso leone, è senza alcun dubbio una maschera comica, ma la sensibilità di Daudet non si limita a offrire al pubblico un rutilante spettacolo d’intrattenimento, un’esplosione di fuochi d’artificio da festa di paese, compie un passo ulteriore e getta luce su una condizione esistenziale che non è esagerato definire archetipica. Come scrive Giuseppe Sardelli, “Senza l’ignoto […] lo spirito d’avventura si rifugia nel sogno. E Tartarino ce lo dice compiutamente. Perché il suo sogno non nasce tanto dalla lettura di certi libri quanto dal bisogno di quelle letture. Essi servono a tener desto il suo sogno e agguerrito il suo tartarinismo contro la piatta uniformità della vita senza emozioni e senza rischio, di una vita privata del coraggio di esistere […]. Non è quindi il sogno dell’inerzia, ma l’estrema forma di sopravvivenza al naufragio della vitalità in un mondo che ne è la negazione. Purtroppo l’identificazione del sogno con la realtà è pericolosa […]. Un tempo, quando il sogno corrispondeva a una certa realtà, cioè quando era la realtà stessa, ma sognata, sognare l’avventura preparava alla realtà, addestrava lo spirito e il sangue al cimento con la realtà. Oggi che il sogno è la ridotta in cui si rifugia lo spirito di avventura, sognare è scampo dalla realtà, e tradurre il sogno in termini di realtà, per dare un senso alla vita e provare il rischio del coraggio di esistere, può portarci al pianto della disperazione”. 

Proprio come il suo eroe, anche Tartarino si risveglia bruscamente dalle fantasie che ha cullato; l’immaginazione che lo ha sostenuto, così forte da riuscire a nutrire la volontà e a condurlo in Africa, a contatto con le asprezze del mondo (che altro non sono, in fondo, se non incapacità di sognare) va in pezzi, e lascia irrompere disillusione e dolore. È il prezzo che si paga per il semplice fatto di essere vivi: Tartarino, Chisciotte e Samuel Pickwick lo comprendono troppo tardi, troppo tardi si destano dal sogno, eppure, miracolosamente, anche davanti alle macerie delle loro illusioni rimangono se stessi. È questo inestimabile tesoro a renderli immortali. 

Eccovi l’inizio dell’opera. Buona lettura. 

La mia prima visita a Tartarino di Tarascona è rimasta una data indimenticabile nella mia vita. Sono trascorsi dodici o quindici anni da quel giorno, ma ne serbo un ricordo più chiaro che se fosse ieri. L’intrepido Tartarino abitava, a quel tempo, all’entrata della città, la terza casa a sinistra sulla strada di Avignone: una graziosa villetta tarasconese con giardino davanti, terrazzino dietro, muri bianchissimi, persiane verdi, e sulla soglia della porta una nidiata di piccoli savoiardi intenti a giocare alla campana, o stravaccati al sole con la testa sulle loro cassette da lustrascarpe. Di fuori pareva una casa come tante. A nessuno sarebbe mai venuto il sospetto di trovarsi davanti alla dimora di un eroe. Ma, una volta dentro, mannaggia!… Dalla cantina al granaio tutto l’edificio aveva l’aria eroica, perfino il giardino!… Il giardino di Tartarino! Non ce n’era l’uguale in tutta Europa. Non un albero del paese, non un fiore di Francia, ma solo piante esotiche, acacie gommifere, begonie del Sud-America, piante del cotone, cocchi, manghi, banani, palme, un baobab, fichi d’India, cactus, fichi di Barberia, roba da credersi in piena Africa centrale, a diecimila leghe da Tarascona. Tutto, ben inteso, in miniatura; così gli alberi del cocco non superavano la statura delle barbabietole, e il baobab (albero gigante, arbos gigantea) si trovava a suo agio in un vaso di reseda. Ma, tant’è, per Tarascona era una bellezza, e le persone ammesse la domenica all’onore di contemplare il baobab di Tartarino se ne tornavano piene di ammirazione.