Hammerstein: il nobile eroismo della ragione

Recensione di “Hammerstein, o dell’ostinazione” di Hans Magnus Enzensberger

 

Hans Magnus Enzensberger, Hammerstein o dell'ostinazione, Einaudi
Hans Magnus Enzensberger, Hammerstein o dell’ostinazione, Einaudi

Berlino, 3 febbraio 1933. Adolf Hitler, da poco nominato cancelliere della Germania, incontra a cena i vertici dell’esercito ed espone loro, con agghiacciante chiarezza, i fondamenti del suo “programma di governo”: costruzione di una ferrea dittatura interna e progressiva conquista di un “spazio vitale” a oriente. Sarà quell’esposizione, allo stesso tempo lucida, malata e tragicamente profetica a convincere uno degli astanti, il generale Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord (cui era toccato anche il delicato ruolo di anfitrione), capo di stato maggiore dell’esercito, della pericolosità di quel politicante arruffato e confuso che era riuscito a conquistare il Paese e che lui aveva senza alcun dubbio sottovalutato. E della necessità di fermarlo. Di ascendenze nobili ma privo di risorse, von Hammerstein-Equord era un conservatore, un uomo di destra (come lo erano tutti nel suo ambiente) e un nazionalista, tuttavia per educazione, formazione e temperamento rifuggiva ogni eccesso ideologico; riconosceva che le difficilissime condizioni economiche e sociali in cui versava la Germania dipendevano in gran parte dalle umilianti condizioni di pace imposte al Paese, al termine del primo conflitto mondiale, dalle potenze vincitrici e stabilite dal Trattato di Versailles, ma sapeva che esistevano anche altre responsabilità, e non era disposto a tacerle (“Ideologicamente siamo tutti di destra, ma dobbiamo tenere presente di chi è la colpa se l’attuale politica interna è in rovina. Sono stati i vertici dei partiti di destra. Sono loro i colpevoli”). Per questo fin dalla prima ora l’alto ufficiale si arruolò in quella ridotta e clandestina schiera di oppositori del nazismo che non cessò mai di attraversare, come una corrente sotterranea, gli anni d’incubo del “glorioso Reich millenario” ma che non ebbe mai forza sufficiente, o volontà bastante (o forse entrambe le cose), per cambiare davvero le cose e porre fine al regime. Di questa resistenza testarda eppure in qualche misura trattenuta, insicura, eccessivamente cauta racconta Hans Magnus Enzensberger in Hammerstein o dell’ostinazione, documentato resoconto di una delle stagioni più buie della nostra storia recente e insieme intenso omaggio (umano e politico) all’eroismo nobile della ragione. Nel 1934 Hammerstein rassegna le proprie dimissioni e si ritira a vita privata; un gesto simbolico di grande significato, che sottolinea la radicale contrarietà dell’uomo nei confronti di chi allora deteneva il potere e ne rafforza il ruolo di “punto di riferimento” della dissidenza. In famiglia (è padre di sette figli, tutti avversari del nazionalsocialismo) come nelle alte schiere dell’esercito, l’ex capo di stato maggiore è una sorta di involontario modello; l’autore, mescolando con intelligenza e raffinato gusto letterario dati ufficiali, informazioni e testimonianze e aggiungendo, per tutti i protagonisti citati nel volume, vivaci conversazioni postume costruite in forma di intervista e tese a illuminare, volta a volta, particolari lati del carattere delle persone o episodi drammatici e controversi, ci consegna il profilo di un uomo pigro e gaudente, lontanissimo dalla rigida efficienza tedesca e ancor più distante dal cieco fanatismo delle milizie hitleriane, un ufficiale che al rispetto per l’uniforme antepone quello per la propria umanità e all’incondizionata fedeltà alla patria il dovere di non tradire le proprie idee, quale che sia il prezzo di pagare. Ed è proprio questa semplice (ma niente affatto scontata) coerenza a fare del barone von Hammerstein-Equord un padre imperfetto, sbadato ma sufficientemente liberale da permettere ai propri figli di osservare la realtà con i propri occhi, di contestarlo, di allontanarsi da lui, di scegliere strade in qualche caso opposte alla sua (come per esempio fecero le figlie, che aderirono al partito comunista tedesco e si impegnarono in delicate e pericolose attività di spionaggio), sempre però condividendone la presa di posizione fondamentale, quella del totale, irremovibile rifiuto della deriva nazionalsocialista. Ed è sempre questa volontà di non piegarsi, di non accettare come giusto, o solo come inevitabile, quel che un intero popolo ha scelto (o creduto di scegliere) a fare di quell’uomo, morto prima di assistere a ciò che sapeva sarebbe accaduto (la sconfitta del nazismo, l’insensata devastazione d’Europa, il genocidio degli ebrei), il centro di gravità del fallito attentato al führer del luglio 1944, che peraltro Hammerstein non condivise mai, sostenendo che per i tedeschi fosse necessario “bere fino in fondo l’amaro calice” per comprendere cosa fosse veramente il nazismo.

“[…] questo libro […] non è un romanzo” scrive Enzensberger a conclusione della sua opera. “Per fare un paragone audace, procede in maniera più analoga alla fotografia che alla scrittura. Ho voluto separare quello che potevo documentare con l’ausilio di fonti scritte e orali dai miei giudizi soggettivi, che compaiono sotto forma di glosse. Per integrarlo, sono ricorso all’antico genere letterario del dialogo dei morti. Queste chiacchierate postume permettono di instaurare un rapporto tra coloro che vivono oggi e chi li ha preceduti – un confronto che, notoriamente, deve fare i conti con molteplici difficoltà di comprensione, perché chi si è salvato crede spesso di sapere le cose meglio di coloro che hanno vissuto in un permanente stato d’emergenza, rischiando sulla propria pelle. Il rifiuto della forma romanzesca non significa che questo lavoro accampi pretese di scientificità. Anche solo per questo motivo, qui si rinuncia alle note […]. Chi vuole saperne di più, può far riferimento alla bibliografia […]. Tutti, anche gli scrittori, devono fare il proprio lavoro nel miglior modo possibile”.

Prima di concludere, permettetemi di ringraziare l’amica scrittrice Nicoletta Sipos, cui devo la lettura di questa magnifica opera.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Einaudi, è di Valentina Tortelli. Buona lettura.
Come ogni mattina, il 3 febbraio 1933 alle sette in punto il generale lasciò il suo appartamento nell’ala est del Bendlerblock. Non doveva fare molta strada per raggiungere gli uffici. Si trovavano al piano di sotto, dove quella sera stessa si sarebbe seduto a tavola con un uomo di nome Adolf Hitler. Quante volte l’aveva visto prima di allora? Pare che l’avesse incontrato già nell’inverno 1924-25 a casa di un vecchio conoscente, il fabbricante di pianoforti Edwin Bechstein. È quanto dice suo figlio Ludwig, secondo il quale Hitler non aveva fatto una grande impressione sul padre. Allora lo aveva definito un confusionario, anche se abile.

Il sussurro della giustizia, l’urlo della vendetta

Recensione de “Le ragioni del sangue” di Alessandro Gennari

Alessandro Gennari, le ragioni del sangue, Garzanti

Un romanzo che del giallo ha le atmosfere, l’andamento, le sorprese, i colpi di scena, le false piste e il progressivo disvelamento dei fatti, e nel medesimo tempo una storia oscura che affonda le proprie radici nel nostro passato recente, nella tragedia del secondo conflitto mondiale e poi nell’abisso della guerra civile italiana, nell’incubo, eroico ma non certo privo di terribili efferatezze, della Resistenza, sanguinoso scontro fratricida tra partigiani e occupanti. Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari, insignito del premio Bagutta Opera Prima nel 1995, è un’opera cruda e violenta, un racconto potente, di vibrante sincerità, una testimonianza scomoda e ostinata, un urlo che lacera il silenzio. La scelta di raccontare eventi trascorsi (una parte della nostra comune memoria di popolo che ancora oggi suscita divisioni e riapre ferite mai del tutto guarite) nelle serrate cadenze di un thriller ha una duplice valenza, letteraria e simbolica.

Da una parte rende il racconto fluido e coinvolgente, regalando il giusto ritmo alla narrazione, mentre dall’altra spinge il lettore a confrontarsi con un’idea di verità spinta fino alle sue estreme conseguenze. Cos’è, infatti, il vero, chiede l’autore, se non radicale presa di coscienza, completa riappropriazione di qualcosa che ci appartiene? “Tradotta” nella soluzione di un caso, nella cattura del colpevole, nel ristabilimento di un rassicurante equilibrio sociale, la verità del giallo classico qui cambia radicalmente volto e diviene qualcosa di molto prossimo alla giustizia, alla riparazione dei torti.

Non a caso, il vero protagonista del romanzo di Gennari è un morto, Antonio Marga, padre del personaggio che è l’io narrante della vicenda: un uomo, un soldato, un eroe celebrato al suo funerale con queste parole: “Come tanti giovani della sua generazione, Antonio Marga dovette interrompere gli studi, fu costretto a mettere fine a una brillante carriera artistica perché ricevette una cartolina che lo chiamava a partire per la guerra. Una guerra che non sentiva, che certo non condivideva. Poteva quindi rifiutarsi di partire, nascondersi. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Ma in quegli anni, partire per la guerra era un dovere. Per quanto oggi suoni incomprensibile, di fronte alla chiamata della Patria non ci si tirava indietro, né si giudicava se fosse giusto o sbagliato… Per tre anni Antonio fece il suo dovere di soldato, in Albania e in Grecia, e quando si trattò di scegliere tra la collaborazione con i tedeschi e la prigionia, ancora una volta non esitò a compiere la scelta più difficile. Fu deportato nei campi di concentramento nazisti, dove patì la fame e il freddo nelle baracche, insieme ai compagni che vedeva spegnersi uno dopo l’altro. E arrivò infine a Dachau, dove apprese a che punto poteva arrivare la vergogna di appartenere alla specie umana. Qui contrasse un’infezione polmonare, una malattia talmente grave che i suoi stessi carnefici furono indotti a sbarazzarsi di lui. Considerato ormai inservibile, fu rispedito a casa e dovette affrontare con le poche forze superstiti il lungo viaggio di ritorno, sorretto unicamente dal desiderio di rivedere la sua terra, e i suoi cari…”.

Ma il ritratto a tutto tondo di un elogio funebre, il ricordo filtrato dalla pietà, o forse solo dalla consapevolezza dell’inutilità di una tardiva confessione, ha poco o nulla a che vedere con la realtà dei fatti; ed è con questa realtà, in un drammatico crescendo di rivelazioni, che si trova a fare i conti il figlio di Marga, gettato nei chiaroscuri di una vita che non gli appartiene e che pure è quanto di più caro egli possieda.

Le ragioni del sangue è un bellissimo romanzo, scritto magistralmente, un’opera da riscoprire, eredità di un grande scrittore scomparso troppo presto.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Mio padre morì una mattina di gennaio fredda e senza neve. Paola mi telefonò svegliandomi dopo una brutta notte in cui avevo sognato che il diluvio inghiottiva la città. Parlava sottovoce, sforzandosi di non piangere. Sentivo qualcuno singhiozzare accanto a lei, l’altra mia sorella, forse, o la cameriera. Ancora intontito, avevo la sensazione di ascoltare qualcosa che già sapevo, di vivere un episodio già successo. Riattaccai pensando alle fastidiose incombenze che mi aspettavano, al funerale in chiesa e agli appuntamenti da annullare. Mi resi conto che stavo reagendo come avrebbe fatto lui, ricordai la sua espressione infastidita alla notizia della morte di mio nonno e per un istante lo sentii vicino e complice, mi accorsi di volergli bene come da bambino, quando giocava con me.

La profezia di un garibaldino

Recensione di “La battaglia soda” di Luciano Bianciardi

Nel suo stile vigoroso, aspro, che colpisce come uno schiaffo ma che possiede la bellezza rarissima della verità e soprattutto il coraggio di sceglierla, di schierarsi dalla sua parte e di difenderla, Luciano Bianciardi con La battaglia soda (1964) affronta il romanzo storico, la memoria; racconta con entusiasmo il Risorgimento magnificandone lo spirito, e con la medesima forza, con identica passione civile, ne denuncia il tradimento degli ideali e il sostanziale fallimento. Figura complessa e sfuggente, giornalista, scrittore, traduttore, polemista arguto, intellettuale rigoroso e severo, tenace nella fedeltà alle proprie convinzioni, Bianciardi dà vita un’opera per molti versi mirabile.
La battaglia soda, infatti, è un accurato lavoro di ricostruzione (dedicato alla memoria del garibaldino Giuseppe Bendi, il libro si basa sulla vita dell’uomo e su quanto riportato in un suo volumetto) e insieme un racconto fiammeggiante, rapinoso, perfetto nel taglio dei caratteri, di impareggiabile bellezza nel disegno degli ambienti, vivido e preciso nelle scene di battaglia; è come se l’autore, consapevole di lavorare a qualcosa di ben più importante di un “semplice” romanzo, avesse voluto arricchirlo quanto più possibile, così che risaltasse, oltre alla sua potenza espressiva, il suo carattere di monito, di avvertimento, e anche, se non soprattutto, di denuncia, implacabile eppure stanca, sfinita.
Come una voce che si ostina a gridare “Al fuoco” pur sapendo che nessuno l’ascolterà e che le fiamme divoreranno ogni cosa. Come spiega Emilio Tadini nell’introduzione al volume edito da Bompiani, “Quando Bianciardi scrive questo libro, la liberazione dal fascismo, la fondazione del nuovo stato democratico, il duro contrasto fra destra e sinistra, l’inizio del predominio centrista-democristiano sono tutti fatti presenti, o il cui ricordo è ancora molto vivo […]. Per Bianciardi il romanzo storico si propone anche come analisi del momento in cui la Nazione, avventurosamente si fonda – tra la spedizione dei Mille e la disfatta di Custoza. Per Bianciardi, si manifestano, qui, vecchi vizi italiani. E in un modo che sarà determinante per quanto riguarda anche il futuro del paese […]. La rivoluzione mancata del Risorgimento diventa quasi una trasparente allegoria per parlare della situazione italiana quale Bianciardi poteva vederla e giudicarla nella propria attualità, a pochi anni dalla fine della guerra e della Liberazione. È un po’ come se, parlando dei garibaldini, Bianciardi parlasse dei partigiani. Come se, parlando di certi politici e di certi militari piemontesi, Bianciardi parlasse del potere democristiano. Come se, parlando di una deviazione del Risorgimento, parlasse di una deviazione della Resistenza […]. Scrivendo un romanzo sul Risorgimento tradito, Bianciardi vuole tornare alle origini della contemporaneità italiana. Tornare al passato per meglio capire il presente. La storia come manifestazione delle regole di un gioco calcolabile di spinte e di controspinte, di azioni e di reazioni: di cause e di effetti. E di corrispondenze, naturalmente”.
Per nulla interessato a educare, a indicare una via, a dare al proprio scritto un’impronta pedagogica; scomodo ma neppure troppo nei panni di Cassandra, l’autore de La vita agra (recensita qui) affida la propria profetica rabbia alle risorse pressoché infinite del linguaggio. Dà alla alla verità del suo lavoro storico lo stile greve e sincero (a tratti sorprendentemente ampolloso, ma mai mistificato o sistemato ad arte per ottenere un “bell’effetto”, un sospiro d’eleganza formale) della parlata popolare, e a tal proposito scrive: “Gente con la barba – vera – che parla vero, s’incazza, piange, s’appassiona, urla, bestemmia, dice: ‘Chiudi il becco se non vuoi che lo chiuda io coi ceffoni che si scordò di darti tuo padre’. Capisci? Prolissa e retorica anche nell’ira, ma sinceramente retorica, sinceramente appassionata). Bianciardi scrive “traducendo” i fatti, e sono i fatti, quelli nobili e quelli meschini, a determinare il modo in cui devono essere raccontati, devono farsi memoria collettiva.
La battaglia soda è uno splendido romanzo, un libro che si legge d’un fiato, la magnifica opera di uno scrittore che, pur vittima della miopia (spesso malevola) del mondo culturale italiano, ha lasciato di sé traccia indelebile. Per nostra fortuna.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
L’ultima volta che parlai con il gran vecchio fu il primo novembre del sessanta, davanti alle mura di Capua assediata. Ormai i generaloni piemontesi avevano deciso di bombardare, e difatti le batterie stavano già pronte in postazione, dietro i gabbioni di graticcio interrati, con le piramidi delle palle ben ravversate e le cataste delle cariche e gli artiglieri in pieno assetto, con le loro borse e gli alti cheppì dal pennacchietto di crine e gli scovoloni impugnati, quasi volessero impressionarci con tanta ostentazione d’ordine e di perizia. E noi li stavamo a guardare, senza che tuttavia si barattasse una parola.

A quei tempi, come già ho spiegato, io comandavo un battaglione della brigata Basilicata, general Clemente Corte, primo reggimento. Le disposizioni erano che tutto il mio riparto avrebbe trascorso la notte accosto al cimitero di Santa Maria, e i miei uomini si andavano sistemando come meglio si poté, quando comparve Garibaldi in fondo allo stradone di Caserta.