Marx a quattro zampe

Recensione di “La fattoria degli animali” di George Orwell

George Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori
George Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori

“Da una decina d’anni sono convinto che la distruzione del mito sovietico sia essenziale se desideriamo una rinascita del movimento socialista. Al mio ritorno dalla Spagna ho pensato di smascherare tale mito tramite una storia che potesse essere facilmente compresa da quasi tutti e che fosse agevolmente traducibile in altre lingue. I particolari concreti della vicenda mi vennero però in mente il giorno in cui (allora vivevo in un piccolo villaggio) vidi un bambino sui dieci anni che spingeva per un angusto viottolo un enorme cavallo da tiro, frustandolo ogni volta che cercava di voltarsi. Mi colpì l’idea che se animali come quello riuscissero ad acquistare coscienza della propria forza saremmo impotenti contro di loro, e che gli uomini sfruttano gli animali in modo analogo a come i ricchi sfruttano i proletari. Presi allora ad analizzare la teoria marxista dal punto di vista degli animali. Mi è apparso chiaro che per questi ultimi il concetto di lotta di classe fra esseri umani non è altro che un inganno, poiché ogni volta che è stato necessario sfruttare gli animali, tutti gli uomini si sono trovati uniti contro di loro: la vera lotta di classe era quella fra animali ed esseri umani. Partendo da questo assunto iniziale, non è stato difficile elaborare la storia”.

Nelle parole di George Orwell, genesi e scopo de La fattoria degli animali (sua opera più nota nonché uno dei libri più letti al mondo) evidenziano tanto il carattere politico-sociale dello scritto quanto la sua dimensione divulgativa, il suo voler essere strumento di contro-propaganda. Ecco dunque che nei toni all’apparenza innocui, lievi, finanche benevolmente ironici di una favola che ha per protagonisti gli animali – bestie che il grande scrittore inglese dota di linguaggio, capacità di pensiero astratto, coscienza (individuale e di classe), ma anche di malafede e di tutte le peggiori pulsioni umane (dall’avidità alla crudeltà, dall’amore assoluto, quasi sensuale, per il potere alla propensione verso un dispotismo odioso e vile) – prende forma un j’accuse di rara potenza, si articola, nella cristallina trasparenza di una metafora colma d’amara disillusione, la denuncia del tragico fallimento di un’utopia, o meglio del suo scandaloso tradimento.

Nel vorticare di situazioni che Orwell mette in scena, e che richiamano i momenti cruciali della Rivoluzione d’Ottobre e della successiva e terribile stagione della dittatura staliniana, nella semplicità di una prosa immediata, diretta, che è allo stesso tempo specchio dell’ingenuità del “popolo” della fattoria (cavalli, galline, pecore, mucche, anatre) e smascheramento dell’infedeltà dei maiali, la cui superiore intelligenza viene da loro immediatamente sfruttata per sostituirsi all’odiato signor Jones, il proprietario della casa colonica e della terra annessa, cacciato da una rivolta degli animali nata quasi per caso – “accadde però che la Ribellione si realizzasse molto prima e molto più facilmente di quanto chiunque avesse previsto”, scrive l’autore – uno dei momenti cruciali della nostra storia recente viene scomposto, ridotto ai suoi termini essenziali, spogliato di ogni sovrastruttura analitica.

Quel che resta, nel parallelismo tra i personaggi a quattro zampe protagonisti dell’apologo orwelliano e le figure realmente esistite – i maiali Napoleone e Palladineve, maschere di Stalin e di Trockij; Piffero, suino anch’esso, voce delle menzogne propalate dalla propaganda di regime; il possente cavallo Boxer, lavoratore infaticabile e ottuso, fedele a Napoleone fino alla morte, modellato sul profilo del minatore Stachanov; l’umano Jones, specchio dello zar Nicola II – è il nudo orrore ideologico di una rivoluzione compiuta e naufragata.

Il “tempo nuovo” del riscatto animale, la stagione trionfale della libertà, apertasi con la sollevazione delle bestie e la cacciata di Jones, scolora, nell’attenta, preziosa, puntuale scrittura di Orwell, nell’uniforme grigiore di un presente continuo, un tempo sospeso di finta immobilità che nel suo scorrere rende sempre più tenue negli animali il ricordo del loro eroismo e sempre più forte la distorsione della realtà operata dai maiali, che per mantenere il potere che hanno acquisito e dominare sempre più sui loro simili non esitano a reinventare il passato: “Ancora una volta gli animali avvertirono un vago senso di disagio. Non avere mai rapporti con gli esseri umani, non impegnarsi in traffici commerciali, non fare mai uso di denaro… ma non erano queste alcune delle risoluzioni iniziali approvate in quella prima trionfale riunione del Consiglio subito dopo la cacciata di Jones? Tutti ricordavano – o perlomeno credevano di ricordare – di averle approvate […]. Più tardi Piffero andò in giro per la fattoria a tranquillizzare gli animi. Assicurò che la mozione di non intraprendere commerci e di non fare uso di denaro non era mai stata approvata, anzi non era mai stata neppure suggerita”.

Classico della letteratura, questo romanzo-favola-apologo, per quanto inestricabilmente legato al Novecento vive al di fuori di ogni orizzonte temporale e di ogni scenario socio-politico, perché ciò che con coraggio e piena limpidezza intellettuale racconta è la più universale delle umane debolezze: la facilità con cui egli diviene lupo agli altri uomini, suoi fratelli, suoi compagni.

Prima di lasciarvi, come di consueto, all’incipit del romanzo (la traduzione, per Mondadori, è di Guido Bulla), desidero salutarvi e farvi i migliori auguri di Buone Feste. Mi prenderò qualche giorno di riposo ma tornerò, puntuale, a gennaio 2016. Mi auguro di ritrovarvi tutti, e di incontrare nuovi amici strada facendo. Buona lettura, e ancora tanti, tanti auguri. E grazie per avermi seguito fin qui.

Il signor Jones, della Fattoria Padronale, aveva chiuso a chiave i pollai per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di fissare anche gli sportellini. Col cerchio di luce della sua lanterna, che ballonzolava da una parte all’altra, attraversò con passo malfermo il cortile, si sbarazzò a calci degli stivali sulla porta del retro, si spillò un ultimo bicchiere di birra dal barilotto nel retrocucina e poi salì fino in camera da letto, dove la signora Jones già russava.

Credere comunque nell’uomo, fidando in Dio

 

Due dimensioni, e altrettanti linguaggi, in apparenza in contrasto tra loro, si sovrappongono ne Il dottor Zivago, unico romanzo di Boris Pasternak, ferocemente avversato in patria ma che valse al suo autore, nel 1958, il premio Nobel per la letteratura; da una parte la costruzione di un ampio e densissimo orizzonte temporale, che copre eventi di eccezionale portata (dai falliti rivolgimenti proletari del 1905 allo scoppio del primo conflitto mondiale e allo spartiacque della rivoluzione d’ottobre; dai massacri fratricidi della guerra civile fino alla tragedia collettiva scatenata dai nazisti, all’invasione tedesca della Russia e alla successiva, rovinosa ritirata delle truppe del führer), declinati con la scarna puntualità del cronista, dall’altra le intime confessioni dello scrittore, il riflesso cristallino della sua visione del mondo incarnata nelle prese di posizione dei suoi personaggi, nel complesso universo morale dei suoi fragili eroi. La realtà storica che dà nutrimento alla narrazione di Pasternak è allo stesso tempo un preciso riferimento – cronologico, sociale, politico e culturale – e uno sfondo nebuloso, verrebbe quasi da dire inessenziale se paragonato alle travolgenti vicissitudini dei singoli; nella studiata illusione di un intreccio di estrema semplicità (la tormentata storia d’amore tra Jurij Zivago, medico e poeta, e Larisa Fëdorovna Guichard, figlia di una famiglia europea un tempo facoltosa), Boris Pasternak offre al lettore una chiave di interpretazione del proprio tempo (che tuttavia ha l’ambizione di guardare all’eterno e all’universale, all’uomo nella sua essenzialità, prescindendo dalle condizioni materiali specifiche, comunque destinate a cambiare) che ha il proprio fondamento in un’etica battezzata nella carità cristiana e in un umanesimo limpido e autentico, abbracciato con forza di fede e vissuto con una radicalità che non conosce né ammette compromessi. Ed è proprio nei passaggi in cui l’autore svela se stesso che il romanzo cessa di essere semplicemente una “storia raccontata” per divenir espressione del fatto stesso di esistere, della responsabilità della vita, della sua fatica e del suo senso, sospeso tra speranza e tragedia. Alle tenebre che da ogni parte circondano gli esseri umani, Pasternak oppone la pacata fermezza di una razionalità vivificata dalla compassione e l’ostinazione commossa di chi ha scelto la fratellanza con il prossimo, e da questa posizione non solo critica, ma rifiuta completamente le logiche perverse della guerra prima e della “rivoluzione dal basso” poi.
“Penso che se la belva che dorme nell’uomo si potesse fermare con una minaccia”, scrive Pasternak con un coraggio, una profondità di sentimenti e un’onesta intellettuale che hanno pochi eguali nella storia della letteratura, “la minaccia della prigione o del castigo d’oltretomba, poco importa quale, l’emblema più alto dell’umanità sarebbe stato un domatore da circo con la frusta, e non un profeta che ha sacrificato se stesso. Ma la questione sta in questo, che, per secoli, non il bastone ma una musica ha posto l’uomo al di sopra della bestia e l’ha portato in alto: una musica, l’irresistibile forza della verità disarmata, il potere d’attrazione del suo esempio. Finora si riteneva che la cosa essenziale del Vangelo fossero le massime e le regole morali contenute nei comandamenti, mentre per me la cosa principale è che Cristo parla con parabole tratte dalla vita d’ogni giorno, spiegando la verità al lume dell’esistenza quotidiana. Alla base di questo sta l’idea che i legami fra i mortali sono immortali e che la vita è simbolica perché ha un significato”. E ancora (e questa volta è Lara a parlare): “Tu forse ricordi meglio di me come tutto, in un momento, abbia cominciato ad andare in disfacimento: il funzionamento dei treni, il rifornimento delle città, le basi dell’armonia familiare, i fondamenti morali della coscienza […]. Allora sulla terra russa venne la menzogna. Il male peggiore, la radice del male futuro fu la perdita della fiducia nel valore della propria opinione. Si credette che il tempo in cui si seguivano le suggestioni del senso morale fosse passato, che bisognasse cantare in coro e vivere di concetti altrui, imposti a tutti. Cominciò a estendersi il dominio della frase, prima in veste monarchica, poi rivoluzionaria. Questo traviamento della società coinvolse tutto, contagiò tutto”.
Forse nessuna critica dell’autoritarismo e del pensiero unico, pur poggiando su basi teoriche quasi inesistenti, ha saputo colpire con così letale precisione il proprio bersaglio, e probabilmente è per questa ragione che il potere sovietico contrastò quest’opera con ogni mezzo a sua disposizione, almeno finché non fu costretto a capitolare di fronte all’“irresistibile forza della verità disarmata”, che ha fatto di questo lavoro un classico immortale. Leggete Il dottor Zivago, non lo dimenticherete.
Eccovi l’inizio del romanzo, buona lettura (la traduzione è di Pietro Zveteremich. Le poesie di Zivago in fondo al volume sono state tradotte da Mario Socrate).

Andavano e sempre camminando cantavano eterna memoria, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto. I passanti facevano largo al corteo, contavano le corone, si segnavano. I curiosi, mescolandosi alla fila, chiedevano: “Chi è il morto?” la risposta era “Zivago”. “Ah! allora si capisce”. “Ma non lui. La moglie”. “È lo stesso. Dio l’abbia in gloria. Gran bel funerale”. Scoccarono gli ultimi minuti, scanditi, irrevocabili. “La terra del Signore e la sua creazione, l’universo e ogni cosa vivente”. Il prete nel gesto della benedizione getto un pugno di terra su Màrija Nikolàevna. Fu intonato “Con gli spiriti giusti”. Poi tutto prese un ritmo spaventoso. La bara fu chiusa, inchiodata, calata nella fossa. Tambureggiò la pioggia delle palate di terra, rovesciata in fretta, con quattro vanghe, sulla cassa, finché non si formò un piccolo tumulo. Sopra vi salì un ragazzo di dieci anni. Soltanto quello stato d’inebetito torpore, che di solito prende alla fine d’ogni impotente funerale, poté creare l’impressione che il bambino volesse tenere un discorso sulla tomba della madre.