Di nuovo a Roma

Recensione di “Se ricordi il mio nome” di Carla Vistarini

Carla Vistarini, Se ricordi il mio nome, Corbaccio

Un paradiso tropicale e fondi praticamente illimitati cui attingere per i propri bisogni possono tenere a bada le preoccupazioni ma contro solitudine e nostalgia si rivelano armi spuntate, soprattutto se quel che manca, se ciò verso cui il pensiero incessantemente torna è il viso dolce di una bambina incontrata per caso, la cui vita, anche se per un brevissimo periodo di tempo, è diventata una cosa unica con la tua. Così non sorprende trovare nuovamente Smilzo, l’analista finanziario caduto in disgrazia e trasformatosi dapprima in un senzatetto qualunque e poi in eroe nel bel romanzo d’esordio di Carla Vistarini intitolato Se ho paura prendimi per mano (recensito qui), alle prese con sentimenti che non riesce in alcun modo a governare ma che, pur nella lancinante sofferenza che gli causano, hanno il merito di farlo sentire vivo e ancora importante (almeno per qualcuno, almeno per la “sua” adorata piccolina), nel nuovo lavoro della scrittrice, autrice e sceneggiatrice italiana: Se ricordi il mio nome. In quello che è, a tutti gli effetti, il seguito della storia narrata nel primo romanzo, Carla Vistarini riannoda tutti i fili mescolando sapientemente leggerezza, ironia e azione; rispetto a quanto già accaduto la situazione non pare granché mutata, eppure in qualche modo tutto è differente. In primo luogo perché l’autentica protagonista di entrambi i libri, la bambina (costantemente in pericolo di vita a causa dell’avidità degli adulti e della loro totale mancanza di scrupoli), è cresciuta (ha solo un anno in più, in realtà, ed è ancora decisa a non parlare a nessuno e a lasciare che a esprimere il suo diffidente disprezzo per il mondo, dal quale restano esclusi soltanto la mamma e Smilzo, “l’uomo buono”, sia il suo balbettante e quasi onomatopeico “andate a quel paese!”), ed è decisamente più combattiva di quanto chi intende farle del male sia disposto a credere, poi perché il complotto nel quale si trova invischiata è allo stesso tempo più semplice, più diretto e più letale di quello naufragato nel libro precedente, e infine e soprattutto perché Smilzo non è fisicamente accanto alla sua piccola meraviglia. Continua a leggere Di nuovo a Roma

Il cielo cristiano e il cielo romano

Recensione di “Roma senza papa” di Guido Morselli

Guido Morselli, Roma senza Papa, Adelphi
Guido Morselli, Roma senza Papa, Adelphi

Città impossibile da abitare eppure indimenticabile. Città-mondo che esplode di contraddizioni, città-sirena dalle irresistibili lusinghe e città-memoria, che decadente si specchia nel proprio passato trionfante e polveroso. Città esausta, giunta alla fine del secolo curva su se stessa come un vecchio, e città divisa, arena d’angeli e demoni, cancello del paradiso e baratro infernale, sovrastata da un cielo diviso, il “cristiano” e il “romano”, destinati a restare “di segno opposto”. Tra libera invenzione creatrice e ispirato sguardo profetico, è questa la Roma che Guido Morselli descrive nel suo sorprendente romanzo Roma senza papa (pubblicato nel 1974, un anno dopo il suo suicidio): uno scrigno prezioso e dimenticato, un laboratorio di pensieri, idee, possibilità e certezze, uno scantinato oscuro d’alchimista nel quale incessantemente si lavora alla scoperta di quella pietra filosofale che ha nome verità, una gigantesca, affollata aula d’università medievale dove dibattere di Dio e degli universali.

E più di tutto un simbolo, il simbolo di un’età nuova, di un fermento che ancora sfugge a una precisa lettura, a un’interpretazione condivisa, e che ha tanto i contorni nobili di un nuovo Rinascimento quanto l’inquietante profilo d’ombra di una decadenza precipitosa, inarrestabile. La Città Eterna, il cuore della spiritualità cristiana, nelle pagine ironiche e inquiete di Morselli vive sconvolgimenti profondi: fatica a riconoscere i ministri del culto che ora, come i protestanti, possono contrarre matrimonio – “In Italia, unico paese europeo dove l’istituto familiare conservi una qualche validità di facciata […] si vede nella Chiesa un ente ausiliario della famiglia, che cioè deve servire alla famiglia (garantire la fedeltà delle mogli, l’illibatezza delle ragazze) ma non può, non deve servirsene. Oggi, come ai giorni di Stendhal, il confessore è l’arma segreta dei mariti: e come fa a esserlo se è marito anche lui? Spagna e Portogallo hanno accolto la novità con disciplina se non addirittura con favore, gli italiani stentano a comprendere – e a perdonare” – e, cosa ben più importante, rifiuta se stessa e la subalternità cui l’ha condannata, settecento anni dopo l’onta della “cattività avignonese”, la scelta del Papa, l’irlandese Giovanni XXIV, di abbandonare il Vaticano per ritirarsi nella vicina e dimessa Zagarolo.

In questa dimensione quasi irreale, sospesa tra cieca attesa e rancoroso sconforto, Roma, e l’Italia tutta, e la complessa fratellanza d’anime rappresentata dalla cristianità altro non sono se non un concetto ancora indistinto, una scintilla di vita suscettibile di divenire qualsiasi cosa, l’espressione purissima della potenza aristotelica; con vivo coraggio e brillante intelletto Morselli si spinge nel futuro guardando alla storia (maestra di vita) e mescolandone i verdetti, le assoluzioni, le condanne, gli errori (i tragici come i grotteschi) con il caleidoscopio dell’immaginazione più sfrenata, provocatoria e dissacrante: “La Chiesa volta a volta si è messa contro l’uso del tabacco, la vaccinazione, il parto indolore, gli anticoncettivi, l’eutanasia, e alla fine ha dovuto approvare tutto. Incanalare i fenomeni sociali, non ignorarli o combatterli, questa è sapienza cristiana: non l’odium theologicum, o l’intransigenza velleitaria […]. L’Oriente, dove l’oppio e la canapa indiana fanno parte dell’alimentazione comune da duemila anni, possiede pure quel profondo senso del divino che in Occidente abbiamo perso da un pezzo, con tutte le nostre inibizioni, i nostri tabù igienici”.

Non più certo di se stesso e non ancora del tutto smarrito, vicino a sbocciare tanto quanto ad appassire, il credo di questa Roma (e di coloro, religiosi e laici, che la abitano, in qualche misura archetipi dell’umanità del nuovo millennio) ha la voce curiosa e prudente di un sacerdote svizzero, padre Walter, tornato nella capitale dopo trent’anni di assenza per essere ricevuto in udienza dal Papa. Sorprese, dubbiose, compiaciute, divertite, le riflessioni di quest’uomo sono altrettanti punti di vista su una società fragilissima, mutevole, priva d’identità, e insieme segnano il faticoso percorso (simile all’incedere incerto ma cocciuto di un bimbo) di una coscienza individuale e collettiva, stretta tra il richiamo del passato (rassicurante, malgrado le gravi imperfezioni, in massima parte perché conosciuto) e le nebulose attrattive di un futuro gravido di promesse, o forse di minacce: “[…] sono sceso a Castel Sant’Angelo. Mi sono fermato a osservare di lì la prospettiva verso la piazza e la basilica. I monumenti che sono costati al cattolicesimo, e ne valeva la pena, lo scisma protestante […]. Adesso che la Controriforma cede (dopo quattro secoli) alla pro-Riforma, San Pietro è soltanto un mausoleo […]. Oggi tutto vi tace, anche se per diciassette chilometri di appartamenti, cappelle, logge e biblioteche, è offerto un serbatoio di opere d’arte al cui confronto scompaiono l’Hermitage e il Louvre”.

Consumata tra incontri, ricordi e riscoperte, l’attesa del religioso protagonista del romanzo, dilatata da ritardi e inconvenienti, si colora di atmosfere surreali, kafkiane; e la misura di questo tempo, pur senza essere, come accade nei lavori del grande scrittore ceco, espressione dell’angoscia, dello smarrimento, della disperazione e del non senso, vive, temperata soltanto in parte da un’ironia puntuta e furente nel suo impeccabile garbo formale, in una tensione sempre rinnovata, nel silenzio elettrico che precede lo scoppio del temporale: “Mi voltai a salutare con lo sguardo la Finestra, che si parava di rosso nelle domeniche della mia gioventù. Sotto l’obelisco, come allora, camminavano coi piedi pesanti due carabinieri, i pennacchi affiancati annuenti sulle lucerne. E c’erano i ragazzi che strillavano e si scapaccionavano davanti al negozio delle Suore Paoline. Qualche vecchio taxi fermo all’imbocco di Via della Conciliazione. Una fila di fedeli, o turisti, che tagliavano la Piazza in obliquo, sotto il sole, venendo verso di noi”.

Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.

Mi sono votato a fare a piedi gli ultimi trenta chilometri del mio pellegrinaggio. Il Papa ci riceve sabato mattina. Intanto per allenarmi salgo-scendo quella faticosa scenografia che è la Roma storica, più sorprendente che bella per un occhio elvetico, e cioè gotico, come il mio. Ma le voglio bene, io che dovrei venerarla; un attaccamento profano, banale oltretutto. Umano. Dal ’68 al ’72 i miei giorni fervidi li ho vissuti qui, giovane aiuto-minutante che trovava appena il tempo di dir messa, e i superiori (il povero, caro Mons. Marin, del resto accanito nel lavoro lui stesso) gli rimproveravano di chiudersi a chiave in ufficio la domenica pomeriggio. Sono già andato a rivedermi il «casamento». Via della Conciliazione, l’asfalto e il travertino fra cui è sfiorita la mia primavera.

Un’eterna menzogna chiamata nazione

Federico De Roberto, L'Imperio, Rizzoli
Federico De Roberto, L’Imperio, Rizzoli

Concluso ma non esaurito l’affresco di un’Italia opportunista, vile e corrotta raccontata, nello splendido romanzo I Vicerè, attraverso “il decadimento fisico e morale di una stirpe esausta” (quella degli Uzeda di Francalanza, discendenti da una nobile schiatta spagnola), lo scrittore napoletano Federico De Roberto prosegue nella sua dolente, infiammata, irosa ma non per questo meno lucida, meno penetrante riflessione politico-sociale – “L’Italia è una putredine, e Roma è il cancro che la distrugge. Questo è un Paese che il diavolo dovrebbe portarselo via. Tutta la nostra vita è uno schifo, uno schifo, uno schifo” – nel “romanzo parlamentare” L’Imperio, frutto di un lungo e tormentato lavoro, più volte abbandonato e ripreso nell’arco di una quindicina d’anni e sfortunatamente rimasto incompiuto. La continuità di quest’opera con I Vicerè (il riconosciuto capolavoro di De Roberto nonché il suo scritto più celebre), resa esplicita dalla figura del protagonista, quel Consalvo Uzeda, rampollo viziato e mellifluo sprezzante degli uomini e del mondo che emerge nell’ultima parte de I Vicerè dapprima come immaturo ragazzetto di poco o nessun valore dedito soltanto ai piaceri, poi come giovane deciso a conquistare a qualsiasi costo la gloria mondana che per soddisfare le proprie ambizioni sceglie la carriera politica divenendo, in rapida successione, assessore, sindaco e deputato (e che ne L’imperio troviamo per l’appunto deputato, impegnato con tutte le sue forze a imporsi all’attenzione del bel mondo romano, a far incetta di ammirazione e consensi, a rendersi indispensabile, a sognare, in luogo di un banco alla Camera indistinguibile da centinaia d’altri, uno scranno ministeriale), è soltanto la bussola narrativa de L’Imperio, una sorta di aiuto al lettore, che nel seguire Consalvo non ha difficoltà a familiarizzare con scenari completamente nuovi (i luoghi della vita istituzionale; il cinico, arruffato ed elitario circolo dell’informazione giornalistica, con i suoi intoccabili maestri al cui fianco scalpitano le nuove leve; i salotti della borghesia illuminata; il teatro, goffo e scandaloso, dei lavori parlamentari) né a conoscere gli altri attori della vicenda raccontata, a partire dall’entusiasta Ranaldi, il contraltare “umano e politico” di Consalvo, idealista l’uno laddove l’altro è un continuo mutar d’opinione spinto unicamente dalla promozione del proprio egoistico interesse, tanto schiuso alle tempeste della passione e delle idee il primo quanto astuto e freddo calcolatore il secondo. In questo legame, evidente ed estrinseco, il romanzo respira e cresce, ma non vive, perché Consalvo, qui più ancora che ne I Vicerè, è un espediente letterario, il grimaldello con il quale l’autore intende scardinar serrature mai prima d’allora tentate, raggiunger nuovi confini, affacciarsi su abissi non ancora intravisti, non ancora immaginati: “il romanzo che voglio scrivere è tale da fare colpo. Sarà, se riuscirò a finirlo, un libro terribile; dovrà fare l’effetto di una bomba […]. Un libro grande, nel quale dire cose che forse nessuno ha dette ancora”.

Allora ecco che Consalvo non è che il testimone e il simbolo di un’universale rovina; i suoi vizi, il suo trasformismo, il suo essere, secondo la convenienza del momento, “uno e centomila”, la sua immorale doppiezza, lungi dall’essere semplicemente i tratti distintivi di un uomo, sono le caratteristiche di una nazione perduta e prostituita, di un suolo che non merita il nome amato di patria bensì quello esecrato di terra di conquista. Ne L’Imperio De Roberto ricorre alla finezza psicologica, a un umanesimo critico e disilluso per descrivere non un singolo o un insieme di individualità ma un Paese intero dilaniato dagli egoismi, dai particolarismi, dagli interessi di parte, incamminato verso un’inevitabile rovina. E per quanto allo scrittore (uno dei grandi nomi dell’Italia letteraria) non riesca il radicalismo espresso nelle intenzioni, per quanto il suo più che giustificato furore, la sua motivatissima indignazione, non giungano a conclusioni realmente nuove, all’individuazione di sconvolgenti verità mai sospettate (nella sua ironia garbata e sottilmente feroce, nell’aristocratica eleganza della prosa, per esempio, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ferisce ben più di quanto faccia il tumultuoso raccontare di Federico De Roberto), L’Imperio, al pari de I Vicerè, merita la considerazione che si deve ai grandi romanzi: ricco nello stile, acuto nei ragionamenti, e soprattutto di straordinaria e inquietante attualità nelle tesi espose e nelle conclusioni tratte, quest’opera entra di diritto nel novero dei classici. Leggetela dunque (ma rigorosamente dopo aver ceduto alla fascinazione de I Vicerè), ne rimarrete conquistati.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Quando Ranaldi s’affacciò dal parapetto della tribuna, appoggiandovi la destra armata del cannocchiale, l’aula era spopolata. Scoccavano le due, e per aver salito più che in fretta le scale, dalla paura di perdere il principio dello spettacolo, il giovane ansava. Era anche un poco confuso e intimidito. Il bersagliere di guardia, al portone; più su, al primo piano, l’usciere che lo aveva avvertito di dover lasciare la mazza; l’altro usciere che, ancora più in alto, nella saletta già popolata di giornalisti vociferanti, gli aveva chiesto di mostrare la tessera, quasi sospettando in lui un intruso; quell’apparato, quella diffidenza, i visi sconosciuti, l’ignoranza della via, l’errore d’essere entrato nella sala del telegrafo prima di fare l’ultimo tratto di scale, lo avevano impacciato e quasi intimorito.

L’oscura eternità di De Roberto

 

Federico De Roberto, L'illusione, Rizzoli
Federico De Roberto, L’illusione, Rizzoli

È un mondo in lento disfacimento quello nel quale si consuma l’esistenza di Teresa Uzeda, donna inquieta, tormentata e appassionata, eroina tragica e patetica insieme, allo stesso tempo coraggiosa e vile, orgogliosa e pusillanime, capace di generosità come di grettezza, perduta in fantasticherie e sogni eppure lucida nell’analisi dei patimenti che la vita le riserva. Personaggio complesso, straordinariamente moderno, talmente fragile da muovere a compassione e a tratti così colpevolmente irresponsabile da suscitar fastidio, quando non aperta ribellione, la nobile Teresa Uzeda, ritratta dall’infanzia alla maturità, è la protagonista del bellissimo romanzo di Federico De Roberto L’illusione. Parte di una trilogia che comprende I Vicerè (il capolavoro dello scrittore napoletano, di cui ho già scritto in questo sito) e L’imperio, quest’opera si concentra su un singolo ritratto per disegnare un’epoca (la storia è ambientata alla fine dell’Ottocento, nei raffinati ambienti dell’aristocrazia siciliana e romana), cogliendola, oltre che nelle sue specificità, in tutto ciò che essa ha di “eterno”, dunque in quelle “qualità”, in quelle caratteristiche che sono del tempo più che di un particolare momento storico. Come farà con molta più incisività ne I Vicerè, in questo lavoro, pur adottanto una prospettiva individuale, De Roberto si concentra su tutti quegli aspetti (dell’uomo come della società di cui è parte) che stanno a fondamento del vivere di ciascuno e di tutti. Nel carattere della fanciulla e poi della donna Uzeda egli ci mostra splendori e miserie che non fatichiamo a riconoscere come nostri, e che per questa ragione ci coinvolgono, ci impressionano e ancor più ci spaventano. E nella medesima maniera De Roberto procede quando guarda alla società, ai salotti e alle conversazioni oziose e colte che vi si tengono, alla politica romana (che racconta sfiorandola, prendendo a pretesto la travolgente ma infelice storia d’amore tra Teresa, separata da un marito sposato senza amore, e il giovane deputato Paolo Arconti), di cui denuncia la ritualità stantia, la sostanziale immobilità, l’incapacità di slanci ideali e di rinnovamento autentico. Gli uomini che incarnano questo vivere sociale fatto d’apparenza, dove nulla sembra accadere davvero e che pare destinato a replicar se stesso in un continuo presente che poco alla volta ma inesorabilmente consuma se stesso, sono gli stessi che condannano Teresa all’infelicità, vanificano le sue speranze, ne offendono la sensibilità, e attraverso giochi di seduzione e insistiti corteggiamenti (che lusingano l’amor proprio di questa creatura rimasta fanciulla in cuor suo) umiliano il suo bisogno di amare ed essere amara, calpestano il suo anelito all’assoluto, ingenuo quanto possono esserlo le idee dei sentimenti coltivate tra le pagine dei romanzi ma sostanzialmente sincero, in qualche misura perfino puro, incorrotto, e perciò meritevole di rispetto.

Testimone di una stagione che intimamente la rappresenta ma dalla quale è anche lontanissima per carattere, Teresa Uzeda è un personaggio impossibile da dimenticare, plasmato dal suo creature a immagine della collettività di cui ognuno di noi è parte. Come acutamente scrive Vitaliano Brancati, “tutti sono in grado di giudicare la somiglianza delle delusioni di De Roberto alle nostre”, ed è esattamente questa capacità di superare le contingenze e di guardare all’universalità del mondo, alle sue fondamenta, a quell’intricato sottosuolo che sembra contenere in sé ogni tempo e dissolverne le peculiarità nel dettato sempre uguale delle sue “leggi di natura”, a rendere ancora oggi De Roberto uno scrittore eccezionale per attualità e importanza. La rigida classicità della sua prosa, la signorile sobrietà dello stile, quella sua studiata “letterarietà borghese” regalano al lettore un raffinato piacere estetico, ne accarezzano il gusto senza minimamente stemperare la profondità delle sue riflessioni né la forza delle sue denunce. Nei suoi romanzi De Roberto si fa narratore di una storia d’Italia gelida e feroce, intrisa di crudo realismo e di una visione profetica che non può non lasciare ammirati e scossi. Federico De Roberto è un autore da riscoprire, e non abbandonare più.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
«Il nonno! Il nonno!… Arriva!… Eccolo qui!…».
Lasciata a precipizio la finestra, ella si mise a correre, insieme con Lauretta, per la casa; gridò dietro l’uscio della camera della mamma: «È arrivato!… È qui!…» scappò a chiamare le persone di servizio: «Stefana!… Camilla!…» e tornò verso l’anticamera sgolandosi: «Nonno!… Nonno!… Eccoci, nonno!…».
Il nonno, seguito dal portinaio e dal facchino con le valigie, era a mezza scala quando ella gli arrivò dinanzi. Abbracciatala e baciatala sulle due guance, esclamo: «Teresina!… Come stai? Come sta la mamma?». «Bene, nonnuccio… tutti bene!… Anche Lauretta… Dove s’è cacciata?… Tò: eccola lì…».

Il passato dei fatti, la memoria degli uomini

 

Difficile affrontare un’opera a buon diritto entrata nel novero dei grandi capolavori della letteratura e di cui si parla come di una lettura irrinunciabile. Difficile approcciarla, persino se ci si limita a raccontarne banalmente la trama, tanto è universalmente nota; arduo, insomma, esserne all’altezza. D’altro canto, soprattutto con i libri accade spesso che “quel che tutti conoscono”, quel che è “impossibile non leggere”, sia stato letto davvero in ben pochi casi; così, anche occuparsi di un romanzo famosissimo qual è La storia di Elsa Morante può rivelarsi un esercizio non sterile. Scritto in tre anni, dal 1971 al 1974, e ambientato a Roma durante il secondo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra, questo splendido lavoro non narra soltanto l’odissea di una famiglia (quella formata dalla vedova trentasettenne Ida Ramundo, di professione maestra elementare, da suo figlio adolescente Nino e dal piccolo Giuseppe, nato proprio nel 1941, quando il romanzo prende avvio, in seguito a una violenza sessuale subita da un giovane soldato tedesco di nome Gunther), si allarga alla descrizione delle difficili condizioni di vita della popolazione, si sofferma sui patimenti causati dalla guerra, sulla miseria diffusa, sugli orrori incancellabili e irrimediabili che ogni scontro bellico porta con sé. Pur senza mai trascurare i componenti di quella famiglia, indiscussi protagonisti del romanzo, né allontanarsi troppo dal loro punto di vista, l’autrice si misura con l’eredità del passato intesa come memoria condivisa, come patrimonio (più spesso fardello) comune: compone un affresco nel quale i destini individuali non sono che parti di un tutto, e lo fa tolstojanamente, esponendo all’impietosa luce della realtà dei fatti un tragico momento di storia, e insieme a esso la vita di coloro, uomini, donne, bambini, che ne hanno fatto parte.
Il dolente realismo della scrittura di Elsa Morante, il suo stile caratterizzato da sobrietà assoluta, da un’umanissima condivisione della sofferenza descritta, sembra farsi cronaca nel mero dettaglio del succedersi degli accadimenti (la scrittrice romana non permette distrazioni al lettore; la sua “storia” è lo svolgersi della storia, e questo svolgersi lei lo richiama con forza al principio di ogni nuovo capitolo, il cui titolo coincide con l’anno in cui succedono determinate cose, che si apre con un riassunto dei fatti di maggior rilievo divisi nell’arco dei dodici mesi), ma questo, per quanto importante, è solo un aspetto, e il più estrinseco, dell’opera. Ne La storia, infatti, quel che accade è semplice materiale narrativo; nei confronti di ciò che è stato Elsa Morante ha solo il dovere della precisione documentaristica, dell’esattezza dello studioso (che soddisfa pienamente nelle aperture dei capitoli citate in precendenza); il cuore del romanzo è altrove, nelle persone, nei loro sentimenti, nelle azioni che compiono, in quel che sognano, desiderano, nelle faticose parole con cui cercano di esprimere se stessi e nei silenzi nei quali cercano rifugio; e ancora nella pietà laica che la Morante dimostra per ognuno di loro, nello sguardo limpido, sincero e commosso che sa offrire a destini privi di speranza, a esistenze segnate dalla sconfitta.
Esistenze come quella di Giuseppe, figlio di una violenza balbettante e timida, di un bisogno d’amore che per vergogna di sé è divenuto rabbia; del fratellastro Nino, fascista quasi per gioco, per spavalderia, e poi partigiano pronto a tutto nella violenza insensata e brutale dello scontro fratricida che ha portato l’Italia alla Liberazione; della loro madre, il cui argine alle durezze e alle asprezze della vita, nobile e disperato, giorno dopo giorno va incontro al proprio ineluttabile disfacimento; del giovane anarchico Davide Segre, talmente oppresso dal dolore da trovare scampo solo nell’illusione della droga, nella dose, destinata ad aumentare impercettibilmente di volta in volta.
La storia è un bellissimo romanzo. La vicenda che racconta è dura, straziante, e non lascia spazio alla speranza. Tuttavia non è priva di calore e non si chiude nel più cupo pessimismo. Perché i vinti cui Elsa Morante dà voce non dimenticano, neppure per un istante, la loro umanità. Spogliati di tutto, privati della vita, del battito del cuore e del respiro, conservano la propria anima. E forse, suggerisce l’autrice, esistere non è che questo; conservare, nel breve tratto di cammino che dobbiamo fare, la nostra anima. O almeno provare a farlo.
Se non l’avete ancora fatto, leggete La storia.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie. Né il soldato si distingueva dagli altri della sua serie: alto, biondino, col solito portamento di fanatismo disciplinare e, specie nella posizione del berretto, una conforme dichiarazione provocatoria.
Naturalmente, per chi si mettesse a osservarlo, non gli mancava qualche nota caratteristica. Per esempio, in contrasto con la sua andatura marziale, aveva uno sguardo disperato. La sua faccia si denunciava incredibilmente immatura, mentre la sua statura doveva misurare metri 1,85, più o meno. E l’uniforme – cosa davvero buffa per un militare del Reich, specie in quei primi tempi della guerra – benché nuova di fattura, e bene attillata sul suo corpo magro, gli stava corta di vita e di maniche, lasciandogli nudi i polsi rozzi, grossi e ingenui, da contadinello o da plebeo.

Gli era capitato, invero, di crescere intempestivamente, tutto durante l’ultima estate e autunno; e frattanto, in quella smania di crescere, la faccia, per difetto di tempo, gli era rimasta ancora uguale a prima, tale che pareva accusarlo di non avere neanche la minima anzianità richiesta per l’infimo suo grado. Era una semplice recluta dell’ultima leva di guerra. E fino al tempo della chiamata ai suoi doveri militari, aveva sempre abitato coi fratelli e la madre vedova nella sua casa nativa in Baviera, nei dintorni di Monaco.