Scrivere il delitto perfetto

Recensione di “La promessa” di Friedrich Dürrenmatt

Friedrich Dürrenmatt, La promessa, Feltrinelli

Considerato nella sua essenza, il meccanismo narrativo del giallo classico è piuttosto semplice; nell’ordine abbiamo un fatto delittuoso, un investigatore che cerca di ricostruire l’accaduto, una serie di indizi che vengono scoperti e ordinati in logica sequenza attraverso un meticoloso lavoro di indagine e una serie di rigorose deduzioni e infine il disvelamento della verità (con la conseguente, rassicurante, cattura del colpevole). Genialità personale a parte, è esattamente questo, senza eccezioni, il percorso seguito dai vari Hercule Poirot, Sherlock Holmes, Miss Jane Marple, Auguste Dupin, insomma dai più celebri detective della storia della letteratura. Un percorso imboccato anche da un anonimo poliziotto svizzero, il commissario Matthäi, protagonista de La promessa, forse il miglior racconto del grande scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt. Continua a leggere Scrivere il delitto perfetto

Il sussurro della giustizia, l’urlo della vendetta

Recensione de “Le ragioni del sangue” di Alessandro Gennari

Alessandro Gennari, le ragioni del sangue, Garzanti

Un romanzo che del giallo ha le atmosfere, l’andamento, le sorprese, i colpi di scena, le false piste e il progressivo disvelamento dei fatti, e nel medesimo tempo una storia oscura che affonda le proprie radici nel nostro passato recente, nella tragedia del secondo conflitto mondiale e poi nell’abisso della guerra civile italiana, nell’incubo, eroico ma non certo privo di terribili efferatezze, della Resistenza, sanguinoso scontro fratricida tra partigiani e occupanti. Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari, insignito del premio Bagutta Opera Prima nel 1995, è un’opera cruda e violenta, un racconto potente, di vibrante sincerità, una testimonianza scomoda e ostinata, un urlo che lacera il silenzio. La scelta di raccontare eventi trascorsi (una parte della nostra comune memoria di popolo che ancora oggi suscita divisioni e riapre ferite mai del tutto guarite) nelle serrate cadenze di un thriller ha una duplice valenza, letteraria e simbolica.

Da una parte rende il racconto fluido e coinvolgente, regalando il giusto ritmo alla narrazione, mentre dall’altra spinge il lettore a confrontarsi con un’idea di verità spinta fino alle sue estreme conseguenze. Cos’è, infatti, il vero, chiede l’autore, se non radicale presa di coscienza, completa riappropriazione di qualcosa che ci appartiene? “Tradotta” nella soluzione di un caso, nella cattura del colpevole, nel ristabilimento di un rassicurante equilibrio sociale, la verità del giallo classico qui cambia radicalmente volto e diviene qualcosa di molto prossimo alla giustizia, alla riparazione dei torti.

Non a caso, il vero protagonista del romanzo di Gennari è un morto, Antonio Marga, padre del personaggio che è l’io narrante della vicenda: un uomo, un soldato, un eroe celebrato al suo funerale con queste parole: “Come tanti giovani della sua generazione, Antonio Marga dovette interrompere gli studi, fu costretto a mettere fine a una brillante carriera artistica perché ricevette una cartolina che lo chiamava a partire per la guerra. Una guerra che non sentiva, che certo non condivideva. Poteva quindi rifiutarsi di partire, nascondersi. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Ma in quegli anni, partire per la guerra era un dovere. Per quanto oggi suoni incomprensibile, di fronte alla chiamata della Patria non ci si tirava indietro, né si giudicava se fosse giusto o sbagliato… Per tre anni Antonio fece il suo dovere di soldato, in Albania e in Grecia, e quando si trattò di scegliere tra la collaborazione con i tedeschi e la prigionia, ancora una volta non esitò a compiere la scelta più difficile. Fu deportato nei campi di concentramento nazisti, dove patì la fame e il freddo nelle baracche, insieme ai compagni che vedeva spegnersi uno dopo l’altro. E arrivò infine a Dachau, dove apprese a che punto poteva arrivare la vergogna di appartenere alla specie umana. Qui contrasse un’infezione polmonare, una malattia talmente grave che i suoi stessi carnefici furono indotti a sbarazzarsi di lui. Considerato ormai inservibile, fu rispedito a casa e dovette affrontare con le poche forze superstiti il lungo viaggio di ritorno, sorretto unicamente dal desiderio di rivedere la sua terra, e i suoi cari…”.

Ma il ritratto a tutto tondo di un elogio funebre, il ricordo filtrato dalla pietà, o forse solo dalla consapevolezza dell’inutilità di una tardiva confessione, ha poco o nulla a che vedere con la realtà dei fatti; ed è con questa realtà, in un drammatico crescendo di rivelazioni, che si trova a fare i conti il figlio di Marga, gettato nei chiaroscuri di una vita che non gli appartiene e che pure è quanto di più caro egli possieda.

Le ragioni del sangue è un bellissimo romanzo, scritto magistralmente, un’opera da riscoprire, eredità di un grande scrittore scomparso troppo presto.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Mio padre morì una mattina di gennaio fredda e senza neve. Paola mi telefonò svegliandomi dopo una brutta notte in cui avevo sognato che il diluvio inghiottiva la città. Parlava sottovoce, sforzandosi di non piangere. Sentivo qualcuno singhiozzare accanto a lei, l’altra mia sorella, forse, o la cameriera. Ancora intontito, avevo la sensazione di ascoltare qualcosa che già sapevo, di vivere un episodio già successo. Riattaccai pensando alle fastidiose incombenze che mi aspettavano, al funerale in chiesa e agli appuntamenti da annullare. Mi resi conto che stavo reagendo come avrebbe fatto lui, ricordai la sua espressione infastidita alla notizia della morte di mio nonno e per un istante lo sentii vicino e complice, mi accorsi di volergli bene come da bambino, quando giocava con me.

A Palermo, in una “notte buia e tempestosa”…

 

Santo Piazzese, La doppia vita di M. Laurent, Sellerio
Santo Piazzese, La doppia vita di M. Laurent, Sellerio

Nate per caso e dal caso, le indagini di Lorenzo La Marca, di professione biologo, procedono senza alcuna apparente razionalità, nutrite di intuizioni improvvise, attraversate da correnti elettriche di emozioni, cameratismi e antipatie, scandite dai tempi rallentati di una città particolarissima (Palermo), dalle sue atmosfere uniche e dagli intoccabili rituali dei suoi abitanti. Nascosta nella penombra di stradine tortuose, distorta dai discorsi obliqui e allusivi di chi ha imparato a minacciare sorridendo e a condannare a morte con un abbraccio, la verità è materia sfuggente, pericolosa, qualcosa di quasi indecifrabile alla luce del solo intelletto. E lo sa bene proprio La Marca, protagonista (e trasparente alter ego dell’autore) de La doppia vita di M. Laurent, secondo romanzo giallo del siciliano Santo Piazzese (dell’ottimo esordio, I delitti di via Medina-Sidonia, ho già scritto in questo blog), che affronta questa nuova inchiesta, nella quale naturalmente si trova coinvolto suo malgrado – pur senza fare nulla per tirarsene fuori – con la stessa flemma, la stessa distaccata, intelligente ironia che adopera nella vita. Non basta, infatti, un uomo ucciso a colpi di pistola in un vicolo deserto (l’assassinio con cui si apre il romanzo) a togliere sonno, appetito e buonumore a La Marca, e non perché l’uomo sia morbosamente attratto dalla cronaca nera – “i morti”, confessa, “mi fanno sempre impressione, e tendo a schivarli, soprattutto quando c’è la fondata possibilità che siano sfigurati, smembrati, o malridotti in genere. Per non parlare degli impiccati con la lingua di fuori” – ma perché la ragione che lo spinge a seguire (anzi ad accompagnare) l’amico poliziotto fin sulla scena del delitto, “in mezzo agli sbirri, ai fotografi, e agli infiltrati affetti da necrofilia da week-end”, è “il lampo all’henné di una chioma familiare”, quello di Michelle, il medico legale, cui l’uomo è legato da una relazione tanto intrigante quanto instabile. “Tutto sommato”, chiosa sornione il biologo-investigatore, “ci avevo sperato di incontrare Michelle quando mi ero offerto di accompagnare Vittorio. Era una questione di probabilità. Non è che ce ne siano tanti, di medici legali, nella capitale del crimine. Le feci un cenno da lontano per farle capire che avrei aspettato la fine della recita, e continuai ad osservare la scena”. Giallista di gran talento, Piazzese dà vita ad intrecci nel medesimo tempo avvincenti e piacevoli, dove dramma e commedia convivono in perfetto equilibrio, il disegno dei caratteri è preciso, puntuale e ricco di preziose sfumature, e le descrizioni della sua terra appassionate, gravide d’amore sincero e di quel genuino stupore che soltanto la bellezza autentica è in grado di suscitare. Tra le sue pagine dense eppure lievi, la vicenda, con il suo pesante carico di sangue e di mistero, si snoda quasi da sé, impreziosita da un linguaggio raffinato e soprattutto dal continuo gioco di rimandi che l’autore costruisce tra sé il suo eroe, prestando a La Marca, oltre al proprio lavoro, gusti letterari, preferenze musicali e un’edonistica inclinazione al godimento dei piaceri della vita, a partire da quelli della buona cucina. Leggendo delle avventure di La Marca, della sua “normalità” sconvolta (ma non più di tanto a ben guardare; siamo in Sicilia, ricorda a più riprese Piazzese, terra di mafia) dalla violenza e dagli omicidi, seguendo passo dopo passo le sue investigazioni – coronate da successo ma pur sempre dilettantesche – che punteggiano un’esistenza altrimenti normalissima, regolata dai doveri professionali e dal richiamo irresistibile dell’ozio (contemplativo, s’intende), ci si ritrova nel bel mezzo di una terra splendida e feroce, dove a regnare quasi incontrastata è una malata “cultura” della sopraffazione tramandata di generazione in generazione e insegnata fin dalla più tenera età, ma anche (ed è qui che si rivela non solo il valore dello scrittore Piazzese ma anche la profondità del suo registro narrativo) in un luogo magico e vitale, al centro di una teoria di meraviglie che richiama quel che c’è di più nobile nell’uomo e che è naturale antidoto alla morte e alla sua terrificante logica d’annientamento.

Profuma intensamente di realtà la Sicilia di Santo Piazzese; conosce bene la mafia e i suoi sistemi, così come sa che esiste la corruzione, e che la politica, a tutti i livelli, è uno dei gangli vitali del malaffare; ma proprio perché forte di questa consapevolezza non invoca eroi ma guarda a se stessa, al proprio inesauribile tesoro spirituale, che riverbera nei colori pieni della terra, nell’abbondanza dei suoi frutti, e nutre uomini straordinariamente comuni come Lorenzo La Marca, persone che amano in egual misura un buon libro e un buon vino, che pur senza inseguire a tutti i costi il pericolo non lo fuggono, e che non rinunciano ad amare, sorridere, vivere, perché hanno compreso che è proprio nel momento in cui si smette di vivere che si comincia a morire.
La doppia vita di M. Laurent è un giallo di ottima fattura, che avvince il lettore fin dalla primissima pagina e lo trascina in un delizioso girotondo di garbata ironia, sorprese architettate a regola d’arte, immancabili colpi di scena e studiate rivelazioni autobiografiche. Al termine del romanzo amerete allo stesso modo il viziato La Marca e il suo gemello-creatore. E vorrete approfondire la conoscenza di entrambi.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
– Ti ci porto io – avevo detto a Spotorno – mi viene di passaggio.
E non mi veniva affatto di passaggio.
Sono le frasi dall’apparenza più innocua quelle che celano dentro di sé i più subdoli inneschi a orologeria.
Ma forse è meglio se prima di continuare con la storia del morto ammazzato, della ungro-finna, della vedovallegra, e tutto il resto, io racconti com’è che mi trovassi a casa del signor commissario. Perché la Verità è sempre rivoluzionaria, dicono. Anche quella meteorologica.
Il punto è che c’erano i lampi, c’erano i tuoni, c’era la pioggia e la grandine a tempesta contro i vetri, e puntuale come una nemesi temporalesca, c’era pure il solito buio targato Enel, che a Palermo si sa quando comincia…
Dunque, era una notte buia e tempestosa, che ci posso fare? Buia nera. E tempestosa senza rimedio. Ed io ero confuso.

Era una confusione esistenziale, da autunno vero, non uno di quei metaforici autunni della vita che ci affliggono per tutto l’anno dalle strofe dei più pervertiti autori cantautori post-marxisti-neoprévertiani. Si era in ottobre, e dall’avvento della Seconda repubblica l’autunno mi riserva un ottobre confuso. Giorni in cui ti sembra di avere un Bronx dentro la testa, pensieri da trattare con cautela, attento a ogni svolta e agli angoli bui, prima di approdare al conforto di un daiquiri ghiacciato al punto giusto.

Oltre la semplicità del sangue

 

Scania, sud della Svezia. Una mattina di gennaio, all’apparenza uguale a tutte le altre, la tranquillità del piccolo villaggio di Lenarp va in pezzi: un anziano contadino scopre che i suoi vicini di casa, marito e moglie, sono stati torturati in modo orribile; l’uomo non è sopravvissuto alle sevizie, la donna invece è riuscita a resistere, ma anche per lei è ormai questione di ore, forse addirittura di minuti. Trasportata d’urgenza all’ospedale, non risponde alle cure, ma prima di morire riesce a sussurrare al poliziotto che l’ha accompagnata una parola: “stranieri”. Del caso, che fin dall’inizio si preannuncia complesso, intricato e particolarmente spinoso,  si occupa la polizia di Ystad, e il responsabile delle indagini è il commissario Kurt Wallander. È la prima inchiesta per lo “sbirro” inventato da Henning Mankell, protagonista di una serie di romanzi gialli che hanno riscosso un immenso successo di pubblico e si sono guadagnati il plauso convinto della critica. Wallander è un funzionario pacato, saggio e riflessivo; non disdegna l’azione, anche se vi ricorre con riluttanza e solo quando le circostanze non gli lasciano altra alternativa, e può contare sulla stima, la considerazione e l’affetto sincero dei colleghi. A ben guardare, è un poliziotto come ce ne sono molti; abile, certo, ma non geniale; risoluto, ma non eroico; esperto, ma non infallibile. 
 
Mankell costruisce il suo personaggio con grande intelligenza; guarda ai più celebri detective letterari con rispetto ma senza soggezione e brillantemente evita tanto i tranelli dell’emulazione quanto l’ingannevole seduzione dell’originalità a tutti i costi. Così, Wallander nasce senza particolari tratti distintivi, non si fa notare né ricordare per qualche specifica caratteristica, ma si impone comunque all’attenzione del lettore per la sua umanità autentica, per le sue debolezze di uomo e di padre (ha un matrimonio quasi del tutto naufragato di cui occuparsi e una figlia da comprendere fino in fondo e dalla quale essere capito), per i suoi rimorsi di figlio (il padre, che sta lentamente scivolando nella demenza senile, è una figura importante, ma anche ingombrante nella vita di Wallander; è un punto di riferimento e nello stesso tempo un peso), e ancora per i pericoli della sua professione, per gli orrori con i quali è costretto a misurarsi e per le cicatrici che lasciano nella sua anima.
A svelare la sua natura più intima, tuttavia, non è tanto la sua vita privata, quanto i casi di cui si occupa (a cominciare da quello narrato in Assassino senza volto, impeccabile esordio della serie, pubblicato in patria nel 1991 e in Italia dieci anni più tardi): per il commissario Kurt Wallander, infatti, il male compiuto dagli uomini, qualsiasi forma esso assuma (omicidio, violenza fisica o psicologica, tortura, sfruttamento), non si esaurisce nelle conseguenze cui dà vita, per quanto tragiche possano essere; è la sua carica destabilizzante, la sua capacità di distruggere ogni certezza, ogni sicurezza, insinuando al loro posto smarrimento e paura, il pericolo peggiore, ed è quello che bisogna combattere, a ogni costo. Considerato da questo punto di vista, il duplice omicidio con cui si apre Assassino senza voltoè quasi una falsa pista, un indizio messo apposta sotto il naso del lettore per condurlo fuori strada. Perché è indubbiamente vero che è di quel delitto che Wallander e i suoi colleghi si occupano (riuscendo a risolverlo dopo lunghi mesi di indagini infruttuose), ma è altrettanto vero che tutte le gravissime implicazioni che scaturiscono da quel fatto di sangue non sono legate tanto a quel che è effettivamente successo, quanto all’ultima parola pronunciata da una delle vittime prima di morire: “stranieri”. Una parola che immediatamente evoca diffidenza, ostilità, pregiudizio; che identifica un colpevole (o più esattamente un capro espiatorio) e scatena un’istintiva ansia di vendetta.
Scrittore di immenso talento, Mankell con Assassino senza volto non si è limitato a costruire un giallo perfetto, in grado di soddisfare anche gli appassionati più esigenti;è andato oltre, e ha utilizzato le tecniche narrative e gli “ingredienti” di questo genere per realizzare qualcosa di nuovo, per sorprendere; ha raccontato di un mondo (il nostro, quello nel quale viviamo) preda di un’inquietudine diffusa, di un disagio esistenziale crescente, e a queste ombre, che sempre ci accompagnano, ha dato concretezza, consistenza e forma plasmandole come delitti. Poi ha fatto intervenire Wallander; il poliziotto Wallander, che con tenacia risolve i casi di omicidio, ma soprattutto l’uomo Wallander, che del caos generato da quegli omicidi è prima di tutto vittima, proprio come noi.
Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.
Ha dimenticato qualcosa. Appena si sveglia lo sa con sicurezza. Qualcosa che ha sognato durante la notte. Qualcosa che dovrebbe ricordare.
Si sforza di ricordare. Ma il sonno è come un buco nero. Un pozzo che non rivela niente di ciò che contiene.
Eppure non ho sognato i tori, pensa. Se fosse stato così sarei fradicio di sudore, come se mi fossi svegliato per la febbre nel pieno della notte. E questa notte, i tori mi hanno lasciato in pace.
Rimane disteso al buio e ascolta. Il respiro di sua moglie è appena percettibile e deve sforzarsi per captarne il suono.
Una mattina o l’altra sarà lì, distesa di fianco a me, morta senza che io me ne sia accorto, pensa. Oppure lo sarò io. Uno di noi morirà prima dell’altro. Un’alba sorgerà e nel silenzio delle prime luci del giorno uno di noi si troverà solo.
Guarda la sveglia sul comodino di fianco al letto. Le lancette fosforescenti indicano le cinque meno un quarto.
Perché mi sono svegliato a quest’ora, pensa. Di solito dormo fino alle cinque e mezza. È sempre stato così da quarant’anni. Perché mi sono svegliato adesso?
Tende l’orecchio nel buio e improvvisamente è completamente sveglio.
C’è qualcosa di diverso. Qualcosa che non è come dovrebbe.
Sposta una mano con cautela fino a toccare il volto di sua moglie. Appoggia appena i polpastrelli e sente il calore del viso. Questo vuole dire che non è morta. Questo vuole dire che non è ancora stato lasciato solo.
Continua a cercare di ascoltare nel buio.

La cavalla, pensa. Non nitrisce. Ecco perché mi sono svegliato. D’abitudine, lo fa ogni notte. La sento senza svegliarmi e nel mio subconscio so che posso continuare a dormire.