Cristo delle trincee

Recensione di “E Johnny perse il fucile” di Dalton Trumbo

Dalton Trumbo, E Johnny prese il fucile, Bompiani

Cosa resta di un giovane tornato dalle trincee del primo conflitto mondiale senza più volto, cieco, sordo, muto e privo di tutti e quattro gli arti? Cosa si può dire di lui? Che è morto anche se il suo cuore non si è fermato? Che è vivo perché il suo cervello non smette di pensare e di inviare impulsi elettrici a quel che resta della sua carne, al tronco e allo stomaco violentato da un tubo d’acciaio attraverso cui passa l’indispensabile nutrimento? Cosa possono dire i medici di questo ragazzo, ferito tra milioni di feriti, mutilato tra milioni di mutilati eppure così diverso da ciascuno di loro da essere un caso unico al mondo? Di averlo salvato? Di averlo condannato? Di essere riusciti in un miracolo o di aver dato corso a un orrore indicibile? E cosa può dire di se stesso questo ragazzo? Cosa può pensare? Cosa può desiderare? Cosa può sperare? Di fronte a tutte queste domande, molte delle quali destinate a rimanere senza risposta (o per dir con più esattezza destinate a non avere una risposta soddisfacente), ossessivamente ripetute a se stesso, si trova, come dinanzi a una parete liscia e immensa impossibile da scalare, l’ex soldato Joe Bonham, protagonista di E Johnny prese il fucile dello sceneggiatore americano Dalton Trumbo. Continua a leggere Cristo delle trincee

Il gioco delle pulci e la poesia

agonia agapeUn saggio trasformato in un romanzo; il lavoro di un’intera vita, in attesa di essere sistematizzato e concluso, divenuto, nella piena coincidenza tra personaggio e autore, prosa, e stile, e musicalità della lingua, e armonia del periodo. E l’arte, privilegiato oggetto di riflessione, che perde di significato e svanisce in un tempo nel quale “ciascuno è artista di se stesso”, in un tempo in cui, poiché ogni cosa è riproducibile, niente che sia davvero autentico è più necessario. L’arte, dunque, categoria dello spirito in via di estinzione, che si riflette nel corpo martoriato di uno scrittore ossessionato dal suo lavoro, che frammentata occhieggia da decine, centinaia di appunti presi, da migliaia di libri accatastati in ogni dove in una stanza che è insieme camera d’ospedale e studio privato, che sussurra nelle citazioni di poeti, scienziati, romanzieri, musicisti e filosofi, che come un rimorso tortura nel cortocircuito di un pensiero nuovo eppure in qualche modo già pensato, già consegnato alla storia, forse addirittura già dimenticato. L’arte, la scintilla creativa dalla quale si origina, la sua produzione in serie assicurata dalla meccanizzazione dei processi, dall’innovazione tecnologica, la sua trasformazione in merce, in bene di consumo universale, la sua oscena democratizzazione – “[…] e allora ecco Bentham secondo cui ‘a pari quantità di piacere arrecato, il gioco delle pulci vale tanto quanto la poesia’, visto la parola ‘quantità’? La quantità del piacere non la qualità, è questo il punto, e poi arrivano le macchine digitali, le macchine che Norbert Wiener chiamava ‘tutto o niente’, una macchina che conta dà origine al sistema binario e con esso al computer, per cui Wiener ci racconta di un geniale ingegnere americano che è andato ad acquistarsi un pianoforte automatico assai costoso. Il gioco delle pulci o la poesia, non gliene frega un accidente della musica però lo affascina il complicato meccanismo che la produce, ecco l’America com’era, cos’era la meccanizzazione, cos’era la democrazia e la deificazione della democrazia cent’anni fa” – è il centro di gravità de L’agonia dell’agape, ultima opera di William Gaddis (in Italia pubblicata da Alet Edizioni, tradotta da Fabio Zucchella e corredata da un’ottima postfazione a cura di Joseph Tabbi). “Canto del cigno” (a parere proprio di Tabbi) del geniale scrittore americano, L’agonia dell’agape, per uno squisito paradosso letterario, risulta essere perfettamente coerente con il resto della sua opera pur nascendo in totale discontinuità con essa; il romanzo, infatti, che ha la furia distruttiva del pamphlet e la potenza del j’accuse, che trascina con sé il lettore nella tempestosa violenza di una prosa armata, scagliata sulla carta come fosse un proiettile, una prosa tambureggiante, bellicosa, portatrice di consapevolezza e verità e responsabile del proprio compito, in origine doveva essere tutt’altro, e cioè (è ancora Tabbi a spiegare) “un’esauriente storia sociale del piano meccanico in America, i cui lineamenti possono essere rintracciati nelle migliaia di appunti, ritagli, documenti di lavoro, abbozzi e frammenti che Gaddis lasciò alla sua morte”. Di questo progetto, mai portato a termine, Gaddis ha sparso tracce negli altri suoi romanzi (in special modo nei suoi capolavori JR e Le perizie); seminando indizi, egli ha lasciato trasparire la storia che sta a fondamento di tutte le altre storie da lui narrate, “una cronologia che parte dall’invenzione del piano meccanico nel 1876 e arriva al 1929, ‘quando crollarono il mondo del piano meccanico e ogni altra cosa’”; celando, o per dir con maggior esattezza mostrando solo in parte, nell’irresistibile complessità delle sue riflessioni sul denaro (JR) e sul rapporto tra finzione e realtà, decisamente sbilanciato a favore della prima (Le perizie), il tema dal quale tutti gli altri temi si originano (“La teoria del caos come mezzo per arrivare all’ordine”), William Gaddis prepara la strada proprio a L’agonia dell’agape, vissuto come l’atto conclusivo di un percorso conoscitivo e artistico che coincide con la vita stessa.

Così, ecco che nelle brevi, dense, incalzanti pagine di questo romanzo qualsiasi mediazione viene annullata in quanto totalmente inutile. L’identità tra scrittore e personaggio rende superflua ogni parentesi descrittiva (ciò che dobbiamo sapere della voce narrante lo sappiamo immediatamente; si tratta di uno scrittore non più giovane, malato, con un unico pensiero in  mente, terminare il proprio saggio), così come la realtà immediata, il qui e ora, l’esigenza dell’uomo Gaddis che è la medesima esigenza del Gaddis riprodotto sulla carta, rende superflua la ricerca e la costruzione di altri personaggi (tutti sostituiti da figure reali; il già citato Bentham, e poi Benjamin, Freud, Tolstoj, Platone, Kierkegaard, Huizinga, Flaubert, Melville, Jung, Shakespeare, Nietszche, Dodds, Bernhard, Blake, Dostoevskij …). Il puro materiale romanzesco, dunque, svanisce dinanzi a ciò che è essenzialmente romanzo, alla novella che ha sostituito il saggio per poterlo raccontare, all’invenzione e allo stile che hanno preso il posto della sistematicità per poterle regalare espressione, per riuscire a darle voce. Squisito paradosso letterario, si diceva; il paradosso cercato da uno scrittore dotato di un talento unico per non arrendersi all’indicibile, il paradosso voluto da uno degli autori più significativi del Novecento, capace di portare il romanzo oltre se stesso, di disegnare una nuova geografia per la parola scritta: “Quella era la Giovinezza con la sua spericolata esuberanza, quando ogni cosa era possibile, inseguita dall’Età in cui ci troviamo adesso, e ricordiamo ciò che abbiamo distrutto, ciò che abbiamo strappato via da quell’io che poteva fare di più, e quella mia opera che è diventata il mio nemico, perché di questo io posso parlarvi, della Giovinezza che poteva fare qualunque cosa”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

No ma vedete, io devo spiegare tutto perché io non, noi non sappiamo quanto tempo è rimasto e io devo lavorare sul, devo finire questo mio libro e insomma mi sono portato tutta questa pila di libri, appunti pagine ritagli e Dio sa cosa, devo ordinare e organizzare, per il giorno in cui questa proprietà verrà divisa e gli affari e tutti gli impicci che ne derivano, nel frattempo mi tengono qui per farmi a pezzi e raschiarmi e ricucirmi e poi farla di nuovo a pezzi questa maledetta gamba guardatela, tutta piena di punti metallici come quella vecchia cotta dell’armatura giapponese in sala da pranzo, ho l’impressione che mi stiano demolendo pezzo dopo pezzo.

L’incubo dell’utopia realizzata

Aldous Huxley, Il mondo nuovo / Ritorno al mondo nuovo, Mondadori
Aldous Huxley, Il mondo nuovo / Ritorno al mondo nuovo, Mondadori

Il futuro immaginato e il presente che a quel domani terribile e folle dipinto in pari misura dall’intelligenza e dalla fantasia inconsapevolmente fa da incubatrice; l’orrore prossimo venturo ritagliato nell’architettura narrativa di un romanzo e le sue tracce scoperte nell’apparente innocenza dell’oggi, del tempo cui apparteniamo e che dovrebbe appartenerci, e somigliarci; l’incedere razionale e conseguente di un’analisi, di una riflessione, e il respiro ampio del racconto, l’armonia di una prosa che è bellezza prima di essere verità, che è equilibrio. E il loro incontrarsi, il loro confrontarsi e sovrapporsi, il cercare, l’uno nell’altra, la propria ragion d’essere, la propria causa prima, la propria essenza, il proprio completamento. Al crocevia tra la libertà dell’energia creatrice e l’attenzione critica verso ciò che ci circonda, nel risaltare delle differenze che rendono tra loro complementari la sorvegliata scrittura del saggio e la ricchezza stilistica dell’opera letteraria, nella sostanziale coincidenza delle tesi esposte nell’uno e nell’altro lavoro e dunque nel fondersi del romanzesco nel reale, nell’inverarsi del fantastico, risiede l’importanza de Il mondo nuovo (e insieme della raccolta di saggi Ritorno al mondo nuovo, sorta di rilettura prospettica del primo lavoro), lo scritto più noto di Aldous Huxley, unanimemente considerato dalla critica un classico della letteratura distopica. Pubblicato al principio degli anni trenta, Il mondo nuovo (da leggersi in continuità con Ritorno al mondo nuovo, lucida, puntuale e amarissima denuncia delle condizioni in cui versa la nostra organizzazione sociale, sempre più simile a quella che emerge dalle pagine del romanzo) disegna, situandola in un remoto avvenire, una dittatura tecnocratica mondiale in tanto più atroce e terrificante in quanto priva di qualsiasi carattere emergenziale e fondata su idee di benessere, prosperità e felicità invece che su una predatoria volontà di dominio. Il mondo che verrà di Aldous Huxley è un consesso umano planetario costruito sull’esattezza scientifica, sulla perfetta pianificazione, sull’infallibilità dell’ingegneria e della biologia e sui paradisi artificiali garantiti dalle droghe; è un’immensa catena di montaggio che ha sostituito a ogni pulsione individuale, a ogni espressione della singolarità una popolazione replicata miliardi di volte su un numero definito di modelli genetici predeterminati. Rigidamente divisa in caste, questa umanità concepita in provetta (le nascite naturali sono state abolite, così da amputare alla radice ogni sentimento di affetto personale, ogni legame tra genitori e figli, potenzialmente distruttivo per una società che prospera sui concetti di comunità e condivisione, condizionata ad accettare il fatto che “ognuno appartenga a tutti” e che il proprio posto nel mondo, così come il proprio destino, sia scritto nel corredo genetico, allo stesso modo in cui lo sono i tratti del volto e il colore degli occhi) non conosce dolore, ansia e preoccupazione alcuna per il semplice fatto che non ha gli strumenti per figurarsi alcunché si situi al di fuori del proprio perimetro esistenziale, un perimetro deciso in laboratorio, rafforzato giorno dopo dopo giorno da infallibili tecniche di suggestione mentale e riequilibrato, ogni volta che ve ne sia la necessità, da una dose di droga chimica, un composto chiamato soma, dono dello Stato ai suoi cittadini.

“Le utopie”, scrive Nicola Berdiaeff nella citazione che apre il romanzo, “appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva?… Le utopie sono realizzabili. La vita marcia verso le utopie. E forse un secolo nuovo comincia; un secolo nel quale gli intellettuali e la classe colta penseranno ai mezzi d’evitare le utopie e di ritornare a una società non utopistica, meno ‘perfetta’ e più libera”; Huxley fa propria questa lungimirante previsione e dapprima la declina nella finzione del romanzo, dando libero sfogo a ogni eccesso della fantasia, non rinunciando al sarcasmo, all’ironia spesso velenosa, al ghigno, e trascinando la sua storia verso il dramma (nella società “civile”, nel mondo nuovo dove tutto è ordinato e finalizzato, finisce un “selvaggio”, un uomo educato secondo i vecchi principi, che non può accettare il prezzo pagato dalla società “illuminata” per il proprio benessere), poi, con Ritorno al mondo nuovo (pubblicato nel 1958, dunque oltre vent’anni dopo il romanzo, e tradotto per Mondadori da Luciano Bianciardi) riporta tutto su uno spaventoso piano di realtà mostrando quanto le sue più ardite ipotesi stiano già in gran parte divenendo fatti, quanto dunque sia urgente cominciare a pensare come liberarsi dall’utopia: “Processato dopo la fine della seconda guerra mondiale”, scrive Huxley in un capitolo fondamentale di Ritorno al mondo nuovo intitolato La propaganda sotto la dittatura, “Albert Speer, ministro hitleriano degli armamenti, fece un discorso in cui descriveva, con notevole acutezza, la tirannia di Hitler, e ne analizzava i metodi: «La dittatura di Hitler» disse «differiva per un aspetto sostanziale da ogni altra dittatura. Fu la prima nel nostro periodo di moderna evoluzione tecnica, e quindi si servì di tutti i mezzi tecnici disponibili, per la dominazione del paese […]. Molti hanno avuto l’incubo che un giorno le nazioni possano essere dominate con mezzi meccanici. Un incubo quasi realizzato sotto il sistema totalitario di Hitler». Quasi, ma non del tutto […]. Dai tempi di Hitler l’arsenale degli strumenti tecnici a disposizione di un ipotetico dittatore si è notevolmente ampliato […]. Grazie al progresso tecnologico, il Grande Fratello, oggi, può diventare pressoché onnipresente, come Dio. E il pugno d’un ipotetico dittatore si è rafforzato non soltanto sul fronte tecnico. Dai tempi di Hitler gran mole di lavoro si è svolto in quei campi della psicologia e della neurologia applicata, che sono settore specifico del propagandista […]. Oggi l’arte del controllo dei cervelli sta diventando una scienza […] quell’incubo non realizzato sotto Hitler può diventare realizzabilissimo”.

Tra romanzo (o favola, per usare la stessa definizione di Huxley) e saggio, tra fantasia e realtà, Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo sono e restano, malgrado il trascorrere degli anni, letture fondamentali, opere capaci di mettere in guardia, di risvegliare la coscienza e il pensiero critico, sono le luci che squarciano la tenebra uniforme e fittissima nella quale, ogni giorno di più, rischiamo di rimanere imprigionati.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Mondadori, è di Lorenzo Gigli. Buona lettura e buon 2016 a tutti.

Un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani. Sopra l’entrata principale le parole: “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra centrale” e in uno stemma il motto dello Stato Mondiale: “Comunità, Identità, Stabilità”.

L’impossibile riforma di uomini, cose, istituzioni e costumi

Recensione di “Il Codice di Perelà” di Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, Mondadori
Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, Mondadori

La leggerezza di uomo fatto interamente di fumo riflette il miracolo creativo dell’immaginazione, simboleggia la libertà pura del pensiero, richiama quella felice anarchia dell’intelletto che, come un folletto dispettoso, apre le porte della realtà al colorato disordine del fantastico; l’esistere al limite dell’inconsistenza di un uomo composto soltanto di fumo è la dolce eco di una fantasia inesauribile e travolgente, assetata d’inaspettato e capace di dar vita ai mondi in cui desidera abitare, di popolare terre sconosciute, di ridisegnare il vero. La delicata assurdità, la follia gentile di un uomo che è semplicemente fumo è insieme un’artistica dichiarazione d’intenti e uno sfumato (ma non per questo opaco) “manifesto” politico, è la raffinatezza giocosa di un “romanzo futurista”, di pagine studiatamente stralunate da cui emerge, limpida, una “metafisica” dell’imperfezione, una “teoria universale” dell’ingiustizia. L’uomo di fumo, la buffa, “impossibile” creatura di nome Perelà, è il protagonista di un’opera originalissima e felice intitolata Il Codice di Perelà, sorta di novella sperimentale, o se si vuole di ardito antiromanzo, pubblicato nel 1911 dallo scrittore, poeta e giornalista Aldo Palazzeschi. In una prosa quasi sognante, che fa pensare alla grazia innocente delle favole, l’autore racconta la parabola di un uomo di fumo che, dopo aver vissuto per ben trentatré anni nella cappa di un camino, alla morte delle tre donne che quel camino avevano fino ad allora alimentato (e dalle cui sillabe iniziali dei nomi, Pena, Rete e Lama, egli ricava il proprio: Perelà), lascia la propria casa per andare alla scoperta del mondo. Accolto dall’entusiastica curiosità delle persone che incontra, acclamato da cittadini comuni e autorità del paese in cui si ritrova al punto da venir designato come nuovo estensore del Codice Legislativo, Perelà appare come un dono della Provvidenza; il suo atteggiamento dimesso, il fanciullesco candore, la cortese disponibilità all’ascolto – che altro non sono se non l’espressione di un’alterità assoluta, di una essenziale diversità – dapprima gli guadagnano il favore del popolo ma ben presto gli si ritorcono contro; nel momento in cui, per emulare l’incorporea natura di Perelà e trasformarsi in una senziente nuvola di fumo, un uomo decide di darsi fuoco, la creatura diviene bersaglio di ogni sorta di accuse e additata, quale figura astuta e ingannatrice (nonché causa prima di dolore e afflizione), al disprezzo di ognuno: “La mia opinione dunque… la mia opinione dunque… la mia opinione è molto semplice, ed è questa precisamente: da un pezzo nella nostra terra non s’è fatto che seminare fumo, e ora la terra incomincia a fumare, mi sembra un fatto logico, naturale, naturalissimo. Se voi seminate nella terra chicchi di granoturco o di frumento, raccoglierete spighe di granoturco e di frumento, avete seminato fumo in abbondante quantità e raccogliete abbondante messe di fumo, non potete raccogliere fascine di legna. Deste un valore eccessivo a un fatto che non lo meritava, parve non ci fosse di meglio al mondo che il fumo, parve che con esso le più gravi questioni si potessero risolvere, non s’ebbe più che fumo davanti agli occhi, uomini e donne vestiti di quel colore, feste, balli, banchetti dati in suo onore, inni in sua lode, onore e lode di quale cosa, di che? […]. Voi lo avete innalzato? E voi lo riabbassate al giusto livello. Ma molto in giù […] fino in fondo. Gli avete affidato opere gravissime senza valutare quale sproposito formidabile stavate commettendo? E voi gliele togliete quelle opere, ma presto, subito, senza por tempo in mezzo. E soprattutto… allontanatelo dalla società, date retta a me, cercate il modo di farlo scomparire al più presto”.

La conservazione dello status quo, l’allontanamento, non importa quanto brusco, quanto violento, di qualsiasi elemento perturbatore dell’equilibrio sociale, pur se narrato ancora con un tono a metà tra lo stupito e l’ironico, denso d’istintiva meraviglia e dunque in perfetta continuità stilistica con quell’atmosfera fiabesca che caratterizza l’intero romanzo, àncora l’avventura di Perelà a un ben precisa dimensione e contribuisce a inquadrare ogni accadimento (quel che è già avvenuto come ciò che ancora deve succedere) in una prospettiva politica e umana che senza fatica riconosciamo come nostra. Così l’invenzione si fa apologo, il sogno utopia e il suo tragico fallimento specchio di un eterno presente cui tutti apparteniamo. Come sovrani, e in pari tempo come sudditi.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Pena! Rete! Lama! Pena! Rete! Lama! Pe.. Re.. La…
– Voi sareste un uomo, per caso?
No. Io sono una povera vecchia, un uomo per caso sarete voi.
È vero, è vero, scusate, avete ragione, voi siete una povera vecchia, un uomo sono io.
– Voi che cosa siete?
– Io sono leggero… un uomo leggero… tanto leggero… e voi siete una povera vecchia, lo so, come
Pena, come Rete, come Lama, anche loro erano vecchie. Sapreste dirmi se ciò che si vede in fondo a questa via è la città?
– Sì
.

Gli ingredienti letterari della cioccolata

Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato, Salani
Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato, Salani

La fantasia naturalmente, ma anche una buona dose di realtà, e soprattutto di verità. Il divertimento, certo, ma anche l’insegnamento, la morale, la distinzione netta tra giusto e sbagliato. E le possibilità, che sembrano infinite, la meraviglia nascosta dietro ogni angolo, i desideri e il loro improvviso avverarsi, e ancora la magia – che altro non è se non un disinteressato dono di speranza al mondo – che irrefrenabili irrompono dispensando gioia, e commozione, e sorpresa. E in questo splendido spettacolo di fuochi d’artificio, il pulsare quieto di una felicità autentica, frutto maturo e squisito di una scelta, quella dell’obbedienza, della piena fedeltà a se stesso. Gli ingredienti letterari de La fabbrica di cioccolato, delizioso romanzo dello scrittore britannico Roald Dahl, sono buffi e miracolosi al pari di quelli utilizzati dall’originalissimo pasticciere protagonista del suo lavoro, l’enigmatico Willy Wonka, che nel chiuso del suo stabilimento produce senza sosta squisitezze di ogni sorta, dolci multicolori e irresistibili stupefacenti fin dal nome – come il Cioccocremolato delizia Wonka al triplosupergusto o il Crocconocciolato a sorpresa Wonka –: la scintillante semplicità di una prosa che sa essere evocativa ed emozionante tanto nelle consuete descrizioni d’ambiente (spesso venate da un dolce crepuscolarismo dickensiano) quanto nella sconfinata sfrenatezza dell’immaginazione, l’entusiasmo genuino per la narrazione, la raffinata finezza psicologica che contraddistingue il disegno dei caratteri. E insieme a tutto questo, il puntuale, rassicurante manifestarsi di una limpida giustizia distributiva, premio alla virtù e meritato castigo del vizio; licenza artistica che, nel restituire equilibrio alla quotidianità che tutti circonda e cui tutti appartengono, nel sanarne le patenti ingiustizie, non solo offre sollievo ai lettori (specie ai più giovani, cui Dahl di preferenza si rivolge) ma, ed è ciò che più importa, si fa manifesto di una chiara visione etica. Così, l’impenetrabile “fortezza di golosità” di Willy Wonka, che il suo proprietario, dopo decenni di silenzioso esilio, decide di riaprire invitando per una visita unica e irripetibile i cinque fortunatissimi bambini che saranno riusciti a trovare, all’interno delle sue tavolette di cioccolata distribuite in tutto il mondo, i biglietti d’oro che soli danno diritto all’ingresso, si trasforma, per i piccoli vincitori (e ancor più per i genitori che li accompagnano), in un vero e proprio esame di coscienza, in un’occasione per riflettere sui loro comportamenti, sugli errori commessi.

Quattro dei cinque fanciulli, infatti, sono tutt’altro che ingenui e innocenti; uno, Augustus, è dedito soltanto a gozzovigliare e sembra non avere altro pensiero se non quello di riempirsi la pancia; un’altra, la petulante Veruca, è talmente abituata a veder esaudito ogni suo capriccio da credere di poter ottenere qualsiasi cosa semplicemente obbligando i genitori a comprargliela; una terza, Violetta, eccelle in un’unica attività, quella di masticare ininterrottamente la stessa gomma (non a caso è la campionessa mondiale di questa assurda “disciplina”), mentre l’ultimo, Mike, passa le giornate inebetito davanti alla televisione. Solo Charlie, il quinto, si distingue da tutti loro; a prima vista per il fatto di essere l’unico ragazzo povero in un gruppo composto da persone ricche o decisamente benestanti, in realtà perché è un bimbo obbediente, rispettoso, che ama genitori e i nonni e vive con loro armoniosamente anche nelle più grandi difficoltà. Il biglietto d’oro, per lui, è davvero l’avverarsi di un sogno; per i suoi compagni d’avventura, invece, è soltanto una piccola novità, uno spettacolo che considerano organizzato per il loro esclusivo piacere. Ma nel mondo di Willy Wonka, nella sua fabbrica dove tutto è possibile, tra i suoi minuscoli e industriosi aiutanti (gli esotici Umpalumpa, provenienti da una regione talmente selvaggia e remota che nemmeno i professori di geografia sanno dove si trovi, e pronti a spiegare, a suon di canzoni in rima baciata, perché a esser cattivi, egoisti, avidi e stupidi tutto quel che si guadagna è una sacrosanta punizione), nelle sue stanze piene di complicatissimi marchingegni, ciascuno degli ospiti si troverà di fronte ai propri peggiori difetti, e dovrà scegliere se assecondarli una volta di più (o meglio, una volta di troppo), oppure finalmente cominciare ad opporcisi. Finché, a furia di strani trucchi e diabolici tranelli, resterà un solo ospite nella fabbrica, proprio il bambino che Willy Wonka sperava così ardentemente di trovare…

Opera magistrale e senza tempo, La fabbrica di cioccolato è un’avventura dolce e travolgente, un romanzo che si legge d’un fiato e non si smette mai d’amare; un piccolo, preziosissimo tesoro di bontà, ottimismo e speranza da custodire con ogni cura. 

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la perfida filastrocca inventata dagli Umpalumpa per Mike, rimasto vittima della sua smodata passione per la televisione. La traduzione, per Salani, è di Riccardo Duranti. Buona lettura

«Perché un bambino sia bene educato
una cosa importante abbiamo imparato:
non permettete mai e poi MAI,
onde evitare un sacco di guai,
che il miserello se ne stia fermo
davanti a un qualche teleschermo.
Anzi, il consiglio più pertinente
sarebbe non installare per niente
questi apparecchi che rendono cretini
sia i più grandi che i più piccini.
In tutte le case che abbiam visitato
c’era un bambino seduto impalato,
lo sguardo lustro, la bava alla bocca,
davanti a una buffa scatola sciocca.
Taluni possono stare per ore
muti guardando il televisore.
Lo sguardo fisso, l’aria da allocchi,
fuor dalle orbite gli escono gli occhi,
(una volta abbiam fatto un censimento:
ce n’eran venti e più sul pavimento!)
Seduti immoti, ipnotizzati,
come ubriachi paralizzati,
con il cervello telelavato
in un massiccio telebucato.
È vero, signora, che tiene buoni
anche i bambini più birbaccioni,
che così noie più non le danno,
e fuor dai piedi un po’ se ne stanno
mentre lei scola e condisce la pasta
o con le amiche gioca a canasta –
ma non si è mai fermata a pensare
a tutti i danni che può causare
una massiccia esposizione
ai raggi della televisione?
Non si è mai chiesta esattamente
che effetto esercita sulla mente
ingenua della sua creatura
quell’invenzione contronatura?
FA A TUTTI I SENSI L’ANESTESIA
UCCIDE TUTTA LA FANTASIA!
RIEMPIE LA MENTE DI PACCOTTIGLIA,
E FA VENIRE GLI OCCHI DI TRIGLIA!
RENDE PASSIVI E CREDULONI,
ALLENTA IN BLOCCO ROTELLE E BULLONI
CHE IL CERVELLO FAN FUNZIONARE,
NON LASCIA PIU’ NULLA DA IMMAGINARE,
IL GUSTO PER LE FIABE ROVINA,
TUTTA LA TESTA RIDUCE IN PAPPINA!
 A questo punto qualcuno dirà:
“Va bene, va bene, ma come si fa?
 Se questo mostro di cui parlate
 va eliminato con due pedate
come faranno i nostri figlioli
a divertirsi, specie se soli?
Come passare una bella serata
Senza la tele illuminata?”
Scordato avete la vostra storia?
Vi rinfreschiamo un po’ la memoria?
C’era una volta una grande avventura:
la consuetudine alla lettura!
Pieni di libri i comodini,
scaffali, tavoli e anche lettini!
Tutti leggevano e il tempo volava,
e con il tempo la mente viaggiava:
storie di draghi, regine e pirati,
di navi e tesori ben sotterrati;
deserti, giungle e fitte foreste,
cannibali e indios a caccia di teste.
Paesi strani e luoghi mai visti,
malvagi, eroi, tipi buffi o tristi:
di spazio pei sogni ce n’era a iosa,
leggere era un’attività meravigliosa!
Racconti, favole, romanzi, fumetti,
volumi, tomi, libelli e libretti,
ce n’era gran scelta e varietà,
e tutti leggevano a volontà!
Se erano piccoli bambini,
qualcuno per loro leggeva i destini
di Biancaneve e la mela stregata,
e della Bella Addormentata.
Quanti bei libri, quanti piaceri
potevano scegliere i ragazzi di ieri!
Perciò vi preghiamo, fate il favore,
buttate in cortile il televisore!
Con uno scaffale riempite lo spazio
e pur se i ragazzi saranno uno strazio
per qualche giorno guardandovi male,
colmate di libri quello scaffale;
vedrete che poi, passata la crisi, pian piano smettete di essere invisi:
per far qualcosa, per curiosità,
saranno colpiti dalla novità.
Sfogliando un libro quasi per caso
più non potranno staccarne il naso:
riscopriranno che grande diletto
è leggere un libro o un giornaletto!
Ci prenderanno tanta passione
che scorderanno la televisione;
i tempi in cui erano vittime inermi
del fascino truce dei teleschermi
un brutto sogno vi sembrerà
e ogni ragazzo grato sarà
a quelli che, con mossa sapiente,
l’han trasformato in teleindipendente.
P.S. Non è che di Mike ci siamo scordati:
ma siamo in attesa dei risultati
per constatar se funziona la cura
e se recupera la sua statura.
Ma se non funziona, in verità,
possiam solo dire che bene gli sta!»

Tra fumetto e romanzo

Stefano Babini, Non è stato un pic nic!, Dada
Stefano Babini, Non è stato un pic nic!, Dada

È certamente un fumetto. Ma è anche un romanzo. È sicuramente autobiografico. Ma c’è pure parecchia fantasia. Ed è strapieno di citazioni. Scritte e disegnate. Un divertimento nel divertimento è andarle a cercare e identificarle tutte. Insomma, come possiamo classificare questo lavoro di Stefano Babini, grandissima matita del panorama della Nona Arte italiana, proposto a fine 2014 da Dada in seconda edizione (la prima era un bel cartonato del 2009, a tiratura limitata)? Semplice: è un fumanzo, come da simpatica definizione del suo stesso autore. Un fumanzo che –  con pagine a fumetti alternate a testi in narrativa – racconta un periodo della vita dello stesso Babini, un periodo durante il quale egli pensò bene di innamorarsi perdutamente di una insegnante di grafica pubblicitaria incontrata nella scuola dove teneva corsi di fumetto. Così «nonostante avessi stragiurato a me stesso di non ricaderci più, mi ritrovai nuovamente impigliato ad una sottana», racconta. Così impigliato da perdere la trebisonda, da rinunciare a una importante commessa ricevuta da un grosso editore francese, da lasciarsi scappare altre love-stories… Sulla base di questa trama si innesta un’ampia serie di riferimenti a fatti, persone e personaggi, come in uno zibaldone leopardiano: la sensazione, infatti, è proprio quella di leggere un diario ricchissimo e disordinato, scritto in momenti e in modalità diverse. E non c’è da stupirsene, visto che in effetti è proprio così che è nato il libro, almeno stando a quanto ha raccontato in più occasioni lo stesso Babini… Ecco perché pagina dopo pagina si possono trovare indiani meravigliosamente prattiani (è risaputo che Babini è stato tra i migliori allievi del maestro veneziano), ma anche il povero pirata Pantani, protagonista di un progetto a fumetti mai portato a termine; e ancora Marlon Brando, che nei panni del Padrino parla al protagonista in siciliano. E non è finita, perché compaiono anche Serpico, Kit Carson (quello stile Albertarelli) e l’indimenticabile tenente Colombo. E per non scontentare nessuno, ecco che all’appello si aggiungono Diabolik e Blueberry. Insieme a tantissimi altri ancora. Alla fine, ovviamente, c’è anche lui, il grande Hugo Pratt in persona, cui il protagonista si rivolge per chiedere consiglio su come concludere il suo libro… Come dire, non si sa mai cosa aspettarsi via via che si procede in questa gustosissima esplorazione.

La lettura è briosa e divertente. Il disegno… beh, è quello di Babini, uno che ha alle spalle la scuola di Pratt e poi Diabolik, il Grifo, le gallerie d’arte, Vanity Fair, il Romics d’Oro 2014… Di lui, l’editore Egisto Quinti Seriacopi ha detto che è l’unico che riesce a rifare Pratt senza farlo uguale. E di questo libro,Vincenzo Mollica ha scritto, nella prefazione, che si tratta di «un’opera riuscita di buona letteratura disegnata», di un volume «pronto per diventare un film o addirittura un nuovo fumetto visto che le parti scritte aspettano solo di essere disegnate».

Se ancora non vi basta…

(Antonio Marangi)

Romanzo di un criminale

Andrea Carlo Cappi, Diabolik: alba di sangue, Alacràn Edizioni
Andrea Carlo Cappi, Diabolik: alba di sangue, Alacràn Edizioni

Siamo abituati a pensare al romanzo come a qualcosa dotato di un’intrinseca traducibilità; una sorta cioè di “disponibilità” nei confronti di altri mezzi espressivi (il cinema soprattutto). E non importa che una storia raccontata in un libro basti a se stessa, che sappia coinvolgere, emozionare, perfino distruggere in alcuni casi; che riesca a radicarsi nella mente e nell’anima di chi legge come un pensiero ossessivo o un desiderio d’innamorato, perché la sua capacità di rinascere, di farsi nuovamente narrazione, di conquistare in modo differente un diverso tipo di pubblico, non solo non toglie nulla a ciò che il romanzo essenzialmente è, ma contribuisce a esaltarne la caratteristica principale: la potenziale universalità. Se dunque non sorprende il fatto che il romanzo possa vivere, in forma nuova, oltre la carta, stupisce, e non poco (se non altro per la rarità delle occasioni in cui avviene), il verificarsi della situazione opposta, quella in cui una particolare forma espressiva viene mutata in romanzo. Tra gli autori che hanno affrontato con successo questo affascinante e delicatissimo esercizio figura lo scrittore e traduttore Andrea Carlo Cappi, che ha scelto di dare dignità letteraria a un celeberrimo personaggio a fumetti: il “Re del Terrore” Diabolik, nato nel 1962 dalla fantasia delle sorelle Angela e Luciana Giussani. Dopo una prima opera (Diabolik: la lunga notte), Cappi ha replicato con un’altra avventura, Diabolik: alba di sangue, romanzo dal respiro incalzante, giocato su diversi piani temporali, dove alle classiche atmosfere noir del fumetto si mescolano le labirintiche trame delle spy story e i torbidi intrighi del giallo politico. L’autore scrive con contagioso entusiasmo d’appassionato, facendo ogni sforzo per dare concretezza alla geografia fantastica nella quale si muove e opera l’inafferrabile criminale (aiutato dalla splendida e letale Eva Kant e braccato dal tenace, incorruttibile e intelligentissimo ispettore Ginko); la città di Clerville e lo Stato omonimo, Ghenf, e infine l’inquieto esotismo di tropici abilmente modellati su luoghi reali, la cui storia, la recente come la remota, richiama un tragico passato a tutti noto. E sì, non v’è dubbio che faccia sorridere ritrovare nella dimensione nobile del libro (dell’ebook in questo caso, che mi auguro possa avere presto una nuova edizione utile a mondare i fin troppo frequenti refusi, unico neo di questo lavoro) nomi, luoghi e situazioni abitualmente presentati in altra veste, ma è proprio questa ingenuità del romanzo, questa sua fedeltà all’opera che ne ha ispirato genesi e realizzazione il suo pregio più grande. L’acume letterario dell’Andrea Carlo Cappi autore di Diabolik: alba di sangue, infatti, non sta nella raffinatezza della prosa, né nella ricchezza dell’intreccio (che comunque riserva non pochi colpi di scena), ma nell’eco, sempre distintamente udibile, del fumetto; quel che lo scrittore ci offre, insomma, è una storia di Diabolik identica a quella che potremmo leggere in un albo acquistato in edicola, solo adattata a una nuova forma comunicativa; descritta invece che disegnata, dettagliata nelle scene, nei dialoghi e nei caratteri invece che semplicemente “presentata”, ma autentica, perfettamente riconoscibile.

È lo stesso Cappi a spiegare il senso del suo lavoro (e di quello precedente) nella postfazione al volume, quando scrive: “Le vicenda narrate ne La lunga notte e in Alba di sangue (che comincia proprio dagli ultimi capitoli del romanzo precedente) si collocano più o meno all’epoca dei fumetti pubblicati nel 1969 e i riferimenti sono dunque a episodi precedenti quel periodo o flashback apparsi in storie successive. Per rispettare lo stile di allora, automobili e attrezzature tecnologiche – quando non di pura fantasia – sono esattamente quelle esistenti alla fine degli anni Sessanta […]. Andrea Carlo Cappi, Clerville, 2014”. La sua appassionata fedeltà d’amante attraversa ogni pagina del romanzo, che scorre dinanzi agli occhi del lettore con la medesima “naturalezza” del racconto a fumetti; così, ogni cosa, nel tambureggiante succedersi di accadimenti raccontato da Cappi, è come se nascesse direttamente da una sceneggiatura e da un disegno, come se non esistesse interruzione tra fumetto e romanzo. Come se, per dirla con le parole dellispettore Ginko, Diabolik fosse riuscito a mettere a segno un altro impossibile colpo. E del resto, non è proprio questo ciò che si aspetta da lui?

P.S. Permettetemi di ringraziare l’amico Antonio Marangi, anima della rivista digitale a fumetti e sui fumetti Sbam! Comics (se vi interessa la trovate qui), che di tanto in tanto arricchisce questo blog con i suoi interventi, cui devo la scoperta, e la conseguente lettura, del romanzo di Cappi.
Eccovi l’inizio dell’opera. Buona lettura.
Isola di Jornada. Un mese dopo la Lunga Notte. C’è un breve momento, tra il giorno e la notte, in cui una porta si apre tra i mondi. È l’ora in cui il sole, ancora prigioniero nel regno di Agwé, supplica il Dio delle Acque di lasciarlo tornare dagli uomini. Allora una timida luce traccia un vago confine tra mare e cielo, segno che Agwé ha deciso di ridare al sole la sua libertà.