Le 20 regole del delitto imperfetto

Recensione di “La canarina assassinata” di S.S. Van Dine

S.S. Van Dine, La canarina assassinata, Barbera Editore

“I romanzi polizieschi di Willard Huntington Wright (in arte S.S. Van Dine) […] appartengono a pieno titolo alla ‘Golden Age’ della detective story […] e in particolar modo al cosiddetto whodunnit (‘giallo deduttivo’) […]: un investigatore (professionista o dilettante) conduce indagini su un delitto avvenuto in circostanze misteriose e inspiegabili (un’inquietudine soprannaturale sembra anzi percorrere le oscure vicende narrate), generalmente in un ambiente chiuso, e lo scrittore, che racconta la vicenda dal punto di vista dei testimoni del tutto incapaci di sbrogliare l’intricato filo della matassa, affida al suo ‘eroe’ il compito di ricostruire, attraverso percorsi logici e deduttivi alquanto rigorosi, l’esatto e imprevisto svolgimento dei fatti. La sfida al lettore, tanto spesso spinto verso conclusioni errate, sembra essere il Leitmotiv dell’intero genere […] e in particolar modo proprio nel caso del nostro S.S. Van Dine, che tra tutti si distingue non solo come primo grande autore di successo, ma anche, e soprattutto, per aver stilato 20 regole che il giallista che si rispetti («e che rispetti se stesso»), sempre, più o meno consapevolmente, segue come una sorte di Credo […]. Sollecitare l’intelligenza del lettore, sfidarlo a rivaleggiare con l’abilità logico-deduttiva del protagonista, si rivela […] la prima preoccupazione di Van Dine, tanto che i suoi romanzi appaiono, ad ogni rilettura, un vero e proprio ludos filosofico, se non meglio un invito a prender parte all’agone dove Philo Vance ci attende per mettere alla prova la nostra abilità. «Il lettore – leggiamo al primo punto delle 20 regole – deve avere le stesse possibilità dell’investigatore di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti» […]. Dal momento che i due termini su cui si gioca il romanzo hanno pari opportunità, l’investigatore e gli ufficiali che prendono parte all’indagine non devono mai risultare colpevoli: «non sarebbe un trucco onesto: sarebbe come cambiare un penny con cinque dollari d’oro. Come una falsa testimonianza» (regola 4). Ecco perché il colpevole deve essere scoperto «attraverso deduzioni logiche: non per caso, o per coincidenza, o per una sua immotivata confessione. Risolvere in questo modo un problema criminale sarebbe come costringere il lettore a fare uno sforzo vano, e dirgli, dopo che ha fallito, che avete avuto per tutto un asso nella manica. Uno scrittore che si comporta così non è meglio di un baro professionista» (regola 5) […]. Negli anni in cui il fordismo isteriliva le intelligenze nella catena di montaggio dei Tempi moderni, l’aristocratico Vance ricordava ai suoi simili che il lume dell’intelletto, se esercitato secondo la sua più nobile natura, è superiore, nella ricerca del ‘vero’, ad ogni analisi scientifica delle prove, giacché il criminale che si rispetti, astuto orchestratore, è a sua volta sufficientemente scaltro da non lasciare impronte digitali”. Nel presentare La canarina assassinata (In Italia pubblicato da Barbera Editore nella traduzione di Caterina Ciccotti), unanimemente considerato uno dei lavori migliori (se non il migliore) di S.S. Van Dine, e con esso il suo raffinatissimo protagonista, quel Philo Vance per il quale nulla vale più di un intelletto capace di pensare, Edoardo Ripari sottolinea come l’impianto del giallo classico, nell’elaborazione dello scrittore americano, lungi dall’essere “soltanto” materia letteraria, conclusione di una riflessione di carattere estetico, racchiuda in sé tanto una limpida componente filosofica quanto una chiara finalità etica.
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