Ascolto, forse

Recensione di “L’assassino cieco” di Margaret Atwood

Margaret Atwood, L’assassino cieco, Ponte Alle Grazie

Una testimonianza, o una confessione, che apre le porte a un romanzo che a sua volta contiene un racconto, una storia di fantasia che due amanti, nel corso dei loro incontri clandestini, costruiscono in ogni dettaglio fino a farne il loro rifugio, la loro dimensione esclusiva. Un labirinto di parole che si rincorrono nel tempo, un mescolarsi furioso di amore e odio, verità e menzogna, pietà e ferocia, una guerra senza quartiere che non risparmia nessuno, un veleno che stilla, come un peccato originale, da una generazione alla successiva annientando ogni cosa. Un tortuoso, sofferto percorso della memoria che richiama a sé ciò che è stato in tutto il suo orrore e la sua miseria per provare a spiegare, a chi ancora avrà la forza di ascoltare, il tumore maligno di un presente incolore e morente, nel quale le sole cose che sembrano avere vita sono le ombre, fantasmi di rancori, rimorsi e rimpianti che non riescono a trovare pace. Continua a leggere Ascolto, forse

La storia, lungo il fiume

 

Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po, Mondadori
Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po, Mondadori

Romanzo storico e saga familiare, Il mulino del Po, capolavoro di Riccardo Bacchelli, è un grandioso affresco, di raro splendore letterario, che, nell’arco di poco più di un secolo che va dalla fine del dominio napoleonico allo scoppio del primo conflitto mondiale, racconta le vicende di quattro generazioni di una famiglia di mugnai, gli Scacerni. Ambientata in massima parte nella campagna ferrarese (in modo particolare nella zona del delta del Po), quest’opera monumentale, schietta e sincera nel registro narrativo – peraltro sempre caratterizzato da una raffinatezza stilistica non comune – offre al lettore, insieme a una storia ricchissima, che sembra non esaurirsi mai e che coinvolge fin dalle prime righe, preziose e profonde riflessioni di ordine sociale, politico ed economico. Bacchelli, esempio assai raro nella storia della letteratura, interpreta con commovente umiltà il suo ruolo di scrittore; la sua prosa lieve (ma non per questo superficiale), descrive ogni cosa con rispetto assoluto e si sforza prima di tutto di comprendere la realtà di cui parla, qualsiasi essa sia, dal singolo uomo all’evento cruciale che cambia la vita di migliaia di persone. È così per il capostipite della famiglia Lazzaro Scacerni – semplice soldato inquadrato nelle truppe napoleoniche che nel 1812 si ritirano disordinatamente dalla Russia al termine della fallimentare campagna di guerra – la cui entusiastica vitalità, il temperamento generoso e sanguigno e la tempra eccezionalmente forte riflettono le caratteristiche del mondo contadino dipinto dall’autore; per le disgrazie causate dalle catastrofi naturali (le piene del fiume, che in più di un’occasione minacciano l’integrità del mulino) o dalle malattie (Lazzaro e la moglie Dosolina muoiono per un’epidemia di colera a poche ore di distanza l’uno dall’altra), restituite al lettore con il rigore documentario della cronaca e nello stesso tempo con una semplicità d’accenti infinitamente più intensa di qualsiasi ricercata soluzione a effetto; e ancora per il progressivo crescere degli ideali risorgimentali che, tra infiniti travagli, condurranno all’unità d’Italia.

Pur senza mai abbandonare il suo ruolo di “testimone di un’epoca”, Riccardo Bacchelli si dimostra romanziere eccelso anche nella caratterizzazione dei personaggi e nel racconto delle loro avventure, con la seconda generazione degli Scacerni rappresentata dal figlio di Lazzaro, Giuseppe – soprannominato coniglio mannaro per il carattere pavido e soprattutto per la spaventosa avidità – che si disinteressa completamente del mulino lasciandone per intero l’incombenza alla moglie Cecilia, e poi ancora con le vicende, spesso drammatiche, che occorrono ai loro sette figli; fino all’epilogo della Grande Guerra, nel cui baratro la famiglia si estingue.
Il mulino del Po è un’opera meravigliosa, un classico della letteratura; è romanzo, saggio e puntuale ricostruzione storica. È uno dei vertici della letteratura, non solo italiana.
Eccovi l’incipit, buona lettura.
– Vi pare lo stesso? – chiese ai soldati l’ufficiale indicando il fiume.
Guardavano la corrente, e non risposero né sì né no, pontieri e zappatori mescolati, avanguardia sparuta del IV Corpo, che era quello italiano comandato dal vicerè Eugenio. La scortavano validi marinai della guardia reale. Il fiume era il Vop, l’otto di novembre del 1812. Mingherlino e stremato, il capitano Maurelio Mazzacorati era uno dei pochissimi ufficiali ancora forniti d’un cavallo, dopo il disastroso passaggio del Dniepr, e Maloiaroslavez undici volte persa e ripresa, e venti giorni di ritirata coi cosacchi dell’etman Platof alle costole; aggiungasi la bufera di vento e di neve, facevan due giorni, che aveva disfatto il campo del IV Corpo con perdita di tutto il carreggiato. 
A guardare il cavallo scheletrito, che rabbrividiva a testa bassa sulle quattro zampe irrigidite, si penava poco a capire che in breve sarebbe rimasto appiedato anche il Mazzacorati, che ripeteva, quasi da sé:

– Pare lo stesso fiume di quest’estate? 

Sulle tracce di Solomon

Mordecai Richler, Solomon Gursky è stato qui, Adelphi
Mordecai Richler, Solomon Gursky è stato qui, Adelphi

Pur padroneggiando con consumata maestria la tecnica narrativa, Mordecai Richler sembra non stancarsi mai di mettere alla prova il proprio talento, di sfidarlo. Con spregiudicata naturalezza d’acrobata, la sua prosa corre sul filo sottilissimo che separa forma e contenuto; da entrambi gli elementi distilla l’essenza (quasi fosse un chimico, o per dir meglio un alchimista, nelle cui formule scienza, magia e sogno hanno la medesima importanza) e dà loro unità e compiuta espressione nella forma del romanzo.

Esteta convinto, dotato di un gusto squisito per l’ordine, l’armonia e la musicalità della scrittura, Richler ne insegue l’intrinseca perfezione ricorrendo spesso all’espediente (ambiguo ma infallibile) del dettaglio ricercato, del ricamo stilistico, del calcolato effetto a sorpresa. L’opera in cui questa sua caratteristica risalta con maggior forza è forse Solomon Gursky è stato qui, splendida saga familiare (ma anche racconto d’avventura, romanzo di formazione, originalissimo diario di viaggio) che abbraccia due secoli e cinque generazioni di una dinastia ebrea. Lavoro di ampio respiro – 600 pagine che quasi non ci si accorge di leggere, tanto lieve, coinvolgente, fascinosa e diabolicamente furba è l’affabulazione di Richler – Solomon Gursky è stato qui possiede il ritmo travolgente e la fantasia di uno spettacolo pirotecnico e quasi in ogni pagina regala un colpo di scena, un evento inaspettato, un capovolgimento di fronte. Vivificato da un’ironia tanto garbata e sottile quanto pungente, il romanzo offre al lettore una galleria di caratteri di impressionante ricchezza; nel disegnarli, modellandone con precisione chirurgica pregi, difetti, inclinazioni, sentimenti e dettagli fisici, Richler si conferma psicologo finissimo, lucido e disincantato.
E tuttavia, alle manchevolezze, ai vizi, all’innocenza irrimediabilmente perduta dell’essere umano non guarda con rancore, bensì con una specie di franco cameratismo.
La fratellanza nel peccato, sembra dirci Richler, se non è ciò che ci definisce come uomini, contribuisce comunque (e in massima parte) a renderci quel che siamo. Tutti, senza eccezione, a partire proprio dall’eroe del suo romanzo, quel Solomon Gursky che nell’architettare la più grande delle beffe non esita a mettere sul piatto la propria vita. “Perché la miglior vendetta possibile è vivere due volte. Magari tre”.
Ora spazio all’incipit del romanzo. Buona lettura.
Un mattino – durante la memorabile ondata di freddo del 1851 – un grosso, minaccioso uccello nero, del quale in passato non si era mai visto l’eguale, si librò sopra la rude cittadina mineraria di Magog, nei pressi della frontiera con il Vermont, lanciandosi in continue picchiate. Luther Hollis abbatté l’uccello con il suo Springfield. Poi gli uomini videro un tiro di dodici cavalli uggiolanti emergere dai mulinelli di neve del lago Memphremagog, completamente ghiacciato. I cani trainavano una lunga slitta stracarica, alla cui guida sedeva, facendo schioccare una frusta, Ephraim Gursky, un uomo piccolo, dall’aria feroce, incappucciato. Ephraim raggiunse la riva e si mise a camminare con fatica su e giù, scrutando il cielo. Dal fondo della gola gli uscì un grido inumano, un suono triste e secco, insieme desolato e pieno di speranza. Nonostante il freddo che spaccava gli alberi, alcuni curiosi si radunarono sulla riva del lago. Erano venuti non tanto ad accogliere Ephraim, quanto per stabilire se fosse o no un’apparizione. Ephraim era vestito con quelle che parevano pelli di foca. E un’ispezione più ravvicinata rivelò anche un colletto da sacerdote. Dai bordi della pelle più esterna pendevano quattro frange, ciascuna formata da dodici cordoncini di seta. Palpebre e narici erano coperte di brina, una guancia annerita dal morso del vento. Dalla barba nero inchiostro spuntavano ghiaccioli.