Una qualsivoglia categoria letteraria

Recensione di “Considera l’aragosta” di David Foster Wallace

David Foster Wallace, Considera l’aragosta, Einaudi

Alzi la mano che è a conoscenza del fatto che ogni anno, negli Stati Uniti, vengono ricoverati in pronto soccorso, in seguito a castrazione autoinflitta, tra i dodici e in ventiquattro maschi adulti (dati dell’Accademia americana per la medicina d’emergenza). Ancora, si faccia avanti chi ritiene di dover annoverare come Grande (maiuscola d’obbligo) narcisista letterario, uno dei più grandi romanzieri contemporanei americani: Philip Roth. Proseguiamo: c’è qualcuno che pensi sia impossibile spiegare perché e in che modo Kafka sia comico? E che voglia dare ragione di questa impossibilità? Motivarla? O che abbia le spalle abbastanza larghe per gettarsi in una disputa lessicografica (sulla lingua inglese, ma per certi versi applicabile a ogni lingua), conscio del fatto che legati alla lessicografia ci sono questioni ideologiche e politiche di portata straordinaria? Oppure che se la senta di riflettere sulle implicazioni etiche (e non solo) di una dieta non vegetariana (magari partendo, perché siamo sempre negli Stati Uniti d’America, dal frequentatissimo Festival dell’aragosta del Maine)? In una parola, a chi potrebbe venire in mente di scrivere un saggio, o meglio una serie di saggi, o meglio ancora un insieme di appunti sui più diversi argomenti, sui più disparati temi, e poi organizzarli in tutto organico il cui denominatore comune non deve essere cercato nella molteplicità dei temi trattati, bensì nel modo di affrontarli, nella capacità di porsi le domande giuste (intese come le più interessanti, quelle davvero ineludibili, che vanno al cuore della questione) su ciascuno di essi al solo scopo di donare proprio le domande, i quesiti, i dubbi (e non, come ci si aspetterebbe, le possibili risposte) al lettore? A David Foster Wallace, uno dei più originali e intelligenti scrittori contemporanei, romanziere di assoluto talento che, a parere di chi scrive, riesce a dare il meglio di sé in qualcosa che romanzo non è. E infatti la raccolta di saggi (definizione non inesatta ma neppure del tutto soddisfacente) Considera l’aragosta, che oltre a quanto appena elencato si occupa della tragedia dell’11 settembre 2001, di John McCain e della sua campagna per la nomination repubblicana alla Casa Bianca nel 2000, di Fedor Michailovic Dostoevskij, del fenomeno delle talk radio, della biografia dell’ex campionessa di tennis Tracy Austin (e delle biografie dei grandi atleti in genere), è tutto fuorché un romanzo senza essere un saggio, né uno zibaldone di pensieri sparsi, né una semplice raccolta di scritti, né qualcosa di inquadrabile in una qualsivoglia categoria letteraria.
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Né scrittore né filosofo. Ritratto di un artista

Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani
Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani

Schierarsi dalla parte della vita. Con voluttà d’amante, con partigiana convinzione, con devoto fervore. Scegliere il corpo, la carne, l’esistere fisico essenziale e primitivo, e prendere da lì le mosse, da quel che siamo nel momento in cui veniamo al mondo per giungere al cuore, e alla mente, e allo spirito. E infine tornare al cuore, al sangue, ai sensi. Accettare l’assurdo come sostanza di tutto quel che è, e rifiutare tanto la fredda disciplina del pensiero logico-razionale quanto le illusorie soluzioni del misticismo. Liberarsi da ogni sovrastruttura etica, dalla morale intesa come dovere e gettarsi con coraggio tra le braccia di una felicità agognata, orizzonte e traguardo di tutto ciò che esiste. Diritto inalienabile di tutto ciò che esiste. La sostanza tematica (e la successiva, ricca e suggestiva declinazione narrativa) dell’opera di Albert Camus è tutta qui, in un pessimismo atipico e commosso – a lungo, e a torto, scambiato per scolastico esistenzialismo – che è celebrazione dell’essere, del qui ed ora e del suo significato, la cui importanza così facilmente ci sfugge. Né scrittore né filosofo ma artista (così Camus si considerava e così voleva essere giudicato), egli si offre nei suoi scritti in una molteplicità di forme; attraverso la sincerità piena della confessione (che ritroviamo nei numerosi riferimenti autobiografici che caratterizzano in modo particolare le sue prime opere), nella progressiva sistematizzazione della sua architettura di pensiero e infine nell’artificio (mai fine a se stesso) letterario del romanzo. In ognuna di queste vesti, tuttavia, non vi è che un solo autore, un unico artista, un identico convincimento. La prosa di Camus, dunque, non è che la traduzione, lussureggiante e magnifica, di una serie di parole chiave, a loro volta espressione di una precisa visione del mondo; per il giovanissimo Albert che si avvicina alle lettere per volontà del fato (di famiglia poverissima, il padre morto nel corso nel primo conflitto mondiale e la madre analfabeta, egli attira l’attenzione del suo maestro elementare, Louis Germain, che decide di seguirlo anche oltre gli orari di lezione), così come per lo scrittore affermato e ammirato cui nel 1957 viene assegnato il premio Nobel, non è cambiato nulla, o quasi. Alla radice del suo lavoro c’è sempre la vita, respirata da un uomo nato, come tanti se non proprio come tutti, “a metà strada tra la miseria e il mare”. Per questa ragione, per questa sua incrollabile fedeltà a se stesso, l’opera più significativa di Camus è quella che ne segna l’esordio, Il rovescio e il diritto, una breve raccolta di saggi pubblicata per la prima volta ad Algeri nel 1937 (Albert Camus nacque in Algeria il 7 novembre del 1913) e vent’anni più tardi edita da Gallimard arricchita da un’introduzione dell’autore. Ed è proprio nelle splendide, intensissime pagine di questa introduzione che Camus rende ragione del suo “destino letterario”. “Brice Parain”, scrive, “pretende spesso che questo libro contenga il meglio di quel che ho scritto. Parain si sbaglia. Conoscendo la sua lealtà, non lo dico per quella impazienza che prende ogni artista di fronte a chi abbia l’impertinenza di preferire quel ch’egli è stato a quel ch’egli è. No, si sbaglia perché a ventidue anni, salvo il genio, uno sa appena scrivere. Però capisco quel che Parain, sapiente nemico dell’arte e filosofo della compassione, vuol dire. Vuol dire, e ha ragione, che c’è più vero amore in queste pagine sgraziate che in tutte quelle che son venute poi”. E ancora, e con ben maggiore incisività (unita a una limpidezza quasi brutale, che commuove e ferisce): “Se, nonostante tanti sforzi per costruire un linguaggio e far vivere dei miti, io non riuscirò un giorno a riscrivere Il rovescio e il diritto, non sarò mai riuscito a niente: questa è la mia oscura convinzione. In ogni caso nulla mi impedisce di sognare che ci riuscirò, di immaginare che metterò ancora al centro di quell’opera l’ammirevole silenzio di una madre e lo sforzo di un uomo per ritrovare una giustizia o un amore che equilibri quel silenzio.

Le meravigliose pagine de Il rovescio e il diritto, dove l’architettura del saggio sposa la narrazione fluida del racconto e il ricordo personale si stempera in esperienze di vita colte, comprese e restituite al lettore come patrimonio comune (di più, come l’unico patrimonio possibile degli esseri umani), custodiscono, in una sognante intensità fiabesca, il segreto dell’immortalità.

Eccovi l’incipit del primo dei saggi, intitolato L’ironia. La traduzione, per Bompiani, è di Sergio Morando. Buona lettura.
Due anni fa ho conosciuto una vecchia. Soffriva di una malattia di cui aveva creduto di morire. Il fianco sinistro le si era completamente paralizzato. Non le restava al mondo che una metà di se stessa mentre l’altra già le era estranea. Vecchietta irrequieta e ciarliera, era stata ridotta al silenzio e all’immobilità. Sola per lunghe giornate, analfabeta, poco sensibile, tutta la sua vita si rifaceva a Dio. Credeva in lui. Prova ne sia che aveva un rosario, un cristo di piombo e un san Giuseppe col bambino di stucco. Non era certa che la propria malattia fosse incurabile, ma lo affermava perché ci si interessasse a lei, rimettendosi per il resto al Dio ch’ella amava così male.