Il gioco delle pulci e la poesia

agonia agapeUn saggio trasformato in un romanzo; il lavoro di un’intera vita, in attesa di essere sistematizzato e concluso, divenuto, nella piena coincidenza tra personaggio e autore, prosa, e stile, e musicalità della lingua, e armonia del periodo. E l’arte, privilegiato oggetto di riflessione, che perde di significato e svanisce in un tempo nel quale “ciascuno è artista di se stesso”, in un tempo in cui, poiché ogni cosa è riproducibile, niente che sia davvero autentico è più necessario. L’arte, dunque, categoria dello spirito in via di estinzione, che si riflette nel corpo martoriato di uno scrittore ossessionato dal suo lavoro, che frammentata occhieggia da decine, centinaia di appunti presi, da migliaia di libri accatastati in ogni dove in una stanza che è insieme camera d’ospedale e studio privato, che sussurra nelle citazioni di poeti, scienziati, romanzieri, musicisti e filosofi, che come un rimorso tortura nel cortocircuito di un pensiero nuovo eppure in qualche modo già pensato, già consegnato alla storia, forse addirittura già dimenticato. L’arte, la scintilla creativa dalla quale si origina, la sua produzione in serie assicurata dalla meccanizzazione dei processi, dall’innovazione tecnologica, la sua trasformazione in merce, in bene di consumo universale, la sua oscena democratizzazione – “[…] e allora ecco Bentham secondo cui ‘a pari quantità di piacere arrecato, il gioco delle pulci vale tanto quanto la poesia’, visto la parola ‘quantità’? La quantità del piacere non la qualità, è questo il punto, e poi arrivano le macchine digitali, le macchine che Norbert Wiener chiamava ‘tutto o niente’, una macchina che conta dà origine al sistema binario e con esso al computer, per cui Wiener ci racconta di un geniale ingegnere americano che è andato ad acquistarsi un pianoforte automatico assai costoso. Il gioco delle pulci o la poesia, non gliene frega un accidente della musica però lo affascina il complicato meccanismo che la produce, ecco l’America com’era, cos’era la meccanizzazione, cos’era la democrazia e la deificazione della democrazia cent’anni fa” – è il centro di gravità de L’agonia dell’agape, ultima opera di William Gaddis (in Italia pubblicata da Alet Edizioni, tradotta da Fabio Zucchella e corredata da un’ottima postfazione a cura di Joseph Tabbi). “Canto del cigno” (a parere proprio di Tabbi) del geniale scrittore americano, L’agonia dell’agape, per uno squisito paradosso letterario, risulta essere perfettamente coerente con il resto della sua opera pur nascendo in totale discontinuità con essa; il romanzo, infatti, che ha la furia distruttiva del pamphlet e la potenza del j’accuse, che trascina con sé il lettore nella tempestosa violenza di una prosa armata, scagliata sulla carta come fosse un proiettile, una prosa tambureggiante, bellicosa, portatrice di consapevolezza e verità e responsabile del proprio compito, in origine doveva essere tutt’altro, e cioè (è ancora Tabbi a spiegare) “un’esauriente storia sociale del piano meccanico in America, i cui lineamenti possono essere rintracciati nelle migliaia di appunti, ritagli, documenti di lavoro, abbozzi e frammenti che Gaddis lasciò alla sua morte”. Di questo progetto, mai portato a termine, Gaddis ha sparso tracce negli altri suoi romanzi (in special modo nei suoi capolavori JR e Le perizie); seminando indizi, egli ha lasciato trasparire la storia che sta a fondamento di tutte le altre storie da lui narrate, “una cronologia che parte dall’invenzione del piano meccanico nel 1876 e arriva al 1929, ‘quando crollarono il mondo del piano meccanico e ogni altra cosa’”; celando, o per dir con maggior esattezza mostrando solo in parte, nell’irresistibile complessità delle sue riflessioni sul denaro (JR) e sul rapporto tra finzione e realtà, decisamente sbilanciato a favore della prima (Le perizie), il tema dal quale tutti gli altri temi si originano (“La teoria del caos come mezzo per arrivare all’ordine”), William Gaddis prepara la strada proprio a L’agonia dell’agape, vissuto come l’atto conclusivo di un percorso conoscitivo e artistico che coincide con la vita stessa.

Così, ecco che nelle brevi, dense, incalzanti pagine di questo romanzo qualsiasi mediazione viene annullata in quanto totalmente inutile. L’identità tra scrittore e personaggio rende superflua ogni parentesi descrittiva (ciò che dobbiamo sapere della voce narrante lo sappiamo immediatamente; si tratta di uno scrittore non più giovane, malato, con un unico pensiero in  mente, terminare il proprio saggio), così come la realtà immediata, il qui e ora, l’esigenza dell’uomo Gaddis che è la medesima esigenza del Gaddis riprodotto sulla carta, rende superflua la ricerca e la costruzione di altri personaggi (tutti sostituiti da figure reali; il già citato Bentham, e poi Benjamin, Freud, Tolstoj, Platone, Kierkegaard, Huizinga, Flaubert, Melville, Jung, Shakespeare, Nietszche, Dodds, Bernhard, Blake, Dostoevskij …). Il puro materiale romanzesco, dunque, svanisce dinanzi a ciò che è essenzialmente romanzo, alla novella che ha sostituito il saggio per poterlo raccontare, all’invenzione e allo stile che hanno preso il posto della sistematicità per poterle regalare espressione, per riuscire a darle voce. Squisito paradosso letterario, si diceva; il paradosso cercato da uno scrittore dotato di un talento unico per non arrendersi all’indicibile, il paradosso voluto da uno degli autori più significativi del Novecento, capace di portare il romanzo oltre se stesso, di disegnare una nuova geografia per la parola scritta: “Quella era la Giovinezza con la sua spericolata esuberanza, quando ogni cosa era possibile, inseguita dall’Età in cui ci troviamo adesso, e ricordiamo ciò che abbiamo distrutto, ciò che abbiamo strappato via da quell’io che poteva fare di più, e quella mia opera che è diventata il mio nemico, perché di questo io posso parlarvi, della Giovinezza che poteva fare qualunque cosa”.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

No ma vedete, io devo spiegare tutto perché io non, noi non sappiamo quanto tempo è rimasto e io devo lavorare sul, devo finire questo mio libro e insomma mi sono portato tutta questa pila di libri, appunti pagine ritagli e Dio sa cosa, devo ordinare e organizzare, per il giorno in cui questa proprietà verrà divisa e gli affari e tutti gli impicci che ne derivano, nel frattempo mi tengono qui per farmi a pezzi e raschiarmi e ricucirmi e poi farla di nuovo a pezzi questa maledetta gamba guardatela, tutta piena di punti metallici come quella vecchia cotta dell’armatura giapponese in sala da pranzo, ho l’impressione che mi stiano demolendo pezzo dopo pezzo.

L’incubo dell’utopia realizzata

Aldous Huxley, Il mondo nuovo / Ritorno al mondo nuovo, Mondadori
Aldous Huxley, Il mondo nuovo / Ritorno al mondo nuovo, Mondadori

Il futuro immaginato e il presente che a quel domani terribile e folle dipinto in pari misura dall’intelligenza e dalla fantasia inconsapevolmente fa da incubatrice; l’orrore prossimo venturo ritagliato nell’architettura narrativa di un romanzo e le sue tracce scoperte nell’apparente innocenza dell’oggi, del tempo cui apparteniamo e che dovrebbe appartenerci, e somigliarci; l’incedere razionale e conseguente di un’analisi, di una riflessione, e il respiro ampio del racconto, l’armonia di una prosa che è bellezza prima di essere verità, che è equilibrio. E il loro incontrarsi, il loro confrontarsi e sovrapporsi, il cercare, l’uno nell’altra, la propria ragion d’essere, la propria causa prima, la propria essenza, il proprio completamento. Al crocevia tra la libertà dell’energia creatrice e l’attenzione critica verso ciò che ci circonda, nel risaltare delle differenze che rendono tra loro complementari la sorvegliata scrittura del saggio e la ricchezza stilistica dell’opera letteraria, nella sostanziale coincidenza delle tesi esposte nell’uno e nell’altro lavoro e dunque nel fondersi del romanzesco nel reale, nell’inverarsi del fantastico, risiede l’importanza de Il mondo nuovo (e insieme della raccolta di saggi Ritorno al mondo nuovo, sorta di rilettura prospettica del primo lavoro), lo scritto più noto di Aldous Huxley, unanimemente considerato dalla critica un classico della letteratura distopica. Pubblicato al principio degli anni trenta, Il mondo nuovo (da leggersi in continuità con Ritorno al mondo nuovo, lucida, puntuale e amarissima denuncia delle condizioni in cui versa la nostra organizzazione sociale, sempre più simile a quella che emerge dalle pagine del romanzo) disegna, situandola in un remoto avvenire, una dittatura tecnocratica mondiale in tanto più atroce e terrificante in quanto priva di qualsiasi carattere emergenziale e fondata su idee di benessere, prosperità e felicità invece che su una predatoria volontà di dominio. Il mondo che verrà di Aldous Huxley è un consesso umano planetario costruito sull’esattezza scientifica, sulla perfetta pianificazione, sull’infallibilità dell’ingegneria e della biologia e sui paradisi artificiali garantiti dalle droghe; è un’immensa catena di montaggio che ha sostituito a ogni pulsione individuale, a ogni espressione della singolarità una popolazione replicata miliardi di volte su un numero definito di modelli genetici predeterminati. Rigidamente divisa in caste, questa umanità concepita in provetta (le nascite naturali sono state abolite, così da amputare alla radice ogni sentimento di affetto personale, ogni legame tra genitori e figli, potenzialmente distruttivo per una società che prospera sui concetti di comunità e condivisione, condizionata ad accettare il fatto che “ognuno appartenga a tutti” e che il proprio posto nel mondo, così come il proprio destino, sia scritto nel corredo genetico, allo stesso modo in cui lo sono i tratti del volto e il colore degli occhi) non conosce dolore, ansia e preoccupazione alcuna per il semplice fatto che non ha gli strumenti per figurarsi alcunché si situi al di fuori del proprio perimetro esistenziale, un perimetro deciso in laboratorio, rafforzato giorno dopo dopo giorno da infallibili tecniche di suggestione mentale e riequilibrato, ogni volta che ve ne sia la necessità, da una dose di droga chimica, un composto chiamato soma, dono dello Stato ai suoi cittadini.

“Le utopie”, scrive Nicola Berdiaeff nella citazione che apre il romanzo, “appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva?… Le utopie sono realizzabili. La vita marcia verso le utopie. E forse un secolo nuovo comincia; un secolo nel quale gli intellettuali e la classe colta penseranno ai mezzi d’evitare le utopie e di ritornare a una società non utopistica, meno ‘perfetta’ e più libera”; Huxley fa propria questa lungimirante previsione e dapprima la declina nella finzione del romanzo, dando libero sfogo a ogni eccesso della fantasia, non rinunciando al sarcasmo, all’ironia spesso velenosa, al ghigno, e trascinando la sua storia verso il dramma (nella società “civile”, nel mondo nuovo dove tutto è ordinato e finalizzato, finisce un “selvaggio”, un uomo educato secondo i vecchi principi, che non può accettare il prezzo pagato dalla società “illuminata” per il proprio benessere), poi, con Ritorno al mondo nuovo (pubblicato nel 1958, dunque oltre vent’anni dopo il romanzo, e tradotto per Mondadori da Luciano Bianciardi) riporta tutto su uno spaventoso piano di realtà mostrando quanto le sue più ardite ipotesi stiano già in gran parte divenendo fatti, quanto dunque sia urgente cominciare a pensare come liberarsi dall’utopia: “Processato dopo la fine della seconda guerra mondiale”, scrive Huxley in un capitolo fondamentale di Ritorno al mondo nuovo intitolato La propaganda sotto la dittatura, “Albert Speer, ministro hitleriano degli armamenti, fece un discorso in cui descriveva, con notevole acutezza, la tirannia di Hitler, e ne analizzava i metodi: «La dittatura di Hitler» disse «differiva per un aspetto sostanziale da ogni altra dittatura. Fu la prima nel nostro periodo di moderna evoluzione tecnica, e quindi si servì di tutti i mezzi tecnici disponibili, per la dominazione del paese […]. Molti hanno avuto l’incubo che un giorno le nazioni possano essere dominate con mezzi meccanici. Un incubo quasi realizzato sotto il sistema totalitario di Hitler». Quasi, ma non del tutto […]. Dai tempi di Hitler l’arsenale degli strumenti tecnici a disposizione di un ipotetico dittatore si è notevolmente ampliato […]. Grazie al progresso tecnologico, il Grande Fratello, oggi, può diventare pressoché onnipresente, come Dio. E il pugno d’un ipotetico dittatore si è rafforzato non soltanto sul fronte tecnico. Dai tempi di Hitler gran mole di lavoro si è svolto in quei campi della psicologia e della neurologia applicata, che sono settore specifico del propagandista […]. Oggi l’arte del controllo dei cervelli sta diventando una scienza […] quell’incubo non realizzato sotto Hitler può diventare realizzabilissimo”.

Tra romanzo (o favola, per usare la stessa definizione di Huxley) e saggio, tra fantasia e realtà, Il mondo nuovo e Ritorno al mondo nuovo sono e restano, malgrado il trascorrere degli anni, letture fondamentali, opere capaci di mettere in guardia, di risvegliare la coscienza e il pensiero critico, sono le luci che squarciano la tenebra uniforme e fittissima nella quale, ogni giorno di più, rischiamo di rimanere imprigionati.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Mondadori, è di Lorenzo Gigli. Buona lettura e buon 2016 a tutti.

Un edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani. Sopra l’entrata principale le parole: “Centro di incubazione e di condizionamento di Londra centrale” e in uno stemma il motto dello Stato Mondiale: “Comunità, Identità, Stabilità”.

Delle cose letterarie di Sicilia

Leonardo Sciascia, La corda pazza, Adelphi
Leonardo Sciascia, La corda pazza, Adelphi

“Sulla cultura siciliana hanno corso due opposte tesi: una di Giovanni Gentile, largamente accreditata, che partendo dal pregiudizio di una Sicilia ‘sequestrata’, cioè tagliata fuori dal movimento della cultura europea, ovviamente deduceva una ‘forma di cultura indigena, e tutta schiettamente siciliana, che dopo l’unificazione era fiorita in Sicilia, ma che s’era venuta spogliando del suo carattere regionale sulla fine del secolo’; l’altra opposta, e insorta in opposizione al Gentile da parte di eruditi e giornalisti locali […], di una Sicilia aperta e comunicante, di una cultura vivacemente italiana ed europea […]. La verità, come al solito, sta tra le due tesi […]. Certo è, comunque, che la cultura siciliana ha avuto sempre come materia e come oggetto la Sicilia: non senza particolarismo e grettezza, qualche volta; ma più spesso studiando e rappresentando la realtà siciliana e la ‘sicilianità’ […] con una forza, un vigore, una compiutezza che arrivano all’intelligenza e al destino dell’umanità tutta. E bastino i nomi di Michele Amari e di Giovanni Verga; di Isidoro La Lumia, Luigi Capuana, Federico De Roberto, Alessio Di Giovanni; di Luigi Pirandello; di Francesco Lanza, Nino Savarese, Elio Vittorini, Giuseppe Tomasi; di Salvatore Quasimodo, nella cui poesia il tema dell’esilio […] si lega amaro e dolente, ma splendido nella memoria dei luoghi perduti, a quello del poeta arabo Ibn Hamdis, siciliano di Noto. E questa può anche essere una chiave per capire la Sicilia: che alla distanza di più di otto secoli un poeta di lingua araba e un poeta di lingua italiana hanno cantato la loro pena d’esilio con gli stessi accenti. ‘vuote le mani – dice Ibn Hamdis – ma pieni gli occhi del ricordo di lei’”. Nei saggi come nei romanzi, la prosa di Leonardo Sciascia risplende per raffinatezza e profondità, conquista per erudizione, e affascina, coinvolge, emoziona; nelle pagine che il grande scrittore siciliano dedica alla critica letteraria, e in special modo nella raccolta di scritti contenuta nel volume intitolato La corda pazza, pubblicato nel 1970, sembra di cogliere, nel rapporto che viene istituito tra la letteratura, la storia e gli studi a esse dedicati, una suggestiva eco della riflessione aristotelica su retorica e dialettica. Queste due discipline, ci dice Aristotele nella Retorica, sono analoghe, o meglio sono elementi complementari di quell’arte, o tecnica, che ha a proprio oggetto un generico conoscere, patrimonio comune di ogni uomo, e dunque si completano l’un l’altra, nello stesso modo in cui in un’ode lirica strofe e antistrofe riproducono la medesima struttura metrica senza per questo essere identiche. Ora, se proviamo a immergerci nello splendido, illuminante “viaggio in Sicilia” che Sciascia ci regala con La corda pazza sostituendo a retorica e dialettica i termini letteratura e critica, ci sarà chiaro che la qualità prima dell’opera non si deve tanto al talento narrativo di Sciascia, alla sua particolare capacità di “prestare” il respiro proprio dell’intreccio, della storia raccontata, al ritmo regolare e fin troppo precisamente scandito dell’analisi, quanto a un approccio (che è insieme filosofico e letterario) che vede queste due materie (la scrittura e il riflettere su di essa) come intrinsecamente legate, l’una antistrofe dell’altra. Il piacere estetico, la puntualità della ricerca storica, la precisione e l’incisività dell’analisi sugli autori e le loro opere (impossibile non citare, a questo proposito, l’articolato saggio intitolato Note pirandelliane), il robusto bagaglio documentale, in una parola i pregi letterari e “metaletterari” di questo volume si impongono tutti assieme, per così dire spontaneamente, all’attenzione del lettore; non c’è artificio nel procedere di Sciascia, non c’è necessità di alcun aggiustamento, di nessuna calibrazione, perché non c’è soluzione di continuità tra lo scrittore e il saggista, non c’è frattura tra il romanziere e lo studioso; come ben scrive Claude Ambroise, “se il luogo della verità è la relazione di un soggetto con il suo testo, la letteratura sarà, in modo privilegiato, la possibilità di far avvenire il disvelarsi della verità, purché non vadano contrapposte l’una all’altra con taglio netto letteratura e scrittura”.

E sempre, a dar corpo alle parole, la maestosità tragica di una Sicilia visceralmente vissuta e amata, e descritta in ogni possibile verso, da tutti i punti di vista, disegnata dettaglio per dettaglio, come in un mosaico, come nella poetica, struggente “relazione geografica” del Rapporto sulle coste siciliane, con le cui prime righe chiudo questa recensione, augurandovi, come sempre, buona lettura.

1039 chilometri di coste – 440 sul mare Tirreno, 312 sul mare d’Africa, 287 sullo Ionio: ma questa grande isola del Mediterraneo, nel suo modo di essere, nella sua vita, sembra tutta rivolta all’interno, aggrappata agli altipiani e alle montagne, intenta a sottrarsi al mare e ad escluderlo dietro un sipario di alture o di mura, per darsi l’illusione quanto più è possibile completa che il mare non esista (se non come idea calata in metafora nelle messi di ogni anno), che la Sicilia non è un’isola. Che è come nascondere la testa nella sabbia: a non vedere il mare, e che così il mare non ci veda. Ma il mare ci vede. E sulle sue onde porta alle nostre spiagge invasori d’ogni parte e d’ogni razza. E porta, continuo flagello per secoli, i pirati algerini che devastano, depredano, rapiscono. Il mare è la perpetua insicurezza della Sicilia, l’infido destino; e perciò anche quando è intrinsecamente parte della sua realtà, vita e ricchezza quotidiana, il popolo raramente lo canta e lo assume in un proverbio, in un simbolo; e le rare volte sempre con un fondo di spavento più che di stupore. “Lu mari è amaru” (Il mare è amaro). “Loda lu mari, e afferrati a li giummarri” (Loda il mare, ma afferrati alle corde). “Cui pò jiri pri terra, nun vaja pri mari” (Chi può andare per terra non vada per mare).