La cometa e l’ateo virtuoso

Recensione di “Pensieri sulla cometa” di Pierre Bayle

Pierre Bayle, Pensieri sulla cometa, Laterza (2 volumi)

Il Seicento. Il Grand Siècle. La temperie culturale è vivacissima. Baruch Spinoza suscita scandalo e infinite polemiche con la pubblicazione delle sue opere, il Tractatus Theologico-Politicus, l’Ethica more geometrico demonstrata; la legge di gravitazione universale di Isaac Newton spalanca nuovi orizzonti alla scienza; lo stesso Newton e Leibniz giungono, ciascuno per proprio conto (disputandosene poi a muso duro la paternità) alla scoperta del calcolo infinitesimale. L’umanità si schiude alla modernità così come noi la conosciamo. In questo secolo di giganti, un brillante erudito francese, che la storia del pensiero ha colpevolmente lasciato in ombra, offre il suo contributo all’edificazione di una razionalità finalmente adulta, che basta a se stessa, libera da superstizioni, credenze, miraggi alchemici, illusioni fideistiche. E traccia la rivoluzionaria figura dell’ateo virtuoso, dell’uomo (e perché no del genere umano tutto) che può essere buono, e condursi secondo principi di onestà e di rispetto di sé e degli altri, semplicemente seguendo il proprio buon senso ed evitando degradanti sudditanze verso qualsivoglia divinità. Lo fa in un’opera allo stesso tempo polemica e divulgativa, i Pensieri sulla cometa, riflessione sincera e appassionata sulle reazioni di terrore scatenate dall’avvistamento di una cometa, dai più considerata presagio di imminenti sventure.  Continua a leggere La cometa e l’ateo virtuoso

Lo splendore del “romanzo-non romanzo”

Recensione de “L’uomo senza qualità” di Robert Musil

Robert Musil, L'uomo senza qualità. Newton
Robert Musil, L’uomo senza qualità, Newton Compton

Sospeso tra possibilità e impossibilità, congelato nel passaggio tra potenza e atto, espressione di tutto ciò che può essere espresso e nello stesso tempo muto abisso d’inesprimibilità, L’uomo senza qualità di Robert Musil, una delle opere più significative del Novecento letterario, ha nella contraddizione, nel rifiuto esasperato e testardo dell’univocità, tanto il proprio atto fondativo quanto la propria finalità. Romanzo che punta alla perfezione della forma letteraria negando se stesso e la propria ragion d’essere, tentativo, sempre frustrato e tuttavia sempre rinnovato, di cogliere il tempo, inafferrabile eppure concreto, “presente”, del divenire di ogni cosa, il capolavoro di Musil racchiude in sé la ricchezza d’esperienze di un’intera vita e si caratterizza come “autobiografia essenziale”, come voce di un io insaziabile e impotente, come sguardo ansioso di raggiungere l’orizzonte e superarlo, come un’architettura filosofica che ha l’assoluto come proprio oggetto d’indagine e come un desiderio, prepotente e imperfetto, che a quello stesso assoluto pretende d’ancorarsi, anche se da una prospettiva opposta a quella del pensiero sistematico.

Monumentale quaderno d’appunti e note, inquieto “zibaldone” d’emozioni e riflessioni, vastissima e profonda storia dell’uomo, enciclopedia delle scienze e del sapere, memoria nostalgica di una civiltà splendida (quella incarnata dalla plurisecolare dinastia asburgica) ormai giunta al tramonto e lucida previsione di un’irreversibile crisi spirituale (che si consumerà nella tragedia del primo conflitto mondiale e poi nei bui anni del dopoguerra, che prepareranno, nella Germania sconfitta e umiliata, l’avvento del nazismo), L’uomo senza qualità utilizza lo schema narrativo del romanzo nel tentativo di dare ordine a un materiale composito, ricchissimo e per sua intrinseca natura caotico; così, messa da parte come inessenziale qualsiasi questione di stile, ignorata qualsiasi considerazione squisitamente estetica legata al linguaggio, al ritmo della prosa, il lavoro a cui è chiamato l’autore di questo “romanzo-non romanzo”(eccezion fatta per il ricorso all’ironia e all’osservazione tanto acuta quanto sarcastica e amara delle cose e degli uomini, che sono i tratti distintivi della scrittura di Musil), ambientato in una Vienna magnifica ma in qualche modo già decadente, come fosse stata colpita a morte dagli sconvolgimenti prossimi venturi, è quello esaltante e annichilente della sistematizzazione, della critica rivisitazione del passato alla luce nuova di un oggi che pretende, hegelianamente, il diritto a proclamarsi “determinazione ultima del concetto” e dunque fine della storia, suo senso e sua verità, proprio nel momento in cui è prossimo a precipitare nel nero baratro del disordine sociale, economico e politico.

“Nano” sulle spalle dei giganti, Robert Musil si assume il compito del testimone e contemporaneamente veste i panni sgargianti e un po’ folli del visionario; al cospetto di un presente che non può mai essere del tutto svelato né spiegato, egli si sforza di riepilogare il passato e di interpretare – in un’affascinante Babele semantica abitata allo stesso modo dalle scienze esatte, dalla psicologia, dalla filosofia, dal fuoco della spiritualità e dalla vertigine dell’estasi artistica – tanto ciò che è quanto ciò che è stato; e immediatamente dopo, nel continuum assicurato dalla costruzione romanzesca, si fa, aristotelicamente, poeta, ed esplora il mondo sconosciuto e infinito del possibile, del molteplice, del poter essere (o meglio, del “potrebbe essere”), specchio metafisico del dover essere (o se si vuole di ciò che è, di quel che è sotto i nostri occhi).

A viaggiare in entrambe queste dimensioni, a viverle, a cercare di dar loro significato (e riuscirci vorrebbe dire dar significato anche a sé), è il protagonista de L’uomo senza qualità, il poco più che trentenne Ulrich, che, incapace di dare una direzione alla propria esistenza, entra a far parte dell’Azione Parallela, comitato incaricato di organizzare i festeggiamenti per il settantesimo anniversario dell’ascesa al trono di Francesco Giuseppe (la data fatidica è il 2 dicembre 1918, la stessa nella quale i tedeschi celebreranno il trentennale del regno di Guglielmo II).

Alla ricerca dell’“idea”, della soluzione originale, e geniale, e prettamente austriaca che renderà unico quel grande momento, Ulrich si smarrisce definitivamente, proprio come si smarrisce, fino a consumarsi nella sterilità del nulla, l’Azione Parallela stessa, simbolo del disfacimento di una nazione, che l’autore impietosamente satireggia apostrofandola con il cacofonico titolo di Cacania, di un impero, di una pagina di storia. Intanto, attorno a Ulrich, altri personaggi si muovono, e nel farlo evocano grandi temi (l’innocenza e la colpa, l’amore, il “superuomo” nietzscheano e il suo contraltare, l’uomo “senza qualità”) destinati a suscitar quesiti, rinfocolare dubbi, accendere aspri dibattiti e, senza mai giungere a soluzione, a perdersi nei mille rivoli di questo romanzo-fiume che la storia della letteratura ci ha consegnato incompiuto ma che incompiuto è nato e che proprio in questa sua forma fluida si offre alle diverse generazioni di lettori: continuamente mutevole, eternamente cangiante, come l’eracliteo fiume “nelle cui acque non ci si può bagnare due volte”.

Eccovi l’incipit. La traduzione, nell’edizione Newton Compton (collana I Mammut), è di Irene Castiglia. La bella introduzione è di Micaela Latini. Buona lettura.

Sull’Atlantico incombeva un’area di bassa pressione; si muoveva verso oriente in direzione di quella di alta pressione che si trovava sulla Russia, senza manifestare ancora la tendenza a eluderla, spostandosi verso nord. Le isotere e le isoterme facevano il loro dovere. La temperatura dell’aria era nella norma rispetto alla temperatura media annua, rispetto a quella del mese più freddo come a quella del mese più caldo e all’oscillazione mensile aperiodica della temperatura. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi lunari, quelle di Venere, dell’anello di Saturno e di molti altri fenomeni significativi corrispondevano alle previsioni degli annuari astronomici, Il vapore acqueo nell’aria aveva la elasticità massima e l’umidità era scarsa. In poche parole, che, seppure un po’ fuori moda descrivono molto bene questo stato di cose: era un bella giornata di agosto dell’anno 1913.

Il futuro, ineliminabile cancro del presente

Recensione di “Giganti” di Alfred Döblin

Alfred Döblin, Giganti, Mondadori
Alfred Döblin, Giganti, Mondadori

Fa pensare alle sentenze di Cassandra, profetessa condannata da Apollo a dire sempre la verità e a non esser mai creduta, l’apocalisse prossima ventura descritta da Alfred Döblin, fondatore e animatore instancabile del movimento espressionista tedesco, in Giganti, uno dei suoi lavori più ambiziosi e complessi, pubblicato una prima volta nel 1924 e poi, ampiamente rimaneggiato, nel 1932. Allucinata e fiammeggiante nello stille, immaginifica e anticipatrice nei contenuti, nel disegno visionario, delirante, scomposto, urlato e febbrile di un domani che altro non è se non la cellula tumorale del nostro presente pienamente sviluppata, quest’opera, un unicum nella storia della letteratura, è insieme racconto, incubo e monito; è il solitario, lucido delirio di un’anima lacerata da insopportabili tormenti e nel medesimo tempo la più imponente delle pubbliche tribune, costruita con disperata forza di volontà al solo scopo di moltiplicare la propria voce, di renderla universale.

Storia del mondo e di tutti coloro che lo popolano, corale utopia negativa – “Doblin”, scrive Italo Alighiero Chiusano nella splendida postfazione al volume edito da Mondadori, “il pianeta Terra […] lo reclama per sé tutto quanto, e vi scorrazza col volo e lo sguardo di un demiurgo, riferendo le sue vicende come l’autore della Genesi la creazione del mondo” – Giganti è un canto poetico e una cronaca brutale; l’autore racconta, dal punto di vista di un dio sconfitto, o di una razionalità ordinatrice che ha smarrito se stessa, l’inarrestabile sviluppo tecnologico dell’umanità, il conseguente formarsi di società “perfette” liberate dalle necessità materiali e sistemate in megalopoli immense e la parallela ascesa di ristrette élite di potere (i Senati), responsabili di ogni scelta, di ogni decisione. 

In questo sistema organizzato nei minimi dettagli ed esteso a livello planetario, a dominare sono la scienza e la tecnica, la manipolazione forzata non solo della natura ma dello stesso essere umano. Invenzioni si susseguono a invenzioni in una folle dimostrazione di onnipotenza che finisce per annientare se stessa: un biologo, Meki, arriva a creare sostanze nutritive sintetiche che rendono superfluo qualsiasi tipo di coltivazione, ma poi si suicida devastato dal rimorso; un altro, Marduk, violenta la natura al punto da imporre agli alberi una crescita smisurata, ma finisce per ridurre le sue creature a meri strumenti di tortura e di morte: “Gli alberi avevano allargato le loro masse, informemente. A mala pena si poteva camminare a due a due fra un albero e l’altro. Avevano negli orecchi un ronzio simile a quello del giorno innanzi. Non capivano di dove venisse: veniva dal suolo, veniva di fuori? Non osavano toccare gli alberi. Dall’alto scendeva chiara la luce mattutina, galli cantavano in vicinanza, i carri, correndo sotterra, facevano fracasso. E allora fu un gemere angoscioso qui, un gemere là. Chi si spogliava della giacca, della blusa, per respirar meglio. Era certo, spaventosamente certo: il bosco cresceva. Mentre alcuni degli uomini e delle donne giacevano svenuti, ed altri, senza più pensiero, montavano su di essi, tremavano a tutti le ginocchia. Aggirandosi per il bosco e andando tentoni come in una cantina, alcuni, dal muro, gridavano il nome di Marduk: «Pietà, Marduk!». Alcuni tornavano sempre da capo a cercare i passaggi, che d’ora in ora si facevano più stretti”.

Dilaniata da ribellioni, da conflitti intestini e infine da una guerra atroce, affrontata con le armi più sofisticate e nonostante ciò combattuta con belluina ferocia, quasi il mondo intero fosse precipitato d’improvviso in un nuovo Medioevo, l’umanità di Döblin, prigioniera di una realtà che non offre stimoli e non permette fughe, si lascia trascinare dai Senati nella più assurda delle imprese: il disgelamento della Groenlandia. L’epico sforzo segna l’inizio della fine; la ferita che l’uomo, dimentico di se stesso, infligge alla terra spalanca le porte al caos; forze primordiali vengono risvegliate, mostri simili a draghi e dinosauri tornano a essere signori del mondo e la loro furia devastatrice non lascia agli uomini altra scelta che rifugiarsi nel sottosuolo, come vermi ciechi

Qui, l’ombra delle loro esistenze materiali diviene specchio di una tenebra ancor più terribile, quella in cui sprofonda lo spirito: nelle città sotterranee, infatti, gli uomini si abbandonano a ogni genere di sfrenatezza, mentre in superficie, la natura, malignamente fecondata dalla manipolazione operata dalla scienza, partorisce senza sosta orrori. I corpi dei mostri uccisi, a contatto con la terra, con i gruppi di uomini che ancora li combattono, germogliano come fiori malati dando vita a creature spaventose, esseri indefinibili, impasto insensato di sabbia, carne sangue, legno, erba. È l’epoca, nata già morta, dei giganti, immensi sovrani del nulla.   

Opera inafferrabile e spaventosa, nutrita d’eccessi, incatenata (proprio come un mostro, o un alienato in un manicomio ottocentesco) a un linguaggio condannato a dar forma e senso all’inesprimibile, Giganti è un libro possente, difficile da leggere, da comprendere e ancor più da accettare; è un testamento, e una profezia che non possiamo permetterci di ignorare. 

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la riflessione che chiude la già citata postfazione di Italo Alighiero Chiusano. Buona lettura.
Riconosciamo parecchie cose ben nostre e dei nostri giorni in Giganti: il femminismo, un quidsimile di bomba atomica, lo scatenamento sessuale, la vita nel segno della paura e della violenza, l’avvento del Terzo mondo, l’uomo degradato a cavia, un terrorismo fanatico contro un’oligarchia imperialista, la miniaturizzazione di certe macchine, la guerra e le grandi imprese collettive come diversivo politico, l’artificio sostituito alla natura. Eppure tutto ciò ha un sapore diverso da quello che conosciamo per esperienza: insieme più stringente e più remoto, più palpabile e più misterioso. E sa di Döblin. Realizzazione non da poco, imprimere il proprio marchio a una “storia” che è quella, presente e futura, di un intero pianeta.

Manifesto per il bene comune

La massima felicità del maggior numero possibile delle persone è il solo criterio valido in base al quale qualificare un’azione come moralmente corretta o meno. Questo il principio che sta a fondamento di uno dei più significativi saggi filosofici del XIX secolo: Utilitarismo, di John Stuart Mill. Seguace di Jeremy Bentham, il maggior teorico della dottrina morale utilitaristica, Mill in questo suo agile lavoro ne riprende i temi fondamentali – l’equazione, peraltro lontanissima da qualsiasi edonismo di bassa lega, tra piacere e felicità; il legame, quasi di causa-effetto, tra promozione dell’interesse individuale e realizzazione di quello collettivo; la ferma convinzione che compito di un pensiero etico-filosofico degno di questo nome sia occuparsi degli atti e della loro bontà o malvagità e in nessun caso del carattere degli individui – ma li sottopone a profonda rielaborazione, ripensandoli e riformulandoli, quasi che il suo tempo avesse bisogno di un pensiero nuovo, originale, ben distinto da quello del passato, per quanto importante esso sia. Non a caso il grande filosofo britannico comincia il suo lavoro denunciando la situazione di grave arretratezza in cui si trova l’etica, a suo dire orfana di un principio fondamentale universalmente accettato. E così consuma la prima rottura con Bentham, cui pure deve l’intera architettura del suo sistema. A ben vedere, però, questa frattura è solo apparente, perché Mill si affretta a dichiarare che un primo principio esiste, ed è per l’appunto quello utilitarista; quel che ancora manca è l’esplicito riconoscimento, da parte di tutte le scuole filosofiche che si occupano di morale (il che significa da parte dei pensatori avversari di Mill), del primato di quel principio. Non ci può essere etica autenticamente valida, afferma Mill, che non si richiami all’utilitarismo, perché è soltanto attraverso questa dottrina che è possibile stabilire un reale criterio di giudizio delle azioni umane (quello, già citato, della massima felicità universale procurata dai nostri atti).
Sarebbe ingenuo e superficiale giudicare questa conclusione arrogante, parziale, o non sufficientemente fondata; Mill, infatti, è un fine conoscitore dell’animo umano e sa perfettamente come il primo pericolo da evitare, per chiunque si accosti a una materia complessa e sfuggente come l’etica con l’intenzione di sistematizzarla, sia confidare nelle risorse affascinanti ma impalpabili della metafisica, affidarsi a verità precostituite (come per esempio quella che vuole l’uomo intrinsecamente buono), partire da presupposti accettati ma non dimostrati; ed è proprio per non cadere in queste trappole che si richiama con così tanta forza a un primo principio vero, quello dell’utilitarismo mutuato sì da Bentham, ma allo stesso tempo reso unico da una chiara teoria della finalità degli atti compiuti dagli uomini (che per Bentham coincide semplicemente con la ricerca del piacere individuale, che in modo quasi naturale si armonizza con il perseguimento di altri piaceri e con la realizzazione della felicità collettiva, mentre per Mill deve essere in qualche modo “diretta dall’esterno”, obbedire a un ordine morale stabilito da “uomini di spessore superiore alla media”, perché se fosse lasciata a se stessa inevitabilmente naufragherebbe negli inconciliabili egoismi personali) e fortificato da una difesa strenua, che passa in rassegna le principali obiezioni formulate fino ad allora contro la teoria e le confuta. L’utilitarismo condanna il piacere? Falso, casomai lo ricerca, ma deve essere chiaro che quando si parla di piacere si intende il piacere nella sua forma più elevata, e lo si intende indirizzato all’umanità, non al singolo. Il piacere, dunque, può anche essere sacrificio di sé, se questo sacrificio conduce al bene comune. Obiezione contraria alla prima: l’utilitarismo identifica il piacere con l’utile ed è perciò una filosofia che promuove gli istinti più bassi dell’uomo. Il piacere, risponde Mill, non è qualcosa di spregevole in sé, poi introduce una distinzione qualitativa tra i piaceri e spiega come l’utilitarismo insegni a ricercare solo quelli più nobili. A chi afferma che la felicità non è possibile Mill replica che la sola ragione per cui si crede che la felicità non esista è che la si descrive in modo irrealistico; si dia un contenuto realealla felicità ed essa stessa diverrà reale, mentre a chi taccia la sua dottrina di opportunismo risponde che l’utilitarismo è l’esatto opposto della convenienza individuale (che è quel che comunemente si intende per opportunismo). Sgombrato il campo dagli ostacoli, la trattazione prende il via; Mill argomenta con precisione e acutezza, rigore e limpida conseguenzialità. Con lui, letica si avvia a diventare scienza.
Nobile tentativo di costruire una morale capace di abbracciare l’intera umanità, Utilitarismo è un’opera centrale nella storia del pensiero occidentale; la sua grande chiarezza espositiva permette anche a chi non è avvezzo al linguaggio filosofico di leggerla, comprenderla, e di confrontarsi con i suoi numerosi spunti di riflessione, ancor oggi estremamente fecondi.
Eccovi l’inizio del saggio. Buona lettura.
Fra le circostanze che costituiscono la situazione attuale della conoscenza umana, poche ne esistono che rispondano meno a quanto ci si sarebbe potuti aspettare e che siano più tipiche delle condizioni primitive in cui la speculazione sugli argomenti di maggior importanza indugia ancora, quanto il poco progresso compiuto nel risolvere la controversia sul criterio di ciò che è moralmente giusto e di ciò che è moralmente non giusto.

Dall’animale all’uomo e ritorno

Michail Bulgakov, Cuore di cane, Mondadori
Michail Bulgakov, Cuore di cane, Mondadori

E se il ritratto più somigliante di un uomo fosse quello di un animale? È quel che ci si chiede, tra riso, sorpresa e sgomento leggendo il bellissimo Cuore di cane di Michail Afanes’evic Bugakov, uno dei più grandi scrittori russi del Novecento. Critico intransigente dell’organizzazione politico-sociale sovietica (e malgrado ciò, almeno nei primissimi anni della carriera, benvoluto da Stalin), Bulgakov affida le proprie prese di posizione di maggior peso alla satira. La sua ironia dissacrante, cinica, voluttuosamente irriguardosa, colpisce con violenza e sembra non risparmiare niente e nessuno, ma nel profondo lascia intravedere la drammatica solitudine dell’autore, prigioniero (fisicamente e ancor più culturalmente) di un sistema di potere che non gli appartiene. Ma non è la denuncia di una condizione personale, per quanto difficile possa essere, quella che interessa Bulgakov, bensì la riflessione su temi di interesse generale; in Cuore di cane, per esempio, l’argomento centrale del romanzo riguarda potenzialità e limiti della scienza (non va dimenticato che Bulgakov era medico, e che subito dopo la laurea, conseguita a Kiev, per qualche anno esercitò la professione), e lo scrittore decide di narrarlo da un insolito punto di vista. Protagonista dell’opera, infatti, è Pallino, un cane randagio prossimo a morire in un’oscura stradina non lontana dal centro di Mosca per colpa del cuoco della mensa impiegati al Consiglio Centrale dell’Economia Nazionale (un proletario! si lamenta il cane, piazzando la prima stoccata a Stalin, al suo regime e alla retorica su cui si regge), che gli ha rovesciato addosso dell’acqua bollente.

Salvato da uno scienziato, il professor Preobrazenskij, Pallino si ritrova d’improvviso con un tetto sopra la testa, ben nutrito e accudito in ogni modo, e ha così la possibilità di assistere agli esperimenti del suo nuovo padrone, impegnato in una complessa ricerca sul ringiovanimento del corpo umano. Bulgakov, che nella prima parte del romanzo assume il punto di vista dell’animale (muovendosi dall’esposizione in prima persona alla descrizione dell’ambiente circostante, narrato sempre attraverso gli occhi, e la mente, di Pallino), sceglie una scrittura nervosa e frenetica, affastella disordinatamente eventi e dialoghi e così facendo simboleggia lo smarrimento del cane – e dell’uomo comune – tanto di fronte alla realtà (quella incomprensibile e brutale del socialismo reale), quanto nei confronti del sapere scientifico. Ma anche nel bel mezzo del caos – creato ad arte, con funambolica genialità espressiva – Bulgakov tiene per mano il lettore e indica con estrema chiarezza il proprio pensiero; quando, per esempio, viene chiesto a Preobrazenskij come sia riuscito a farsi ascoltare da un cane ribelle come Pallino, egli, in aperta sfida alla pratica inumana del terrore staliniano, dichiara: “Con la dolcezza. È il solo sistema possibile con un essere vivente, qualunque sia il suo livello di sviluppo. L’ho affermato, lo affermo e lo affermerò sempre. Quelli si sbagliano se pensano che il terrore serva a qualcosa. No! Il terrore non serve a nulla, né con i bianchi, né con i rossi e neanche con i gialli. Il terrore blocca il sistema nervoso”. 
Ma per quanto dolce sia, il professor Preobrazenskij è prima di tutto uno scienziato, e un brutto giorno decide di tentare un esperimento impossibile; anestetizza Pallino e gli impianta testicoli e ipofisi di un uomo morto da poco, un poco di buono ucciso da una coltellata in una bettola della capitale. La nuova creatura, all’inizio né cane né uomo, poco alla volta si trasforma in un essere umano (impara a camminare eretto, perde coda, artigli e peli e comincia a parlare); è a questo punto che nasce uno dei personaggi letterari più indovinati di sempre (a partire dal nome), Poligaf Poligrafovic Pallini (è così che si fa registrare all’angrafe), che, trascinato dal pensiero e dagli istinti dell’uomo che era stato prima di morire, cui si aggiunge l’irrequieta natura dell’animale, ancora presente malgrado l’operazione l’abbia quasi completamente soffocata, si abbandona a ogni sorta di eccessi suscitando scandalo tra i suoi simili (le persone), senza peraltro riuscire a trattenersi dal dar la caccia ai gatti. Così, il sogno di un uomo nuovo accarezzato da Preobrazenskij (proprio come quello di una società nuova nato dalla rivoluzione d’ottobre) fallisce su tutta la linea. Pallino torna a essere un cane e riprende a guardare il mondo nello stesso modo in cui lo guardava (e giudicava) all’inizio del romanzo, con rude diffidenza.
Eccovi l’inizio di questo irresistibile romanzo, opera di altissimo valore letterario. Una trasparente metafora politico-sociale carica di graffiante sarcasmo, per molti versi attualissima ancora oggi.
«Uuuuhhh! Guardatemi sto morendo. La bufera mi ulula il de profundis nel portone e io ululo con le. È fatta. Sono fregato. Un delinquente col berretto sporco, il cuoco della mensa impiegati al Consiglio Centrale dell’Economia Nazionale, m’ha rovesciato addosso dell’acqua bollente e m’ha bruciato il fianco sinistro. Che mascalzone! E sì che è anche un proletario! Oh signore, come mi fa male! Quella maledetta acqua bollente m’ha pelato fino all’osso. Adesso urlo, ma a che mi serve urlare?
Che noia gli davo? Mica mando sul lastrico il Consiglio dell’Economia Nazionale, se frugo un po’ col muso nella pattumiera, no? Che tirchio, quella carogna! Se vi capita l’occasione, date un po’ un’occhiata al suo grugno: è più largo che lungo. Un ladro con la faccia di bronzo. Ah, cari miei! A mezzogiorno, quel porco col berretto m’ha riempito d’acqua bollente, e adesso è buio, saranno pressappoco le quattro del pomeriggio, se si giudica dall’odore di cipolla che viene dalla caserma dei pompieri sulla Precist’enka. Come sapete, i pompieri a cena mangiano kasa, una schifezza che è pure peggio dei funghi. Del resto, alcuni cani amici miei raccontano che in via Neglìnnaja, al ristorante-bar, il menù del giorno comprende funghi con salsa piccante a tre rubli e settantacinque copechi la porzione. Sarà anche un piatto per intenditori, ma per me sarebbe come leccare una galoscia… Uuuuhhh!…

Il fianco mi fa un male del diavolo e vedo assai chiaramente come finirà la mia carriera: domani mi verranno le piaghe e io con che cosa le curerò, secondo voi? D’estate uno se ne può andare a Sokol’niki. Lì l’erba è speciale, davvero buona, e, a parte questo, ci si abbuffa gratis di culi di salame, – i cittadini ci buttano un sacco di cartacce così unte e bisunte che uno le può anche leccare. E se non fosse per qualche figlio di buona donna che si sbraca sul prato e al chiaro di luna si mette a cantare Celeste Aida in maniera da farti torcere le budella, sarebbe niente male. Ma adesso, dove si può andare? Vi hanno mai colpito con uno stivale? A me sì. Vi siete mai beccati una mattonata tra le costole? Io, di mattonate ne ho rimediate abbastanza. Ho provato di tutto, accetto la mia sorte, e se ora piango, è soltanto per il dolore fisico e per il freddo, perché il mio spirito non si è ancora spento… è tenace, lo spirito di un cane».

E nell’uomo finì per riflettersi il mostro…

Mary Shelley, Frankenstein, Mondadori
Mary Shelley, Frankenstein, Mondadori

Una favola gotica, un racconto dell’orrore, un apologo amaro e crepuscolare sulla superbia dell’intelletto umano, sulla sua pretesa di violare, per mezzo del grimaldello delle scoperte scientifiche, i limiti imposti dalla natura e dalle sue leggi, fino ad arrivare al di là dell’immaginabile, alla vittoria sulla morte. Frankenstein, di Mary Shelley, nato quasi per gioco in una notte di pioggia del 1816 in una villa sul lago di Ginevra, è tra le opere che più hanno colpito l’immaginario collettivo (in gran parte per merito di teatro e cinema, che hanno trovato in questa storia una fonte di ispirazione pressoché inesauribile).

Il mostruoso essere cui il dottor Victor Frankenstein riesce a dare vita, e che immediatamente provoca in lui repulsione, disgusto, perfino un’ombra di rimorso (destinata a crescere a dismisura) per aver osato “sedere alla destra di Dio” e divenir creatore, è divenuto archetipo di ogni disordine, di ogni possibile deviazione; il suo terrificante aspetto, che muove al ribrezzo e alla paura, rende questo povero essere senza colpa, strappato all’oblio eterno da un delirante sogno di onnipotenza e di bellezza, una tragica maschera del male, ma a lui Shelley offre il conforto di una commovente misericordia, di una nobilissima pietà.
La vicenda, infatti, viene narrata attraverso tre differenti punti di vista: si parte con le lettere che l’esploratore Robert Walton invia alla sorella, si prosegue con il racconto del dottor Frankenstein, ritrovato proprio da Walton più morto che vivo nella desolazione del Mar Glaciale Artico e ospitato e rifocillato sulla sua nave, e poi si giunge – in un crescendo che al dramma mescola, con ammirevole virtuosismo e sincera partecipazione, lo straziante dolore dello scienziato, artefice della propria tragedia e della terribile sorte toccata ai suoi affetti più cari, e l’infinita desolazione del mostro – all’esperienza della creatura rievocata in prima persona. Un essere perduto fin dal suo primo respiro, costretto ad aprire gli occhi alla vita solo per ricevere il disprezzo del mondo, per essere investito dal suo odio feroce, per sperimentarne gli istinti più bassi e vili. Obbligato a vivere di nuovo solo per desiderare la morte con tutte le sue forze; con la medesima sensibilità di un uomo, e con la sua stessa inconsolabile sofferenza.
Racconto di eccezionale potenza espressiva, Frankenstein è un purissimo gioiello letterario. Leggetelo, non lo dimenticherete più.
Adesso lascio la parola all’autrice e ai suoi protagonisti. Prima Walton, poi Victor Frankenstein e infine la creatura. Buona lettura.
Alla signora Saville, Inghilterra
                                                                                             Pietroburgo, 11 dicembre 17—
Ti rallegrerai nell’apprendere che nessun disastro ha accompagnato l’inizio di un’impresa alla quale tu guardavi con tanti cattivi presentimenti. Sono arrivato qui ieri, e la prima preoccupazione è stata rassicurarti, cara sorella, sul fatto che sto bene e che nutro una fiducia crescente verso quanto ho intrapreso.
Sono già molto più a nord di Londra, e mentre cammino per le strade di Pietroburgo sento una fredda brezza di settembre che mi sfiora le guance, mi rinvigorisce i nervi e mi riempie di gioia. Puoi capire questo mio sentimento? Questa brezza, che arriva dalle regioni verso cui sto andando, mi dà un assaggio di quei climi ghiacciati. Incoraggiati da questo vento pieno di promesse, i miei sogni ad occhi aperti diventano più vividi e appassionati. Cerco invano di convincermi che il polo è il regno del gelo e della desolazione: alla mia fantasia si presenta sempre come una regione piena di bellezza e di delizia.
Sono d’origine ginevrina, e la mia famiglia è una delle più illustri di quella repubblica. I miei antenati sono stati per molti anni consiglieri e magistrati, e mio padre ha ricoperto diverse cariche con onore e stima di tutti. Era rispettato da quanti lo conoscevano per la sua integrità e la cura instancabile negli affari pubblici. Aveva trascorso gli anni giovanili perennemente impegnato nelle questioni del suo paese; una serie di circostanze gli aveva impedito di sposarsi prima, e fu solo sul declinare della vita che divenne marito e padre di famiglia.
«È con notevole difficoltà che ricordo la prima epoca della mia esistenza: tutti gli avvenimenti di quel periodo mi appaiono confusi e indistinti. Una strana molteplicità di sensazioni si impossessò di me, e io vidi, sentii, percepii suoni e odori tutto in una volta; e ci volle in verità molto tempo prima che imparassi a distinguere tra le funzioni dei vari sensi. Gradualmente, ricordo, una luce più forte mi stimolò i nervi, così fui costretto a chiudere gli occhi. L’oscurità scese allora su di me e mi spaventò; ma avevo appena avuto questa sensazione, che riaprii gli occhi (come ora capisco) e la luce vi entrò di nuovo a fiotti. Mi misi a camminare e, credo, scesi le scale; ma a un certo punto vi fu una notevole alterazione nelle mie sensazioni. Prima ero circondato da corpi scuri e opachi, impenetrabili al tatto e alla vista; ma ora mi accorsi che potevo muovermi liberamente, senza incontrare ostacoli che non potessi o superare o evitare. La luce divenne sempre più opprimente e, poiché a camminare il caldo mi stancava, cercai un posto che mi potesse dare un po’ d’ombra. Si trattava della foresta vicino a Ingolstadt; e qui mi sdraiai presso un ruscello per riposarmi dalla fatica, finché non mi sentii tormentato dalla fame e dalla sete. Ciò mi risvegliò dal mio stato di torpore, e mangiai delle bacche che crescevano sugli alberi o per terra, e placai la mia sete al ruscello; infine sdraiandomi, fui sopraffatto dal sonno.
Era buio quando mi svegliai; avevo freddo ed ero anche istintivamente un po’ spaventato a trovarmi così solo. Prima di andarmene dal tuo appartamento, sentendo freddo mi ero coperto con degli abiti, ma insufficienti a ripararmi dalla brina notturna. Ero un povero e infelice derelitto; non sapevo e non capivo niente, ma sentendomi invadere dalla pena mi sedetti e piansi».

Oltre i confini dell’irrazionale

Contro il giorno di Thomas Pynchon, un vorticoso giro di giostra scientifico-matematico attorno a cui ruota un intero universo di irresistibili follie, ha un modello letterario. Si tratta di La stella di Ratner, romanzo che Don DeLillo – il solo scrittore, pare, che Pynchon si degni di frequentare – ha pubblicato nel 1976. Ne La stella di Ratner si racconta l’esperienza vissuta dal più giovane premio Nobel del mondo, il quattordicenne Billy Twillig, geniale mente matematica. Billy deve decifrare un messaggio di probabile origine aliena, un segnale proveniente dalla stella di Ratner che nessun scienziato è ancora riuscito a decodificare. Così, viene prelevato da casa e condotto in un centro di ricerca segretissimo, dove lavorano le migliori menti del pianeta.
Ed è a questo punto che la realtà e l’ordine e la razionalità trasfigurano nei rispettivi opposti. Il centro, infatti, sembra abbandonato a se stesso, privo di guida; tutti coloro che lo frequentano, e che Billy poco alla volta conosce, o sono impegnati in ricerche prive di senso, oppure millantano (o sembrano millantare) le proprie conoscenze.
Ironico fino alla beffa, DeLillo smonta pezzo dopo pezzo la rassicurante perfezione del linguaggio matematico calandolo nell’assurdo, un assurdo che i numeri condividono con coloro che li utilizzano.
Billy, il più giovane di tutti, il più piccolo, colui che per definizione dovrebbe essere ancora immaturo, è il solo che sembra immune al contagio dell’irrazionalità, della pazzia, della stupidità.
La stella di Ratner è un romanzo esaltante, che diverte, conquista ed entusiasma fin quasi all’ultima pagina. L’affanno in cui DeLillo cade nell’ultimo tratto del libro è poco più di un peccato veniale, che nulla toglie alla grandezza dell’opera.
Eccovi uno dei primi incontri di Billy nel centro di ricerca. Il primo a parlare è uno scienziato, la domanda fulminante è di Billy. Poi una gara di conoscenze tra Billy e un altro matematico – naturalmente pretesa dall’altro – per stabilire il migliore tra i due. Spero che queste righe vi facciano venir voglia di scoprire tutto il resto.
–       Il problema è proprio questo. Non sappiamo che cosa significhi la trasmissione. Il Cervello spaziale ha stampato centinaia di interpretazioni senza giungere a nulla che si possa dire definitivo. Ugualmente hanno fallito decine di uomini e donne. Radioastronomi, esobiologi, matematici, fisici, criptoanalisti, paleografi, linguisti, linguisti computazionali, cosmolinguisti […]. Lei è la nostra ultima speranza, a quanto pare. Quando l’Esperimento sul campo numero uno è divenuto un’entità funzionante, mai, nemmeno nei nostri sogni più sfrenati avremmo pensato di essere tanto fortunati da ricevere così presto segnali provenienti da una superciviltà, e poi tanto sfortunati da essere incapaci di decifrarli. Siamo certi che si tratti di un qualche codice matematico. Probabilmente un codice numerico. La matematica è l’unico linguaggio che potremmo immaginare di avere in comune con altre forme di vita intelligenti nell’universo. A quanto mi pare di capire, non esiste realtà più indipendente dalle nostre percezioni e più fedele a se stessa della realtà matematica.
–       Scusi, ha scorreggiato?
–       È una questione seria – disse Schwarz. – Si sforzi di prestare attenzione.
–       Siamo in uno stanzino minuscolo dove non soffia un filo d’aria.
–       Questo potrebbe essere il giorno più importante della sua vita.
–       Abbia pietà.
–       Tre domande io, tre domante lei – disse Nut. – In caso di parità, un osservatore neutrale ne farà altre tre. Si vince con due serie su tre. Non risponda troppo rapidamente. Ci sono stratificazioni di significato.
–       Sono pronto.
–       Domanda numero uno. Un’equazione di grado n quante soluzioni può avere?
–       Può avere n soluzioni.
–       Non abbia fretta di dare la risposta giusta. Possono derivarne tragici errori.
–       È abbastanza ovvio. La risposta è n.
–       Domanda numero due. Ricordi: stratificazioni di significato. Utilizzando non più di due parole, come definirebbe una geometria che non sia euclidea?
–       Non euclidea
–       Domanda numero tre, Sta rispondendo troppo in fretta. Di quante dimensioni parlo quando dico «parecchie dimensioni»?
–       Di un gran numero di dimensioni, la cui quantità esatta non è però specificata.
–  La sintassi conta.