Tralfamadore. E poi Dresda

Recensione di “Mattatoio n. 5”
di Kurt Vonnegut

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli
Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, Feltrinelli

Chiamata a esprimere l’inesprimibile, a dare voce (e dunque, almeno in qualche misura, anche un perché, una ragione) a orrori così spaventosi da non poter essere neppure immaginati, la parola si scopre capace di superare di se stessa; trova lo slancio necessario a ridisegnare la propria geografia semantica, arriva a nutrirsi di quella folle, generosa anarchia che sola le permette di reinventarsi nella forma, nello stile, nell’architettura narrativa, e in tal modo replica alla realtà d’incubo con la quale è chiamata a misurarsi con l’abbagliante esultanza di un miracolo creativo. Chiamato a raccontare uno dei più insensati massacri della storia – “È tutto accaduto, più o meno […]. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati […]. Io ci tornai veramente, a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell’Ohio, ma c’erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane” – l’atto dello scrivere, del descrivere, del replicare un fatto, volta le spalle alla propria tragica insufficienza per aprirsi a una dimensione nuova, a uno spettro vocale sconosciuto dove a dominare è ancora l’accadimento in sé, ma non più nella sua oscena nudità, bensì nel travestimento iperbolico e dolcemente fantastico della fiaba, del racconto stralunato, dell’invenzione innocente e purissima. Così, l’eccidio di Dresda, il terrificante bombardamento alleato che tra il 14 e il 15 febbraio del 1945 causò, con la distruzione pressoché totale della città, 135.000 vittime (per rendersi conto della gravità della strage basti pensare che la bomba atomica americana sganciata su Hiroshima provocò, al suo impatto, la morte di 71.379 persone) si fa tappa del peregrinare nello spazio e nel tempo dell’anonimo, tenero e grottesco Billy Pilgrim, protagonista dello splendido e intensissimo Mattatoio n. 5, uno dei romanzi più celebri (e più riusciti) di Kurt Vonnegut. Uomo qualunque rapito dagli alieni, condotto sul pianeta Tralfamadore e divenuto in forza di ciò (e suo malgrado) mite custode dei segreti del tempo, della vita e della morte, Pilgrim non è semplicemente l’alter ego dell’autore; plasmato dal delicato sussurro della comicità di Vonnegut, cresciuto nel trasparente liquido amniotico di una prosa che, come una pietosa mano, carezza la piagata superficie di ciò che è per conoscerla, impararla e restituirla intatta alla coscienza di ciascuno, Billy Pilgrim è l’antieroe senza peccato gettato nella spietata arena della ferocia umana. Ed è soltanto attraverso il suo sguardo limpido, attraverso la sua ingenuità di fanciullo, attraverso le sue esperienze uniche e incomunicabili (che tuttavia egli cerca di condividere con il maggior numero possibile di persone, incurante della sprezzante incredulità che le sue parole suscitano) che l’insensato massacro di Dresda (e con esso la sanguinosa metastasi della guerra) può trovare forma.

Abbigliata con gli sgargianti abiti clowneschi che Pilgrim, quasi senza rendersene conto, fa indossare a tutto ciò che vive, la guerra diventa d’improvviso materia narrativa; la beffarda metamorfosi letteraria cui, grazie all’immaginazione di Billy Pilgrim, la costringe Vonnegut, tramuta la sua cupa presenza d’ombra nell’evanescente e disarmata rappresentazione di una pellicola bellica, per di più trasmessa al contrario, dalla fine all’inizio anziché dal principio alla conclusione: “Gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all’indietro da un campo d’aviazione in Inghilterra […]. Gli aviatori americani lasciarono l’uniforme e diventarono dei ragazzi. E Hitler, pensò Billy, divenne un bambino. Questo nel film non c’era. Billy stava estrapolando. Tutti tornarono bambini, e tutta l’umanità, senza eccezione, cooperò biologicamente fino a produrre individui perfetti di nome Adamo ed Eva”. E in questa dissoluzione quasi magica della guerra, in questo tocco di gentile insensatezza che ha l’immenso potere di dare senso a qualcosa che non ha nessuna ragione, nessuna giustificazione, anche Dresda l’innominabile può dissolversi e trovare pace, può essere descritta, e ricordata, per ciò che è davvero stata nell’esatto momento in cui, talmente disseminata di crateri e macerie da ricordare la luna, la luna stessa romanticamente richiama nel fiorire di pensieri e ricordi di Billy Pilgrim, l’uomo che ha viaggiato nello spazio e nel tempo, che ha conosciuto la morte e la vita e che sa, perfettamente sa, che né per l’una né per l’altra mette conto piangere e disperarsi.

Indimenticabile romanzo-capolavoro, Mattatoio n. 5 è un’opera fondamentale, una lettura necessaria, carica di bellezza, pietà e dolore; è, insieme, testimonianza eterna e necessario insegnamento, entrambi narrati in una lingua che è tutte le lingue degli uomini.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Feltrinelli, è di Luigi Brioschi. Buona lettura.

È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.

Ogni omissione è un mancato atto d’amore

Recensione di “Il tempo dell’attesa” di Elizabeth Jane Howard

Elizabeth Jane Howard, Il tempo dell'attesa, Fazi Editore
Elizabeth Jane Howard, Il tempo dell’attesa, Fazi Editore

Settembre 1939. Leggerezza, spensieratezza e perfino felicità sbiadiscono nel ricordo, impallidiscono nella memoria per far ritorno, come spettri, furie, erinni, nella rabbia e nello sdegno per l’illusoria “pace con onore” orgogliosamente rivendicata dal Primo Ministro Chamberlain. L’esercito tedesco, agli ordini di Adolf Hitler, ha invaso la Polonia; un nuovo conflitto mondiale è appena scoppiato. Comincia così, con lo sguardo puntato dinanzi all’abisso della storia, Il tempo dell’attesa di Elizabeth Jane Howard, secondo, meraviglioso capitolo della “saga dei Cazalet” (del primo volume, Gli anni della leggerezza, ho già scritto qui), e fin da subito dalla sua prosa, come da un corpo colpito da un’infermità, a germogliare è il dolore, a divampare è la sofferenza, a sussurrare, insistente, è l’eco gelida, paralizzante, della paura, dell’ansia.

L’impeccabile eleganza dello stile, la perfezione dei ritratti psicologici (i protagonisti, così superbamente disegnati ne Gli anni della leggerezza, tornano al lettore come amici ritrovati dopo un lungo intervallo di tempo e insieme come persone nuove, oppresse tanto dal trascorrere degli anni, che per alcuni coincide con il tumultuoso sbocciare della giovinezza mentre per altri si traduce nell’inevitabile approssimarsi di decadenza e morte, quanto dal drammatico procedere degli eventi), le tenere e infiammate descrizioni degli stati d’animo dei singoli, la commovente autenticità dei dialoghi, che svelano e nascondono a un tempo (proprio come accade nella realtà) gli splendori e le miserie più intime, pur nella loro scintillante malìa combattono, senza vincerla, una dura battaglia contro la tragedia del presente, la cui oscurità sembra incombere ovunque.

Ed è proprio in questa instabilità, in questa precarietà, nella ricerca continua di un equilibrio, di un punto di contatto non traumatico tra il destino di ciascuno e quello del mondo intero, che riposa il valore letterario del romanzo della Howard; chiamati a fronteggiare una guerra, i suoi personaggi, incarnazione di tre generazioni, espressione di un conservatorismo borghese fiero di sé eppure già prossimo a sfaldarsi, a cedere all’arrembante caos etico della modernità, si sforzano in ogni modo di restare fedeli a se stessi ma è come se inesorabilmente si consumassero, sconfitti dall’inclemenza degli anni, dallabominio del sangue sparso, dall’erosione del dolore, della colpa, del rimorso.

La splendida complessità dell’affresco familiare di Elizabeth Jane Howard riverbera di passioni forti e contrastanti e di emozioni intense e tormentate nei frammenti di specchio delle esistenze di ciascuno; scintilla di nobiltà nei silenzi carichi di amarezza di Hugh e Sybil, a tal punto innamorati l’uno dell’altra da scegliere di nascondersi le rispettive condizioni (la grave malattia di lei, colpita da un cancro, e l’eccesso di responsabilità che pesa su di lui, costretto a occuparsi da solo dell’azienda di famiglia in una Londra flagellata dai continui bombardamenti dell’aviazione tedesca) nell’ingenua convinzione di poter essere, in questo modo, di maggior sostegno reciproco; sopravvive malgrado tutto e tutti nell’insopprimibile bisogno di libertà e gioia di Edward, genitore-bambino che testardo continua a nutrire la propria immaturità fatta di reiterati adultèri e di lascive attenzioni nei confronti della figlia maggiore; si radica nella bontà e nell’altruismo di Rachel, che con ancor più disciplina e forza di volontà mette da parte se stessa (e il suo casto amore omosessuale per Sid, segreto che non può condividere con nessuno) per aiutare il resto della famiglia; viene inghiottita nel baratro del conflitto con Rupert, disperso dopo una battaglia nella Francia invasa dai nazisti.

Né il veleno della guerra risparmia i più giovani tra i Cazalet; non la bellissima Angela, che, lontana dai genitori, si innamora di un collega più maturo (e già sposato), rimane incinta, viene convinta ad abortire e si ritrova, sola e umiliata, a cercare di ignorare la propria condizione tuffandosi nel suo lavoro di annunciatrice per la BBC; non Louise, il cui sogno di diventare attrice si scontra con le sempre più dure condizioni economico-sociali imposte dal conflitto; non Christopher, che finisce per pagare a carissimo prezzo il proprio intransigente pacifismo.

Nell’inquieto alternarsi di speranza e disillusione, il tempo dell’attesa, come legno avvolto dalle fiamme, svanisce nell’impotenza dei discorsi, nell’inconcludenza delle risoluzioni, nell’insoddisfazione dei desideri; nella scrittura delicata, intelligente, preziosa e autentica di Elizabeth Jane Howard, Il tempo dell’attesa si traduce in un romanzo magnifico che ha il respiro e il palpito di un’indagine di rara profondità su un mondo chiuso solo in apparenza, di un viaggio nel cuore di un incancellabile passato di cui loggi non è che la polverosa eredità.

Invece dell’incipit del romanzo (tradotto, per Fazi Editore, da Manuela Francescon), questa volta vi propongo un passaggio della postfazione al volume, scritta da un’altra grande autrice, Hilary Mantel (e tradotta da Madeira Giacci). Buona lettura.

I romanzi di Jane Howard trovano probabilmente resistenza in chi vede solo la superficie e la giudica borghese. I suoi romanzi potrebbero trovare resistenza in chi non ama il cibo, i gatti, i bambini, i fantasmi o il piacere dell’impeccabile accuratezza con cui la scrittrice osserva il mondo naturale e artificiale: in coloro, in sostanza, che snobbano il passato recente. Sono apprezzati, invece, da chi sa cedere al loro fascino, alla loro intelligenza, al loro humour, da chi sa ascoltare i messaggi provenienti da un mondo diverso dal proprio. Il vero motivo per cui i suoi libri sono sottovalutati, per dirla senza peli sulla lingua, è che sono scritti da una donna […]. Esiste una gerarchia di tematiche. Bisogna concedere più spazio alla guerra che al mettere al mondo un bambino, sebbene siano entrambi due atti sanguinosi. Bruciare corpi occupa un posto più in alto in classifica che bruciare torte […]. A causa del suo successo postumo, e forse proprio per questo, l’opera di Jane Howard è stata mal interpretata. Le sue virtù sono la costruzione impeccabile, l’osservazione acuta, la tecnica persuasiva ma inesorabile. I suoi romanzi probabilmente non scuotono il mondo ma ogni scrittore potrebbe imparare da lei. Insegnando io stessa scrittura, non esiste autore che non abbia consigliato più spesso, o almeno che non abbia consigliato proprio per disorientare i miei studenti. Leggila, era il mio consiglio, e leggi i libri che leggeva lei. Scomponi quei piccoli miracoli che sono Il lungo sguardo e After Julius. Falli a pezzi e cerca di capire come sono costruiti.

Essere uomini o non esserlo. Senza vie di mezzo o scorciatoie

 

Testimonianza e analisi, registrazione dei fatti e loro interpretazione, cronaca storica e riflessione intimista, Uomini e no, capolavoro di Elio Vittorini, si può considerare, per struttura e scelta linguistica, quasi un romanzo sperimentale. L’opera, ambientata a Milano nel 1944, racconta la lotta partigiana di Enne 2, capitano dei Gruppi d’Azione Patriottica, cellule combattenti impegnate nella resistenza alle truppe nazifasciste, ma le sue gesta, gli attentati e le sanguinose rappresaglie scatenate per vendetta dai militari tedeschi, pur essendo il fulcro della narrazione, non la esauriscono. Accanto alla tragedia della guerra, infatti, alla disumanità dell’odio e della cieca volontà di annientamento, che trasformano le persone nel loro opposto (e qui troviamo la prima, possibile chiave di lettura dello splendido titolo del romanzo), si consuma il dramma personale di Enne 2, scandito dal suo infelice amore per Berta, donna sposata che, pur corrispondendo la passione di lui non trova la forza per abbandonare il marito e finisce per rovinare tutto, condannando, oltre a se stessa, anche l’amato, che decide di sacrificare la propria vita in un’ultima, disperata missione (“Sembra che io abbia un incantesimo in te”, confessa l’uomo a Berta durante un loro incontro, “che io debba vederti quando sono al limite. Quando ho voglia di perdermi. E quando ti vedo accade il contrario. E questo dico che sembra un incantesimo. Che appena ho raggiunto il limite debba ritrovarti e avere il contrario”). Nel raccontare la guerra, nel descrivere una Milano in rovina, ininterrotto cumulo di macerie fin dove lo sguardo riesce a correre, lo scrittore siciliano si affida spesso all’immediatezza del linguaggio parlato, del discorso diretto. Gli accadimenti, sia quelli estrinseci e terribili degli scontri (gli agguati degli uomini della Resistenza, le risposte violentissime dei soldati), sia le emozioni, le paure, le angosce e le speranze dei protagonisti, vengono proposte al lettore praticamente senza mediazione letteraria: le persone raccontano ciò che hanno fatto, visto, provato, e in tal modo condividono, apertamente e senza finzioni, non soltanto il mero fatto ma la maniera in cui lo hanno vissuto, compreso, interpretato, metabolizzato. Sarebbe un errore considerare questa precisa scelta espressiva di Vittorini esclusivamente dal punto di vista tecnico, perché le parole pronunciate, che sono flusso di coscienza, proprio come le folli logiche di guerra svelano gli uomini (e dunque anche coloro che non lo sono); la dicotomia insanabile tra la responsabilità che comporta “essere qualcuno” e l’abisso morale che caratterizza tutti coloro che “non sono capaci di essere” – il filo rosso che corre lungo tutto il libro – torna in più occasioni in forma di dubbio, ricerca, interrogazione, ed è per questo che l’autore dà voce alle sue creature, per provare a rispondere, attraverso loro, al quesito fondamentale dell’esistenza: ha senso vivere senza essere?
Uomini e no non è un libro politico, né un elogio della Resistenza. Certo, l’autore si schiera a favore della lotta di liberazione e avversa dichiaratamente la barbarie fascista e nazista, ma il suo mondo, abitato in egual misura dagli “uomini” e dai “no”, non è né semplice né scontato. Non basta essere un comandante sanguinario e implacabile come Cane nero – indimenticabili le pagine a lui dedicate, pagine sofferte, potentissime, cariche di indignazione, di rabbia, di disgusto – per meritarsi la vergognosa qualifica di “no”; la viltà di chi vive (verso sé, gli altri, la vita stessa) è una possibilità che alberga in ognuno, un pericolo, spesso una tentazione cui è difficile resistere. Vittorini lo sa, per questo neppure lui si sottrae all’impegnativa prova di un esame di coscienza. Come autore, come scrittore, si assume fino in fondo non soltanto la responsabilità del romanzo, ma interviene in esso, inserendosi nella vicenda con contributi personali (con pagine in corsivo al principio di alcuni capitoli), ragionando, mettendosi a nudo, perfino discutendo – grazie a quella sospensione di ogni ordine razionale che solo la letteratura rende possibile – con i personaggi che ha creato.
Romanzo di eccezionale intensità e di ineguagliabile spessore drammatico, raccontato, oltre che con immenso talento, con rara sincerità, Uomini e no è una di quelle opere “universali” capaci di parlare a ogni generazione. Nell’urgenza della sua ricerca etica, nel suo umanesimo disperatamente urlato, rivendicato malgrado tutto e tutti come unica possibile speranza, come sola via d’uscita (dalla guerra, ma non solo) è un’opera attualissima. Un punto di riferimento dal quale non è possibile prescindere.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura
I. L’inverno del ’44 a Milano è stato il più mite che si sia avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole. Il libraio ambulante di Porta Venezia diceva: «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo. È dal 1908 che non avevamo un inverno così mite».
«Dal 1908?» diceva l’uomo del posteggio biciclette. «Allora non è un quarto di secolo. Sono trentasei anni».
«Bene» il libraio diceva. «Questo è l’inverno più mite che abbiamo avuto da trentasei anni. Dal 1908».
Egli aveva perduto il suo banco nei giorni della distruzione di agosto; aveva lasciato la città; e non è ritornato a Porta Venezia che al principio di dicembre per poter vedere questo che vedeva: il più mite inverno di Milano dopo il 1908.
Splendeva il sole sulle macerie del ’43; splendeva; ai Giardini, sugli alberi ignudi e sulle cancellate; ed era una mattina nell’inverno; era gennaio. Un uomo si fermò davanti al banco dei libri, portava una bicicletta per mano.
«Buongiorno» il libraio gli disse.
«Buongiorno».
«Che inverno, eh!».
«Che inverno è?».
«È l’inverno più mite che abbiamo avuto da un quarto di secolo».
Si avvicinò l’uomo del posteggio.
«Da un quarto di secolo?» disse. «O dal 1908?».

«Dal 1908» disse il libraio. «Dal 1908».

Il passato dei fatti, la memoria degli uomini

 

Difficile affrontare un’opera a buon diritto entrata nel novero dei grandi capolavori della letteratura e di cui si parla come di una lettura irrinunciabile. Difficile approcciarla, persino se ci si limita a raccontarne banalmente la trama, tanto è universalmente nota; arduo, insomma, esserne all’altezza. D’altro canto, soprattutto con i libri accade spesso che “quel che tutti conoscono”, quel che è “impossibile non leggere”, sia stato letto davvero in ben pochi casi; così, anche occuparsi di un romanzo famosissimo qual è La storia di Elsa Morante può rivelarsi un esercizio non sterile. Scritto in tre anni, dal 1971 al 1974, e ambientato a Roma durante il secondo conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra, questo splendido lavoro non narra soltanto l’odissea di una famiglia (quella formata dalla vedova trentasettenne Ida Ramundo, di professione maestra elementare, da suo figlio adolescente Nino e dal piccolo Giuseppe, nato proprio nel 1941, quando il romanzo prende avvio, in seguito a una violenza sessuale subita da un giovane soldato tedesco di nome Gunther), si allarga alla descrizione delle difficili condizioni di vita della popolazione, si sofferma sui patimenti causati dalla guerra, sulla miseria diffusa, sugli orrori incancellabili e irrimediabili che ogni scontro bellico porta con sé. Pur senza mai trascurare i componenti di quella famiglia, indiscussi protagonisti del romanzo, né allontanarsi troppo dal loro punto di vista, l’autrice si misura con l’eredità del passato intesa come memoria condivisa, come patrimonio (più spesso fardello) comune: compone un affresco nel quale i destini individuali non sono che parti di un tutto, e lo fa tolstojanamente, esponendo all’impietosa luce della realtà dei fatti un tragico momento di storia, e insieme a esso la vita di coloro, uomini, donne, bambini, che ne hanno fatto parte.
Il dolente realismo della scrittura di Elsa Morante, il suo stile caratterizzato da sobrietà assoluta, da un’umanissima condivisione della sofferenza descritta, sembra farsi cronaca nel mero dettaglio del succedersi degli accadimenti (la scrittrice romana non permette distrazioni al lettore; la sua “storia” è lo svolgersi della storia, e questo svolgersi lei lo richiama con forza al principio di ogni nuovo capitolo, il cui titolo coincide con l’anno in cui succedono determinate cose, che si apre con un riassunto dei fatti di maggior rilievo divisi nell’arco dei dodici mesi), ma questo, per quanto importante, è solo un aspetto, e il più estrinseco, dell’opera. Ne La storia, infatti, quel che accade è semplice materiale narrativo; nei confronti di ciò che è stato Elsa Morante ha solo il dovere della precisione documentaristica, dell’esattezza dello studioso (che soddisfa pienamente nelle aperture dei capitoli citate in precendenza); il cuore del romanzo è altrove, nelle persone, nei loro sentimenti, nelle azioni che compiono, in quel che sognano, desiderano, nelle faticose parole con cui cercano di esprimere se stessi e nei silenzi nei quali cercano rifugio; e ancora nella pietà laica che la Morante dimostra per ognuno di loro, nello sguardo limpido, sincero e commosso che sa offrire a destini privi di speranza, a esistenze segnate dalla sconfitta.
Esistenze come quella di Giuseppe, figlio di una violenza balbettante e timida, di un bisogno d’amore che per vergogna di sé è divenuto rabbia; del fratellastro Nino, fascista quasi per gioco, per spavalderia, e poi partigiano pronto a tutto nella violenza insensata e brutale dello scontro fratricida che ha portato l’Italia alla Liberazione; della loro madre, il cui argine alle durezze e alle asprezze della vita, nobile e disperato, giorno dopo giorno va incontro al proprio ineluttabile disfacimento; del giovane anarchico Davide Segre, talmente oppresso dal dolore da trovare scampo solo nell’illusione della droga, nella dose, destinata ad aumentare impercettibilmente di volta in volta.
La storia è un bellissimo romanzo. La vicenda che racconta è dura, straziante, e non lascia spazio alla speranza. Tuttavia non è priva di calore e non si chiude nel più cupo pessimismo. Perché i vinti cui Elsa Morante dà voce non dimenticano, neppure per un istante, la loro umanità. Spogliati di tutto, privati della vita, del battito del cuore e del respiro, conservano la propria anima. E forse, suggerisce l’autrice, esistere non è che questo; conservare, nel breve tratto di cammino che dobbiamo fare, la nostra anima. O almeno provare a farlo.
Se non l’avete ancora fatto, leggete La storia.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell’ora, come d’uso, poca gente circolava per le strade. Nessuno dei passanti, poi, guardava il soldato, perché i Tedeschi, pure se camerati degli Italiani nella corrente guerra mondiale, non erano popolari in certe periferie proletarie. Né il soldato si distingueva dagli altri della sua serie: alto, biondino, col solito portamento di fanatismo disciplinare e, specie nella posizione del berretto, una conforme dichiarazione provocatoria.
Naturalmente, per chi si mettesse a osservarlo, non gli mancava qualche nota caratteristica. Per esempio, in contrasto con la sua andatura marziale, aveva uno sguardo disperato. La sua faccia si denunciava incredibilmente immatura, mentre la sua statura doveva misurare metri 1,85, più o meno. E l’uniforme – cosa davvero buffa per un militare del Reich, specie in quei primi tempi della guerra – benché nuova di fattura, e bene attillata sul suo corpo magro, gli stava corta di vita e di maniche, lasciandogli nudi i polsi rozzi, grossi e ingenui, da contadinello o da plebeo.

Gli era capitato, invero, di crescere intempestivamente, tutto durante l’ultima estate e autunno; e frattanto, in quella smania di crescere, la faccia, per difetto di tempo, gli era rimasta ancora uguale a prima, tale che pareva accusarlo di non avere neanche la minima anzianità richiesta per l’infimo suo grado. Era una semplice recluta dell’ultima leva di guerra. E fino al tempo della chiamata ai suoi doveri militari, aveva sempre abitato coi fratelli e la madre vedova nella sua casa nativa in Baviera, nei dintorni di Monaco.