Il Napoleone del crimine

Arthur Conan Doyle, La valle della paura, Bur
Arthur Conan Doyle, La valle della paura, Bur

“Nel definire Moriarty un criminale, lei si copre del reato di calunnia agli occhi della legge, e in questo consiste appunto la grandiosità e la meraviglia della cosa. Il più grande imbroglione di tutti i tempi, l’organizzatore di ogni ribalderia, il cervello che controlla il mondo sotterraneo, un cervello che potrebbe foggiare o distruggere il destino di intiere nazioni, questo è l’uomo! Ma egli è talmente superiore a ogni sospetto del pubblico; è talmente immune da ogni critica; sa così meravigliosamente destreggiarsi e nascondersi, che per quelle sole parole che lei ha dette adesso, potrebbe trascinarla in tribunale e uscirne con la pensione di un anno come risarcimento di danni morali. Non è forse il celebrato autore de La dinamica di un asteroide, libro che, si dice, non trovò in tutta la stampa scientifica il competente capace di recensirlo? È questo un uomo da diffamare? Lei sarebbe tacciato di medico calunniatore e lui sarebbe compianto come professore denigrato: tali sarebbero le vostre rispettive parti. Questo è genio, Watson. Ma se io sarò risparmiato da uomini minori, verrà sicuramente il nostro giorno”. Questo ammirato e rabbioso ritratto che Sherlock Holmes, nel corso di un infiammato dialogo con l’amico Watson, traccia del suo mortale nemico, il professor Moriarty, apre La valle della paura, quarto e ultimo romanzo di Arthur Conan Doyle (fu pubblicato nel 1915) che ha per protagonista l’infallibile detective di Baker Street. Deus ex machina, burattinaio occulto, diabolico maestro di complotti, Moriarty – o per dir meglio la sua ombra, la sua presenza – attraversa l’intero romanzo, che alle torbide atmosfere del mystery affianca la prosa ricca di tensione e colpi di scena propria del racconto spionistico. Costruito come un labirinto, ingannevole come un gioco di specchi, disseminato di false piste (che rimandano ad altrettante identità, a maschere indossate per chissà quali scopi), La valle della paura è probabilmente il romanzo più complesso di Conan Doyle e insieme la prova più ardua affrontata da Sherlock Holmes, le cui prodigiose facoltà intellettive mostrano per la prima volta un limite. Splendida eccezione in un mondo di anonima normalità, il grande detective appartiene pur sempre a qualcosa di più grande di sé: egli è infatti suo malgrado membro di un ristrettissimo circolo di veri e propri prodigi i cui destini sono in qualche modo destinati a incontrarsi. E se a questa “condanna decretata dal genio” ha deciso di sottrarsi il fratello di Sherlock, Microft, uomo dalle capacità deduttive addirittura superiori a quelle di Holmes che vive ritirato nel raffinato Diogenes Club, scelte opposte hanno fatto, ognuno nel proprio campo d’azione, lo stesso Holmes e la sua nemesi Moriarty. Inevitabile, dunque, che il genio votato al male, il “Napoleone del crimine”, come proprio Holmes giunge a definirlo, e il suo degno avversario finiscano per scontarsi, per ritrovarsi a combattere sullo stesso terreno.

Ed è questo ciò che accade non appena Holmes viene incaricato di indagare su un assassinio, feroce quanto particolare. Egli non tarda a scoprire che il delitto è una messinscena e che l’uomo che si vuol far credere morto (un poliziotto) è in realtà vivo e vegeto. Ma dall’inchiesta emerge anche altro; che il poliziotto, reduce da una pericolosa missione in America, si è fatto nemici molto potenti, che questi nemici hanno giurato di vendicarsi di lui, e soprattutto che Moriarty è l’uomo incaricato di portare a termine il sanguinoso compito. E Moriarty, malgrado Holmes abbia perfettamente compreso il suo disegno, trova comunque il modo di eliminare il proprio bersaglio, rendendo tragicamente vana l’esatta catena di deduzioni formulata del detective. “Si capisce un artista dal suo colpo di pennello”, dichiara Sherlock Holmes a omicidio compiuto, ammettendo, seppur a denti stretti, di essere stato battuto. “Io ho immediatamente intuito che qui c’è sotto lo zampino di Moriarty. Questo delitto è stato macchinato a Londra, non in America […]. Perché esso è stato compiuto da un uomo che non può permettersi di fallire… poiché quest’uomo deve la sua posizione assolutamente unica al fatto che tutto ciò che egli intraprendente riesce”. Ma un’ammissione di sconfitta non è una resa incondizionata; nel suo momento più difficile Holmes rialza la testa e rinnova la sfida: “Non dico che non si possa batterlo. Ma bisogna che lei mi dia del tempo… molto tempo!”.

La valle della paura racconta l’avventura più amara e più intensa di Holmes; la sua umanità, la sua fragilità, la sua imperfezione (o se si vuole la sua limitata perfezione) risaltano con forza in pagine drammatiche e amare, che regalano a un giallo di per sé robusto e coinvolgente una profondità psicologica insolita, che si impone all’attenzione del lettore. Difficile pensare, per un eroe letterario, un congedo migliore, e non applaudire ammirati la maestria di Conan Doyle.

Eccovi l’inizio del libro, traduzione di Maria Gallone. Buona lettura.
– Mi vien fatto di pensare… – cominciai. – Bravo – m’interruppe Sherlock Holmes in tono d’impazienza. – Ecco un esercizio che le consiglio caldamente. Credo di essere uno dei più tolleranti mortali della terra, ma francamente quell’interruzione sardonica m’indispettì. – Sa, Holmes – rimbeccai seccato – che, a volte, lei mette a dura prova il suo prossimo? Ma era troppo assorto nei suoi pensieri, per dare una risposta immediata al mio scatto. Si appoggiò su una mano, con davanti la colazione intatta, e cominciò a studiare un foglietto di carta che aveva tolto in quel momento da una busta.

La memoria, invisibile e manifesta, di tutto ciò che accade

 

Arthur Conan Doyle, Il segno dei quattro, Mondadori
Arthur Conan Doyle, Il segno dei quattro, Mondadori

“Il mio cervello […] si ribella di fronte a ogni forma di stasi, di ristagno intellettuale. Datemi dei problemi da risolvere, datemi del lavoro da sbrigare, datemi il più astruso crittogramma da decifrare, o da esaminare il più complesso intrico analitico e io mi troverò nel mio elemento naturale: allora non saprò che farmene degli stimolanti artificiali; ma io detesto il grigio tran tran dell’esistenza quotidiana: ho bisogno di sentirmi in uno stato di esaltazione mentale costante. Ecco perché mi sono scelto questa particolarissima professione, o meglio me la sono creata, dal momento che sono unico al mondo […]. Sono il solo poliziotto privato “consulente” […]. Io rappresento l’ultima e suprema corte d’appello in fatto d’indagine poliziesca. Quando Gregson, o Athelney Jones non sanno più che pesci pigliare, il che, sia detto tra parentesi, è il loro stato abituale, portano la faccenda davanti a me, io esamino i dati, come un esperto, e pronuncio il mio parere di specialista. In casi simili non accampo nessun diritto, e il mio nome non appare in nessun giornale: la mia massima ricompensa consiste nel lavoro di per se stesso e nella soddisfazione di trovare un campo adatto all’esercizio delle mie specialissime facoltà”. Così Sherlock Holmes, il più originale e affascinante detective della storia della letteratura, descrive se stesso ne Il segno dei quattro, la seconda delle sue avventure, pubblicata nel 1890. In questo romanzo, cupa storia di avidità e vendette, Arthur Conan Doyle sembra concentrarsi, più che sulla vicenda in sé, sulla singolarità del personaggio da lui creato e sulle evidenti contraddizioni della sua personalità; lo presenta al lettore come un tossicodipendente, costretto a ricorrere alle stimolazioni chimiche di morfina e cocaina (in una soluzione al sette per cento) per scongiurare l’abisso della pazzia conseguente all’inattività forzata, ne sottolinea la forza di carattere e la lucidità con la quale giudica se stesso (e che ai più potrebbe apparire una fastidiosa manifestazione di superbia), ne svela persino la sorprendente attività d’autore – “Mi sono reso colpevole di alcune monografie: trattano tutte di argomenti tecnici. Eccone qui una, per esempio: Sulla distinzione tra le ceneri dei vari tipi di tabacco. In essa enumero centoquaranta tipi di sigari, sigarette e tabacco da pipa, con tavole colorate illustranti le varie differenzi tra le ceneri dei diversi tipi. Si tratta di un particolare che ricorre continuamente nei processi penali, e che può essere talvolta di importanza capitale come indizio” – ma come già per lo splendido esordio (Uno studio in rosso, di cui ho già scritto), anche se in questo caso con maggior insistenza rispetto al primo lavoro, gli “indizi” che lo scrittore e medico scozzese lascia trasparire su Holmes sono in realtà indizi sul caso che l’investigatore è chiamato a seguire. Alla genialità del detective, infatti corrisponde, con perfetto parallelismo, quella del narratore, capace di costruire intrecci su misura per il suo protagonista, serrature costruite appositamente per essere forzate dal suo grimaldello intellettuale; così, le rigorose deduzioni di Holmes finiscono per essere nient’altro che la traduzione pratica di una non comune capacità di osservazione della realtà. I fatti, nel loro compiersi, lasciano impressa una memoria di sé, un silenzioso racconto di ciò che è accaduto; Holmes ha la capacità di vedere quella memoria, di leggerla, di capirla e di mostrarla agli altri. “Non si può comprendere l’universo se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto”, scriveva Galileo Galilei ne Il Saggiatore; applicato al mystery, al giallo, e tradotto dalla matematica a un ordinato sistema di deduzioni logiche, il metodo d’indagine di Holmes coincide con quello scientifico galileiano e si può riassumere così: la verità è nelle cose, bisogna soltanto essere capaci di coglierla (o come dichiara lo stesso Sherlock Holmes: una volta tolto di mezzo l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero).      

Ed è esattamente questa verità, allo stesso tempo invisibile e manifesta, la misura della grandezza di Holmes e dell’unicità dell’opera di Conan Doyle: una volta sciolto l’intreccio, quando l’investigatore privato, dinanzi al proprio stupefatto pubblico (composto dagli inetti funzionari di Scotland Yard e dall’amico Watson), riassume quel che è successo, ecco che quelli che fino a un momento prima sembravano tasselli di un puzzle impossibile da ricostruire divengono una conseguente serie di fatti, un procedere inevitabile da un ben preciso inizio (uno o più omicidi, un misterioso movente da scoprire) a una altrettanto ben definita conclusione (l’individuazione del movente, la cattura del colpevole), i cui singoli passaggi (le scene del crimine, gli interrogatori dei testimoni e dei sospetti), al pari dei capitoli di un libro, sono sempre dinanzi allo sguardo degli investigatori ma possono essere colti soltanto da chi possiede i giusti strumenti per farlo. Al di là del caso specifico, dunque – per Holmes, in fondo, poco più che uno stimolo intellettuale utile a scongiurare l’autodistruttivo ricorso agli stupefacenti – quel che è davvero in gioco nella sua battaglia contro il crimine è il vero, e il dilemma filosofico legato alla sua esistenza e alla sua conoscibilità. Il vero, di cui la giustizia degli uomini non è che pallida eco. Imperfetta, eppure, in qualche modo, indispensabile.

Eccovi l’inizio del romanzo (la traduzione è di Maria Gallone). Buona lettura.

Sherlock Holmes tolse una bottiglia dalla mensola del caminetto e una siringa ipodermica da un lucido astuccio di marocchino. Con le lunghe dita, bianche e nervose, avvitò all’estremità della siringa l’ago sottile e si rimboccò la manica sinistra della camicia. I suoi occhi si posarono per qualche attimo pensierosi sull’avambraccio e sul polso solcati da tendini e tutti punteggiati e segnati da innumerevoli tracce di iniezioni. Infine si conficcò nella carne la punta acuminata, premette sul minuscolo stantuffo, poi, con un profondo sospiro di soddisfazione, ricadde a sedere nella poltrona di velluto.

Oltre l’impossibile, la realtà svelata dal dolore

Recensione de “L’isola della paura” di Dennis Lehane

Dennis Lehane, L’isola della paura, Piemme

Un thriller tesissimo, labirintico. Un’ambientazione non certo nuova ma comunque di indubbia efficacia (un’isola che ospita un manicomio psichiatrico resa inaccessibile da un uragano) e un finale tanto sorprendente quanto – a pensarci bene – inevitabile. Perché gli indizi, a volerli osservare, sono tutti lì, di fronte al lettore; non resta che coglierli, metterli nel giusto ordine e trarre le conclusioni. Ne L’isola della paura, con ogni probabilità il più ambizioso dei suoi romanzi, Dennis Lehane costruisce una storia allo stesso tempo avventurosa e angosciante, un mystery claustrofobico e nervoso che, pur reggendosi quasi per intero sulla più che felice caratterizzazione del protagonista, il tormentato agente federale Teddy Daniels, segue con la massima diligenza le regole del genere.

Tutto nella storia ha le dimensioni e i colori dell’incubo, di un delirio, di un allucinato sogno a occhi aperti, eppure l’intreccio mantiene in ogni momento un suo intrinseco rigore; c’è un enigma da svelare, un caso da risolvere, ci sono i poliziotti incaricati di farlo (il già citato Daniels e il suo nuovo collega, Chuck Aule), e soprattutto c’è un principio investigativo impossibile da ignorare che racchiude il senso dell’opera, un principio che Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, mette in bocca al suo eroe e che Lehane dimostra di aver compreso fino in fondo: una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero.
“L’impossibile” è la sparizione dal manicomio, l’Ashcliffe Hospital, di una malata, Rachel Solando, rinchiusa in istituto in seguito all’omicidio dei suoi tre figli; siamo nella prima metà degli anni 50, il ricordo degli orrori del secondo conflitto mondiale è ancora vivo (specie nella mente di Daniels, che ha avuto modo di vedere da vicino quel che accadeva nei campi di sterminio nazisti) e gli studi sul comportamento, in particolar modo sull’alienazione, sono in fase di sviluppo, è dunque necessario sperimentare, percorrere nuove strade terapeutiche, osare.
La cura per la pazzia, infatti, potrebbe essere a un passo. Ma qualsiasi ricerca, anche quella animata dalle migliori intenzioni, corre il rischio di degenerare e di trasformarsi in tortura, e forse è proprio questo quel che succede all’interno del “centro” costruito sull’isola, una fortezza impenetrabile (non a caso in origine era un’installazione militare) difesa da guardie armate dove l’Fbi sospetta si utilizzino i pazienti – o meglio, i prigionieri – come cavie per oscuri esperimenti sulla manipolazione mentale.
Daniels, un passato di traumi e dolori con cui fare i conti (oltre alle cicatrici della guerra, l’uomo vive la straziante sofferenza causata dalla morte della moglie Dolores, vittima di un incendio doloso il cui autore, forse, è tra gli “ospiti” del manicomio) e una determinazione a compiere il proprio dovere che niente e nessuno sembra essere in grado di scalfire, è sull’isola per scoprire la verità, per far luce su ogni cosa. La sua missione è chiara: capire se davvero i medici dell’Ashcliffe Hospital si dedichino a esperimenti proibiti, smascherare il piromane responsabile della morte della moglie e naturalmente scoprire che ne è stato di Rachel Solando, la cui sparizione, Daniels ne è certo, è legata a quel che i medici dell’ospedale fanno ai pazienti, ai loro “innovativi metodi di cura”.
Daniels sa che tutti, su quell’isola, sospettano che la sua presenza non si debba soltanto al “caso Solando”, sa di rischiare la sua stessa vita, sa che in gioco c’è molto di più di una paziente svanita nel nulla, così come sa che se non risolverà questo caso non potrà in alcun modo trovare pace, far tacere i fantasmi che lo perseguitano, il ricordo ossessivo della moglie, quello feroce dell’incendiario assassino, quello terribile della morte presente in ogni angolo del campo nazista, quello implacabile della sua realtà, che sembra non essere più in grado di controllare…
La scrittura limpida, potente, incalzante e carica di suggestioni di Lehane avvince dal principio alla fine (a questo proposito merita di venir citata la pregevole traduzione, per Piemme, di Chiara Bellitti); il continuo avvicendarsi di momenti di introspezione psicologica e di tumultuose parentesi di pura azione regala al romanzo un equilibrio narrativo che sfiora la perfezione e che, in un magistrale crescendo di tensione, prepara il lettore alla sconvolgente rivelazione finale. Una rivelazione, è il caso di ribadirlo, già scritta a chiare lettere tra le pagine del libro eppure imprevista, spiazzante, terribile.
L’isola della paura (da cui Martin Scorsese ha tratto un film, Shutter Island, sfortunatamente non all’altezza del romanzo) è un lavoro magnifico. Leggetelo, non lo dimenticherete facilmente.
Eccovi l’inizio. Buona lettura.
Dalle memorie del dottor Lester Sheenan
3 maggio 1993
Per molti anni i miei occhi non si sono posati sull’isola. L’ultima volta ero sulla barca di un amico, si era avventurato nell’avamporto e a un certo punto l’ho vista, laggiù in lontananza, nella foschia dell’estate, uno sbaffo di colore contro il cielo.
Sono più di vent’anni che non metto piede sull’isola ma Emily dice, a volte scherzando a volte no, che è come se non me ne fossi mai andato.
Una volta Emily mi disse che per me il tempo non è altro che una serie di segnalibri infilati nel libro della mia vita e ogni tanto sfoglio le pagine e torno a ripensare a quegli eventi che mi hanno marcato agli occhi dei miei astutissimi colleghi. Tipico comportamento da depresso.
Forse ha ragione Emily. Lei ha spesso ragione.
Fra poco perderò anche lei. Questione di mesi, ci ha detto giovedì il dottor Axelrod. Fate quel benedetto viaggio, ha insistito. Il viaggio che sognate da una vita, Firenze, Roma, e Venezia in primavera. Perché Lester, ha aggiunto, non ti vedo bene per niente.
In effetti non ha torto. In questi ultimi giorni non trovo mai le cose, è come se non portassi gli occhiali. Le chiavi della macchina, per esempio. Sono in un negozio e non mi ricordo perché ci sono entrato, vado a teatro e, quando esco, non so cosa ho visto. Se davvero il tempo per me è composto da tanti segnalibri, allora mi sento come se qualcuno avesse scosso il libro e quelle striscioline gialle di carta cadute per terra, e le orecchie alle pagine fossero state lisciate.

Non scrivo queste cose, adesso, per modificare il libro e apparire così sotto una luce migliore. Non sarebbe possibile, lui non lo permetterebbe. A modo suo, odia le bugie. Anzi, non ho mai conosciuto qualcuno che le odi di più. Ciò che voglio è conservare queste parole, trasferirle in queste pagine, perché la memoria si sta offuscando e tende ad appannarsi.

Non c’è nulla di elementare in una deduzione

 

Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, Mondadori
Arthur Conan Doyle, Uno studio in rosso, Mondadori

È singolare che Sherlock Holmes, l’investigatore letterario più noto in assoluto, riconosciuto modello per un gran numero di autori, che a lui si sono ispirati per dare vita ai propri eroi, debba la sua immensa fama principalmente a una caratteristica: l’originalità. Holmes, infatti, non assomiglia a nessun altro detective privato, e, quel che più conta, nessuno dei suoi moltissimi colleghi può vantare significative affinità con lui; nel tratteggiarne carattere e soprattutto personalità, insomma, il suo creatore, Arthur Conan Doyle, ha compiuto un piccolo miracolo: ha dissodato un terreno vergine e dopo averlo fatto è riuscito a mantenerlo inviolato. Chiunque, dopo Holmes, volesse somigliare a Holmes, perderebbe immediatamente la propria personalità per ridursi a nient’altro che a una sbiadita copia dell’originale.

Certo, il metodo deduttivo da lui applicato per risolvere omicidi, misteri e intrighi che Scotland Yard (e in modo particolare il pur volonteroso ispettore Lestrade) non è in grado di affrontare, è, nella sostanza, identico a quello di tanti altri investigatori – in estrema sintesi: un fatto delittuoso, una serie di indizi collegati ad esso, una loro ragionata analisi che porta all’elaborazione di ipotesi, la verifica di queste ultime, il progressivo avvicinamento alla verità e infine la soluzione del caso – ma Holmes riesce a portarlo a grado di perfezione ineguagliato. Merito della sua non comune intelligenza, dell’eccezionale capacità di osservazione, della pratica, affinata in lunghi anni di esercizio della professione, e più di tutto di un bagaglio di conoscenze tecniche costruito con rigore e protetto con ferrea disciplina. È il sapere di Sherlock Holmes, più precisamente il suo essere così particolare e funzionale ai suoi interessi, a renderlo unico, come detective e come uomo.
In Uno studio in rosso, primo dei quattro romanzi di Conan Doyle che hanno come protagonisti Holmes e il medico John H. Watson (suo coinquilino, nonché improvvisato biografo), ecco come come vengono presentate le conoscenze del detective: “La sua ignoranza era notevole quanto la sua cultura. In fatto di letteratura contemporanea, di filosofia e di politica, sembrava che Holmes sapesse poco o nulla. Una volta mi accadde di citare Thomas Carlyle. Mi chiese nel modo più ingenuo chi era e cosa avesse fatto. Ma la mia meraviglia giunse al colmo quando scoprii casualmente che ignorava la teoria di Copernico nonché la struttura del sistema solare. Il fatto che un essere civile, in questo nostro XIX secolo, non sapesse che la Terra gira attorno al Sole mi pareva così straordinario che stentavo a capacitarmene.
– Sembra sbalordito – disse Holmes, e sorrise osservando la mia espressione. – Ora che mi ha insegnato queste cose, farò del mio meglio per dimenticarle.
– Per dimenticarle?
– Vede – mi spiegò – secondo me, il cervello d’un uomo, in origine, è come una soffitta vuota: la si deve riempire con mobilia di nostra scelta. L’incauto vi immagazzina tutte le mercanzie che si trova tra i piedi: le nozioni che potrebbero essergli utili finiscono col non trovare più il loro posto, o, nella migliore delle ipotesi, si mescolano e si confondono con una quantità d’altre cose, cosicché diviene assai difficile reperirle. Viceversa, lo studioso accorto seleziona accuratamente ciò che immagazzina nella soffitta del suo cervello. Ci mette soltanto gli strumenti che possono aiutarlo nel lavoro, ma di quelli tiene un vasto assortimento, e si sforza di sistemarli nell’ordine più perfetto. È un errore illudersi che quella stanzetta abbia le pareti elastiche e possa ampliarsi a dismisura […]. Quindi, quasi tutte le cognizioni che possedeva avevano per lui una specifica utilità. Enumerai mentalmente i vari punti su cui si era dimostrato eccezionalmente informato. Arrivai al punto di prendere una matita e annotarli […]. L’elenco si presentava come segue:
 
Cognizioni di Sherlock Holmes
 
1.            Letteratura: zero
2.            Filosofia: zero
3.            Astronomia: zero
4.            Politica: scarse
5.            Botanica: variabili. Conosce a fondo caratteristiche e applicazioni della belladonna, dell’oppio e dei veleni in generale. Non sa nulla di giardinaggio e orticoltura.
6.            Geologia. Pratiche, ma limitate. Riconosce a prima vita le diverse qualità di terra. Dopo una passeggiata, mi ha mostrato delle macchie sui suoi calzoni indicando, in base al loro colore e alla loro consistenza, in quale parte di Londra aveva raccolto il fango dell’una o dell’altra macchia.
7.            Chimica: profonde.
8.            Anatomia: esatte, ma poco sistematiche.
9.            Letteratura sensazionale: illimitate. A quanto pare, conosce i particolari di tutti gli orrori perpetrati nel nostro secolo.
10.            Suona bene il violino.
11.            È abilissimo nel pugilato e nella scherma.
12.            È dotato di buone nozioni pratiche in fatto di legge inglese”.

Arthur Conan Doyle, medico di professione e scrittore dilettante, con geniale intuizione mette in bocca a Holmes la sua teoria sul funzionamento del cervello e sui meccanismi della memoria, poi si affida al suo (notevole) talento di narratore. Costruisce intrecci complessi e coinvolgenti, dà vita a caratterizzazioni felicissime (tra le altre, la signora Watson, proprietaria dei locali al 221 B di Baker Street occupati da Holmes e Watson, il già citato ispettore Lestrade, il “Napoleone del crimine” Moriarty, il grande nemico di Holmes, per molti versi il suo alter ego perverso, intelligentemente sfruttato più come presenza, come ombra, che come reale antagonista), regala emozioni e suggestioni quando descrive Londra e la campagna inglese, teatro di gran parte delle avventure del detective, e infine, dopo aver condotto il lettore fin nel cuore del mistero, lo risolve chiarendone tutti i dettagli, e così facendo utilizza i successi di Holmes a sostegno della correttezza delle sue convinzioni scientifiche. Forte delle sue conoscenze, della sua intelligenza e della sua esperienza, Holmes applica il metodo deduttivo e giunge sempre alla verità; e non potrebbe essere altrimenti, perché non c’è niente di empirico nel suo modo di procedere. Una volta eliminato l’impossibile, spiega il detective al suo amico, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero. Questo principio fondante della deduzione è una legge della natura, al pari di quella newtoniana sulla gravitazione universale (che peraltro Holmes ignora), e come tale non può fallire. Ma questo non significa che la sua applicazione sia semplice, o peggio elementare. Non c’è nulla di elementare in quel che fa Holmes, e lui non si stanca di ripeterlo a Watson; il fatto che il mistero, qualsiasi mistero, una volta svelato sembri un insieme di fatti qualsiasi, una banalità, non deve ingannare. Sherlock Holmes spiega tutto perché lui può farlo; ha l’abilità e le conoscenze per riuscirci. Agli altri, Watson in testa, non rimane che ascoltare ammirati e, nel suo caso, documentare. A beneficio di generazioni di lettori.
Eccovi l’incipit di Uno studio in rosso. Buona lettura.
DAI RICORDI DEL DOTTOR JOHN H. WATSON
EX UFFICIALE MEDICO DELL’ESERCITO BRITANNICO
Nell’anno 1878 presi la laurea in medicina all’Università di Londra e mi trasferii a Netley per seguire un corso prescritto per i medici militari. Completai i miei studi a Netley, fui destinato al 5° Reggimento Fucilieri Northumberland. A quell’epoca, il reggimento era di stanza in India e, prima ancora che io l’avessi raggiunto, era scoppiata la guerra afgana. Sbarcato a Bombay, seppi che le truppe, avanzate attraverso i passi montani, si trovavano già in territorio nemico. Partii ugualmente per raggiungerle, con molti altri ufficiali che si trovavano nella mia stessa situazione, e riuscii ad arrivare sano e salvo a Candahar, dove trovai il mio reggimento e assunsi le mie nuove funzioni.
La campagna fruttò onori e promozioni a molti, ma a me portò soltanto guai e disavventure. Fui trasferito dalla mia brigata al Reggimento del Berkshire con il quale partecipai alla fatale battaglia di Maiwand. Là fui colpito alla spalla da un proiettile che mi fratturò l’osso sfiorando l’arteria succlavia. Sarei caduto nelle mani dei feroci Ghazi se non fosse stato per la devozione e il coraggio di Murray, il mio attendente, che mi caricò su un cavallo e riuscì a riportarmi in salvo entro le linee britanniche.
Dolorante, e indebolito per le fatiche e le privazioni, fui trasferito, con un treno ospedale carico di feriti, all’ospedale di Peshawar. Ero già in via di guarigione e avevo il permesso di passeggiare per le camerate, e persino di uscire sulla veranda a prendere un po’ di sole, quando fui colpito da un attacco di gastroenterite, la malattia sempre in agguato in quelle terre. Per mesi e mesi si disperò di salvarmi, e quando, finalmente, mi riebbi ed entrai in convalescenza ero così debole ed emaciato che i sanitari decisero di mandarmi in Inghilterra, il più presto possibile. Di conseguenza, dovetti partire con la nave Orontes, e sbarcai un mese dopo a Portsmouth, con la salute irrimediabilmente rovinata, ma col permesso del paterno governo di dedicare i nove mesi successivi al tentativo di migliorarla.

Non avevo parenti in Inghilterra, e, quindi, ero libero come l’aria… o meglio, libero quanto lo può essere un uomo che dispone di undici scellini e sei pence al giorno.