Il cavaliere innamorato dei sogni

Recensione di “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Rizzoli

Il nobiluomo Alonso Chisciano (a tutti noto come Don Chisciotte), divorato dall’amore per i romanzi cavallereschi al punto da divenire lui stesso protagonista delle avventure lette avidamente per anni, è forse il più puro degli eroi. Perché è la sua anima a essere eroica, ed è la sua sensibilità incorrotta e libera a guidarlo; a spingerlo, inizialmente, a vendere gran parte dei suoi possedimenti (e a investire in libri il ricavato dei suoi magri affari) e poi a trascinarlo con sé nel liquido abbraccio del sogno, della vita da sempre immaginata e desiderata. Miguel de Cervantes, nel meraviglioso Don Chisciotte della Mancia, ritrae l’allampanato Alonso con viva partecipazione; la comunione con il suo personaggio (e attraverso lui del lettore con Chisciotte) è piena, limpida, autentica. Certo, il grande autore spagnolo non risparmia né sarcasmo né beffarda ironia; fin da subito taccia il protagonista del romanzo di pazzia e si diverte fargli vivere situazioni assurde, grottesche, umilianti perfino, dalle quali il cavalier Don Chisciotte esce immancabilmente malconcio. Ma il mondo, che in ogni momento sembra in grado di schiacciare l’ardimentoso Chisciotte e che alla visionaria ingenuità dei suoi occhi e della sua mente oppone, di volta in volta, squallore, miserie, meschinità, intrighi e raggiri di ogni genere, che sembra impastato soltanto di volgarità e ignoranza, per quanto non dia tregua a questo improbabile “guerriero cortese” non riesce comunque a fiaccare il suo spirito. Continua a leggere Il cavaliere innamorato dei sogni

La razionalità inefficace

Georges Simenon, L'impiccato di Saint-Pholien, Adelphi
Georges Simenon, L’impiccato di Saint-Pholien, Adelphi

Un’intuizione, o forse solo una curiosità. Poi lo stupore, l’incredulità attonita, prima manifestazione del senso di colpa, infine la caparbietà rabbiosa, la volontà di fare luce, di comprendere, di scoprire, di giudicare e punire. E un attimo prima che cali il sipario, la verità, tanto agognata e insieme altrettanto tenacemente nascosta; i fatti nudi e inerti, compiuti, immodificabili, che non assolvono e non condannano, ma che non si possono dimenticare. Si regge su un corto circuito emozionale, che lascia al raziocinio e alla fredda capacità d’analisi dell’investigatore soltanto un ruolo marginale, L’impiccato di Saint-Pholien, una delle avventure più intense, coinvolgenti e amare del commissario Maigret. A partire dalle descrizioni d’ambiente, povere, squallide, sature d’infelicità, traboccanti disperazione, fino ad arrivare al disegno dei personaggi, alla loro caratterizzazione volutamente ambigua, alla calcolata esibizione della loro falsità, Georges Simenon costruisce questo originalissimo noir attraverso una prosa umbratile e dimessa, vestita d’insignificanza, d’un nebbioso grigiore che tutto inghiotte. “Una stazione senza importanza. Neuschanz può a malapena dirsi un paese. Non vi transita nessuna linea importante. Ci sono treni soltanto al mattino e alla sera, per gli operai tedeschi che, attirati dagli alti salari, lavorano nelle fabbriche dei Paesi Bassi. E ogni volta si ripete lo stesso cerimoniale. Il treno tedesco si ferma a un’estremità del binario, il treno olandese aspetta all’atra estremità. Gli impiegati con il berretto arancione e quelli con l’uniforme verdastra o blu di Prussia si ritrovano e trascorrono insieme la pausa per le formalità doganali”. In questa anonima periferia geografica ed esistenziale Maigret sta seguendo un uomo in cui è inciampato per puro caso il giorno prima e che ha attirato la sua attenzione. Egli lo osserva, con scrupolo, con metodo: e quel che vede è una persona miseramente vestita, il volto segnato, i gesti che tradiscono una sospetta eccitazione nervosa e nello stesso tempo denunciano una stanchezza prossima all’esaurimento. Di particolare non c’è che il bagaglio che quello sconosciuto ha con sé: “una valigetta di fibra, di quelle che si vendono in tutti i grandi magazzini – nuova”. Una valigetta di cui Maigret si impossessa, sostituendola con una identica nell’unico momento di distrazione del suo proprietario. Quando lo scambio viene scoperto, è troppo tardi per evitare la tragedia: l’uomo, che Maigret ha diligentemente pedinato, sembra impazzire per l’accaduto, che non riesce in alcun modo a spiegarsi, poi, d’improvviso, decide di uccidersi: “E fu la fine: estrasse di tasca una rivoltella, spalancò la bocca e premette il grilletto”.

La fine, naturalmente, è un principio, o per dir meglio il solo principio possibile. È il drammatico passo d’avvio di un’inchiesta che conduce Maigret, in buona misura responsabile di quel suicidio – “Il commissario”, scrive Simenon, “non era lungi dal ritenere di aver ucciso un uomo, anzi ci andava molto vicino. E quell’uomo nemmeno lo conosceva! Di lui non sapeva niente! Non c’erano prove che avesse qualche conto in sospeso con la giustizia!” -, in uno straziante viaggio tra memoria e rimorso, nella perduta stagione della giovinezza, in quel brevissimo arco d’anni in cui ogni cosa sembra possibile e dove trovano spazio i più limpidi atti di generosità e altruismo e le più atroci vendette. Passo dopo passo, il commissario, spinto più dall’urgenza di trovare un perché a quella morte autoinflitta di cui si sente causa che dal bisogno di chiarire un caso che neppure sembra esserci, scopre che il suicida aveva legami con un ristretto gruppo di persone, qualcosa di simile a una compagnia di amici, o a una confraternita. E sempre più, con il progressivo avanzare dell’indagine, il presente, inquinato da menzogne e depistaggi eppure sempre preservato dalla sua definitiva corruzione dalla goffaggine e dall’incapacità di coloro che si oppongono a Maigret – gli amici del morto – quasi che i complotti e le bugie suggerite loro dalla paura e dall’istinto di sopravvivenza trovassero un insormontabile ostacolo nel bisogno sempre più forte di confessare, di sciogliere finalmente un vincolo di lealtà divenuto insopportabile prigionia, trova il proprio senso e la propria parziale redenzione in un passato vissuto con innocente veemenza, cavalcato con sfrenata passione, follemente amato e altrettanto follemente incarnato. Nella presunzione, splendida e terribile, che l’ideale e il reale possano coincidere.

Potente romanzo d’ispirazione autobiografica (da ragazzo Simenon visse un’esperienza simile a quella descritta nel libro), L’impiccato di Saint-Pholien è un poliziesco solido e coinvolgente che racchiude dentro di sé un dramma umano di straordinaria intensità; è una riflessione implacabilmente lucida e severa sulla seduzione distruttrice del sogno, sulla sua bellezza, irresistibile ma proprio per questo tanto pericolosa da essere letale.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Adelphi, è di Gabriella Luzzani. Buona lettura.

Nessuno si accorse di quello che succedeva. Nessuno sospettò che nella sala d’attesa della stazioncina ferroviaria, dove tra l’odore di caffè, birra e limonata solo sei passeggeri aspettavano il treno con aria abbattuta, si stesse svolgendo un dramma. Erano le cinque del pomeriggio e calava la notte. Le lampade erano state accese ma, attraverso i vetri, si potevano ancora distinguere nel grigiore del marciapiede i funzionari, tedeschi e olandesi, della dogana e delle ferrovie, che battevano i piedi per riscaldarsi. Perché la stazione di Neuschanz è situata all’estremo nord dell’Olanda, alla frontiera tedesca.

Wednesday e gli Dei dimenticati

Recensione di “American Gods” di Neil Gaiman

Neil Gaiman, American Gods, Mondadori
Neil Gaiman, American Gods, Mondadori

Nel sogno, forma perfetta della realtà secondo Jorge Luis Borges, la memoria vive oltre se stessa e abbraccia tanto il finito orizzonte di ciò che è stato quanto l’incommensurabile regione del possibile. Qui, dove ogni cosa ha diritto d’esistere, dove il solo tempo percepito è un’indistinzione di passato e futuro, esistere è insieme nascere e rinascere, venir gettati nel mondo e tornarci, imporsi all’attenzione e manifestarsi al ricordo. Così, è esclusivamente nel sogno che gli Dei – creature incorrotte e fragili forgiate nella fede e nel mito, simboli gloriosi e patetici di secoli lontani – possono interrompere l’esilio cui li ha condannati il semplice invecchiare del mondo. E ricomparire. E rivendicare, orgogliosi, la loro perduta sovranità. Gli Dei tornano in un sogno terribile e magnifico narrato dal grande scrittore argentino Jorge Luis Borges nel racconto intitolato Ragnarök (lo trovate, se siete interessati, nel volume Lartefice, edito da Rizzoli); tornano a stupire gli studenti di una facoltà di Lettere e Filosofia, ma non sono come ci si aspetta.

Non hanno più nulla della loro passata fierezza, né ombra alcuna di nobiltà, non sono che bestie randagie. “Tutto cominciò”, scrive Borges “col sospetto (forse esagerato) che gli Dei non sapessero parlare. Secoli di vita errabonda avevano atrofizzato in essi il carattere umano; la luna dell’Islam e la croce di Roma erano state implacabili con quei profughi. Fronti basse, dentature gialle, baffi radi di mulatti o cinesi facevano manifesta la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non si addicevano a una povertà decorosa e onesta ma al lusso spregevole delle bische e dei lupanari dei bassifondi. A un occhiello rosseggiava un garofano; sotto una giacca attillata s’indovinava la forma d’un pugnale. Improvvisamente sentimmo che giocavano la loro ultima carta, ch’erano scaltri, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla compassione, avrebbero finito col distruggerci”.

È suggestivo pensare che a Borges, ai sogni e all’illusorio rinnovarsi degli immortali abitanti dell’Olimpo abbia guardato (traendone felice ispirazione) Neil Gaiman, autore dell’amaro e avvincente American Gods, vincitore nel 2001 del premio Bram Stoker e l’anno successivo dei premi Nebula e Hugo. Protagonisti del suo romanzo – il cui registro fantasy si fonde con il dramma, l’avventura e perfino con il mystery, trascinando il lettore in un labirinto di verità e finzioni, colpi di scena e sorprese talmente intricato da lasciare senza fiato – sono infatti gli Dei, non quelli del Pantheon greco, com’era nel racconto di Borges, bensì quelli della mitologia scandinava, Odino e Loki, accanto ai quali appaiono creature fantastiche appartenenti al folklore e alla cultura popolare irlandese come i leprecauni, e addirittura una divinità africana: Anansi.

E proprio come i greci, anche questi Dei sono dei vinti, degli sconfitti; dimenticati, dunque in qualche misura morti, non sono ancora ridotti allo stato ferino, ma sono comunque degli emarginati. Invece del sogno di qualcuno abitano l’America di oggi, ma da sottoproletari, da ultimi; idoli ormai inutili sostituiti da altri idoli – rappresentati dal denaro, dal successo, dall’invadenza della televisione, dal selvaggio irrompere della tecnologia, che ogni giorno di più si fa prepotente tecnocrazia – subiscono impotenti e rassegnati il loro destino.

Ma a questa sorte, a questa immortalità un tempo invidiata e che oggi pesa loro addosso come una condanna, ed è così scomoda da esser divenuta motivo d’imbarazzo e di vergogna, qualcuno si ribella: un misterioso, enigmatico signor Wednesday (nome della settimana che richiama alla mente un’altra possibile, affascinante fonte di ispirazione per Gaiman, lo splendido The Man Who Was Thursday, L’uomo che fu Giovedì di Gilbert Keith Chesterton), che altri non è che Odino, vuole dare battaglia ai nuovi Dei e riaffermare su loro, sugli uomini e sul mondo, il dominio perduto. Ad aiutarlo (suo malgrado) in questo compito è l’ex galeotto Shadow, appena uscito di prigione dopo aver scontato tre anni e completamente solo al mondo in seguito alla perdita della moglie e del migliore amico in un incidente stradale.

Inizialmente incredulo, poi soltanto scettico, infine costretto ad accettare la realtà dei fatti, per quanto assurda, Shadow si mette all’opera. L’autore ne racconta le peripezie con limpida maestria narrativa, mutando spesso registro espressivo, toccando le note acute del grottesco, immediatamente dopo sprofondando nel tono cupo della tragedia imminente per poi tornare alla scanzonata luminosità della commedia. L’incessante mutare della forma è mutare della sostanza stessa del romanzo, che non offre punti di riferimento al lettore, semina allo stesso modo indizi e false prove e dà la medesima plausibilità a quel che al buon senso sembra probabile e a quello che pare contrario a ogni logica, fino al climax, il momento dello scioglimento finale, quello in cui Shadow, e il lettore con lui, scoprirà che non vi è poi molta differenza tra la divina bestialità dipinta da Borges e la sovrumana indigenza dei personaggi di Gaiman.

Romanzo godibilissimo, divertente, stuzzicante, American Gods si fa apprezzare per l’originalità, per l’innegabile qualità di scrittura, per i suoi “possibili” debiti letterari e per le dirette citazioni: tra le altre, L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, le Storie di Erodoto e, vero colpo da maestro, L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Mondadori, è di Katia Bagnoli. Buona lettura.

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava. L’aspetto più positivo del fatto di essere in prigione, secondo lui – forse l’unico aspetto positivo – era una certa sensazione di sollievo. Sollievo all’idea di aver toccato il fondo. Non si doveva più preoccupare di essere preso, perché era già stato preso. Non aveva più paura di ciò che avrebbe potuto riservargli il futuro, perché il passato vi aveva già provveduto.

Il commovente sogno di Tartarino

Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona, BUR
Alphonse Daudet, Tartarino di Tarascona, BUR

Sognatore malinconico al pari del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, arrendevole nella sua ingenuità come il candido Samuel Pickwick di Charles Dickens, Tartarino di Tarascona, tragicomico personaggio nato dalla fantasia di Alphonse Daudet, incarna il fascino irresistibile dell’immaginazione, il desiderio, che è di tutti gli uomini, di abbandonare, anche solo per un momento, la propria vita e il suo incolore scorrere per entrare nel regno magico della fantasia e divenire finalmente altro da sé, l’eroe indomito, il fiero cavaliere, l’invincibile campione… figure raccontate in decine di libri, lette, amate e a tal punto idealizzate e interiorizzate da essere ormai quasi una seconda natura. Tartarino ha l’anima e il cuore della Provenza, appare sanguigno di carattere, ma i suoi atteggiamenti non sono che posa; nella gestualità arruffata, così come nel colorito motteggio, egli costantemente si sforza di assomigliare a quel che vorrebbe essere, cerca di impressionare, di lasciare un segno. La sua sete d’avventura, raccontata con spensierata vivacità, con la furba leggerezza di linguaggio di una burla, conquista il lettore e lo muove al riso, un riso che sgorga con estrema facilità, ora sottile, quasi sommesso, ora trionfante ed eccessivo, ma proprio come accade al Don Chisciotte, la cui umanità non capitola mai, nemmeno di fronte alla più umiliante delle disavventure, anche Tartarino, che ha nel romantico hidalgo di Cervantes (ma in qualche modo anche nella sua goffa spalla) il proprio modello – non a caso, al principio del terzo capitolo del secondo episodio, quando, entusiasta e bellicoso, Tartarino mette piede in Algeria, l’autore si lascia andare a un semiserio omaggio al grande spagnolo quasi declamando: “O Michele Cervantes Saavedra, se è vero ciò che si dice, che cioè nei luoghi dove dimorarono i grandi uomini qualcosa di essi erra e ondeggia nell’aria fino alla fine dei secoli, ciò che restava di te sul lido barbaresco dovette trasalire di gioia vedendo sbarcare Tartarino di Tarascona, questo tipo meraviglioso di francese del Mezzogiorno, in cui si erano incarnati i due eroi del tuo libro, Don Chisciotte e Sancio Pancia – per quanto vesta, senza neppure rendersene conto, i panni del buffone, non cessa di essere persona, e non perde la propria dignità”. 

Certo, il guascone tronfio che non sa fare altro che lamentarsi della noia che da ogni parte lo circonda, soffocandone l’autentica natura, e che agogna farsi cacciatore e braccare, nella selvaggia Africa, nientemeno che il maestoso leone, è senza alcun dubbio una maschera comica, ma la sensibilità di Daudet non si limita a offrire al pubblico un rutilante spettacolo d’intrattenimento, un’esplosione di fuochi d’artificio da festa di paese, compie un passo ulteriore e getta luce su una condizione esistenziale che non è esagerato definire archetipica. Come scrive Giuseppe Sardelli, “Senza l’ignoto […] lo spirito d’avventura si rifugia nel sogno. E Tartarino ce lo dice compiutamente. Perché il suo sogno non nasce tanto dalla lettura di certi libri quanto dal bisogno di quelle letture. Essi servono a tener desto il suo sogno e agguerrito il suo tartarinismo contro la piatta uniformità della vita senza emozioni e senza rischio, di una vita privata del coraggio di esistere […]. Non è quindi il sogno dell’inerzia, ma l’estrema forma di sopravvivenza al naufragio della vitalità in un mondo che ne è la negazione. Purtroppo l’identificazione del sogno con la realtà è pericolosa […]. Un tempo, quando il sogno corrispondeva a una certa realtà, cioè quando era la realtà stessa, ma sognata, sognare l’avventura preparava alla realtà, addestrava lo spirito e il sangue al cimento con la realtà. Oggi che il sogno è la ridotta in cui si rifugia lo spirito di avventura, sognare è scampo dalla realtà, e tradurre il sogno in termini di realtà, per dare un senso alla vita e provare il rischio del coraggio di esistere, può portarci al pianto della disperazione”. 

Proprio come il suo eroe, anche Tartarino si risveglia bruscamente dalle fantasie che ha cullato; l’immaginazione che lo ha sostenuto, così forte da riuscire a nutrire la volontà e a condurlo in Africa, a contatto con le asprezze del mondo (che altro non sono, in fondo, se non incapacità di sognare) va in pezzi, e lascia irrompere disillusione e dolore. È il prezzo che si paga per il semplice fatto di essere vivi: Tartarino, Chisciotte e Samuel Pickwick lo comprendono troppo tardi, troppo tardi si destano dal sogno, eppure, miracolosamente, anche davanti alle macerie delle loro illusioni rimangono se stessi. È questo inestimabile tesoro a renderli immortali. 

Eccovi l’inizio dell’opera. Buona lettura. 

La mia prima visita a Tartarino di Tarascona è rimasta una data indimenticabile nella mia vita. Sono trascorsi dodici o quindici anni da quel giorno, ma ne serbo un ricordo più chiaro che se fosse ieri. L’intrepido Tartarino abitava, a quel tempo, all’entrata della città, la terza casa a sinistra sulla strada di Avignone: una graziosa villetta tarasconese con giardino davanti, terrazzino dietro, muri bianchissimi, persiane verdi, e sulla soglia della porta una nidiata di piccoli savoiardi intenti a giocare alla campana, o stravaccati al sole con la testa sulle loro cassette da lustrascarpe. Di fuori pareva una casa come tante. A nessuno sarebbe mai venuto il sospetto di trovarsi davanti alla dimora di un eroe. Ma, una volta dentro, mannaggia!… Dalla cantina al granaio tutto l’edificio aveva l’aria eroica, perfino il giardino!… Il giardino di Tartarino! Non ce n’era l’uguale in tutta Europa. Non un albero del paese, non un fiore di Francia, ma solo piante esotiche, acacie gommifere, begonie del Sud-America, piante del cotone, cocchi, manghi, banani, palme, un baobab, fichi d’India, cactus, fichi di Barberia, roba da credersi in piena Africa centrale, a diecimila leghe da Tarascona. Tutto, ben inteso, in miniatura; così gli alberi del cocco non superavano la statura delle barbabietole, e il baobab (albero gigante, arbos gigantea) si trovava a suo agio in un vaso di reseda. Ma, tant’è, per Tarascona era una bellezza, e le persone ammesse la domenica all’onore di contemplare il baobab di Tartarino se ne tornavano piene di ammirazione.