Nella notte

Recensione de “I figli delle tenebre” di Anne-Marie Garat

Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore
Anne-Marie Garat, I figli delle tenebre, Il Saggiatore, 816 pagine

Sono ovunque le tenebre al principio degli Anni Trenta in Europa. E tutti ne sono figli, non importa quanto consapevolmente. Sono le tenebre del caos politico e sociale, è l’oscurità morale terribile di un continente che, ancora non del tutto ripresosi dalla catastrofe della Grande Guerra, corre a perdifiato verso un nuovo e più terribile conflitto, è la notte della miseria trionfante, che morde intere generazioni, che, come un maligno incantesimo, trasforma gli uomini in mendicanti, derubandoli della dignità, del rispetto di sé, è il cieco divampare della rabbia dei popoli, delle genti, è la loro cruda fame di rivalsa che a gran voce reclama l’annientamento di tutti i nemici, degli avversari reali e ancor più di quelli immaginari, dei fantasmi evocati da folli parole d’ordine, dalle lucenti promesse di un pazzo idolatrato come un dio.

La tenebra è ovunque in questa Europa confusa e tremante, impegnata in una tragica partita a scacchi con la morte; con identica, terrificante naturalezza, abita i destini dei singoli e delle nazioni, silenziosa osserva il proprio impero crescere, espandersi, fagocitare senza sosta sempre nuovi territori. All’interno dei suoi confini, imprecisi, mutevoli, cangianti come le sfumature di colore di un tramonto, si muovono gli uomini del sottosuolo, incarnazioni grottesche di un male indicibile, vittime di un letale veleno che pur senza uccidere impedisce di vivere, fiacca e sfinisce i corpi e piega le anime, soffoca gli spiriti, costringe alla resa; uomini come Parche, curvi sui propri giorni e su quelli dei loro simili, impegnati a tessere e distruggere fili, trame, arazzi; giocatori d’azzardo pronti a puntare tutto sulla benevolenza del caso, su un piano studiato fin nei minimi dettagli che un semplice alito di vento può tramutare nel più atroce dei fallimenti. Continua a leggere Nella notte

La voce del teatro e del tradimento

Recensione di “Un cadavere a Deptford” di Anthony Burgess

Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti
Anthony Burgess, Un cadavere a Deptford, Garzanti

“C’era un filosofo che narrava di un gatto che miagolava perché lo lasciassero uscire e che poi miagolava di nuovo perché lo facessero rientrare. Ma, nell’interim tra un miagolio e l’altro, quel gatto esiste? In noi tutti alberga l’atteggiamento solipsistico, che non è che un simulacro della potenza dell’Onnipotente, il quale mantiene Tutto in essere, vale a dire che quanto si trova sotto i nostri occhi esiste, ma che è sufficiente che distogliamo lo sguardo, o che qualcuno ce lo distolga, perché venga disintegrato completamente, seppure temporaneamente”. È nei panni di un anonimo attore di teatro che lo scrittore britannico Anthony Burgess, in uno dei suoi ultimi lavori, intitolato Un cadavere a Deptford, ci racconta la vita avventurosa, scandalosa e geniale del drammaturgo e poeta Christopher Marlowe, dopo William Shakesperare la voce più luminosa e suggestiva del teatro elisabettiano.

E lo fa rivendicando all’immaginazione, considerata a un tempo come ancella del vero e come inestinguibile scintilla creatrice ex nihilo, il diritto e il dovere di farsi storia, racconto, indagine, mito, ricostruzione, leggenda, cronaca, invenzione – “quello che un uomo immagina”, egli scrive, “è spesso […] la sostanza reale e vera di quello che ha veduto”. Burgess, spericolato acrobata del linguaggio, stempera in uno stile multiforme, che sorprende il lettore a ogni pagina, la propria fedeltà alle regole del romanzo storico; l’Inghilterra del XVI secolo, dilaniata dalle dispute teologiche tra cattolici e protestanti, in aperto contrasto con la Spagna e alle prese con complotti interni tesi a restaurare il dominio della chiesa di Roma sull’isola, è disegnata con cura fin nei dettagli, ma ogni avvenimento, dal più grande e importante al più insignificante, vive di vita propria nella lanterna magica dell’ispirazione marlowiana, nella sensibilità acutissima e disperata di quest’uomo devoto soltanto ai versi, fedele amante dell’incanto del palcoscenico eppure condannato a tradire a più riprese la propria ispirazione (e dunque se stesso) per non essere costretto a rinunciarvi definitivamente.

Figura controversa, oscura, per molti versi enigmatica, in gran parte delineata dalle feroci accuse che gli sono state rivolte – ateo, bestemmiatore, omosessuale, agente al soldo della Regina responsabile dell’eliminazione di numerosi cattolici – Christopher Marlowe, che morì a soli 29 anni (il 30 maggio del 1593) spietatamente ucciso in un locanda di Deptford per mano uomini che fino a poco tempo prima gli erano stati, se non amici, compagni d’avventura, fu uomo di lettere nello stesso modo in cui fu semplicemente uomo: traendo ispirazione dal tumultuoso intreccio di arte e vita che segnò i suoi giorni.

Ipocrita e dissimulatore per necessità (lui, annoiato studente di teologia al collegio Corpus Christi – “Orbene, immaginiamolo a Cambridge”, scrive l’“attore” Burgess, “studente del collegio Corpus Christi, nelle sue brache grezze, nella sua giubba rappezzata, nelle sue calze ispessite dai rammendi, nel suo avvilente grembiule, costretto, per la natura della sua borsa universitaria, la Parker, al tedioso studio della teologia e a prendere, al compimento, gli ordini religiosi” – Marlowe impara l’arte pericolosa e sottile della menzogna e del doppio gioco nei ranghi delle spie al servizio del regno; lui, che fino a quel momento aveva concepito tutto ciò “che non è verità”, o meglio tutto quello che esiste nel regno infinito della possibilità, come innocenza e dolcezza, come un ininterrotto rimare di musica e bellezza, si trova alle prese con qualcosa di completamente nuovo e sconvolgente.

Inganni e mistificazioni, promesse non mantenute, giuramenti fatti e immediatamente dopo dimenticati, lealtà dichiarate e cancellate, tradimenti di ogni sorta messi in atto per il trionfo della “ragion di Stato” gli spalancano dinanzi al cuore e all’intelletto l’abisso senza fondo del potere, che sarà la più terribile e seducente delle sue muse. Così, l’orrore dell’uomo per le conseguenze sanguinose delle lotte di potere starà a fondamento dei magnifici edifici tragici dell’autore e renderà immortali gli eroi nati dalla sua penna: Tamerlano, Faustus, Edoardo II.

Scrittore di immenso talento, capace di abbigliare il proprio narrare tanto con le vesti sozze e scomposte del chiacchierar di strada di beoni e tagliagole (tra gli altri, un George Orwell realmente esistito) quanto con i ricchi e colti paludamenti delle dissertazioni filosofiche, delle ragionate professioni d’ateismo e dei confronti sulla scrittura per il teatro (compreso uno tra Marlowe e un William Shakespeare non ancora “grande bardo”), Burgess rende a Marlowe un omaggio appassionato e sincero. Non ne nasconde debolezze e meschinità come non ne esagera i meriti. Figlio di un tempo privo di requie e pietà, il grande commediografo va consapevolmente incontro alla propria fine; egli tuttavia resta miracolosamente ancorato alla sola eternità concessa ai mortali; quella dello spirito, delle lettere, delle scienze, della continua ricerca.

Eccovi, invece dell’inizio del romanzo, la bella nota conclusiva dell’autore. La traduzione, per Garzanti, è di Lydia Salerno. Buona lettura.

P.S. Questo mese Il Consigliere Letterario compie tre anni. Questo è il post numero 365. Volevo ringraziare tutti coloro che mi hanno seguito fin qui. Mi auguro che continuerete a farlo e che a voi si aggiungeranno molti altri, perché io continuerò a scrivere di libri.

Nel 1940, alcuni mesi prima che avesse inizio la Battle of Britain, la Luftwaffe si abbatté su Moss Side, Manchester, su cui era di passaggio mentre andava a distruggere Trafford Park. In quel momento, in piena notte, a Moss Side, io, che avevo rimandato l’arruolamento nell’esercito britannico, me ne stavo seduto a battere a macchina la mia tesi di laurea su Christopher Marlowe. Le visioni dell’inferno del Dr Faustus non mi pareveno troppo lontane dalla realtà di quell’epoca. «Brucerò i miei libri – ah Mefistofele». La Luftwaffe avrebbe bruciato i miei libri, e anche la mia tesi. Mefistofele, come avrebbe mostrato Thomas Mann nel suo Doktor Faustus, non era un semplice spettro teatrale. Decisi allora che, prima o poi, su Marlowe avrei scritto un romanzo. Il 1964, quarto centenario dalla sua nascita, lo fu anche per il quadricentenario di William Shakespeare e ubi maior minor cessat. Quell’anno pubblicai il romanzo Non come il solo, una speculazione fantastica sulla vita amorosa di Shakespeare. Ora, con il quarto centenario del suo omicidio, vorrei rendere – per quanto mi è possibile, dato che ormai sono uno scrittore che invecchia – un qualche omaggio a Marlowe. Questo testo ha una certa pretesa di scientificità. Tutti i fatti storici possono essere verificati. Uno dei malfattori elisabettiani di cui conosciamo il nome si chiamava George Orwell, ed è quindi imbarazzante nominarlo, ma la verità non deve concedere troppo alla discrezione o alla delicatezza: dopo tutto, quel sicario da dimenticare aveva più diritto di accampare pretese su quel nome di quanto ne avesse Eric Blair. Un contributo importante mi è derivato dalle biografie di John Bakeless e F.S. Boas e dall’utilissima «vita informale» di H.R. Williamson. Lo studio più recente sul Marlowe-spia è The Reckoning di Charles Nicholl (di cui ho preso a prestito il nome per uno dei torturatori del mio libro). La ricerca scientifica continuerà, ma la verità verissima dei napoletani non si potrà mai sapere. La virtù di un romanzo storico è anche il suo vizio: la risoluta affermazione della possibilità come fatto. Ma l’uomo Marlowe, pur non essendo al di sopra del sapere scientifico, ci sorride un po’ ironico e continua a sconvolgerci e, talvolta, a esaltarci. Non a caso Ben Johnson definì mighty line, verso potente, il suo verso sciolto. Shakespeare forse oscurò il poeta Marlowe, ma non lo sovrastò né prese il suo posto. Quella voce inimitabile seguita a cantare.

La tragica farsa delle spie

Recensione de “Il nostro agente all’Avana” di Graham Greene

Graham Greene, Il nostro agente all'Avana, Mondadori
Graham Greene, Il nostro agente all’Avana, Mondadori

Jim Wormold è un rappresentante di aspirapolvere. Lavora all’Avana, ha una figlia di diciassette anni, fervente cattolica, il cui carattere, particolarmente vivace e spigliato, sembra contraddire la sua adesione al credo (o perlomeno ai modi di comportarsi che raccomanda), qualche amico (uno in particolare, il dottor Hasselbacher, un anziano medico tedesco) e una spigliata immaginazione. Quest’ultima, tuttavia, è una caratteristica che ignora di possedere, almeno fino a quando non incontra il signor Hawthorne, agente segreto al servizio di Sua maestà britannica deciso ad arruolarlo, a fare di lui il primo anello di una rete di spie che riferisca tutto quanto accade sull’isola, dilaniata dal conflitto tra l’esercito fedele ad dittatore Batista e i rivoltosi capeggiati da Fidel Castro.

Wormold, che nulla sa né vuole sapere di politica internazionale, complotti, strategie, intercettazioni, rapporti inviati e ricevuti, inizialmente crede che l’approccio di Hawthorne sia uno scherzo, poi pensa a un equivoco, infine si convince che la situazione sia seria (per quanto del tutto assurda), dunque vera. Che fare allora? Rifiutare, naturalmente. Non è certo possibile improvvisarsi spie. Rinunciare, senza dubbio. Voltare le spalle a quella pazzesca offerta. Che però, almeno stando a quel che ne dice Hawthorne, che opera in Giamaica, è molto ben pagata. E Wormold di soldi ha bisogno, un po’ perché gli affari non girano (del resto, a chi possono interessare gli aspirapolvere in tempi di quasi guerra civile? Se poi la casa produttrice ci mette del suo e decide di chiamare l’ultimissimo modello Pila Atomica, come sperare di riuscire a vendere quanto basta per mantenersi?) e un po’ perché sua figlia, la bellissima Milly, ha gusti raffinati e uno stile di vita decisamente dispendioso. Dunque perché non stare al gioco di Hawthorne (o almeno fingere di farlo) e diventare l’agente all’Avana del servizio segreto inglese? In fondo, quanto sarà mai difficile fingere di lavorare per Londra? Riuscire a ingannare gli uomini di Sua Maestà?

L’impianto narrativo de Il nostro agente all’Avana di Graham Greene (pubblicato nel 1958), splendido classico della letteratura, leggero ed elegantissimo nella prosa e ricco di intelligente humour e pungente sarcasmo, è insieme semplice e geniale; è una parodia, una farsa (di un periodo storico e delle sue ossessioni, ma anche dei meccanismi del potere, del suo operare cieco, in una parola disumano, o per dir meglio antiumano), e una riflessione amara sulle scelte personali e sulle loro conseguenze, troppo spesso imprevedibili. Non v’è dubbio che Wormold sia un impostore, eppure ciò che lo spinge ad agire in quel modo, a prendersi gioco di un intero servizio segreto, non è ambizione, né brama di ricchezza o di potere, ma solo la preoccupazione di un padre desideroso di offrire alla figlia una vita degna di questo nome, un’istruzione adeguata, un futuro.

Se quel che era cominciato come un gioco poco alla volta diventa un dramma, e poi una vera e propria tragedia, se delle vite vengono sacrificate, la responsabilità è certo dell’innocuo rappresentante di aspirapolvere, ma insieme a lui salgono sul banco degli imputati tutti i protagonisti di questo scintillante romanzo. Hawthorne, innanzitutto, la cui imbarazzante incapacità di giudizio è pari solo alla propria scandalosa sopravvalutazione di sé, poi il gran capo dell’intelligence, a tal punto colpito dalla straordinarietà delle rivelazioni del nuovo agente (che racconta di una fantomatica serie di installazioni militari in costruzione sulle montagne, accludendo disegni che altro non sono se non copie, riadattate per l’occasione, dei componenti meccanici degli aspirapolvere) da non pensare nemmeno per un momento di indagare più a fondo, di verificare, il dottor Hasselbacher, il cui passato è oscuro (e assai pericoloso), la squadra di agenti che Londra invia per aiutare Wormold, e infine il mellifluo, insinuante e crudele capitano Segura, ufficiale di polizia al servizio del regime innamorato della giovane Milly e disposto, pur di conquistarla, a lasciare una fin troppo ampia libertà d’azione a suo padre.

A tutti l’autore offre la possibilità di fermarsi, di riflettere, di porre fine a quel gigantesco equivoco,di aggiustare le cose, ma nessuno di loro la coglie. Che sia per vigliaccheria, opportunismo o stupidità, poco importa; Greene, senza mai rinunciare al suo tono scanzonato, allegro, al gusto della provocazione, narra con perfetta consequenzialità, come se la vicenda fosse una partita a scacchi (o meglio a dama, gioco preferito da Segura, e a un certo punto anche da Wormold, che sfida il capitano a un inedito, indimenticabile incontro) e ogni mossa conducesse inevitabilmente a un’altra. Fino al disvelamento della verità, il traguardo finale che tutti, fino all’ultimo e con ogni mezzo, hanno cercato di evitare. 

Eccovi l’incipit del romanzo (la traduzione, edizione Mondadori, collana Oscar Scrittori Moderni, è di Adriana Bottini). Buona lettura.
“Quel negro che passa là in strada le assomiglia, Mr Wormold” disse il dottor Hasselbacher, in piedi nel Wonder Bar. Era tipico del dottor Hasselbacher, dopo un’amicizia di quindici anni, continuare a rivolgersi a Wormold in modo così formale: con lui, l’amicizia procedeva lenta e certa come una diagnosi scrupolosa. Forse sul letto di morte, quando il dottore fosse venuto a tastargli il polso ormai impercettibile, Wormold sarebbe diventato Jim. Il negro era cieco da un occhio e aveva una gamba più corta dell’altra; portava un cappello di feltro senza età e dalla camicia stracciata trasparivano le costole, come in una nave in demolizione.

Una farsa lunga una settimana

G.K. Chesterton, L'uomo che fu giovedì, Bompiani
G.K. Chesterton, L’uomo che fu giovedì, Bompiani

Non è la semplice originalità il tratto caratterizzante la scrittura di Chesterton. Né bastano a spiegare la malia unica esercitata dalle sue opere il gusto per l’iperbole, l’ironia raffinata e spiazzante, l’amore incondizionato per tutto ciò che è grottesco, per quegli aspetti del reale che confinano con l’assurdo. Chesterton adora sovvertire ogni ordine costituito, a partire dai rigidi schemi che definiscono i generi letterari. Così, abilissimo a sparigliare le carte, a confondere il lettore con continui, improvvisi cambi di direzione, questo meraviglioso autore spoglia romanzi e saggi della loro immediata (e prevedibile) riconoscibilità per restituirli al pubblico in una veste nuovissima e infinitamente più ricca.

Riflessioni, analisi, paradossi, accese prese di posizioni polemiche, esplosioni di sarcasmo, come felici e inaspettati incontri fatti a un angolo di strada punteggiano i suoi lavori, dai celebri racconti gialli che hanno per protagonista padre Brown alla dolce favola londinese Il Napoleone di Notting Hill, fino ai suoi studi (su San Tommaso D’Aquino, sulla chiesa cattolica – Chesterton, di famiglia anglicana, si convertì al cattolicesimo nel 1922 – su San Francesco d’Assisi) e a quello che è unanimemente ritenuto il suo capolavoro, L’uomo che fu giovedì, rutilante mystery fantastico che racconta di un fantomatico e segretissimo comitato anarchico la cui direzione è composta da sette membri, che hanno adottato, al posto dei loro veri nomi, quelli dei giorni della settimana.
Alla caccia del loro capo, il terrificante Domenica, si getta Gabriel Syme, agente di Scotland Yard in incognito, che riesce a infiltrarsi nel comitato assumendo l’identità di Giovedì. Ma quel che lo aspetta va al di là di ogni immaginazione…

Leggete L’uomo che fu giovedì, vi innamorerete di Chesterton e finirete per pensarla come il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, che disse: “Forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton”.
Eccovi l’inizio del romanzo. Buona lettura.
Il sobborgo di Saffron Park sorgeva nella parte di Londra dove tramonta il sole ed era rosso e screziato come un tramonto. Costruito tutto con mattoni rossi, a vederlo da lontano, contro il cielo, appariva fantasioso, bizzarro, e anche a chi si addentrava per le sue strade, offriva la stessa impressione di disordine e difformità. Era opera di uno speculatore edilizio dalle idee originali e non esente da qualità artistiche, che ne definiva l’architettura a volte Queen Elizabeth a volte Queen Anne, come se si trattasse della stessa regina. Se ne parlava, non del tutto a torto, come di una colonia di artisti, anche se nulla vi era mai stato prodotto che si potesse definire in qualsiasi modo un’opera d’arte, ma se la pretesa di essere un centro di vita intellettuale appariva eccessiva, era innegabile che si trattasse, se non altro, di un luogo molto piacevole. Chi vedeva per la prima volta quelle strane case rosse, non poteva non pensare che, per adattarvisi, anche l’aspetto di chi vi abitava doveva essere perlomeno inconsueto, ma se lo si guardava come a un sogno e non come a un trucco scenico, Saffron park diventava non solo bello, ma perfetto.