Marx a quattro zampe

Recensione di “La fattoria degli animali” di George Orwell

George Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori
George Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori

“Da una decina d’anni sono convinto che la distruzione del mito sovietico sia essenziale se desideriamo una rinascita del movimento socialista. Al mio ritorno dalla Spagna ho pensato di smascherare tale mito tramite una storia che potesse essere facilmente compresa da quasi tutti e che fosse agevolmente traducibile in altre lingue. I particolari concreti della vicenda mi vennero però in mente il giorno in cui (allora vivevo in un piccolo villaggio) vidi un bambino sui dieci anni che spingeva per un angusto viottolo un enorme cavallo da tiro, frustandolo ogni volta che cercava di voltarsi. Mi colpì l’idea che se animali come quello riuscissero ad acquistare coscienza della propria forza saremmo impotenti contro di loro, e che gli uomini sfruttano gli animali in modo analogo a come i ricchi sfruttano i proletari. Presi allora ad analizzare la teoria marxista dal punto di vista degli animali. Mi è apparso chiaro che per questi ultimi il concetto di lotta di classe fra esseri umani non è altro che un inganno, poiché ogni volta che è stato necessario sfruttare gli animali, tutti gli uomini si sono trovati uniti contro di loro: la vera lotta di classe era quella fra animali ed esseri umani. Partendo da questo assunto iniziale, non è stato difficile elaborare la storia”.

Nelle parole di George Orwell, genesi e scopo de La fattoria degli animali (sua opera più nota nonché uno dei libri più letti al mondo) evidenziano tanto il carattere politico-sociale dello scritto quanto la sua dimensione divulgativa, il suo voler essere strumento di contro-propaganda. Ecco dunque che nei toni all’apparenza innocui, lievi, finanche benevolmente ironici di una favola che ha per protagonisti gli animali – bestie che il grande scrittore inglese dota di linguaggio, capacità di pensiero astratto, coscienza (individuale e di classe), ma anche di malafede e di tutte le peggiori pulsioni umane (dall’avidità alla crudeltà, dall’amore assoluto, quasi sensuale, per il potere alla propensione verso un dispotismo odioso e vile) – prende forma un j’accuse di rara potenza, si articola, nella cristallina trasparenza di una metafora colma d’amara disillusione, la denuncia del tragico fallimento di un’utopia, o meglio del suo scandaloso tradimento.

Nel vorticare di situazioni che Orwell mette in scena, e che richiamano i momenti cruciali della Rivoluzione d’Ottobre e della successiva e terribile stagione della dittatura staliniana, nella semplicità di una prosa immediata, diretta, che è allo stesso tempo specchio dell’ingenuità del “popolo” della fattoria (cavalli, galline, pecore, mucche, anatre) e smascheramento dell’infedeltà dei maiali, la cui superiore intelligenza viene da loro immediatamente sfruttata per sostituirsi all’odiato signor Jones, il proprietario della casa colonica e della terra annessa, cacciato da una rivolta degli animali nata quasi per caso – “accadde però che la Ribellione si realizzasse molto prima e molto più facilmente di quanto chiunque avesse previsto”, scrive l’autore – uno dei momenti cruciali della nostra storia recente viene scomposto, ridotto ai suoi termini essenziali, spogliato di ogni sovrastruttura analitica.

Quel che resta, nel parallelismo tra i personaggi a quattro zampe protagonisti dell’apologo orwelliano e le figure realmente esistite – i maiali Napoleone e Palladineve, maschere di Stalin e di Trockij; Piffero, suino anch’esso, voce delle menzogne propalate dalla propaganda di regime; il possente cavallo Boxer, lavoratore infaticabile e ottuso, fedele a Napoleone fino alla morte, modellato sul profilo del minatore Stachanov; l’umano Jones, specchio dello zar Nicola II – è il nudo orrore ideologico di una rivoluzione compiuta e naufragata.

Il “tempo nuovo” del riscatto animale, la stagione trionfale della libertà, apertasi con la sollevazione delle bestie e la cacciata di Jones, scolora, nell’attenta, preziosa, puntuale scrittura di Orwell, nell’uniforme grigiore di un presente continuo, un tempo sospeso di finta immobilità che nel suo scorrere rende sempre più tenue negli animali il ricordo del loro eroismo e sempre più forte la distorsione della realtà operata dai maiali, che per mantenere il potere che hanno acquisito e dominare sempre più sui loro simili non esitano a reinventare il passato: “Ancora una volta gli animali avvertirono un vago senso di disagio. Non avere mai rapporti con gli esseri umani, non impegnarsi in traffici commerciali, non fare mai uso di denaro… ma non erano queste alcune delle risoluzioni iniziali approvate in quella prima trionfale riunione del Consiglio subito dopo la cacciata di Jones? Tutti ricordavano – o perlomeno credevano di ricordare – di averle approvate […]. Più tardi Piffero andò in giro per la fattoria a tranquillizzare gli animi. Assicurò che la mozione di non intraprendere commerci e di non fare uso di denaro non era mai stata approvata, anzi non era mai stata neppure suggerita”.

Classico della letteratura, questo romanzo-favola-apologo, per quanto inestricabilmente legato al Novecento vive al di fuori di ogni orizzonte temporale e di ogni scenario socio-politico, perché ciò che con coraggio e piena limpidezza intellettuale racconta è la più universale delle umane debolezze: la facilità con cui egli diviene lupo agli altri uomini, suoi fratelli, suoi compagni.

Prima di lasciarvi, come di consueto, all’incipit del romanzo (la traduzione, per Mondadori, è di Guido Bulla), desidero salutarvi e farvi i migliori auguri di Buone Feste. Mi prenderò qualche giorno di riposo ma tornerò, puntuale, a gennaio 2016. Mi auguro di ritrovarvi tutti, e di incontrare nuovi amici strada facendo. Buona lettura, e ancora tanti, tanti auguri. E grazie per avermi seguito fin qui.

Il signor Jones, della Fattoria Padronale, aveva chiuso a chiave i pollai per la notte, ma era troppo ubriaco per ricordarsi di fissare anche gli sportellini. Col cerchio di luce della sua lanterna, che ballonzolava da una parte all’altra, attraversò con passo malfermo il cortile, si sbarazzò a calci degli stivali sulla porta del retro, si spillò un ultimo bicchiere di birra dal barilotto nel retrocucina e poi salì fino in camera da letto, dove la signora Jones già russava.

Quadri di vita di dolorosa bellezza

Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi
Leonardo Sciascia, Gli zii di Sicilia, Adelphi

Una scrittura elegante e potente. Energica, puntuale, ricca, rigorosa nel dettaglio descrittivo e tuttavia sfumata, multiforme, capace di sfuggire alla realtà reinventandola almeno in parte, di giocare con la verità confondendola con l’apparenza, di mescolare la veglia e il sogno rendendoli quasi indistinguibili l’una dall’altro. Una scrittura che pur senza rinunciare alla dimensione etica che così fortemente la caratterizza accetta la seduzione dolce dell’immaginazione, la cauta vertigine di una libertà creatrice abbracciata con entusiasmo ma utilizzata con attenzione, quel tanto che basta per giocare ai fatti così come sono accaduti uno scherzo innocente, per “barare con ciò che è stato”. Nei racconti che compongono Gli zii di Sicilia di Leonardo Sciascia, pubblicato nel 1958, non è il realismo a mancare quanto piuttosto la sua interpretazione, la sua traduzione letteraria (che si allontana dal dettato della pura mimesi, della ricostruzione fedele, “oggettiva”) a distinguersi per originalità, oltre che per una sorta di contagiosa vivacità. Il grande scrittore siciliano non si sottrae al suo dovere di narratore; come già fatto nello splendido Le parrocchie di Regalpetra (che trovate nel blog), egli racconta con sincerità straziante, non omette né nasconde se stesso o le proprie convinzioni, ma quel che offre al lettore è comunque il frutto di una mediazione, di una studiata scomposizione del mezzo espressivo. Messa da parte l’esperienza diretta, il richiamo alla propria storia personale (fortissimo ne Le parrocchie di Regalpetra), Sciascia si affida completamente alla forza della sua prosa; i temi che tratta sono quelli che vive e a cui non può rinunciare – la sua terra bellissima e condannata, la tragedia della guerra, terminata ormai da diversi anni eppure impossibile da dimenticare, la dolorosa illusione dell’impegno politico, il volto feroce e disgustoso della dittatura, l’incessante prevaricazione dell’uomo sull’uomo – ma questa volta è come se non se ne lasciasse coinvolgere, come se si limitasse a illustrarli, arrestandosi sulla soglia di un educato dispiacere per il disordine e la sofferenza del mondo (e della sua isola, che di questo mondo alla deriva è una fin troppo perfetta rappresentazione). Eppure, è proprio da questo rifugiarsi dell’uomo in se stesso, che altro non è se non un espediente letterario, che emerge, pienamente, la figura dello scrittore. In questi racconti, e con sempre maggior decisione nei successivi lavori, Leonardo Sciascia si assume, con coraggio e senza alcun tentennamento, la propria responsabilità d’autore; nelle sue pagine, i fatti, graffiati d’ironia, deformati d’esagerazioni grottesche, intrisi d’un pessimismo talmente lucido da farsi, forse per autodifesa, puntuto sarcasmo, non vengono abbelliti, né stravolti, né truccati. Nudi, autentici, essi semplicemente non si prestano a una trattazione che abbia la puntualità arida e fondamentalmente sterile della cronaca; sono materia d’artista, di un artista che vuole raccontare, e sa come farlo.

Così, ecco che dalla penna di Sciascia torna prendere vita la Sicilia contadina alla fine del secondo conflitto mondiale (ne La zia d’America), occupata dai tedeschi e in attesa dei liberatori americani, che lo scrittore descrive, con indimenticabile disincanto, come benefattori tanto generosi quanto distratti. “La roba che mia zia mandava per me”, confessa il giovanissimo protagonista del racconto, la cui zia era emigrata negli Stati Uniti, “o mi appizzava a stento che parevo un Cristo o dentro ci nuotavo, manco male quella in cui ci nuotavo, ché mia madre poteva adattarmela; mia zia non riusciva a farsi un’idea di me, della mia statura e della mia magrezza, comprava per me alla cieca. Mi andavano bene certe magliette su cui era stampato topolino, e bluse a spicchi blu e gialli che non ci fu verso di farmi indossare. Il paese era pieno di ragazzi con bluse a spicchi e magliette con topolino; vestiti di inequivocabile taglio americano portavano i grandi […]. ‘L’America ci veste’ diceva mia madre”. Dalla Sicilia e dalle sue condizioni, l’orizzonte si allarga alla storia (La morte di Stalin), non più maestra di vita ma tessitrice d’inganni: qui il protagonista, convinto antifascista che idolatra Stalin, vive nei suoi sogni, visitati proprio dal dittatore, quell’ordine del mondo e quella nobiltà della politica che la realtà, giorno dopo giorno, crudelmente disattende. Né le cose sono diverse, ci dice Sciascia, se proviamo a cambiare prospettiva e ci rivolgiamo a un periodo glorioso della nostra storia patria qual è il Risorgimento (argomento de Il Quarantotto, che non a caso si apre con la definizione del termine “quarantotto” citata dal Dizionario siculo-italiano di Gaetano Peruzzo: disordine, confusione. Degli avvenimenti del 1848 in Sicilia: fari lu quarantottu, finiri a quarantottu, approfittari di lu quarantottu, figurativo, vale: fare confusione, finire in confusione, profittare della confusione). Chiude il volume il lungo racconto L’antimonio (aggiunto in un’edizione successiva a quella del 1958), storia di un minatore che, scampato a un’esplosione di grisou, decide di andare a combattere in Spagna. Ignaro di tutto, si arruola nelle truppe di Franco: “Fino all’arrivo in Spagna non capivo niente del fascismo, per me era come se non ci fosse […] leggevo il giornale, l’Italia era grande e rispettata, aveva conquistato l’impero, Mussolini faceva discorsi che era un piacere sentirli. Avevo i preti in antipatia, per quel che nelle storie avevo letto e per il fatto delle confessioni […]. Anche i galantuomini mi davano fastidio, quelli che vivevano della rendita delle terre e delle miniere; e quando la domenica li vedevo in divisa mi pareva che il fascio facesse una sorta di giustizia, costringendoli a vestirsi in modo buffo e a marciare nella piazza del castello. Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio”. Poco alla volta, e a sue spese, l’uomo scoprirà il vero volto del regime franchista.

Narrativamente magnifici, i racconti che compongono Gli zii di Sicilia sono quadri di vita di dolorosa bellezza; sono storie che hanno il fascino irresistibile di un canto di sirena. Impossibili da ignorare e da dimenticare.
Eccovi l’incipit del primo racconto. Buona lettura.
Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio. Mi affacciai alla finestra. Gridò “arrivano”. Di corsa infilai le scale, mia madre mi gridò dietro qualcosa. Nella strada che abbagliava di sole non c’era un cane. Filippo stava mezzo nascosto nel portone della casa di fronte. Mi raccontò che in piazza stavano il podestà l’arciprete e il maresciallo, aspettavano gli americani, un contadino aveva portato la notizia che arrivavano, erano al ponte di Canalotto.

Dall’animale all’uomo e ritorno

Michail Bulgakov, Cuore di cane, Mondadori
Michail Bulgakov, Cuore di cane, Mondadori

E se il ritratto più somigliante di un uomo fosse quello di un animale? È quel che ci si chiede, tra riso, sorpresa e sgomento leggendo il bellissimo Cuore di cane di Michail Afanes’evic Bugakov, uno dei più grandi scrittori russi del Novecento. Critico intransigente dell’organizzazione politico-sociale sovietica (e malgrado ciò, almeno nei primissimi anni della carriera, benvoluto da Stalin), Bulgakov affida le proprie prese di posizione di maggior peso alla satira. La sua ironia dissacrante, cinica, voluttuosamente irriguardosa, colpisce con violenza e sembra non risparmiare niente e nessuno, ma nel profondo lascia intravedere la drammatica solitudine dell’autore, prigioniero (fisicamente e ancor più culturalmente) di un sistema di potere che non gli appartiene. Ma non è la denuncia di una condizione personale, per quanto difficile possa essere, quella che interessa Bulgakov, bensì la riflessione su temi di interesse generale; in Cuore di cane, per esempio, l’argomento centrale del romanzo riguarda potenzialità e limiti della scienza (non va dimenticato che Bulgakov era medico, e che subito dopo la laurea, conseguita a Kiev, per qualche anno esercitò la professione), e lo scrittore decide di narrarlo da un insolito punto di vista. Protagonista dell’opera, infatti, è Pallino, un cane randagio prossimo a morire in un’oscura stradina non lontana dal centro di Mosca per colpa del cuoco della mensa impiegati al Consiglio Centrale dell’Economia Nazionale (un proletario! si lamenta il cane, piazzando la prima stoccata a Stalin, al suo regime e alla retorica su cui si regge), che gli ha rovesciato addosso dell’acqua bollente.

Salvato da uno scienziato, il professor Preobrazenskij, Pallino si ritrova d’improvviso con un tetto sopra la testa, ben nutrito e accudito in ogni modo, e ha così la possibilità di assistere agli esperimenti del suo nuovo padrone, impegnato in una complessa ricerca sul ringiovanimento del corpo umano. Bulgakov, che nella prima parte del romanzo assume il punto di vista dell’animale (muovendosi dall’esposizione in prima persona alla descrizione dell’ambiente circostante, narrato sempre attraverso gli occhi, e la mente, di Pallino), sceglie una scrittura nervosa e frenetica, affastella disordinatamente eventi e dialoghi e così facendo simboleggia lo smarrimento del cane – e dell’uomo comune – tanto di fronte alla realtà (quella incomprensibile e brutale del socialismo reale), quanto nei confronti del sapere scientifico. Ma anche nel bel mezzo del caos – creato ad arte, con funambolica genialità espressiva – Bulgakov tiene per mano il lettore e indica con estrema chiarezza il proprio pensiero; quando, per esempio, viene chiesto a Preobrazenskij come sia riuscito a farsi ascoltare da un cane ribelle come Pallino, egli, in aperta sfida alla pratica inumana del terrore staliniano, dichiara: “Con la dolcezza. È il solo sistema possibile con un essere vivente, qualunque sia il suo livello di sviluppo. L’ho affermato, lo affermo e lo affermerò sempre. Quelli si sbagliano se pensano che il terrore serva a qualcosa. No! Il terrore non serve a nulla, né con i bianchi, né con i rossi e neanche con i gialli. Il terrore blocca il sistema nervoso”. 
Ma per quanto dolce sia, il professor Preobrazenskij è prima di tutto uno scienziato, e un brutto giorno decide di tentare un esperimento impossibile; anestetizza Pallino e gli impianta testicoli e ipofisi di un uomo morto da poco, un poco di buono ucciso da una coltellata in una bettola della capitale. La nuova creatura, all’inizio né cane né uomo, poco alla volta si trasforma in un essere umano (impara a camminare eretto, perde coda, artigli e peli e comincia a parlare); è a questo punto che nasce uno dei personaggi letterari più indovinati di sempre (a partire dal nome), Poligaf Poligrafovic Pallini (è così che si fa registrare all’angrafe), che, trascinato dal pensiero e dagli istinti dell’uomo che era stato prima di morire, cui si aggiunge l’irrequieta natura dell’animale, ancora presente malgrado l’operazione l’abbia quasi completamente soffocata, si abbandona a ogni sorta di eccessi suscitando scandalo tra i suoi simili (le persone), senza peraltro riuscire a trattenersi dal dar la caccia ai gatti. Così, il sogno di un uomo nuovo accarezzato da Preobrazenskij (proprio come quello di una società nuova nato dalla rivoluzione d’ottobre) fallisce su tutta la linea. Pallino torna a essere un cane e riprende a guardare il mondo nello stesso modo in cui lo guardava (e giudicava) all’inizio del romanzo, con rude diffidenza.
Eccovi l’inizio di questo irresistibile romanzo, opera di altissimo valore letterario. Una trasparente metafora politico-sociale carica di graffiante sarcasmo, per molti versi attualissima ancora oggi.
«Uuuuhhh! Guardatemi sto morendo. La bufera mi ulula il de profundis nel portone e io ululo con le. È fatta. Sono fregato. Un delinquente col berretto sporco, il cuoco della mensa impiegati al Consiglio Centrale dell’Economia Nazionale, m’ha rovesciato addosso dell’acqua bollente e m’ha bruciato il fianco sinistro. Che mascalzone! E sì che è anche un proletario! Oh signore, come mi fa male! Quella maledetta acqua bollente m’ha pelato fino all’osso. Adesso urlo, ma a che mi serve urlare?
Che noia gli davo? Mica mando sul lastrico il Consiglio dell’Economia Nazionale, se frugo un po’ col muso nella pattumiera, no? Che tirchio, quella carogna! Se vi capita l’occasione, date un po’ un’occhiata al suo grugno: è più largo che lungo. Un ladro con la faccia di bronzo. Ah, cari miei! A mezzogiorno, quel porco col berretto m’ha riempito d’acqua bollente, e adesso è buio, saranno pressappoco le quattro del pomeriggio, se si giudica dall’odore di cipolla che viene dalla caserma dei pompieri sulla Precist’enka. Come sapete, i pompieri a cena mangiano kasa, una schifezza che è pure peggio dei funghi. Del resto, alcuni cani amici miei raccontano che in via Neglìnnaja, al ristorante-bar, il menù del giorno comprende funghi con salsa piccante a tre rubli e settantacinque copechi la porzione. Sarà anche un piatto per intenditori, ma per me sarebbe come leccare una galoscia… Uuuuhhh!…

Il fianco mi fa un male del diavolo e vedo assai chiaramente come finirà la mia carriera: domani mi verranno le piaghe e io con che cosa le curerò, secondo voi? D’estate uno se ne può andare a Sokol’niki. Lì l’erba è speciale, davvero buona, e, a parte questo, ci si abbuffa gratis di culi di salame, – i cittadini ci buttano un sacco di cartacce così unte e bisunte che uno le può anche leccare. E se non fosse per qualche figlio di buona donna che si sbraca sul prato e al chiaro di luna si mette a cantare Celeste Aida in maniera da farti torcere le budella, sarebbe niente male. Ma adesso, dove si può andare? Vi hanno mai colpito con uno stivale? A me sì. Vi siete mai beccati una mattonata tra le costole? Io, di mattonate ne ho rimediate abbastanza. Ho provato di tutto, accetto la mia sorte, e se ora piango, è soltanto per il dolore fisico e per il freddo, perché il mio spirito non si è ancora spento… è tenace, lo spirito di un cane».

L’Europa dilaniata dalla realtà e dal sogno

 

William T. Vollmann, Europe Central, Mondadori
William T. Vollmann, Europe Central, Mondadori

Storia e invenzione. La puntuale, dettagliata ricostruzione del passato che scolora nello sconfinato orizzonte della fantasia e di nuovo riemerge, in forma di cronaca, o di testimonianza. Il Novecento che William T. Vollmann, uno dei massimi autori americani contemporanei, disegna in Europe Central (vincitore del National Book Award nel 2005) è un delirante viaggio tra nazismo e comunismo, un tragico e grottesco peregrinare lungo il filo rosso che lega due tra le più feroci dittature della storia. Simboli (e vittime) delle tenebre novecentesche hitlerian-staliniane, sono i singoli, le persone; non la gente comune, morta a milioni, durante il secondo conflitto mondiale, nei più diversi fronti di guerra o lasciata ad attendere la fine nelle case sventrate dai bombardamenti e lungo le strade devastate dai colpi di mortaio e raggelate dai colpi precisissimi dei cecchini; non loro, ma figure in qualche misura eminenti, protagoniste di quegli anni. Uomini come il generale sovietico Vlasov, come il geniale compositore Sostakovic, come il tenente generale (poi feldmaresciallo, nella devastazione senza speranza di Stalingrado) Friedrich Paulus. Vollmann ne racconta carattere e gesta intrecciando con un virtuosismo di vertiginosa intensità e bellezza resoconti d’archivio e arabeschi di personale inventiva, modellando l’informe materia dell’irrealtà secondo infinite sfumature di significato e oscillando di continuo tra la concretezza, appena sfiorata, di quel che sarebbe potuto accadere, e l’onnipotente deriva del sogno, nella cui dimensione tutto diventa possibile. Così, pagina dopo pagina, Europe Central è romanzo storico e il suo contrario; è opera di fantasia e il suo opposto; è saggio letterario (musicale addirittura, nelle lunghe analisi dedicate al lavoro di Sostakovic) e bizzarria d’autore. Non perdetelo.

Eccovi l’inizio di un capitolo dedicato a Vlasov e di uno che racconta di Paulus. Buona lettura.
Fino al luglio 1942, il generale A.A. Vlasov, comandante della II Armata d’assalto del Fronte del Volchov, fu uno di quegli uomini di marmo sovietici eroicamente impeccabili, con una stella luccicante al centro della fronte, come i simboli di casta delle donne indiane (perché i cecchini tedeschi non la presero di mira?), e tra le mani bianche, la scintillante pistola nera, puntata con gran disinvoltura. Così li ritraggono le vecchie fotografie, con tutti i punti luce sbiancati fino alla più vacua purezza. Ora, però, Vlasov non può più essere annoverato tra questi. Né è ritenuto meritevole di menzione dalla Grande Enciclopedia Sovietica. C’è, invece, una voce rabbiosa sugli “Uomini di Vlasov”. È quel che gli spetta, perché il crimine da lui commesso fu di natura collettiva: organizzò un esercito di traditori per combattere contro la Madrepatria.
Prima Beethoven al grammofono, poi lo schieramento in battaglia della VI Armata; prima un bacio sulla nivea guancia di Coca, poi un colloquio con von Reichenau; prima la Polonia, poi la Francia; prima la Russia, poi tutto il resto. Secondo l’encomio postbellico rivoltogli dal collega Guderian, “era il migliore esempio di brillantissimo ufficiale di stato maggiore quanto a intelligenza, scrupolosità, dedizione al lavoro, originalità e talento, ed è impossibile dubitare della purezza e della nobiltà del suo patriottismo”. La guerra con la Russia sarebbe durata sei settimane. Prima l’estate, poi l’inverno. Il telefono squillò di nuovo. Prima l’Operazione Incantesimo del fuoco, poi i Casi Otto, Verde, Bianco e Giallo, il fumo nero della giustizia storica che si leva a colonne dai villaggi colpiti dai mortai, facce tedesche che ridono dietro le inferriate a rombi di un castello polacco; prima l’Operazione Leone marino, accantonata per la superiorità del nemico, poi l’Operazione Marita, completata e coronata dall’Operazione Mercurio, e infine il foglio fatto di oscurità segnato in tutta la sua ampiezza da una corposa X bianca.